
LA CIVILTÀ CATTOLICA: MOSAISMO E ANTITALMUDISMO
NEL PENSIERO DELL’ABATE LUIGI CHIARINI
ROMA (Nostra corrispondenza) – Come l’essere sempre forestiero l’ebreo nei paesi in cui vive, non provenga dall’antica legge Mosaica da lui abbandonata, ma dalla nuova rabbinica ora da lui inconsciamente seguita (…). Firenze, li 5 gennaio 1881, «La Civiltà Cattolica», Anno trigesimosecondo, Vol. V. della serie undecima, 1881, pp. 226-230).
(…) Or di quella razza e massa veramente, pubblicamente e notoriamente ebraica intendiamo soltanto di parlare quando diciamo che essa non può essere senza nostro ed anche suo danno emanceppata, come si dice, e naturalizzata ed agguagliata nei diritti e nei doveri al popolo qualunque siasi in mezzo a cui vive.
La quale impossibilità, in cui versano gli ebrei di fondersi ed immedesimarsi nella cittadinanza comune delle società e patrie in mezzo a cui vivono, salta così agli occhi ed apparisce sì evidente a chiunque è di buona fede, che perfino si è creduto da alcuni fondarsi essa sopra la stessa legge mosaica rivelata.
Il che è falsissimo.
Altra cosa infatti è che gli ebrei fossero un popolo diverso dagli altri come gli altri sono e furono sempre diversi tra sé con proprie leggi, religioni, lingue e costumanze; e ciò pel popolo ebreo per leggi e costumanze rivelate ed imposte dalla religione alla coscienza; ed altro è che queste leggi e costumanze rivelate ed imposte al popolo ebreo gli dovessero mai ispirare odio formale alle altre genti ed agli altri popoli, fino a non considerarli né come fratelli né come prossimo, ed a negare loro per conseguenza quegli uffici naturali che la legge di natura impone a tutti verso di tutti.
Or tale si è appunto lo stato di animo in cui si trova ora per legge talmudica e rabbinica il popolo ebreo verso gli altri popoli e nazioni.
Ma non era così né così doveva o poteva essere al tempo della religione mosaica; la quale essendo rivelata da Dio non poteva contraddire alla legge naturale da Dio parimente impressa nei cuori.
Il che fra gli altri dimostra anche benissimo il dotto e celebre abate Luigi Chiarini, nato in Montepulciano in Toscana e propriamente nella terra di Valiano nel 1789 e morto nel 1836 in Varsavia dove fu lunghi anni professore di lingue e di antichità orientali.
Scrisse egli dottissime opere sopra il Talmud ed il Giudaismo: e fra le altre il Talmud di Babilonia tradotto in francese (volume 1°, Lipsia 1931) che non poté finire prevenuto dalla morte, e la Teoria del Giudaismo (vol. due, Paris 1830), che benché recente è ormai libro raro perché, crediamo, scoprendo molti altarini del giudaismo presente da lui sì ben conosciuto, dovette essere stato tanto più coperto e pressoché fatto sparire dalla potenza giudaica.
Donde anche dee essere venuta quella certa prevenzione onde contro il Chiarini furono animati alcuni anche dotti ed onesti uomini, i quali lo tennero per esagerato. Laddove invece egli è moderatissimo e mostra di amare cristianamente quel povero popolo e vorrebbe risanarne le piaghe.
Al qual solo scopo egli propose all’Imperatore delle Russie Niccolò I° l’edizione completa in lingua volgare del Talmud, perché gli ebrei fossero così ben conosciuti e conoscendosi il male si potessero usare gli opportuni rimedii.
E quale fosse veramente sopra ciò il suo parere ben si pare dalla lettera che scrisse a Pio VII offrendogli i suoi lavori. La quale lettera non poté essere ricapitata perché il suo latore trovò il Papa allora appunto defunto. Ma essa si può leggere all’articolo Chiarini della dottissima opera di Sebastiano Ciampi, intitolata Bibliografia critica delle letterarie corrispondenze dell’Italia colla Prussia, Polonia etc. Firenze 1834.
