
Gian Pio Mattogno
LA HALAKHAH DEL PROCESSO DI GESÙ: UNO SCRITTO DI CHAIM SAIMAN
È ben noto ai lettori di questo sito revisionista che nel Talmud i rabbini non solo non negano di essere stati i responsabili del processo e dell’esecuzione di Gesù in quanto eretico, idolatra e mesith (= istigatore all’idolatria e all’apostasia), ma lo rivendicano esplicitamente e se ne fanno addirittura un vanto.
Che storicamente le cose non si siano svolte come dice il Talmud (ma il Talmud non è opera di storia) nulla toglie al fatto che gli ebrei abbiano pienamente rivendicato la morte di Gesù e su di essa abbiano edificato il loro secolare odio anticristiano.
Un interessante scritto di Chaim Saiman dal titolo The Halakhah of Jesus’ Trial, apparso sulla rivista «First Things» (Aug/Sept 2013, Volume 235), sottolinea come ancora al giorno d’oggi gli apologeti talmudisti, come i vecchi rabbini talmudisti loro antenati, tendano ad evidenziare il ruolo primario del Sinedrio giudaico nel processo contro Gesù e nella sua condanna a morte.
Chaim Saiman è titolare della cattedra di diritto ebraico presso la Villanova Law School, professore Gruss Visiting di diritto talmudico presso la Harvard Law School e la University of Pennsylvania Law School, Visiting Fellow presso la Princeton University e Visiting Professor presso le facoltà di giurisprudenza dell’Università di Toronto, della Bar-Ilan Hebrew University e di altri atenei. Inoltre è giudice rabbino (dayyan) presso il Beth Din of America e consulente di diritto assicurativo e diritto ebraico presso i tribunali federali (Chaim Saiman, VILLANOVA UNIVERSITY, villanova.edu).
Saiman ricorda come la questione della responsabilità del processo e della morte di Gesù abbia avuto una storia lunga e complessa, con risposte fornite sia dagli scritti cristiani che dalla tradizione talmudica.
Mentre i quattro racconti del Nuovo Testamento concordano sul fatto che il governatore romano Ponzio Pilato abbia eseguito la crocifissione, essi differiscono sul grado di responsabilità attribuito alla folla ebraica, al sommo sacerdote, ai sadducei o all’alto tribunale ebraico.
In Matteo 27 Pilato viene descritto mentre cerca disperatamente di evitare la condanna a morte finché, minacciato da una rivolta, si lava le mani e dice alla folla radunata: “Io sono innocente del sangue di quest’uomo; pensateci voi”. E la folla risponde: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”.
A partire da Melitone di Sardi nel II secolo e su su fino al Medioevo questo testo di Matteo venne citato a sostegno dell’accusa di deicidio e della responsabilità collettiva del popolo ebraico.
Tutto cambia radicalmente, rimarca Saiman, a partire dalla seconda metà del XX secolo, quando sia i cattolici che i protestanti iniziano a ripudiare esplicitamente le teologie tradizionali che attribuivano la responsabilità della morte di Gesù all’intera comunità ebraica.
Il documento fondamentale è la dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II, secondo il quale l’esecuzione di Gesù non può essere imputata indistintamente agli ebrei nella loro totalità, né a quelli di allora, né a quelli di oggi, ed inoltre gli ebrei non possono essere presentati come rigettati e maledetti da Dio.
Il nuovo catechismo della Chiesa cattolica sostiene addirittura che la maggiore responsabilità per i tormenti inflitti a Gesù debba essere attribuita agli stessi cristiani.
Le Linee guida per le relazioni luterano-ebraiche della Chiesa evangelica luterana d’America affermano parimenti che la morte di Gesù non dovrebbe essere attribuita all’ebraismo o al popolo ebraico, tesi fatta sua anche dalla Chiesa metodista.
Ma, aggiunge Saiman, sul versante ebraico «si è verificato uno sviluppo completamente diverso. Ciò è dovuto alla riscoperta di numerosi testi che erano stati censurati o preventivamente soppressi lungo i secoli di dominio cristiano. Di particolare rilevanza sono diverse fonti talmudiche che analizzano le azioni del Sinedrio durante il processo di Gesù dal punto di vista della legge rabbinica».
È vero che, dal punto di vista storico, gli studiosi dubitano seriamente che nella Palestina romana il Sinedrio avesse l’autorità di occuparsi di procedure penali e di giustiziare qualcuno (e questo è il punto di vista di Benedetto XVI nell’enciclica “Gesù di Nazareth”), ma, precisa giustamente Saiman, il Talmud non è un’opera di storia, ma un’opera incentrata sul diritto che presenta rielaborazioni didattiche di eventi passati con scarsa attenzione all’accuratezza storica, come dimostrano numerosi esempi.
Il testo talmudico in cui si fa menzione del processo e della condanna di Gesù, scrive Saiman, «va letto allo stesso modo».
È una «rievocazione fantasiosa» che non narra la storia, ma utilizza i dettagli della Halakhah (o Halacha o altre traslitterazioni = normativa rabbinica) per «offrire un messaggio agli ebrei in un mondo che li accusava costantemente della morte di Gesù».
Il testo non si trova in nessuna delle edizioni standard a stampa del Talmud, essendo stato censurato dalla Chiesa o autocensurato dagli stampatori ebrei, ma è stato ricostruito nella sua completezza sulla base dei manoscritti medievali che ci sono pervenuti.
Dal momento che in alcuni manoscritti figura Gesù di Nazareth e in altri semplicemente Gesù, nel corso degli anni si è acceso un dibattito fra gli studiosi ebrei circa l’autenticità di questo e di altri testi nei quali si fa menzione di Gesù: si riferiscono a Gesù o ad un’altra persona omonima vissuta un secolo prima?
