
P. JOSEPH BONSIRVEN: IL TALMUD E IL CRISTIANESIMO
(IV. Le Talmud et le christianisme, in Dictionnaire de théologie catholique, t. 15, Paris, 1946, coll. 26-29. Cfr. Vecchie recensioni e orientamenti bibliografici per lo studio della questione ebraica (Laible, Dalman, Vernet, Bonsirven); Ebrei e non-ebrei nel giudizio del padre Joseph Bonsirven S.J., andreacarancini.it).
- Accuse e persecuzioni. ‒ Sin dall’inizio i cristiani hanno mosso gravi accuse contro il Talmud. In primo luogo gli rimproveravano le intollerabili blasfemie contro Gesù. Ed in effetti, nonostante la vaghezza e gli anacronismi delle affermazioni dei rabbini su questo punto, il Talmud contiene il nucleo centrale di quelle dicerie poi raccolte e sviluppate nell’infame libello Toledot Jesu, composto in Germania verso il IX secolo, che racconta la nascita illegittima di Gesù, ingiuria sua madre, e spiega come il fondatore del cristianesimo fu punito e messo a morte per via dei suoi crimini di eresia e di magia.
Questo è riconosciuto da Isidore Loeb:
«C’è da stupirsi che nel Talmud compaiano degli attacchi contro Gesù? Sarebbe singolare il contrario, e se c’è da stupirsi di qualcosa, è che non ve ne siano di più». Revue des Études Juives, t. 1, p. 256.
Un’altra accusa è l’inimicizia irreconciliabile versi i cristiani e, in generale, verso tutti i gentili.
Abbiamo già segnalato i giudizi severi contro i pagani, i precetti di rigoroso separatismo nei loro confronti. Troviamo inoltre nel Talmud condanne particolarmente severe contro i minim. Molti vi vedono un modo di indicare i cristiani. Studiosi ebrei assicurano che questo termine si applica unicamente agli eretici ebrei. Gli avversari del Talmud affermano parimenti che i cristiani sono indicati coi termini di nokri (straniero, molto vicino a nosri, nazareno) e akum, adoratori degli astri.
Ad ogni modo, ancora al giorno d’oggi nelle comunità ebraiche chiuse constatiamo un sentimento ereditario d’odio, o per lo meno di diffidenza, verso tutto ciò che è cristiano.
B. Lazare, Antisémitisme, pp. 350, 289 sgg. vede in ciò un retaggio del Talmud:
«L’ebreo è anticristiano ovunque vive separato, nei ghetti, sotto la guida dei suoi dottori … Questo libro, il Talmud, conteneva anche precetti egoistici, feroci e nazionali, diretti contro gli stranieri. Conservate in questo libro la cui autorità fu immensa, in questo Talmud che fu un codice per gli ebrei, espressione della loro nazionalità, un codice che fu la loro anima, queste affermazioni crudeli e anguste acquistarono una forza se non legale, almeno morale … Il gog dei Maccabei, il mineo dei dottori, divenne il cristiano, ed è al cristiano che vennero applicate tutte le parole d’odio, di collera, di disperazione furiosa che si trovano in questo libro».
Naturalmente i cristiani non mancarono di reagire vigorosamente a questi attacchi, in primo luogo con misure giuridiche e giudiziarie.
Nel 548 Giustiniano con la novella 146 proibiva di leggere nelle sinagoghe la Mishnah, il cui spirito anticristiano veniva denunciato da parecchi dottori cristiani. Successivamente molti vescovi rivelarono tutto ciò che il Talmud conteneva contro il Cristo e contro la Chiesa.
L’opinione pubblica tuttavia sembrava non preoccuparsene, tanto più in quanto gli ebrei tenevano nascosto il loro libro e si presentavano unicamente come difensori dell’Antico Testamento.
L’affare prese un’altra piega quando degli ebrei convertiti precisarono queste accuse: tra gli altri Nicolas Donin di La Rochelle, il quale sottopose a Gregorio IX (1238) trentacinque articoli che illustravano la dottrina del Talmud. Ai vescovi fu dato l’ordine di confiscare il Talmud e di aprire un’inchiesta.
A Parigi S. Luigi, il quale peraltro manteneva contro gli ebrei una santa animosità, nel 1242 fece bruciare degli esemplari del Talmud, dopo una disputa fra Nicolas Donin e il rabbino Yehiel.
In seguito si segnalano numerose confische del Talmud ‒ talvolta si trattava di interi carri ‒ poi condannato al rogo.
Tuttavia più tardi i papi permisero la stampa del libro, ma a condizione che fosse espurgato; donde la necessità per gli ebrei di ricorrere essi stessi alla censura, che spesso era più rigorosa di quella praticata dalla Chiesa. Di conseguenza, nella maggior parte delle edizioni mancano i passi che avrebbero potuto offendere i cristiani.
Questi autodafé erano spesso preceduti da dispute fra rabbini e dottori cristiani, non solo sul Talmud, ma sull’intero giudaismo. Queste polemiche diedero vita a tutta una letteratura particolare, attacchi cristiani, apologie giudaiche.