Dice in essa fra le altre cose il Chiarini che: «Questa mia opera (Teoria del Giudaismo) vide la luce sotto gli auspicii dell’Imperatore delle Russie e Re di Polonia dove sono due milioni di giudei (vicies centena millia Iudaeorum) unicamente intesi allo studio del Talmud ed alla mercatura. Perciò dovetti molto studiare per trovare il modo di aprir loro la via alla milizia ed all’agricoltura. Avendo sotto gli occhi quel santissimo e sapientissimo detto la Carità sola edificare e coll’aiuto di Dio e colla Vostra Benedizione spero che le mie fatiche possano fruttificare».
E poco prima: «Cercai in quest’opera di persuadere i Principi, ai quali sta a cuore di porgere qualche rimedio ai mali di cui gli ebrei sono causa a sé stessi e ai popoli in mezzo a cui vivono, che invano essi faticheranno se non trovano prima di tutto il modo di correggere la presente religione giudaica già ormai pienamente lontana (absonam) dagli istituti dei maggiori e nemica di tutto il genere umano (totius generis humani inimicam)».
Or egli è ben chiaro che non era nemica del genere umano la religione mosaica; checché pretendano alcuni, del resto in buona fede (come per esempio il piemontese ed astigiano Francesco Gambini nella sua bella opera Della cittadinanza giudaica 1857: seconda edizione, senza data di luogo propter metum iudaeorum) i quali mal interpretando certe leggi e precetti mosaici conchiudono che almeno: «l’universale fratellanza» (Gambini, pag. 26) e prossimità degli uomini fra loro considerata nella reciprocità di diritti e di doveri che ella porta con sé, non formava un dogma esplicito della legge mosaica, comunque nulla vi si trovi di esplicito in contrario. Toccò a Cristo l’insegnare formalmente ed espressamente che tutti gli uomini sono fratelli e che il titolo di prossimo li comprende tutti, non esclusi i nemici».
Il che se fosse vero, molto ne rimarrebbero se non altro scusati i presenti ebrei in quell’esplicita eccezione che essi fanno dal loro amore generale pel prossimo, di tutti i popoli che non sono ebrei; eccettuando così di fatto il genere umano del quale il Chiarini li dice nemici non in forza della legge vecchia mosaica ma della moderna rabbinica e talmudica.
Dimostra, infatti, tra gli altri, anche il Chiarini alla pag. 154 e seguenti del vol. 2° della sua Teoria del Giudaismo, che l’amore del prossimo in generale è più volte formalmente comandato agli ebrei dalla legge mosaica. E siccome contro il popolo Egiziano in particolare potevano gli ebrei sentirsi peggio animati come contro chi li aveva già per tanto tempo tormentati e tentato anche di sterminarli, così appunto verso gli Egiziani in particolare raccomanda più volte Mosè al suo popolo il perdono, l’amore ed anche la gratitudine.
E benché in molti luoghi gli raccomandi anche di star lontano dagli altri popoli, non lo fa che per allontanarlo dall’idolatria e dai vizii comuni allora specialmente appunto ai popoli a cui l’ebreo si trovava contiguo e confinante.
Cosicché conchiude il Chiarini a pag. 161 che: «dopo aver fatto il più maturo esame della legge Mosaica si viene necessariamente a conchiudere che: 1° l’amor del prossimo vi è comandato sempre e verso tutti: 2° che l’avversione che vi s’ispira contro i riti e i costumi degli altri popoli non cade sopra le persone: ma non è che una cautela che Mosè dovette usare per impedire agli ebrei di darsi all’idolatria alla quale erano sì inclinati: 3° che, infine, l’odio comandato contro i Cananei, gli Amaleciti etc. fu una conseguenza necessaria del rigore dell’antico diritto di guerra e di rappresaglia provocato contro di sé stessi da quegli stessi popoli: odio perciò di eccezione e passeggiero e voluto soltanto per quei dati popoli designati dalla legge».
Laddove invece nel giudaismo presente ossia nel rabbinismo o talmudismo, seguito ora dagli ebrei stoltamente credenti di seguire la legge di Mosè, i farisei, rabbini e talmudisti per Prossimo non intendono che gli ebrei, ponendo giudeo invece di uomo.