(Come oggi ammettono tranquillamente gli esegeti giudei poco propensi agli espedienti del mipnei darkhei shalom (= a causa delle vie della pace) il Gesù menzionato nel Talmud è esattamente il Gesù Nazareno dei cristiani).
Il testo talmudico in questione menzionato da Saiman è il seguente:
«La vigilia di Pasqua Gesù fu impiccato Yeshu [ha-Notzri] (Gesù [il Nazareno]). Per quaranta giorni l’araldo uscì e gridò: Egli esce per essere lapidato, perché ha praticato la magìa, ha istigato Israele [all’idolatria] e lo ha traviato. Chi ha da dire qualcosa a sua discolpa, venga e parli. Ma nulla fu portato a sua discolpa, e così fu impiccato la vigilia di Pasqua» (Sanhedrin 43a).
Il testo prosegue con l’obiezione di un rabbino, il quale solleva la questione se per uno come Gesù ci si poteva aspettare una discolpa, in quanto egli era un mesith (= istigatore all’idolatria e all’apostasia), e il Misericordioso ha detto che non bisogna avere misericordia. Ma il Talmud replica che con Gesù le cose stavano diversamente, in quanto lui era vicino al governo romano.
«Il racconto talmudico di Gesù – scrive Saiman – si contrappone alla versione del Nuovo Testamento in due modi. In primo luogo, il Talmud presuppone che il Sinedrio abbia processato e condannato legalmente Gesù per stregoneria e per aver istigato Israele ad abbracciare un culto straniero, reati punibili con la pena capitale. Ciò significa che, secondo il Talmud, Gesù morì a causa dei propri peccati, e non dei peccati di altri. In secondo luogo, il testo non menziona né il sommo sacerdote, né i sadducei, né Pilato, né i Romani, sebbene un indizio del tentativo da parte di Pilato di risparmiare Gesù possa o meno risiedere nell’affermazione che il Sinedrio prese ulteriori precauzioni perché l’accusato era “vicino al governo”».
Saiman rimarca alcune possibili incongruenze.
Nel sistema della Mishnah i crimini di cui Gesù è accusato (stregoneria e istigazione all’idolatria) non sono punibili con l’impiccagione, bensì con la lapidazione. Ma nella stessa Mishnah altrove viene descritta una procedura in base alla quale, dopo la morte per lapidazione, il corpo viene appeso (forse crocifisso?) per un breve istante prima di essere rimosso.
Un’altra incongruenza potrebbe riguardare il fatto se sia effettivamente avvenuta o no una condanna a morte, in quanto generalmente le condanne a morte da parte del Sinedrio erano estremamente rare.
Ma Saiman sottolinea che nel caso del mesith, di colui che induce altri a praticare l’idolatria (cioè la violazione più grave della Torah), la legge era particolarmente severa, e la condanna a morte era una possibilità concretissima.
«Poiché il Talmud considera Gesù un mesith, le norme tecniche che normalmente limitano la pena di morte vengono sospese».
Ma vi è di più.
In generale, ogni volta che il Talmud tratta di un’esecuzione ordinata dal Sinedrio altri rabbini mettono in discussione il verdetto per il fatto che magari non è stato rispettato uno dei numerosi ostacoli procedurali previsti dal Talmud per l’esecuzione della sentenza.
Ora, nel processo di Gesù accade il contrario.
Il Talmud afferma che gli fu garantito non solo un giusto processo, ma un processo più rigoroso di quello previsto dalla legge.
«Pertanto, non solo il Talmud sostiene che il Sinedrio giustiziò Gesù, ma questo caso sembra essere l’unico documentato condotto secondo le formalità legali del Sinedrio».
Saiman si chiede dove vada a parare tutto ciò.
«Non si ripeterà mai abbastanza che la trattazione del processo di Gesù non è intrapresa nel nome dell’accuratezza storica. Piuttosto, il Talmud appare impegnato in un atto di riappropriazione culturale: si tratta di un processo mediante il quale un gruppo rivendica termini o figure retoriche precedentemente usati per denigrare quello stesso gruppo. Pertanto, pienamente consapevole che gli ebrei venivano incolpati di questo evento, il Talmud offrì loro un modo per trarne un significato».
Tutto ciò, conclude Saiman, ha portato ad un singolare paradosso riguardo alle relazioni ebraico-cristiane.
Da un lato ci sono i cristiani che minimizzano il ruolo degli ebrei nella morte di Gesù.
Dall’altro ci sono gli ebrei che nelle più recenti edizioni del Talmud (sebbene Artscroll non lo abbia fatto) hanno introdotto nuovamente i testi che evidenziano il ruolo primario del Sinedrio.
Ma per Saiman, bontà sua, questo ribaltamento dei ruoli fra la visione cristiana ed ebraica dell’esecuzione di Gesù «è senza dubbio un bene incondizionato».
Ebrei e cristiani a suo parere dovrebbero ringraziare Dio di vivere in un clima religioso e sociale «in cui ogni tradizione può ritornare alle sue proprie fonti canoniche e in cui persino una questione delicata come questa può essere discussa senza ritorsioni».
Capito i nostri bravi “dialoganti” ebrei?
I cristiani, nelle loro varie sfumature, debbono ripudiare le teologie tradizionali ed assolvere gli ebrei da ogni colpa riguardo al processo e alla morte di Gesù, mentre loro debbono rimanere fedeli alle proprie fonti talmudiche che ingiuriano e bestemmiano Gesù e la fede cristiana.
Naturalmente «senza ritorsioni»!
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