Mark Weber: Collusione: Franklin Roosevelt, l’intelligence britannica e la campagna segreta per spingere gli Stati Uniti in guerra

COLLUSIONE: FRANKLIN ROOSEVELT, L’INTELLIGENCE BRITANNICA E LA CAMPAGNA SEGRETA PER SPINGERE GLI STATI UNITI IN GUERRA

Di Mark Weber, febbraio 2020

Di recente si è parlato molto di presunte collaborazioni segrete e illegali tra personalità americane di spicco e governi stranieri. La collusione è considerata un atto talmente nefasto e ignobile che qualsiasi funzionario che collabori in modo subdolo con una potenza straniera viene ritenuto inadatto a ricoprire cariche pubbliche. In particolare, politici e commentatori dei media sostengono che la collaborazione occulta di Donald Trump con il governo dell’Ucraina o della Russia lo renda inadatto a ricoprire la carica di Presidente.

Per quanto fondate possano essere tali accuse, la collusione segreta e illegale di un leader americano con una potenza straniera, volta a sovvertire il processo politico statunitense, non è una novità. Il caso più eclatante e di maggior portata vide protagonista il presidente Franklin Roosevelt tra il 1940 e il 1941.

Il terreno per tutto ciò era stato preparato alcuni mesi prima. Nel settembre del 1939, la Germania e, successivamente, la Russia sovietica attaccarono la Polonia. Due giorni dopo l’offensiva tedesca, Gran Bretagna e Francia dichiararono guerra alla Germania.

Dopo la sconfitta della Polonia, avvenuta in appena cinque settimane di combattimenti, il leader tedesco propose la pace a Gran Bretagna e Francia. L’appello di Hitler fu respinto. Una volta chiarita la determinazione di britannici e francesi a proseguire il conflitto, nel maggio del 1940 la Germania sferrò un attacco a Occidente. I vertici militari e politici di Gran Bretagna e Francia erano certi che le proprie forze avrebbero avuto la meglio; d’altronde, quei due paesi disponevano di un numero maggiore di soldati, pezzi d’artiglieria, carri armati e veicoli corazzati, nonché di una flotta navale ben più imponente e numerosa rispetto a quella tedesca. Ciononostante, in sole sei settimane le forze tedesche piegarono la Francia e costrinsero i britannici a ripiegare verso la loro nazione insulare[1].

Hitler lanciò quindi l’ennesima iniziativa di pace. In un drammatico appello del 19 luglio 1940 per la fine del conflitto, sottolineò che la sua proposta non ledeva in alcun modo gli interessi vitali britannici né offendeva l’onore della Gran Bretagna. Anche questa offerta fu respinta e il Primo Ministro Winston Churchill dichiarò di voler proseguire la guerra[2].

In privato, tuttavia, lui e tutti gli altri alti funzionari britannici sapevano che le risorse del loro Paese erano irrimediabilmente inferiori a quelle della Germania e dei suoi alleati, e che l’unica speranza di “vittoria” per la Gran Bretagna richiedeva di coinvolgere in qualche modo gli Stati Uniti nel conflitto. In un colloquio a quattr’occhi avvenuto in quel periodo, Randolph Churchill chiese esplicitamente al padre in che modo la Gran Bretagna avrebbe mai potuto sconfiggere la Germania. “Con grande intensità”, avrebbe poi ricordato, Winston Churchill rispose: “Trascinerò dentro gli Stati Uniti”[3].

A partire dalla metà del 1940, coinvolgere gli Stati Uniti nel conflitto divenne un obiettivo prioritario del governo britannico. Il problema principale, tuttavia, era che la stragrande maggioranza degli americani voleva mantenere il Paese neutrale ed evitare qualsiasi coinvolgimento diretto nella guerra in Europa. Milioni di persone ricordavano con amarezza l’inganno attraverso il quale gli Stati Uniti erano entrati nel conflitto mondiale del 1914-1918, nonché il tradimento delle solenni promesse – dai toni nobili – fatte in quegli anni dal presidente americano Wilson e dai leader di Gran Bretagna e Francia.

Roosevelt sostenne segretamente gli sforzi di Churchill. Già prima dello scoppio della guerra nel settembre 1939, il Presidente operava dietro le quinte per incoraggiare la Gran Bretagna a entrare in guerra contro la Germania, con l’obiettivo di un “cambio di regime” in quel Paese[4].   I giornali, le riviste e i commentatori radiofonici più influenti d’America condividevano l’atteggiamento ostile di Roosevelt verso la Germania di Hitler e ne appoggiavano la campagna bellica diffondendo notizie volte a convincere l’opinione pubblica che la Germania rappresentasse un grave pericolo. Ancora prima dello scoppio del conflitto in Europa, ad esempio, il settimanale illustrato più influente del Paese, la rivista “Life”, pubblicò un importante articolo dal titolo “L’America si prepara a combattere contro Germania, Italia e Giappone”. Ai lettori veniva detto che Germania e Italia “ambivano… alle ricche risorse del Sud America” ​​e venivano avvertiti del fatto che “le flotte e le legioni fasciste avrebbero potuto riversarsi attraverso l’Atlantico”[5].

Nei mesi precedenti il ​​dicembre 1941 – quando gli Stati Uniti entrarono formalmente in guerra in seguito all’attacco giapponese a Pearl Harbor – il presidente Roosevelt fece tutto il possibile per coinvolgere l’America nel conflitto mondiale senza tuttavia dichiarare guerra. Agì con cautela e astuzia, poiché le sue iniziative erano spesso contrarie alla legge statunitense e prive di un mandato del Congresso o di una base costituzionale. Roosevelt dimostrò inoltre un disprezzo sempre più sfacciato per il diritto internazionale e per lo status giuridico dell’America quale paese neutrale. Nell’ambito della sua campagna, cercò di convincere l’opinione pubblica che la Germania di Hitler rappresentasse una minaccia per gli Stati Uniti.

«I padroni nazisti della Germania», annunciò in un discorso radiofonico del dicembre 1940, «hanno chiarito di voler non solo dominare ogni aspetto della vita e del pensiero nel proprio Paese, ma anche ridurre in schiavitù l’intera Europa e utilizzare poi le risorse europee per dominare il resto del mondo…» Nell’agosto del 1941, il Presidente incontrò il Primo Ministro britannico Churchill per impegnare gli Stati Uniti a sostenere la guerra contro la Germania. I due leader rilasciarono una dichiarazione congiunta, la «Carta Atlantica», che delineava gli ambiziosi e nobili obiettivi bellici dei due Paesi[6].

