Rabbino Leone Racah: che cosa non è il Talmud

RABBINO LEONE RACAH: CHE COSA NON È IL TALMUD

 

(Rabbino Leone Racah, Il Talmud, «Il Corriere Israelitico», Anno XXXI (1892), N. 7, pp. 148-150)

 

Premessa di Gian Pio Mattogno

 

I lettori di questo blog revisionista (basta digitare la voce: Talmud nel logo SEARCH ) hanno tutti gli strumenti per giudicare del valore della penosa apologia talmudica del rabbino Leone Racah, professore al Collegio rabbinico di Livorno e condirettore della rivista ebraica, qui riportata, la quale si segnala non tanto per ciò che dice, quanto piuttosto per ciò che tace e dissimula riguardo all’odio giudaico antigentile e anticristiano, nonché alle sue vere cause, e che come tale si pone sulla stessa linea truffaldina e mendace della tradizione apologetica talmudista.

Come indicato nella nota di presentazione, queste pagine sono tratte da un libro intitolato: Storia popolare degl’israeliti, dalla distruzione del secondo Tempio sino ai giorni nostri.

Una sola annotazione: il rabbino Racah scrive giustamente che il Talmud è una sorta di immensa raccolta di processi verbali di migliaia di discussioni avvenute nel corso di più secoli, nelle quali sono accolte le opinioni più disparate e persino contraddittorie.

Quali sono allora le opinioni che hanno stabilito formalmente la legge da seguire?

Il rabbino Racah ha dimenticato di precisare che tali opinioni sono state formalizzate in legge dai codici ebraici compilati nei secoli seguenti, ed in particolare dal Mishneh Torah di Maimonide (sec. XII-XII), dallo Shulhan Aruch di Yosef Caro (sec. XVI) e, più recentemente, dal Kitzur Shulhan Aruch di Shlomo Ganzfried (sec. XIX).

Ebbene, come il Talmud, anche questi codici ebraici ‒ tutti disponibili in rete ‒ trasudano un odio viscerale antigentile e anticristiano, un vero e proprio odio ontologico e metafisico (che deriva cioè dall’essenza stessa del giudaismo rabbinico-talmudico).

Ma il buon rabbino Racah, al pari di tutti gli altri apologeti talmudisti, rovesciando completamente i termini della questione, se la cava affermando che le poche massime talmudiche «che potranno meritare la taccia d’intollerante» sarebbero da attribuire all’«odio implacabile» professato contro gli ebrei da pagani e cristiani.

Si vedano per contro le illuminanti considerazioni dell’ebreo (ancorché scomunicato) Baruch Spinoza sulla genesi e le conseguenze dell’odio giudaico antigentile ‒ «pio», «intensissimo» e «continuo» ‒ nel cap. XVII del Tractatus theologico-politicus (anch’esso disponibile in rete).

In una cosa il rabbino Racah ha pienamente ragione: nel suo odio viscerale contro i non-ebrei in generale e contro i cristiani in particolare, il Talmud è veramente lo «specchio fedele» della vita del popolo ebraico.

 

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Che cosa è il Talmud?

È codesta una domanda in apparenza molto semplice, molto facile, ma alla quale non saprebbero dare una risposta completamente soddisfacente, neppure coloro che hanno consacrata, logorata la vita intiera a meditare le pagine di quell’opera immortale.

Del Talmud infatti non si può dare una definizione esatta e precisa, mentre è un libro assolutamente eccezionale, e non avvenne un altro che possa ad esso paragonarsi, in nessuna lingua, né in alcuna letteratura né antica, né moderna.

Anzi esso non è un libro, ma piuttosto una immensa raccolta di processi verbali di migliaia di discussioni avvenute nel corso di più secoli, discussioni in cui si svolgono e si discutono le materie le più disparate, in cui sono accolte con rara imparzialità le opinioni più opposte e discordi, e talvolta assolutamente contraddittorie, e ciò anche in argomenti di vitale importanza.