Inoltre molti cristiani scrivevano contro gli ebrei pamphlet violenti, accusandoli, citando soprattutto il Talmud, delle cose più odiose: odio del nome cristiano, irriverenza verso Dio, oscenità, corruzione morale e così via. Sarebbe ingiusto annoverare in questa categoria il Pugio fidei di Raimondo Martini (1260), che mantiene il tono di un apologeta moderato.
Fra i più violenti segnaliamo: l’Entecktes Judenthum di Eisenmenger, la cui prima edizione (1700) fu messa al bando dall’imperatore su richiesta degli ebrei, in due volumi massicci e velenosi, ma pieni zeppi di testi d’ogni genere; il Talmudjude (L’ebreo del Talmud) di August Rohling, tradotto in diverse lingue (Münster, 1877), che rimane una delle armi più omicide dell’arsenale antisemita.
Altri cristiani al contrario presero le difese del giudaismo e dei suoi libri: nel XVI secolo un umanista come Reuchlin, nel XIX secolo uno studioso stimato come Franz Delitzsch. Cfr. Félix Vernet, Juifs (Controverse avec les), qui, t. VIII, col. 1870-1914; Id., Juifs et chrétiens, in Dict. Apol., t. II, col. 1687-1694; Strack, op. cit., c. VIII, § 1; Jewish Encyclopedia, t. XII, p. 22. Sugli attacchi contro Gesù e la Chiesa: H. Laible, Jesus Christus im Thalmud, Leipzig, 1900; Strack, Jesus, die Häretiker un die Christen nach den ältesten jüdischen Angaben, Leipzig, 1910; R. Trevor Herford, Christianity in Talmud and Midrash, London, 1903.
- Risorse per la scienza delle origini cristiane. ‒ Numerosi furono gli studiosi cristiani che nei secoli XVI, XVII e XVIII esplorarono la letteratura rabbinica allo scopo di raccogliervi dati sull’ambiente storico e intellettuale del cristianesimo nascente: Reuchlin, Bartolocci, Surenhusius, Morin, Ugolini e tanti altri. Allo stesso tempo si trovano citazioni rabbiniche nelle opere dei teologi e scrittori cattolici, come ad es. Petau, Thomassin, Pascal etc.
Nel suo Discours sur l’Histoire universelle, parte II, c. XXI, Bossuet dichiara che nel Talmud «frammischiate ad una infinità di favole impertinenti … si trovano belle tracce delle antiche tradizioni del popolo ebraico», e nel capitolo seguente cita parecchie volte i rabbini.
Questa usanza sembrava essersi perduta, fino a quando Schürer e diversi studiosi cristiani non ripresero ad utilizzare la letteratura rabbinica. Successivamente si è visto quale grande profitto da noi hanno tratto da questi scritti un P. Lagrange, un P. de Grandmaison, un P. Lebreton etc.
Ci permettiamo di riportare qui di seguito ciò che abbiamo scritto al riguardo nel Judaïsme palestinien, t. I, pp. XIII sgg.:
«Sono numerosi gli autori cristiani che hanno denunciato, talvolta con un’aspra ironia, le tare che debbono squalificare questi documenti (la letteratura rabbinica) e si sono guardati dall’utilizzarli per costruire la storia: redazione tarda, mancanza di edizioni critiche, perplessità nella trasmissione delle sentenze, incertezza sui loro autori, credulità puerile che accetta tutte le favole e si compiace in un meravigliosa realtà fantastica e nelle esagerazioni più stravaganti, anacronismi storici fin troppo evidenti e incoerenti. Inoltre questi scritti sono espressione del fariseismo del secondo secolo e degli ambienti scolastici … Aggiungiamo le numerose difficoltà che questa letteratura presenta a quelli che hanno familiarità con essa, e a maggior ragione a tutti coloro i quali sin dall’infanzia non sono stati iniziati ai suoi arcani nelle scuole rabbiniche; quanto agli scrittori sia ebrei, sia favorevoli all’ebraismo, essi dichiarano questa letteratura la loro fonte principale, se non l’unica».
(Così Moore, Judaism in the first centuries of the christian era, Cambridge, 1930, t. I, p. 126, vede negli scritti normativi di questa letteratura il giudaismo autentico).
In realtà noi siamo in grado di riunire materiali di cui possiamo fissare la data, o almeno il secolo: poi è facile confrontare fra di loro questi materiali, spesso disparati, paragonarli coi dati fornitici dal Nuovo Testamento, gli apocrifi e gli pseudoepigrafi dell’Antico Testamento, Giuseppe, Filone: si tratta di un complesso di testi la cui convergenza fornisce una sufficiente certezza. Cfr. G. Kittel, Die Probleme des palästinischen Spätjudentum und das Urchristentum, Stuttgart, 1926. Lo stesso ha mostrato, con l’aiuto di una équipe di specialisti, il valore di questo metodo nel suo inestimabile Wörterbuch zum N.T. Parimenti indispensabile allo studioso è il Kommentar zum N.T. aus Talmud und Midrash di Strack e P. Billerbeck.
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