Due settimane più tardi, in un discorso trasmesso a livello nazionale, Roosevelt dichiarò agli americani che «… i nostri diritti fondamentali – compresi i diritti dei lavoratori – sono minacciati dal violento tentativo di Hitler di dominare il mondo» e promise che «faremo tutto ciò che è in nostro potere per annientare Hitler e le sue forze naziste»[7]. In un altro discorso radiofonico, l’11 settembre, il Presidente annunciò l’ordine impartito alle navi da guerra statunitensi di «fare fuoco a vista» contro le imbarcazioni tedesche e italiane in alto mare.

Roosevelt e Churchill durante il loro storico incontro per la “Carta Atlantica” al largo delle coste di Terranova, nell’agosto del 1941.

Nonostante queste e altre misure ostili, i vertici tedeschi cercarono con ogni mezzo di evitare un conflitto con gli Stati Uniti. Hitler ordinò ai sommergibili tedeschi di evitare qualsiasi scontro con le forze americane e di ricorrere alle armi solo per legittima difesa e come estrema ratio. Le azioni statunitensi contro la Germania e i suoi alleati erano talmente bellicose, e così palese il disprezzo degli USA per lo status di neutralità ufficiale del Paese, che l’ammiraglio Harold Stark, Capo delle operazioni navali statunitensi, avvertì il Segretario di Stato che Hitler «avrebbe tutte le scuse del mondo per dichiararci guerra proprio ora, se solo lo volesse»[8].

Nell’ambito degli sforzi di Churchill per coinvolgere gli Stati Uniti nel conflitto, nel 1940 il suo governo istituì un organismo noto come British Security Coordination (BSC), incaricato di gestire le operazioni nel Nord e nel Sud America dei principali servizi di intelligence britannici, tra cui l’MI5, l’MI6, lo Special Operations Executive e il Political Warfare Executive.

Le operazioni del BSC erano guidate da William Stephenson. Canadese di nascita, si era distinto come aviatore nelle forze britanniche durante la Prima Guerra Mondiale, per poi affermarsi come imprenditore di grande successo in Inghilterra. Dalle sue sedi centrali, dislocate su due piani del Rockefeller Center sulla Fifth Avenue a New York, il BSC – al culmine della sua attività – coordinava il lavoro di oltre duemila tra dipendenti a tempo pieno e parziale, agenti e operatori. Tra questi figuravano linguisti, esperti di cifratura e crittografia, agenti di intelligence, specialisti di propaganda, professionisti del mondo degli affari e della finanza, nonché operatori in svariati altri settori. Quasi un migliaio di persone operava a New York, mentre un numero ancora maggiore lavorava a Washington D.C., Los Angeles, San Francisco e Seattle, oltre che in Canada, a Città del Messico, a L’Avana e in altri centri dell’America Latina. «La portata e l’audacia» delle attività di intelligence britannica negli Stati Uniti tra il giugno 1940 e il dicembre 1941 — conclude uno storico — «non avevano eguali nella storia delle relazioni tra democrazie alleate»[9].

William Stephenson

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, Stephenson dispose la stesura di una storia ufficiale della British Security Coordination, basata sui suoi voluminosi archivi e documenti. Di quest’opera segreta e a diffusione estremamente limitata vennero prodotte appena venti copie; successivamente, l’intero archivio di documenti e carte della BSC fu raccolto e bruciato[10].

Negli anni seguenti, alcune informazioni sulle attività del BSC divennero di dominio pubblico grazie ad alcuni libri di grande diffusione. Tuttavia, fu solo nel 1999 – a oltre mezzo secolo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale – che il testo integrale venne finalmente pubblicato. Questa importante fonte primaria, intitolata British Security Coordination: The Secret History of British Intelligence in the Americas, 1940-1945, fa luce sulla documentazione, rimasta a lungo celata, relativa alla collusione tra la Casa Bianca di Roosevelt e un governo straniero.

Poco dopo l’arrivo di William Stephenson negli Stati Uniti per iniziare il suo lavoro, il Primo Ministro Churchill informò il Presidente Roosevelt dell’incarico affidato a Stephenson. Dopo un briefing sulle operazioni pianificate dal BSC, Roosevelt dichiarò: “Dovrebbe esserci la più stretta collaborazione possibile tra l’FBI e l’intelligence britannica”. Il Presidente espresse il proprio punto di vista in merito anche all’ambasciatore britannico a Washington[11]. Roosevelt dispose che l’agenzia di Stephenson collaborasse strettamente con William Donovan, un collaboratore di massima fiducia del Presidente che avrebbe poi fondato e diretto, durante la guerra, l’Office of Strategic Services (OSS) – divenuto nel dopoguerra la CIA, ovvero la Central Intelligence Agency.

William Donovan

Come riconosce la storia ufficiale del BSC, le operazioni del BSC «non avrebbero potuto affatto prendere avvio senza l’approvazione americana ai massimi livelli». La storia ufficiale prosegue: «Il culmine di tale offensiva fu raggiunto circa sei mesi prima di Pearl Harbor, quando il BSC ottenne – attraverso la creazione dell’organizzazione che in seguito avrebbe assunto il nome di Office of Strategic Services – la garanzia di una piena partecipazione e collaborazione americana con i britannici in attività segrete dirette contro il nemico in tutto il mondo»[12].

Inoltre, «poiché la causa dell’intervento americano trovava il suo simbolo nella lungimiranza e nella determinazione del Presidente in persona, lo scopo ultimo di tutta la guerra politica del BSC era sostenere la campagna di Roosevelt a favore del riarmo. Non si trattava di un concetto astratto: WS [William Stephenson] manteneva infatti stretti contatti con la Casa Bianca e, col passare del tempo, il Presidente diede chiari segnali del suo interesse personale, sia nell’incoraggiare le attività del BSC sia nello sfruttarle a proprio vantaggio»[13].

Tale collaborazione del Presidente e di altri alti funzionari statunitensi con l’intelligence britannica – così come con l’FBI, la principale agenzia federale statunitense preposta alla sicurezza interna e alle attività di polizia – era palesemente illegale. Una simile collusione da parte degli Stati Uniti – formalmente neutrali – volta a favorire gli obiettivi bellici di un governo straniero violava sia la legge statunitense sia le norme internazionali universalmente riconosciute. Di conseguenza, la Casa Bianca mantenne segreta questa collaborazione, celandola persino al Dipartimento di Stato.

Per inciso, la storia ufficiale del BSC riconosce il ruolo di Donovan in un capitolo poco noto ma importante della storia della Seconda Guerra Mondiale. Il 25 marzo 1941, la Jugoslavia aderì all’alleanza dell’Asse con la Germania, l’Italia e altri paesi europei. Due giorni dopo, un gruppo di ufficiali serbi guidati dal generale Dusan Simovic attuò un colpo di stato a Belgrado, la capitale jugoslava, rovesciando violentemente il governo legittimo del paese. Dieci giorni più tardi, il nuovo regime firmò un trattato di amicizia con l’Unione Sovietica.