Il Talmud può dirsi uno specchio fedele, quasi una fotografia molto ben riuscita della vita del popolo ebreo per il corso di circa dieci secoli (500 av. e 500 d. l’E.V.), vita pubblica, privata, religiosa, scientifica, letteraria. Nel Talmud troviamo infatti raccolto non solo tutto quanto riguarda la parte dogmatica, dottrinale, morale, rituaria del Giudaismo, ma anche informazioni storiche biografiche, scientifiche di altissimo pregio. Il Talmud ha altresì una importanza eccezionale per i cultori degli studi orientali, per le molte notizie che in esso si contengono sulla legislazione, sui costumi, sulle dottrine religiose di altre nazioni, e principalmente del popolo persiano, notizie che invano si cercherebbero altrove.

Nel Talmud troviamo anche curiose formule magiche, ricordi sulle gesta dei demonj, ed altre credenze originate da una grossolana superstizione, credenze altamente riprovate dalla pura e sublime legge del Sinai, che gli ebrei avevano imparate dalle genti in mezzo alle quali erano costretti a vivere. Però anche tali nozioni non riescono prive di una certa utilità, mentre gettano uno sprazzo di luce, sullo stato intellettuale e morale della società, in quel periodo storico momentosissimo, in cui il politeismo agonizza e muore, e nasce e si sviluppa la novella fede di Cristo.

Nel Talmud nessuna cura della forma[1], lo stile nonché essere elegante, elevato, accurato, è meno rarissime eccezioni, negletto, famigliare quale si userebbe favellando in un convegno di amici. Riguardo alla lingua il Talmud è redatto in un dialetto noto col nome di dialetto talmudico, uno dei molti dialetti dell’idioma caldaico-arameo; però vi troviamo non pochi frammenti scritti in puro ebraico seriore, e negli altri dialetti aramaici, nonché moltissimi vocaboli derivati dalle lingue, greca, latina, persiana. Lo stile si distingue per estrema concisione, per cui sovente riesce oscuro, esigendo un non lieve sforzo intellettuale, per afferrarne il vero senso. Altra fonte di oscurità, sono la mancanza di vocali, l’omissione di ogni punteggiatura, le abbreviazioni, le lezioni errate, le arbitrarie sostituzioni di uno con un altro vocabolo, introdottevi dalla censura cristiana.

Il Talmud può definirsi una specie di enciclopedia, in cui tutto si trova, ma dove le varie materie lungi dall’essere logicamente classificate, si riscontrano stranamente mescolate e confuse, senza alcun ordine o metodo. Nelle discussioni si trovano unite le materie più disparate, e colla maggior facilità si passa da un argomento all’altro, ma non è questo sistema di ragionamento che a prima vista apparisce contrario a ciò che insegna e impone la logica, ha in favor suo delle circostanze attenuanti.

Si parla per esempio dei riti, dei metodi da praticarsi nella fissazione della luna nuova, ecco una occasione per intrattenersi sulla astronomia, si discute intorno al dovere imposto d’infrangere in certi casi l’osservanza dei precetti sabbatici, per prestare le cure necessarie ad un infermo, ed ecco un motivo per fare una digressione medica sulla maggiore o minore gravità delle varie malattie; si ragiona delle molteplici prescrizioni che riguardano la prelevazione di una parte dei prodotti, in favore dei sacerdoti, dei leviti, dei poveri, e ciò offre l’opportunità di fare un’escursione, nel campo della botanica e dell’agricoltura o di altre scienze affini. Non possiamo inoltre dimenticare, che tale deficienza d’ordine, di metodo, di classificazione, non è speciale al Talmud, ma si riscontra più o meno, salvo rarissime eccezioni, in tutti gli scrittori orientali.

Riguardo alla dialettica usata dagli interlocutori, dialettica che diede origine a tante critiche acerbe, essa è di una singolare finezza; finezza, non vogliamo negarla, spinta talvolta oltre questo limite, ma che ad ogni modo è luminosa prova, dello straordinario acume, di cui erano dotati la maggior parte dei membri del Dottorato farisaico.

