
COME FRANKLIN ROOSEVELT TRASCINÒ L’AMERICA IN GUERRA CON L’INGANNO
Di William Henry Chamberlin, 1953
Secondo le sue stesse dichiarazioni ufficiali, ripetute in molte occasioni – e con particolare enfasi quando era in gioco l’elezione presidenziale del 1940 – la politica di Franklin D. Roosevelt dopo lo scoppio della guerra in Europa nel 1939 fu dominata da un pensiero fondamentale: come mantenere gli Stati Uniti in pace. Una delle prime iniziative del Presidente, dopo l’inizio delle ostilità, fu quella di convocare il Congresso in sessione straordinaria e chiedere l’abrogazione dell’embargo sulla vendita di armi alle potenze belligeranti, misura che rientrava nella vigente legislazione sulla neutralità. Egli fondò il suo appello sulla tesi che tale mossa avrebbe contribuito a preservare la pace degli Stati Uniti. Le sue parole al riguardo furono:
«Nessun gruppo si attribuisca l’esclusiva etichetta di “blocco della pace”. Vi apparteniamo tutti… Vi esprimo la mia profonda e incrollabile convinzione, maturata in anni di impegno a favore della pace internazionale, che con l’abrogazione dell’embargo gli Stati Uniti abbiano maggiori probabilità di preservare la pace rispetto a quanto accadrebbe se la legge rimanesse invariata… Le nostre azioni devono essere guidate da un unico pensiero concreto: tenere l’America fuori dalla guerra».
Questa dichiarazione fu rilasciata dopo che il Presidente aveva avviato una corrispondenza segreta con Winston Churchill, Primo Lord dell’Ammiragliato e successivamente Primo Ministro del governo britannico. Quanto è emerso di tale corrispondenza, anche nelle memorie dello stesso Churchill, suscita notevoli dubbi sul fatto che il suo scopo principale fosse quello di tenere l’America fuori dalla guerra.
Roosevelt mantenne l’atteggiamento di convinto paladino della pace anche dopo la caduta della Francia, quando la Gran Bretagna si trovava impegnata in una guerra che, dati i rapporti di forza in termini di risorse umane e industriali, non poteva sperare di vincere senza il coinvolgimento di altre grandi potenze, come gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Le promesse del Presidente di perseguire una politica volta a mantenere gli Stati Uniti in pace raggiunsero un crescendo concitato negli ultimi giorni della campagna elettorale del 1940.
Il 30 ottobre, a Boston, Roosevelt dichiarò: «L’ho già detto, ma lo ripeterò ancora, ancora e ancora: i vostri ragazzi non saranno mandati a combattere in guerre straniere».
Lo stesso concetto fu espresso in un discorso a Brooklyn il 1° novembre: «Mi batto per tenere il nostro popolo lontano dalle guerre straniere. E continuerò a battermi».
Il Presidente dichiarò al pubblico di Rochester, nello Stato di New York, il 2 novembre: «Il vostro governo nazionale… è parimenti un governo di pace: un governo che intende preservare la pace per il popolo americano».
Lo stesso giorno, agli elettori di Buffalo fu assicurato: «Il vostro Presidente afferma che questo Paese non andrà in guerra».
E il 3 novembre, a Cleveland, dichiarò: «Il primo obiettivo della nostra politica estera è tenere il nostro Paese fuori dalla guerra».
Tanto per le parole del Presidente. Ma che dire delle sue azioni? Il coinvolgimento americano nella guerra contro la Germania fu preceduto da una lunga serie di passi, nessuno dei quali poteva ragionevolmente essere considerato funzionale al raggiungimento dell’ideale dichiarato dal Presidente: mantenere gli Stati Uniti al di fuori dei conflitti esteri. I più significativi tra questi passi possono essere brevemente elencati come segue:
- Lo scambio di cacciatorpediniere americani con basi britanniche nei Caraibi e a Terranova, avvenuto nel settembre del 1940. Si trattò di un netto discostamento dagli obblighi di neutralità e, al contempo, di una violazione di specifiche leggi statunitensi. Infatti, una riunione dei massimi consulenti legali del governo dell’epoca stabilì che l’accordo sui cacciatorpediniere coinvolgeva il Paese nella guerra, sia sul piano giuridico che su quello morale.