Come avvenne questo improvviso “cambio di regime”? Otto settimane prima, nel corso di una visita a Belgrado nel gennaio 1941, William Donovan si trovava nella capitale jugoslava in qualità di inviato del presidente Roosevelt e del governo britannico. Durante un incontro e un colloquio decisivi con il generale Simović, egli gettò le basi per il “cambio di regime” che avrebbe portato al rovesciamento del governo del Paese. La storia ufficiale del BSC descrive così l’accaduto: “In Jugoslavia, Donovan spianò la strada al colpo di Stato che, all’ultimo momento, portò la Jugoslavia a opporre resistenza all’aggressione tedesca anziché piegarsi ad essa. Egli ebbe un colloquio con il generale Simović, il quale gli chiese se la Gran Bretagna avrebbe potuto resistere ai nazisti e se gli Stati Uniti sarebbero entrati in guerra… Donovan rispose affermativamente a entrambe le domande e, grazie alla sua opera di persuasione, Simović accettò di organizzare la rivoluzione che, pochi mesi più tardi, avrebbe rovesciato il governo filo-tedesco del principe Paolo”[14].

William Stephenson viene insignito della “Medal of Merit” statunitense per il suo servizio in tempo di guerra; l’onorificenza gli viene conferita da William Donovan nel corso di una cerimonia svoltasi nel 1946.

Uno dei compiti principali del BSC – come riporta la storia ufficiale – consisteva nell’“organizzare l’opinione pubblica americana a favore degli aiuti alla Gran Bretagna”. Nell’ambito di quella che il BSC definiva “guerra politica volta a influenzare l’opinione pubblica americana”, gli agenti dell’organizzazione “inserivano materiale specifico nella stampa statunitense”. Gli uomini di Stephenson si adoperavano attivamente per sollecitare, persuadere e orientare i media americani allo scopo di alimentare paura e odio verso la Germania e di favorire il sostegno dell’opinione pubblica alla campagna – sempre più palese – di Roosevelt per il supporto militare alla Gran Bretagna e, in seguito, alla Russia sovietica.

«Di particolare valore», si legge nella storia del BSC, fu la collaborazione dell’editore del New York Post, del direttore del quotidiano newyorkese PM, dell’editore del New York Herald Tribune, dell’editore del Baltimore Sun e del presidente del New York Times, oltre che degli editorialisti più influenti del Paese, tra cui Walter Lippmann, Drew Pearson e Walter Winchell. La sola rubrica di Pearson appariva su 616 testate, con un bacino complessivo di lettori superiore ai venti milioni. Nel suo impegno «per trascinare gli Stati Uniti nel conflitto armato, combattendo l’isolazionismo e promuovendo l’interventismo», il BSC «riuscì ad avviare un’attività di propaganda interna grazie a contatti riservati con testate selezionate – come il New York Times, il New York Herald Tribune, il New York Post e il Baltimore Sun –, con editorialisti e commentatori radiofonici, nonché con diverse organizzazioni politiche di pressione».

Il BSC collaborò strettamente con un servizio di informazione creato appositamente allo scopo. Istituita nel luglio del 1940, la “Overseas News Agency” era un’impresa apparentemente legittima e affidabile. In realtà — come osserva la storia del BSC — si trattava di “una filiale della Jewish Telegraphic Agency, di proprietà in parte del ricco ebreo newyorkese che controllava il New York Post, testata di orientamento progressista e ferocemente antinazista”.

Come prosegue la storia ufficiale: «Dopo una serie di trattative segrete, la BSC accettò di erogare alla ONA [Overseas News Agency] un sussidio mensile in cambio della promessa di collaborazione secondo modalità specifiche… Il suo valore… risiedeva nella capacità non solo di veicolare propaganda verso l’esterno, ma anche di garantire un’ampia diffusione di materiale prodotto dalla BSC e destinato al consumo interno. Nell’aprile del 1941, tra i clienti della ONA negli Stati Uniti figuravano già più di quarantacinque testate in lingua inglese, tra cui colossi del calibro del New York Times… Essa costituiva uno strumento utile per la rapida diffusione all’estero di propaganda sovversiva prodotta dalla BSC negli Stati Uniti»[15].

L’agenzia ONA, a gestione ebraica, divenne ben presto un importante diffusore di “fake news” nell’ambito della crescente campagna volta a infangare e screditare la Germania nazionalsocialista e a promuovere il sostegno dell’opinione pubblica all’intervento statunitense nella guerra contro la Germania e i suoi alleati. Come osservò uno storico: “Fin dall’inizio, per l’ONA attaccare la Germania nazista ebbe la priorità rispetto al rispetto della verità”. Gli articoli dell’ONA influenzarono milioni di americani, apparendo su importanti quotidiani quali il New York Times, il New York Herald Tribune, il San Francisco Chronicle, il Philadelphia Inquirer e il Washington Post[16].

Ecco alcuni esempi:

Nell’agosto del 1940, un rapporto dell’ONA citava anonime “fonti ceche qualificate” per informare gli americani che “ragazze e giovani donne cecoslovacche erano state trasferite dal Protettorato [ceco] verso città tedesche sede di guarnigione per diventare schiave bianche”. Il testo proseguiva informando i lettori che “i funzionari nazisti, nell’inviare verso il Reich questi convogli carichi di future schiave bianche, comunicavano a mariti e parenti che alle donne ‘sarebbe stato affidato l’importante compito di intrattenere i soldati tedeschi, al fine di sostenere il morale delle truppe'”[17].

Nel febbraio del 1941, i giornali americani pubblicarono un sensazionale rapporto dell’ONA secondo cui gli Stati Uniti erano minacciati da “bande fasciste” ad Haiti, paese caraibico divenuto un pericoloso focolaio di attività naziste. Si sosteneva che i tedeschi stessero preparando quel paese come base per attacchi contro la Florida, il Canale di Panama e Porto Rico[18]. Nel giugno del 1941, un rapporto dell’ONA apparso sui giornali di tutti gli Stati Uniti riferiva di un audace raid di paracadutisti britannici in Germania, conclusosi con la cattura di 40 piloti tedeschi. Questa e altre storie simili miravano a convincere gli americani che i britannici possedessero la competenza e la determinazione necessarie per sconfiggere la Germania e i suoi alleati. Tuttavia, quel raid non ebbe mai luogo. La notizia – una vera e propria “fake news” – fu ideata a Londra dall’MI6 e redatta da un agente britannico[19].