Il Talmud si divide in due parti principalissime, note l’una col nome di Alahà, l’altra con quello di Agadà; volumi furono scritti per discutere e decidere sul vero ed esatto significato di questi due vocaboli; a noi però non spetta il difficile compito di vagliare ed esaminare le varie opinioni emesse nell’interessante argomento, e ci contenteremo di scegliere fra le tante definizioni, quella che secondo il nostro modesto parere ci sembra la più logica e la più vera.

L’Alahà, parola probabilmente derivata dalla voce caldaica Iletha, legge, costume, usanza abbraccia tutta quanta la parte legislativa e rituaria, mentre l’Agadà dal vocabolo Nagad, dire, esporre, riferire, comprende principalmente la parte morale e dogmatica, siccome poi il termine Agadà, significa come accennammo, esposizione, narrazione, perciò esso venne altresì applicato per indicare tutte quelle notizie, che si leggono nel Talmud riguardante la storia, le scienze, i costumi ed anche molte pratiche superstiziose in voga in quei tempi.

Come è noto contro l’Alahà talmudica, in ogni tempo, e più specialmente nel secolo presente vennero lanciate le più gravi e le più assurde accuse.

A tale proposito crediamo opportuno riportare qui, ciò che scrivevamo alcuni anni or sono in un articolo inserito in un periodico israelitico, articolo che venne ristampato in una interessantissima pubblicazione, che vide di recente la luce[2].

“Non è certo possibile negli angusti limiti di un breve articolo giornalistico, difendere la Rituaria talmudica, da tutti gli addebiti che le vennero fatti nel corso dei secoli, solo diremo, ed in ciò convengono amici e nemici, ch’essa fu l’argine, la diga più possente, che serbò l’ebraismo incolume in mezzo a tante traversie, a tante persecuzioni, a tante religioni rivali ed ostili interessate a distruggerlo. Ora niun elogio può essere più bello, niuna difesa più efficace ed eloquente. ‒ La legislazione poi contiene tali nozioni giuste ed umane, e tanto superiori ai tempi che se fossero più generalmente conosciute, dimostrerebbero ad evidenza che il popolo ebreo ha del buono in mano, per contrastare non senza speranza di vittoria il primato legislativo anche ai troppo vantati giuresperiti dell’antica Roma”.

Riguardo alla morale talmudica, tanto ingiustamente spregiata e vilipesa, da coloro che non l’hanno mai conosciuta, essa è superiore ad ogni lode, e può dirsi uno scrigno d’immenso valore, in cui son serbate tali gemme preziose, che a giusta ragione formano una tra le più pure glorie dell’israelitismo e come popolo e come religione.

Nei colossali e numerosi volumi del Talmud, in cui si accolgono le opinioni, le sentenze di migliaia di persone, vissute in tempi e luoghi diversissimi, vi si leggeranno alcune massime che potranno meritare la taccia d’intollerante, ma sono vere eccezioni, e più che giustificate qualora si pensi alle persecuzioni atrocissime che gli ebrei ebbero a soffrire in quei tempi, al disprezzo, all’odio implacabile che pel Giudaismo professavano pagani e cristiani.

I Rabbini erano uomini, e non angeli, e niuno oserebbe rimproverare l’oppresso, se talvolta gli sfuggono parole dure ed acerbe contro lo spietato oppressore.

Ad ogni modo, lo diciamo altamente senza tema di essere smentiti, è nel Talmud, considerati i tempi, che si trovano gli esempi più belli di vera e reale tolleranza.

 

[1] «Dans le Talmud la forme n’a aucune prix» dice giustamente Renan (V. Vie de Jesus XCVI, 13.a edizione).

[2] Piccola biblioteca delle famiglie israelitiche, volume 4.o parte 1.a p. 112.

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