- L’approvazione del Lend-Lease Act nel marzo 1941. In totale contraddizione con la lettera e lo spirito del Neutrality Act – che rimaneva in vigore – tale provvedimento rese gli Stati Uniti un partner illimitato nella guerra economica contro le potenze dell’Asse su scala mondiale.
- I colloqui segreti tra gli stati maggiori americano e britannico svoltisi a Washington tra il gennaio e il marzo del 1941. Fu posta una cura estrema nel celare al Congresso non solo il contenuto di tali colloqui, ma persino il fatto stesso che si stessero svolgendo. Mentre i portavoce dell’amministrazione assicuravano che la legge “Lend-Lease” non comportava implicazioni belliche, quella conferenza tra gli stati maggiori utilizzò l’espressione rivelatrice: “quando gli Stati Uniti saranno coinvolti in guerra contro la Germania”.
- L’avvio, nell’aprile del 1941, delle cosiddette pattuglie navali nell’Atlantico, il cui scopo era segnalare la presenza di sommergibili tedeschi alle navi da guerra britanniche.
- L’invio di lavoratori americani nell’Irlanda del Nord per costruire una base navale, ovviamente tenendo conto delle esigenze di una forza di spedizione americana.
- L’occupazione dell’Islanda da parte delle truppe americane nel luglio del 1941. Si trattava di una mossa che si spingeva piuttosto lontano per un governo che dichiarava di considerare come obiettivo primario quello di tenere gli Stati Uniti fuori dai conflitti esteri.
- La Conferenza dell’Atlantico tra Roosevelt e Churchill, svoltasi dal 9 al 12 agosto 1941. Oltre a impegnare l’America come partner in una sorta di dichiarazione degli obiettivi di guerra, tale conferenza prese in esame l’ipotesi di presentare un ultimatum al Giappone e di far occupare dalle truppe statunitensi le isole di Capo Verde, un possedimento portoghese.
- Gli ordini impartiti alle navi da guerra americane di aprire il fuoco a vista contro i sottomarini tedeschi furono annunciati ufficialmente l’11 settembre. È a questo momento, piuttosto che alla dichiarazione di guerra tedesca seguita a Pearl Harbor, che si può far risalire l’inizio delle ostilità vere e proprie.
- L’autorizzazione all’armamento delle navi mercantili e al loro invio in zone di guerra nel novembre del 1941.
- Il congelamento dei beni giapponesi negli Stati Uniti, avvenuto il 25 luglio 1941. Tale misura – seguita da analoghe iniziative da parte della Gran Bretagna e delle Indie orientali olandesi – si tradusse in un blocco commerciale ai danni del Giappone. Le implicazioni belliche di questa decisione erano state riconosciute dallo stesso Roosevelt poco prima che venisse adottata. Rivolgendosi a una delegazione e spiegando perché le esportazioni di petrolio verso il Giappone non fossero state interrotte in precedenza, egli affermò: «Era fondamentale, dal nostro stesso punto di vista egoistico legato alla difesa, impedire che scoppiasse una guerra nel Pacifico meridionale. La nostra politica estera cercava dunque di evitare lo scoppio di un conflitto in quell’area… Se avessimo tagliato le forniture di petrolio, loro [i giapponesi] si sarebbero probabilmente diretti verso le Indie orientali olandesi già un anno prima, e saremmo finiti in guerra».
- Quando il Primo Ministro giapponese, il principe Fumimaro Konoye, chiese un incontro personale con Roosevelt per discutere una soluzione amichevole nel Pacifico, tale richiesta fu respinta, nonostante le forti raccomandazioni favorevoli dell’ambasciatore americano in Giappone, Joseph C. Grew.