Nell’agosto del 1941, una notizia dell’ONA apparsa sul New York Post informava i lettori che «Hitler non si trova sul fronte russo, bensì a Berchtesgaden, vittima di un grave esaurimento nervoso». L’articolo sosteneva inoltre che il medico personale del leader tedesco si fosse recato di recente in Svizzera per consultarsi con il celebre psichiatra Carl Jung in merito al «rapido deterioramento delle condizioni mentali di Hitler», presumibilmente caratterizzate da accessi d’ira deliranti[20]. Nello stesso mese, il New York Times pubblicò un resoconto dell’Overseas News Agency secondo cui, in Medio Oriente, la recente morte di un indovino beduino di 130 anni era ampiamente considerata «un presagio dell’imminente sconfitta di Hitler»[21].

La BSC di Stephenson manipolò anche i sondaggi sull’opinione pubblica per dare l’impressione che gli americani fossero più propensi a unirsi alla Gran Bretagna e all’Unione Sovietica nella guerra contro la Germania di quanto non lo fossero realmente. Vennero occultati i sondaggi che evidenziavano il malcontento americano per le politiche britanniche, come il dominio imperiale in India. Di conseguenza, come avverte uno storico, molte rilevazioni dell’opinione pubblica americana di quel periodo «vanno considerate per ciò che erano: nel peggiore dei casi erano palesemente truccate; nel migliore, erano ritoccate, manipolate e artefatte: sondaggi orientati a sostenere una tesi, senza che il promotore fosse visibile»[22].

Un importante canale di propaganda britannica in questo periodo fu la stazione radio WRUL, un’emittente americana a onde corte con sede a Long Island, New York. Con una potenza di 50.000 watt, la sua portata non aveva eguali tra le altre stazioni, né negli Stati Uniti né in Europa. «Verso la metà del 1941», riferisce la storia ufficiale del BSC, «la stazione WRUL era praticamente, sebbene del tutto inconsapevolmente, una sussidiaria del BSC, che diffondeva propaganda britannica occulta in tutto il mondo… Le trasmissioni quotidiane avvenivano in ben ventidue lingue diverse…»[23].

Nel tentativo di influenzare l’opinione pubblica americana, i britannici dovettero affrontare una concorrenza formidabile. Le notizie, le fotografie e le informazioni di contesto fornite dalle agenzie tedesche erano più tempestive e dettagliate — e di conseguenza più apprezzate ed efficaci — rispetto a quelle offerte dalla Gran Bretagna. Le agenzie di stampa tedesche, Transocean e DNB, «arrivavano sempre per prime con le notizie principali», come riconobbe la storia ufficiale del BSC[24].

In due telegrammi riservati inviati a Londra nell’aprile del 1941, Stephenson descrisse francamente la situazione insoddisfacente: «Un attento esame della stampa statunitense nelle ultime due settimane rivela un fallimento quasi totale nell’impedire che l’Asse monopolizzi la copertura informativa del conflitto… la maggior parte dei giornali… pubblica prevalentemente notizie dell’Asse… e fotografie… le immagini britanniche sono rare, se non del tutto assenti… i dispacci dell’Asse arrivano qui più rapidamente dei nostri… seguiti a breve giro da un flusso abbondante di materiale descrittivo, fotografie e filmati… la Transocean e la DNB mantengono costante il flusso di informazioni e costruiscono storie anche nei periodi di calma… si aggiudicano immancabilmente i titoli di testa prima di noi… i giornalisti americani in loco affermano che i tedeschi dimostrano un senso della notizia e delle tempistiche decisamente superiore… e una comprensione infinitamente migliore della psicologia statunitense»[25].

Come spiega la storia ufficiale del BSC, “questi avvertimenti rimasero inascoltati e, di conseguenza, WS [William Stephenson] decise di agire di propria iniziativa”, conducendo una “guerra segreta contro la moltitudine di gruppi americani organizzati in tutto il Paese per diffondere l’isolazionismo e il sentimento antibritannico”. Ciò comportava il coordinamento con organizzazioni fortemente antitedesche che premevano affinché gli Stati Uniti entrassero in guerra contro la Germania. Il BSC mirava in particolare a contrastare la formidabile influenza e l’efficacia dell’America First Committee. Come osserva la storia ufficiale, “poiché l’America First rappresentava una minaccia particolarmente grave, il BSC decise di intraprendere azioni più dirette”. Furono adottate misure per “sabotare” i comizi dell’America First e per “screditarne” gli oratori. “Tali attività, condotte dagli agenti del BSC e dai comitati filo-britannici collaboranti, erano frequenti; in molte occasioni, l’America First fu oggetto di molestie, contestazioni e umiliazioni”.

Gli agenti dell’intelligence britannica si adoperarono inoltre per far eleggere candidati favorevoli all’intervento statunitense nella guerra in Europa, per sconfiggere quelli che propugnavano la neutralità e per mettere a tacere o distruggere la reputazione di quegli americani ritenuti una minaccia per gli interessi britannici. Un obiettivo importante delle operazioni del BSC fu il senatore statunitense Gerald Nye, influente critico della campagna del Presidente a favore della guerra. In un’occasione, mentre si accingeva a parlare a un raduno a Boston, un gruppo sostenuto dal BSC e denominato “Fight for Freedom” distribuì 25.000 volantini che lo attaccavano, definendolo un sostenitore dell’appeasement e un simpatizzante dei nazisti[26].

Gerald Nye

Un’altra figura politica che gli agenti del BSC cercarono di screditare fu il deputato statunitense Hamilton Fish, acceso critico della politica bellica di Roosevelt. Fish rappresentava un avversario particolarmente insidioso grazie alla sua intelligenza, alla solida istruzione e alla profonda competenza in materia di relazioni internazionali, frutto di una vasta conoscenza diretta delle vicende europee. Gli agenti britannici finanziarono i suoi rivali elettorali, diffusero opuscoli che lo dipingevano come un simpatizzante di Hitler, divulgarono una foto contraffatta che lo ritraeva insieme al capo del “German American Bund” (un’organizzazione filonazista) e misero in circolazione voci secondo cui riceveva sostegno economico da agenti tedeschi. Tali manovre occulte giocarono un ruolo determinante nel decretare la sua definitiva uscita dal Congresso in occasione delle elezioni del novembre 1944. La storia del BSC osserva che, sebbene Fish «abbia attribuito la propria sconfitta ai “rossi” e ai comunisti, avrebbe potuto – con maggiore accuratezza – incolpare il BSC»[27].

Hamilton Fish

I servizi segreti britannici si servirono anche di indovini per influenzare l’opinione pubblica. Tale propaganda, come osserva la storia ufficiale del BSC, è efficace solo su persone prive di particolare discernimento o raffinatezza. Il BSC introduce la descrizione di queste operazioni con osservazioni condiscendenti sulla credulità degli americani:

«Un paese dal carattere estremamente eterogeneo offre un’ampia gamma di metodi di propaganda tra cui scegliere. Sebbene sia probabilmente vero che tutti gli americani nutrono un profondo sospetto nei confronti della propaganda, è certo che moltissimi di loro vi si mostrano insolitamente predisposti, anche nelle sue forme più palesi… Gli Stati Uniti rimangono un terreno fertile per pratiche stravaganti. È improbabile che un propagandista tenti seriamente di influenzare politicamente la popolazione dell’Inghilterra, per esempio, o della Francia, ricorrendo a previsioni astrologiche. Eppure, negli Stati Uniti, ciò è stato fatto, ottenendo risultati efficaci, seppur limitati»[28].

