
Ho finito di leggere nei giorni scorsi l’importante commento alla Lettera agli Ebrei dell’esegeta Teodorico da Castel San Pietro, pubblicato da Marietti nel 1952 (nell’ambito della Sacra Bibbia pubblicata sotto la direzione di mons. Salvatore Garofalo). Ho cercato su internet notizie su padre Teodorico e ho trovato i seguenti dati:
Padre Teodorico da Castel San Pietro (al secolo Teodorico Ballarini, 1903 – 1983) è stato un eminente teologo, biblista ed esegeta italiano appartenente all’Ordine dei Frati Minori Cappuccini.
Nato a Pesaro nel 1903 e morto a Castel San Pietro Terme (Bologna) nel 1983, ha rappresentato una figura di spicco nel panorama degli studi biblici italiani del Novecento.
Attività accademica: Dopo aver conseguito la laurea in teologia nel 1930 a Bologna, si dedicò interamente all’insegnamento e alla ricerca nel campo delle Sacre Scritture.
È ricordato soprattutto per aver diretto e coordinato l’opera fondamentale Introduzione alla Bibbia: corso sistematico di studi biblici (pubblicata in più volumi da Marietti e successivamente dalle Edizioni Dehoniane Bologna), affiancato da condirettori illustri come Stefano Virgulin e Stanislao Lyonnet. L’opera includeva ampie sezioni di antologia esegetica dedicate sia all’Antico che al Nuovo Testamento.
Ha curato importanti studi monografici dedicati a San Paolo, tra cui il volume Paolo: vita, apostolato, scritti.
Nel 1952 ha firmato il volume di commento e traduzione dedicato alla Lettera agli Ebrei per la collana “La Santa Bibbia” di Marietti.
Alla sua memoria, la comunità scientifica e teologica ha dedicato nel 1984 il volume collettaneo di studi biblici intitolato Gesù apostolo e sommo sacerdote.
Fin qui le notizie che ho trovato su internet. Ma perché mi occupo di questo autore? Perché nella Lettera agli Ebrei vi sono due passi che l’illustre esegeta interpreta come allusioni alla fine di Gerusalemme, data dallo scrittore sacro come ormai imminente.
Ricordiamo che la Lettera agli Ebrei venne scritta per ammonire e confortare una comunità di cristiani, probabilmente gerosolimitani, che all’epoca correva il rischio di apostatare, sotto la pressione del giudaismo persecutore.
I passi in questione sono Ebrei 10, 23-25 e Ebrei 10, 35-37.
Leggiamo il primo di questi passi:
“Teniamo fermamente l’incrollabile confessione della speranza – ché fedele è colui che ha promesso – e osserviamoci gli uni gli altri a stimolo di carità e di buone opere, non disertando la nostra propria assemblea, com’è costume d’alcuni; ma piuttosto esortiamoci reciprocamente; e ciò tanto più quanto vedete che s’avvicina il giorno”.
Così commenta padre Teodorico i versetti in questione (pp. 173-174):
“I fedeli hanno il dovere di sorreggersi a vicenda, con quell’esortazione reciproca, che è insieme conforto e incoraggiamento nelle difficoltà. […] Questo tanto più diligentemente debbono fare i lettori quanto più vedono che sta avvicinandosi un giorno misterioso, il giorno per eccellenza. Che sia quello del ritorno di Cristo o della parusia è opinione molto diffusa, anche tra interpreti cattolici (Klee, Zill, Maier, Bisping, Graf, Rohr); ma non è insostenibile l’interpretazione che vi vede la fine di Gerusalemme e del mondo giudaico, anche se questi avvenimenti sono considerati in funzione della parusia, della quale sono come un anticipo e una remota preparazione. Non può sorprendere che si abbia qui un’eco della parola di Gesù (Mt. 24, 34) che la generazione d’allora doveva essere spettatrice di un giudizio manifesto di Dio su Israele, ostinato nell’incredulità. Forse, mentre l’A. scriveva, c’era già qualche indizio foriero della catastrofe (cfr. Mt. 24, 32 s.), che giustificava l’espressione vivace, quasi visiva, sul giorno che sta avvicinandosi rapidamente. Che Ebrei sia dominata dall’attesa della parusia imminente è infondato, come abbiamo già visto dall’esame di altri testi, dei quali si esagera, per lo meno, il valore escatologico. Il richiamo a questo giorno del Signore potrebbe avere un rapporto con l’accenno alle persecuzioni che i fedeli hanno sostenuto e sostengono tuttora da parte dei non convertiti. Il giorno in cui Iddio farà un primo giudizio non è lontano; e i fedeli, provati ora dalla persecuzione, vedranno che veramente buona era la loro causa”.