- L’ultimo passo verso la guerra nel Pacifico fu la nota inviata dal Segretario di Stato Hull al governo giapponese il 26 novembre. Prima di trasmettere tale comunicazione, Hull aveva valutato di proporre una formula di compromesso che avrebbe allentato il blocco imposto al Giappone in cambio del ritiro giapponese dall’Indocina meridionale e di una limitazione delle forze nipponiche nell’Indocina settentrionale.
- Tuttavia, Hull abbandonò tale idea sotto la pressione di fonti britanniche e cinesi. Il 26 novembre inviò un vero e proprio ultimatum, con il quale esigeva il ritiro incondizionato del Giappone dalla Cina e dall’Indocina e insisteva affinché non venisse concesso «alcun sostegno a un governo in Cina diverso dal governo nazionale [di Chiang Kai-shek]». Hull riconobbe che quella nota aveva sottratto le relazioni nippo-americane alla sfera della diplomazia per affidarle alle autorità militari.
- La risposta negativa del Giappone a tale nota fu consegnata quasi simultaneamente all’attacco a Pearl Harbor. Si verificò una strana e tuttora inspiegata mancanza di preparazione di fronte a tale attacco: non si fornì infatti al generale Short e all’ammiraglio Kimmel — i comandanti presenti sul posto — un quadro chiaro dell’imminente pericolo. Secondo quanto illustrato dal Segretario alla Guerra Stimson, la strategia americana mirava a indurre i giapponesi a sparare il primo colpo; è possibile che si temesse che misure palesemente precauzionali e difensive da parte di Kimmel e Short avrebbero potuto scoraggiare l’attacco imminente della forza navale giapponese, la quale, com’era noto, stava dirigendosi verso un qualche avamposto americano.
Ecco la cronaca dei fatti riguardanti le parole e le azioni del presidente. Nessun convinto sostenitore del non interventismo americano nei conflitti al di fuori di questo emisfero avrebbe potuto fare al popolo americano promesse più precise di quelle avanzate da Roosevelt durante la campagna elettorale del 1940. Ed è difficile immaginare come un qualsiasi presidente, dati i vincoli costituzionali della carica, avrebbe potuto fare di più per trascinare gli Stati Uniti in guerra contro la Germania e il Giappone di quanto non abbia fatto Roosevelt nei quindici mesi intercorsi tra l’accordo “cacciatorpediniere in cambio di basi” e l’attacco a Pearl Harbor.
L’ex deputata Clare Boothe Luce trovò l’espressione giusta quando accusò Roosevelt di averci trascinati in guerra con l’inganno. Persino un sostenitore delle politiche di Roosevelt, il professor Thomas A. Bailey, nel suo libro “The Man in the Street”, riconosce la fondatezza dell’accusa di inganno, ma cerca di giustificarla sulla base delle seguenti motivazioni:
«Franklin Roosevelt ingannò ripetutamente il popolo americano nel periodo precedente Pearl Harbor… Agiva come il medico costretto a mentire al paziente per il suo stesso bene… Il Paese era in stragrande maggioranza contrario all’intervento fino al giorno stesso di Pearl Harbor; un tentativo palese di trascinare la popolazione in guerra avrebbe portato a un fallimento certo e alla quasi sicura estromissione di Roosevelt nel 1940, con la totale sconfitta dei suoi obiettivi ultimi».
Il professor Bailey prosegue la sua opera di difesa con la seguente argomentazione, che lascia ben poco della concezione storica americana di un governo responsabile di fronte al popolo e moralmente tenuto a rispettarne la volontà:
«Un presidente che non può confidare la verità al popolo tradisce una certa mancanza di fiducia nei principi fondamentali della democrazia. Tuttavia, poiché le masse sono notoriamente miopi e in genere non scorgono il pericolo finché non ce l’hanno alla gola, i nostri statisti sono costretti a ingannarle per renderle consapevoli dei propri interessi a lungo termine. È chiaramente ciò che Roosevelt dovette fare, e chi potrà dire che i posteri non gliene saranno grati?».