Nell’estate del 1941, il BSC ingaggiò Louis de Wohl, descritto nella storia dell’organizzazione come un “falso astrologo ungherese”. Gli fu dato l’incarico di diffondere previsioni volte a dimostrare che la “caduta di Hitler era ormai certa”. In occasione di incontri pubblici, trasmissioni radiofoniche, interviste e articoli di stampa ampiamente diffusi, egli “dichiarò che il destino di Hitler era segnato”. De Wohl, presentato come “astro-filosofo”, cercò anche di screditare Charles Lindbergh, l’ammiratissimo aviatore americano che era inoltre un importante portavoce dell’America First Committee e un critico incisivo delle politiche belliche di Roosevelt. De Wohl sostenne che il primogenito di Lindbergh – rapito e ucciso nel 1932 – fosse in realtà ancora vivo e vivesse in Germania, dove veniva addestrato per diventare un futuro leader nazista. “Vi sono pochi dubbi” – conclude la storia del BSC – sul fatto che l’opera di de Wohl “abbia avuto un notevole impatto su alcuni settori della popolazione [americana]”[29].

Gli agenti britannici diffusero anche le previsioni, altrettanto assurde, di un astrologo egiziano secondo cui Hitler sarebbe stato ucciso nel giro di quattro mesi, oltre a quelle, altrettanto fantasiose, di un sacerdote nigeriano di nome Ulokoigbe. Come auspicato da Stephenson e dai suoi colleghi del BSC, i giornali americani accolsero con entusiasmo tali assurdità, diffondendole tra milioni di lettori[30].

Il BSC istituì inoltre un centro per la fabbricazione di lettere e altri documenti, oltre a un’organizzazione specializzata nella diffusione strategica di dicerie. Gli agenti britannici intercettavano e copiavano illegalmente la corrispondenza statunitense; ricorrevano alle intercettazioni telefoniche per ottenere informazioni compromettenti su soggetti da screditare e divulgavano i risultati di tale sorveglianza illecita. Un obiettivo di rilievo fu l’ambasciata francese a Washington, D.C., che venne sottoposta a intercettazioni e subì un’effrazione da parte degli agenti di Stephenson[31].

Una figura di rilievo in tutto questo fu Ernest Cuneo – pubblicista, avvocato e agente dell’intelligence – che svolse un ruolo chiave come tramite tra il BSC di Stephenson, la Casa Bianca, l’agenzia di Donovan, l’FBI e i media. In seguito, egli descrisse la portata delle operazioni britanniche in un memorandum. Il BSC, scrisse, «gestiva agenti di spionaggio, manometteva la corrispondenza, intercettava telefonate, introduceva clandestinamente propaganda nel Paese, disturbava raduni pubblici, sovvenzionava segretamente giornali, emittenti radiofoniche e organizzazioni, realizzava falsi – arrivando persino a rifilarne uno al Presidente degli Stati Uniti (una mappa che delineava i piani nazisti per il dominio dell’America Latina) –, violava la legge sulla registrazione degli stranieri, reclutava forzatamente marinai in più occasioni e, forse, assassinava una o più persone nel Paese»[32].

Ernest Cuneo

Un momento culminante della collusione tra la Gran Bretagna e la Casa Bianca, nonché della campagna del BSC volta a influenzare l’opinione pubblica americana, si verificò il 27 ottobre 1941. Sebbene Franklin Roosevelt non sia stato né il primo né l’ultimo presidente americano a ingannare deliberatamente l’opinione pubblica, raramente una figura politica di spicco ha pronunciato un discorso così intriso di sfacciate falsità come quello tenuto in tale occasione. Le sue dichiarazioni, rivolte a una vasta platea riunita presso il Mayflower Hotel di Washington D.C., furono trasmesse in diretta radiofonica a livello nazionale[33].

In un discorso trasmesso a livello nazionale il 27 ottobre 1941, il presidente Roosevelt sostenne di possedere documenti che provavano i piani tedeschi di prendere il controllo del Sud America e di abolire tutte le religioni del mondo.

Dopo aver fornito una ricostruzione fortemente distorta delle recenti relazioni tra Stati Uniti e Germania, Roosevelt fece un annuncio sorprendente. Disse: «Hitler ha spesso sostenuto che i suoi piani di conquista non si estendono oltre l’Oceano Atlantico… Sono in possesso di una mappa segreta, realizzata in Germania dal governo di Hitler – dagli artefici del nuovo ordine mondiale. Si tratta di una mappa del Sud America e di una parte dell’America Centrale, così come Hitler intende riorganizzarle». Questa mappa, spiegò il Presidente, mostrava il Sud America – oltre alla «nostra fondamentale via di comunicazione, il Canale di Panama» – suddiviso in cinque stati vassalli sotto il dominio tedesco. Affermò: «Quella mappa, amici miei, rende evidente il disegno nazista non solo contro il Sud America, ma anche contro gli Stati Uniti».

Roosevelt passò poi ad annunciare un’altra rivelazione sconcertante. Disse ai suoi ascoltatori di essere in possesso anche di “un altro documento redatto in Germania dal governo di Hitler. Si tratta di un piano dettagliato per abolire tutte le religioni esistenti – cattolica, protestante, maomettana, induista, buddista ed ebraica” che la Germania imporrà “a un mondo assoggettato, se Hitler dovesse vincere”.

«I beni di tutte le chiese saranno confiscati dal Reich e dai suoi fantocci», proseguì. «La croce e ogni altro simbolo religioso saranno vietati. Il clero sarà ridotto per sempre al silenzio, pena la deportazione nei campi di concentramento… Al posto delle chiese della nostra civiltà verrà istituita una chiesa nazista internazionale: una chiesa servita da oratori inviati dal governo nazista. Al posto della Bibbia, le parole del “Mein Kampf” saranno imposte e fatte valere come Sacra Scrittura. E al posto della croce di Cristo saranno posti due simboli: la svastica e la spada sguainata».

«Riflettiamo bene», disse, «su queste cupe verità che vi ho esposto riguardo ai piani attuali e futuri dell’hitlerismo». Tutti gli americani, proseguì, «si trovano di fronte alla scelta tra il tipo di mondo in cui vogliamo vivere e quello che Hitler e le sue orde vorrebbero imporci». Di conseguenza, affermò, «ci impegniamo a fare la nostra parte per distruggere l’hitlerismo».