Il secondo passo della Lettera agli Ebrei che alluderebbe alla fine di Gerusalemme è il seguente:
“Non vogliate, dunque, far getto della vostra sicura fiducia, che ha una grande ricompensa. Di perseverante pazienza voi avete bisogno, affinché, avendo fatta la volontà di Dio, conseguiate ciò ch’è stato promesso. «Poiché ancora un poco, appena un poco, e colui che viene verrà e non temporeggerà»”.
Padre Teodorico osserva che quest’ultimo versetto contiene una citazione di passi scritturali. Tale citazione è ricavata da due luoghi diversi: Isaia 26, 20 e Abacuc 2, 3. Riporto a seguire i passi in questione. Isaia 26, 20-21:
“Va’, popolo mio, entra nelle tue camere e chiudi la porta dietro di te! Nasconditi per un momento finché non passi lo sdegno. Perché ecco, Jahve esce dalla sua dimora per punire l’iniquità degli abitanti della terra; la terra scoprirà il sangue assorbito e non nasconderà più i suoi uccisi”.
Abacuc 2, 3:
“Poiché la visione ancora dura per il tempo determinato, ma tende alla fine e non mentirà: se indugia, aspettala, poiché certo verrà senza rinvio”.
Osserva a tal proposito padre Teodorico p. 179):
“In Isaia si parla dell’opera di Jahve per la rinascita del suo popolo, sorpassandosi anche la prospettiva del popolo ebraico e la fase terrena dell’opera messianica, per contemplare la scena della risurrezione e del giudizio divino: anche coloro che sono morti prima del Messia saranno spettatori del suo trionfo. Il popolo di Dio viene invitato a nascondersi per breve tempo […] finché passi l’ira di Dio, assomigliata a un uragano. Sembra che solo questa indicazione temporale interessi il nostro scrittore, il quale la desume da Isaia e l’applica al testo di Abacuc, assai più significativo. Neppure in questo, però, si tratta di Cristo che deve venire a giudicare alla fine dei tempi. Di lui si parla, forse, soltanto in senso pieno: direttamente è Dio che viene a punire i Caldei oppressori del suo popolo”.
Padre Teodorico si chiede poi se nel versetto 37 venga davvero affermato come imminente il ritorno del Cristo giudice alla fine dei tempi (p. 180):
“Per il versetto 25 abbiamo già espressa la nostra modesta opinione, che il giorno che s’avvicina non sia – almeno in maniera diretta e immediata – quello del ritorno di Cristo e del giudizio finale. La rovina di Gerusalemme e la fine del giudaismo sono fatti talmente importanti e significativi, sia come manifestazione della giustizia di Dio, sia come inizio di un nuovo periodo nella vita della Chiesa cristiana, che il giorno in cui tutto ciò doveva avvenire poteva chiamarsi il giorno per eccellenza. E che esso si avvicinasse a grandi passi, lo scrittore poteva dedurlo da elementi o segni precursori, che ora a noi sfuggono, per non conoscere abbastanza bene la data e le circostanze storiche in cui la lettera fu scritta. Può applicarsi lo stesso criterio al versetto 37, di modo che colui che viene non sia altri che Cristo in quanto si manifesta in un momento importantissimo della storia religiosa dell’umanità?”.
È vero, sostiene padre Teodorico, che nel versetto in questione non mancano i termini che potrebbero far pensare alla parusia finale di Cristo ma la sicurezza con viene affermata come imminente la venuta di questo giorno misterioso si spiega più agevolmente con un riferimento alla catastrofe della nazione giudaica. Così conclude padre Teodorico da Castel San Pietro il suo ragionamento (p. 180):
“Crediamo, però, che non sia da escludere un riferimento al fatto collettivo della fine di Gerusalemme e della nazione giudaica. Si spiega così più agevolmente la forma categorica con cui è affermata vicina o imminente la venuta di colui che viene. Il suo ritorno storico, come giustiziere della città deicida, è quasi un preludio o un primo atto che precede la grande manifestazione propriamente escatologica”.
Da parte mia osservo che il riferimento della Lettera agli Ebrei al passo di Isaia in cui il popolo di Dio viene invitato a nascondersi “per breve tempo”, fino a che non sia passato l’uragano dell’ira divina, fa pensare proprio al fatto che, prima della guerra giudaica, i cristiani gerosolimitani trovarono rifugio a Pella, riuscendo a scampare ai disastri di quella guerra apocalittica.
Un’ultima osservazione merita la definizione di Cristo, quale “giustiziere della città deicida”, adottata da padre Teodorico: il suo commento alla Lettera agli Ebrei risale al 1952, quindi a più di settant’anni fa: all’epoca, i teologi e gli esegeti si potevano permettere una libertà di espressione oggi impensabile. Oggi, un esegeta che adottasse una definizione del genere verrebbe immancabilmente bollato come “antisemita” e, se venisse approvato il nuovo disegno di legge sull’antisemitismo, rischierebbe persino una denuncia.
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