Inoltre essi allargarono alle persone degli Idolatri quell’odio che era comandato soltanto per riti e pei costumi idolatrici delle persone. Infine perpetuarono contro gli Amaleciti, i Cananei e simili il loro odio, sostituendo loro tutti i popoli non giudei di tutti tempi e di tutti i paesi e specialmente i cristiani da loro detti formalmente e positivamente idolatri, secondo che è chiaro da infiniti luoghi del Talmud.
Dove non possiamo tralasciare di osservare una apparente singolarissima stranezza del popolo ebreo. Il quale quando possedeva la vera legge di Mosè e la vera religione, non faceva altro che abbandonarla sovente anche in massa come si dice, correndo sempre all’idolatria quasi a furore ed attirando sopra di sé quei tanti e sì terribili castighi, di guerre, di morti, di dispersioni, di schiavitù, di cui è piena la storia sacra.
Erano gli ebrei inclinatissimi all’idolatria: e pareva che non potessero farne senza appunto quando erano il popolo eletto, scelto da Dio per conservare nel suo seno la verità rivelata e trasmetterla poi a suo tempo a tutte le genti sana ed incorrotta.
Ma quando perdettero la vera religione e furono il popolo riprovato e non si curarono più neanche della legge di Mosè e solo presero a udire i loro rabbini, i loro farisei, i loro talmudisti, i loro cabalisti, foggiandosi quella nuova legge che ora seguono, allora appunto diventarono cotanto nemici dell’idolatria quanto le erano amici e propensi al tempo di Mosè e dei profeti.
Con quanto furore prima correvano sempre questi benedetti ebrei ai luoghi alti per idolatrare e mescolarsi coi riti e coi popoli loro proibiti, con altrettanto ora odiano l’idolatria ed i riti e i popoli tutti non mosaici, com’essi dicono, cioè non talmudici.
Come si spiega questo presente innamoramento ebraico per Mosè e per la sua legge di cui prima si curavano sì poco? Evidentemente coll’abbandono che di loro fece, per così dire, anche il Diavolo. Il quale, quado essi possedevano la verità e la vera religione, continuamente li tentava non solo ad abbandonarla comecchessia ma a gettarsi appunto, per fare più dispetto ed onta al Signore, a quella più turpe ed orrenda idolatria magica, sanguinaria ed oscenissima, che in tanti luoghi della Sacra Scrittura è descritta e narrata.
Laddove ora, quando essi si trovano senza verità e senza vera religione e perfino senza la mosaica, non si cura più di tentarli d’idolatria o di altro qualsiasi mutamento di religione ben sapendo che così come stanno, stanno, secondo lui, già abbastanza male per lo scopo suo che è l’eterna dannazione, come di tutti, così anche degli ebrei.
Che se, per impossibile, fosse santa e vera la religione presente degli ebrei, chi può dubitare che essi, secondo il loro antico vezzo e costume, non l’abbandonerebbero spesso in massa vuotando i ghetti e le sinagoghe per correre alle altre religioni ed alla stessa idolatria?
La tenacità dunque e la loro perfidia nella conservazione della loro presente legge è per sé stessa una prova lampante della sua falsità.
Dove parlando il Chiarini di questa presente fermezza degli ebrei nella loro falsa credenza, sì diversa dall’incostanza loro antica quando possedevano la verità, pare attribuirla, col Jahn e con altri dotti moderni, alle cure dei rabbini e dei talmudisti che, appunto per conservare al popolo ebreo quella sua avversione generale contro gli altri popoli, lo circondarono di tanti nuovi riti e nuove leggi di loro invenzione.
Ma, con loro pace, ci pare evidente che, se gli ebrei se la ridevano sì spesso nel tempo passato della Legge di Mosè e della loro religione divina, molto più dovrebbero non curare adesso le leggi dei rabbini e la loro religione talmudica, se non fossero in essa confermati da qualche causa superiore alla naturale loro tendenza a non sopportare nessun freno.
Ma pur troppo si pretende ora da molti di spiegar tutto naturalmente, senza veruna intervenzione di quelle cause superiori all’umana che pur esistono e delle quali è antiscientifico il non voler mai tenere conto (…)
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