La storia completa di questi documenti emerse solo molti anni più tardi. La mappa citata dal Presidente esisteva davvero, ma si trattava di un falso realizzato dall’intelligence britannica. Stephenson l’aveva trasmessa a Donovan, il quale la fece recapitare al Presidente. L’altro “documento” citato da Roosevelt, che pretendeva di delineare i piani tedeschi per abolire le religioni del mondo, era ancora più fantasioso della “mappa segreta”.

Non è chiaro se Roosevelt stesso sapesse che la mappa fosse un falso o se fosse stato tratto in inganno dalla frode britannica, credendola autentica. In questo caso, non sappiamo se il Presidente stesse mentendo deliberatamente al popolo americano o se fosse semplicemente un ingenuo, vittima e strumento di un governo straniero.

Il governo tedesco replicò al discorso del Presidente con una dichiarazione che respingeva categoricamente le sue accuse. I presunti documenti segreti, affermava la nota, «sono falsi della specie più grossolana e sfacciata». Inoltre, il comunicato proseguiva: «Le accuse di una conquista del Sud America da parte della Germania, nonché di una soppressione delle confessioni religiose nel mondo e della loro sostituzione con una chiesa nazionalsocialista, sono talmente prive di senso e assurde che per il governo del Reich è superfluo discuterne»[34]. Anche il ministro della Propaganda tedesco Joseph Goebbels rispose alle affermazioni di Roosevelt in un commento di ampia diffusione. Le «accuse assurde» del presidente americano, scrisse, costituivano una «grande truffa» orchestrata per «infiammare l’opinione pubblica americana»[35].

La “mappa segreta” citata dal presidente Roosevelt come prova dei piani tedeschi di conquistare il Sud America fu realizzata dall’intelligence britannica e trasmessa alla Casa Bianca da William Donovan.

Che le affermazioni del Presidente fossero palesemente assurde avrebbe dovuto essere evidente a chiunque fosse dotato di discernimento e ragionevolmente informato. Le asserzioni secondo cui la Germania stesse pianificando di conquistare il Sud America erano chiaramente inverosimili, dato che, in primo luogo, la Germania non era stata in grado – o non aveva voluto – neppure tentare un’invasione della Gran Bretagna e, in secondo luogo, le forze tedesche erano in quel momento pienamente impegnate in un titanico scontro con la Russia sovietica, un conflitto che si sarebbe infine concluso con la vittoria dell’Armata Rossa.

L’affermazione di Roosevelt, secondo cui Hitler fosse intenzionato a soffocare le religioni del mondo, non era soltanto falsa: era quasi l’esatto opposto della verità. Proprio mentre andava dicendo agli americani che la Germania di Hitler minacciava la vita religiosa nel loro Paese e nel resto del mondo, il presidente Roosevelt e il suo governo stavano organizzando aiuti militari a favore dell’unico Paese governato da un regime apertamente ateo: l’Unione Sovietica. Mentre Roosevelt pronunciava quelle parole, le forze militari di Germania, Italia, Romania, Finlandia, Ungheria e altri Paesi europei combattevano per abbattere lo Stato bolscevico, ostile alla religione. Milioni di ucraini, russi, lituani, bielorussi e altri ancora – già liberati dal dominio sovietico – stavano riaprendo le chiese e ripristinando la vita religiosa tradizionale, che era stata così brutalmente repressa dal regime stalinista, il tutto con il sostegno della Germania.

Durante gli anni della guerra, le chiese protestanti e cattoliche della Germania non solo ricevevano sostegno finanziario dal governo, ma erano anche gremite di fedeli. Nelle regioni cattoliche del Reich, in particolare in Baviera e in Austria, i crocifissi erano esposti in molti edifici pubblici, tra cui aule di tribunale e aule scolastiche. Il governo della Slovacchia – un Paese strettamente alleato della Germania di Hitler durante la Seconda Guerra Mondiale – era addirittura guidato da un sacerdote cattolico.

Nel 1941, pochi americani riuscivano a credere che il loro Presidente li avrebbe ingannati in modo così deliberato ed enfatico, soprattutto su questioni di estrema importanza nazionale e globale. Milioni di persone accettarono come vere le affermazioni allarmistiche di Roosevelt. Dopotutto, a chi avrebbe dovuto credere un cittadino onesto e patriottico? Al proprio Presidente o al governo di un paese straniero che, secondo gran parte dei media americani, era un regime bugiardo intenzionato a imporre brutalmente un dominio oppressivo sugli Stati Uniti e sull’intero pianeta?

La campagna di propaganda anglo-americana del 1940-1941 si fondava su una grande falsità: l’affermazione secondo cui Hitler stesse tentando di “conquistare il mondo”. In realtà, non fu la Germania a dichiarare guerra alla Gran Bretagna e alla Francia, bensì il contrario. Furono Churchill e, in seguito, il presidente degli Stati Uniti a respingere tutte le iniziative tedesche volte a porre fine al terribile conflitto; esigendo la “resa incondizionata”, essi insistettero per la capitolazione totale della Germania, compreso un “cambio di regime”, ovvero l’eliminazione del governo del Paese.

L’eredità della collusione segreta e illegale del presidente Roosevelt con un governo straniero – che incluse l’avallo di crimini commessi da agenti britannici e statunitensi – è rilevante per i nostri tempi. Ciò è particolarmente vero se si considera che Roosevelt è ampiamente annoverato tra i più grandi e ammirevoli leader della storia americana. È, ad esempio, una delle pochissime figure la cui effigie compare sulle monete statunitensi; strade, scuole e altri centri educativi in ​​tutto il Paese portano il suo nome.

La sua eredità dovrebbe interessare quanti oggi sono comprensibilmente insoddisfatti della presentazione abitualmente faziosa e spesso polemica delle notizie e delle informazioni da parte dei media mainstream. Il modo in cui le “fake news” e le informazioni distorte e sensazionalistiche vennero propinate al pubblico nel 1940-41 dai media mainstream – in segreta collaborazione con la Casa Bianca e un governo straniero – ci dice molto su come notizie e opinioni possano essere manipolate nel nostro Paese, e da chi.

Nel 1990 il New York Times presentò una sorta di scusa per aver pubblicato, decenni prima, i resoconti del suo corrispondente a Mosca, all’epoca molto stimato. Nel 1932, i dispacci inviati dall’Unione Sovietica da Walter Duranty gli valsero il più prestigioso riconoscimento giornalistico americano: il Premio Pulitzer. Solo anni più tardi emerse chiaramente che la descrizione della vita in URSS fornita da Duranty si riduceva a una deliberata edulcorazione della realtà. In particolare, egli occultò la carestia, la fame e la morte di milioni di persone – soprattutto in Ucraina – causate dalla brutale “collettivizzazione” della popolazione rurale e agricola del vasto Paese, attuata dal regime stalinista. Sebbene anche i resoconti dei principali quotidiani americani del biennio 1940-1941 sulle politiche belliche dell’amministrazione Roosevelt fossero analogamente distorti e fuorvianti, né il New York Times né il Washington Post, né alcun altro giornale, hanno mai ritenuto opportuno porgere scuse di pari portata.