Le promesse presidenziali di «tenere il nostro Paese fuori dalla guerra» – di cui Roosevelt fu così prodigo nell’estate e nell’autunno del 1940 – potevano ragionevolmente considerarsi annullate da nuovi sviluppi della situazione internazionale che comportassero una minaccia reale e urgente per la sicurezza degli Stati Uniti e dell’emisfero occidentale.
Tuttavia, non vi fu alcun nuovo sviluppo tale da giustificare le mosse di Roosevelt verso la guerra nel 1941. Le Isole Britanniche non subirono un’invasione nel 1940, all’apice dei successi militari di Hitler sul continente; nel 1941, la loro difesa contro un’eventuale invasione era ben più solida. Si confrontino le fosche previsioni dei segretari Stimson e Knox e del generale Marshall — i quali paventavano un’imminente invasione della Gran Bretagna nei primi mesi del 1941 — con la testimonianza di Winston Churchill, riportata nelle sue memorie: «Nell’aprile del 1941 non consideravo l’invasione un pericolo concreto, poiché erano stati presi adeguati provvedimenti per contrastarla».
Del resto, all’epoca sia il governo americano che quello britannico sapevano che Hitler stava valutando l’ipotesi di un attacco imminente all’Unione Sovietica. Un simile attacco avrebbe inevitabilmente assorbito la stragrande maggioranza delle risorse militari della Germania.
È alla luce di questo contesto che occorre valutare la sincerità e il realismo del discorso allarmistico pronunciato da Roosevelt il 27 maggio 1941, in cui egli affermava: «La guerra si sta avvicinando alla soglia stessa dell’emisfero occidentale. Si sta facendo molto vicina a casa nostra». Il Presidente parlò del «piano di conquista del mondo» dei nazisti e dichiarò che esisteva un progetto nazista per trattare i paesi dell’America Latina come erano stati trattati i Balcani; a quel punto, il Canada e gli Stati Uniti sarebbero stati strangolati.
Non è mai emersa alcuna prova concreta a sostegno di queste affermazioni sensazionalistiche, nemmeno quando gli archivi del governo nazista furono messi a disposizione delle potenze vincitrici. Nel 1941, la minaccia alla sicurezza della Gran Bretagna era meno grave rispetto al 1940. Non vi è alcuna prova tangibile di un’intenzione nazista di invadere l’emisfero americano in nessuno dei due anni, né in alcun periodo prevedibile.
Si giunge, pertanto, all’inevitabile conclusione che le promesse di “tenere l’America fuori dalle guerre straniere” fossero un inganno deliberato ai danni del popolo americano, orchestrato allo scopo di garantire la rielezione di Roosevelt e consentirgli così di portare avanti il suo piano per trascinare gradualmente gli Stati Uniti in guerra.
Tratto da The Journal of Historical Review, novembre-dicembre 1994 (Vol. 14, n. 6), pp. 19-21. Questo testo è tratto dall’antologia curata da Harry Elmer Barnes, Perpetual War for Perpetual Peace (1953), capitolo 8, pp. 485-491.
Sull’autore:
William Henry Chamberlin (1897-1969) è stato uno storico e giornalista statunitense. È stato corrispondente da Mosca per il *Christian Science Monitor* tra il 1922 e il 1934 e corrispondente dall’Estremo Oriente per la stessa testata tra il 1939 e il 1940. Ha pubblicato importanti reportage e articoli su autorevoli quotidiani e periodici americani e, per un certo periodo, ha curato una rubrica fissa per il *Wall Street Journal*. Tra le sue opere figurano *Soviet Russia* (1930), *Russia’s Iron Age* (1934), *The Russian Revolution, 1917-1921* (in due volumi; 1935), *Japan Over Asia* (1939), *The European Cockpit* (1947) e *America’s Second Crusade* (1950).
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