Il presidente Roosevelt, il primo ministro Churchill e il premier Stalin, alla storica conferenza dei “Tre Grandi” a Yalta, febbraio 1945

Il presidente Richard Nixon è oggi ampiamente considerato una figura screditata, che meritava l’impeachment per aver tentato di insabbiare l’irruzione del “Watergate”. Secondo molti, anche il presidente Trump dovrebbe essere punito per aver violato la legge. Se ciò è vero, come dovremmo allora considerare Franklin Roosevelt? I suoi inganni e i suoi crimini – regolarmente ignorati, scusati o giustificati – oscurano di gran lunga le malefatte di Nixon e Trump.

Coloro che ammirano Franklin Roosevelt sembrano ritenere che l’inganno e la condotta scorretta da parte del presidente siano giustificati qualora le motivazioni o gli obiettivi del responsabile siano nobili. Uno studioso autorevole che ha sostenuto questa tesi è lo storico americano Thomas A. Bailey. Pur riconoscendo i fatti relativi all’operato di Roosevelt, egli cercò di giustificarlo. “Franklin Roosevelt ingannò ripetutamente il popolo americano nel periodo precedente Pearl Harbor”, scrisse. “Agì come il medico costretto a mentire al paziente per il suo stesso bene… Il Paese era in stragrande maggioranza contrario all’intervento fino al giorno stesso di Pearl Harbor; un tentativo palese di trascinare la popolazione in guerra avrebbe portato a un fallimento certo e quasi certamente alla destituzione di Roosevelt nel 1940, causando la disfatta totale dei suoi obiettivi ultimi”[36].

Il professor Bailey ha poi aggiunto un’ulteriore giustificazione: «Un presidente che non può rivelare la verità al popolo tradisce una certa mancanza di fiducia nei principi fondamentali della democrazia. Tuttavia, poiché le masse sono notoriamente miopi e in genere non colgono il pericolo finché non ce l’hanno alla gola, i nostri statisti sono costretti a ingannarle per renderle consapevoli dei propri interessi a lungo termine. È chiaramente ciò che Roosevelt dovette fare, e chi potrà dire che i posteri non gliene saranno grati?».

Nonostante tutta la retorica che sentiamo sulla “nostra democrazia” e sul “governo del popolo”, sembra che i nostri leader non credano realmente che la democrazia di stampo americano funzioni come dovrebbe. Non si fidano della capacità dei cittadini di “reggere la verità”. I difensori dell’eredità di Roosevelt ritengono evidentemente che, almeno talvolta, i leader politici possano e debbano infrangere la legge, violare la Costituzione e ingannare deliberatamente la popolazione in nome di ciò che un’élite presumibilmente illuminata considera il “vero” interesse della nazione, e per quella che essa stessa reputa una causa “superiore” e meritevole.

Roosevelt creò un precedente per comportamenti analogamente ingannevoli e illegali da parte dei presidenti successivi. Il senatore J. William Fulbright, critico di spicco dell’inganno e del disprezzo per la legge e la Costituzione mostrati dal presidente Lyndon Johnson durante la guerra del Vietnam, osservò che «la doppiezza di FDR, messa al servizio di una buona causa, rese molto più facile per LBJ ricorrere allo stesso tipo di doppiezza per una causa negativa»[37].

«Dopo una generazione di guerre presidenziali», osservò lo storico Joseph P. Lash, «è possibile constatare che, nelle mani dei successori di Roosevelt, i poteri da lui esercitati in qualità di comandante in capo – ovvero la facoltà di impiegare esercito, marina e aeronautica secondo quanto ritenuto necessario nell’interesse nazionale e di presentare gli scontri avvenuti in cieli e acque lontani come iniziative nemiche – trascinarono la nazione nel pantano del Vietnam»[38].

I metodi di Roosevelt sembrano essersi ormai saldamente radicati nella vita politica americana moderna. Il presidente George W. Bush, ad esempio, ha seguito le orme di Roosevelt quando lui e altri alti funzionari della sua amministrazione, con il sostegno dei principali mezzi di informazione, hanno ingannato il popolo americano per rendere possibile l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003. “Un tempo mi interrogavo su come la democrazia americana potesse adattarsi al ruolo che siamo arrivati ​​a svolgere nel mondo”, disse il senatore Fulbright nel 1971. “Credo di conoscere ormai la risposta: non è possibile”[39].

J. William Fulbright

Sebbene oggi molti americani auspichino leader politici onesti ed etici, una governance trasparente e una democrazia “vera”, è probabile che tali speranze rimangano vane finché i media mainstream, gli educatori e i politici continueranno a dipingere Franklin Roosevelt come un presidente esemplare e la sua amministrazione come un modello di leadership, riuscendo al contempo a occultare o giustificare la sua condotta fatta di inganni e illeciti.

https://ihr.org/other/rooseveltbritishcollusion

[1] Basil H. Liddell-Hart, The Second World War (New York: Putnam, 1971), pp. 17-22, 66; Clive Ponting, 1940: Myth and Reality (Chicago: 1993), pp. 79-80; Niall Ferguson, The War of the World (New York: Penguin, 2006), pp. 387-390; William Carr, Poland to Pearl Harbor (1986), pp. 93, 96.

[2] Patrick J. Buchanan, Churchill, Hitler and `The Unnecessary War’ (New York: Crown, 2008), pp. 361-366; John Charmely, Churchill’s Grand Alliance (Harcourt Brace, 1996), pp. 82-83, 178; Clive Ponting, 1940: Myth and Reality (1993), p. 124; Friedrich Stieve, What the World Rejected: Hitler’s Peace Offers, 1933-1939.

[3] Martin Gilbert, Finest Hour: Winston Churchill,1939-41 (1984), p. 358. Citato in: Jon Meacham, Franklin and Winston (2004), p. 51; M. Hastings, Winston’s War, 1940-1945 (2010), p. 25.

[4] Joseph P. Lash, Roosevelt and Churchill (1976), pp. 23-31; M. Weber, “President Roosevelt’s Campaign to Incite War in Europe,” The Journal of Historical Review, Summer 1983.

[5] “America Gets Ready to Fight Germany, Italy, Japan,” Life, Oct. 31, 1938.

(https://mk.christogenea.org/content/it-was-planned-way-3-years-previously-page-1).

[6] Discorso radiofonico di Roosevelt del 29 dicembre 1940 (la cosiddetta “conversazione al caminetto”). Per quanto riguarda la “Carta Atlantica”, si vedano: William H. Chamberlin, America’s Second Crusade (1950 e 2008); Benjamin Colby, Twas a Famous Victory (1975).

[7] Discorso radiofonico di Roosevelt per la Festa del Lavoro, 1° settembre 1941.

[8] Joseph P. Lash, Roosevelt and Churchill (1976), pp. 360, 415, 429; memorandum di Stark al Segretario Hull, 8 ottobre 1941. Citato in: J. P. Lash, Roosevelt and Churchill (1976), p. 426.

[9] Thomas E. Mahl, Desperate Deception: British Covert Operations in the United States, 1939-44 (1999), p. 16; Steven T. Usdin, Bureau of Spies: The Secret Connections Between Espionage and Journalism in Washington (Prometheus, 2018), pp. 101-104; Lynne Olson, Those Angry Days (New York: Random House, 2013), p. 117; William Boyd, “The Secret Persuaders,” The Guardian (Britain), Aug. 19, 2006.

[10] Nigel West (introduction) in: William Stephenson, ed., British Security Coordination (New York: 1999), pp. xi, xii.

[11] W. Stephenson, ed., British Security Coordination (1999), p. xxv.

[12] W. Stephenson, ed., British Security Coordination (1999), pp. xxxvi, xxxiii.

[13] W. Stephenson, ed., British Security Coordination (1999), p. 16.

[14] W. Stephenson, ed., British Security Coordination (1999), p. 14.

[15] W. Stephenson, ed., British Security Coordination (1999), pp. 58, 59.

[16] Steven T. Usdin, Bureau of Spies (2018), in particolare le pp. 135-140, 325-327; P. J. Grisar, “Sharks Defending Britain From Nazis? How ‘Fake News’ Helped Foil Hitler,” Forward, Oct. 22, 2018; Menachem Wecker, “The true story of a Jewish news agency that peddled fake news to undo Hitler.” Religion News Service, October 1, 2018.

[17] Steven T. Usdin, Bureau of Spies (2018), p. 135.

[18] S. T. Usdin, Bureau of Spies (2018), pp. 138-139, 326 (n.).

[19] Larry Getlen, “The Fake News That Pushed US Into WWII,” New York Post, Oct. 3, 2019, pp. 20-21.

[20] S. T. Usdin, Bureau of Spies (2018), p. 142.

[21] Steven T. Usdin, Bureau of Spies (2018), pp. 139, 326 (n.); Menachem Wecker, “The true story of a Jewish news agency that peddled fake news to undo Hitler.” RNS, Oct. 1, 2018.

[22] Thomas E. Mahl, Desperate Deception (1999), pp. 70-86; S. T. Usdin, Bureau of Spies (2018), pp. 113-116, 154-155; W. Stephenson, ed., British Security Coordination (1999), pp. 81-84.

[23] W. Stephenson, ed., British Security Coordination (1999), pp. 59, 60, 61.

[24] W. Stephenson, ed., British Security Coordination (1999), p. 68.

[25] W. Stephenson, ed., British Security Coordination (1999), p. 69.

[26] W. Stephenson, ed., British Security Coordination (1999), p. 74.

[27] W. Stephenson, ed., British Security Coordination (1999), pp. 74, 80; T. E. Mahl, Desperate Deception (1999), pp. 107-135; Steven T. Usdin, Bureau of Spies (2018), pp. 119-127; Christopher Woolf, “How Britain Tried to Influence the US Election in 1940,” PRI, Jan. 17, 2017.

[28] W. Stephenson, ed., British Security Coordination (1999), pp. 102.

[29] W. Stephenson, ed., British Security Coordination (1999), pp. 102-103, 104; S. T. Usdin, Bureau of Spies (2018), p. 139.

[30] W. Stephenson, ed., British Security Coordination (1999), p. 103.

[31] W. Stephenson, ed., British Security Coordination (1999), pp. 104, 105, 107, 109; Steven T. Usdin, Bureau of Spies (2018), pp. 102, 140, 145-148.

[32] Thomas E. Mahl, Desperate Deception: British Covert Operations in the United States, 1939-44 (1999), pp. 16, 193; Michael Williams, “FDR’s Confidential Crusader,” Warfare History Network. Jan. 17, 2019.

[33]  John F. Bratzel, Leslie B. Rout, Jr., “FDR and The ‘Secret Map’,” The Wilson Quarterly (Washington, DC), New Year’s 1985, pp. 167-173; Ted Morgan, FDR: A Biography (New York: Simon and Schuster, 1985), pp. 602, 603, 801 (note); Mark Weber, “Roosevelt’s `Secret Map’ Speech,” The Journal of Historical Review, Spring 1985.

[34] “The Reich Government’s Reply To Roosevelt’s Navy Day Speech,” The New York Times, Nov. 2, 1941; Documents on German Foreign Policy, 1918-1945. Series D, Vol. XIII, (Washington, DC: 1954), pp. 724-725 (Doc. No. 439 of Nov. 1, 1941).

[35] Joseph Goebbels, “Kreuzverhör mit Mr. Roosevelt”, Das Reich, 30 novembre 1941. Nachdruck (ristampa) in Das eherne Herz (1943), pp. 99-104. Traduzione inglese: “Mr. Roosevelt Cross-Examined”.

(https://research.calvin.edu/german-propaganda-archive/goeb2.htm).

 

[36] Thomas A. Bailey, The Man in the Street: The Impact of American Public Opinion on Foreign Policy. (New York: 1948), pp. 11-13. Citato in: W. H. Chamberlin, America’s Second Crusade (Indianapolis: Amagi/ Liberty Fund, 2008), p. 125.

[37] Joseph P. Lash, Roosevelt and Churchill, 1939-1941 (New York: 1976), pp. 9, 10, 420, 421; discorso di Fulbright, 3 aprile 1971. Pubblicato in: Congressional Record – Senate, 14 aprile 1971, p. 10355.

(https://www.govinfo.gov/content/pkg/GPO-CRECB-1971-pt8/pdf/GPO-CRECB-1971-pt8-4-1.pdf).

[38] J. Lash, Roosevelt and Churchill (1976), p. 421.

[39] Discorso di Fulbright, 3 aprile 1971. Congressional Record – Senato, 14 aprile 1971, p. 10356.

One Comment
    • a.carancini
    • 25 Settembre 2026

    Ho pubblicato questo articolo di Mark Weber per i suoi spunti interessanti sulla collusione tra Roosevelt e l’intelligence britannica, anche se non mi trovo d’accordo su taluni punti, come la giustificazione, da parte di Weber, dell’Operazione Barbarossa. Hitler, poi, fu effettivamente un nemico della religione cattolica, e presentare la cosiddetta “crociata contro il bolscevismo” come una difesa della religione contro il dittatore sovietico mi sembra fuorviante e mistificante.

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