
UNA DIPLOMAZIA ENERGETICA CREATIVA POTREBBE PORTARE GLI STATI UNITI A INDURRE L’UE A SBLOCCARE I BENI RUSSI
Di Andrew Korybko, 19 ottobre 2026
La Russia potrebbe trasferire legalmente la proprietà dei propri beni congelati agli Stati Uniti; tali beni verrebbero poi restituiti alla Russia in cambio delle quote statunitensi nel suo settore energetico – il che potrebbe anche fungere da deterrente contro gli attacchi ucraini – ma, per riuscirci, Trump dovrà innanzitutto ottenere dall’Europa quelli che diventerebbero, a quel punto, fondi russi congelati in mano statunitense.
Durante il Warsaw Security Forum, il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski ha dichiarato in modo teatrale che i beni russi congelati in Europa verrebbero restituiti solo «sui nostri cadaveri». Ciò è coinciso con un articolo del Financial Times, secondo cui «gli Stati Uniti starebbero valutando lo sblocco di alcuni beni russi per far ripartire i negoziati di pace in Ucraina». Gli inviati speciali di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, avrebbero suggerito, la settimana precedente, «di trasferire tali beni in un nuovo veicolo finanziario appositamente creato, sotto la supervisione di Washington».
Nonostante l’opposizione degli europei, un simile obiettivo potrebbe ancora essere raggiunto attraverso una diplomazia energetica creativa. Nell’aprile 2025 è stato illustrato come «i gasdotti e i beni russi sequestrati potrebbero conferire agli Stati Uniti un notevole potere negoziale nei confronti dell’UE». La Russia potrebbe trasferire agli Stati Uniti la titolarità legale dei propri beni congelati in Europa – in tutto o in parte – a titolo di pagamento per l’acquisto su larga scala di velivoli Boeing (ipotesi di cui si discusse, a quanto pare, proprio in quel periodo) e/o in cambio della restituzione, da parte degli Stati Uniti, di tali fondi alla Russia, a fronte dell’acquisizione di quote nei suoi gasdotti e/o nelle sue aziende energetiche.
Tutti e tre gli scambi di favori risultano interessanti per l’amministrazione Trump 2.0, in particolare gli ultimi due, proprio mentre gli Stati Uniti portano avanti il partenariato strategico con la Russia – incentrato sulle risorse e oggetto di lunghe negoziazioni – come dimostrato dall’accordo sul diesel, la cui rilevanza in questo contesto è stata illustrata qui. Le ultime indiscrezioni, secondo cui gli Stati Uniti punterebbero a una partecipazione nel gasdotto Nord Stream – che in futuro potrebbe estendersi anche ai gasdotti Yamal e/o Brotherhood – coincidono con un altro rapporto relativo a un ambizioso accordo energetico, concepito come parte di un compromesso per porre fine al conflitto in Ucraina.
In sintesi, le esportazioni di gas russo verso l’Europa tramite gasdotto potrebbero riprendere per stimolare l’economia in declino del blocco europeo – declino che riduce la capacità del mercato UE di acquistare beni e servizi statunitensi –, a patto che gli Stati Uniti mantengano una partecipazione in tali progetti, esercitando così un’influenza duratura sulle relazioni tra Russia e Unione Europea nel periodo postbellico. Tale partecipazione potrebbe essere ottenuta attraverso la restituzione dei fondi russi congelati in Europa: la Russia trasferirebbe la titolarità legale di tali risorse – in tutto o in parte – agli Stati Uniti, i quali, a loro volta, le restituirebbero alla Russia in cambio di tale accordo.
Analogamente, i continui attacchi di Zelensky contro le infrastrutture energetiche russe – condotti in spregio alle richieste di Trump di cessare tali operazioni – potrebbero essere scoraggiati dalla presenza di interessi statunitensi nelle principali aziende energetiche russe; in alternativa, gli Stati Uniti potrebbero giustificare l’interruzione della fornitura di armi e intelligence all’Ucraina, colpevole di colpire quelli che, a quel punto, sarebbero a tutti gli effetti investimenti americani. In entrambi i casi, il conflitto giungerebbe probabilmente a una rapida conclusione. Per perseguire questo epilogo, tuttavia, gli Stati Uniti devono possedere la volontà politica necessaria a costringere l’Unione Europea a sbloccare i fondi russi che erano stati, ipoteticamente, trasferiti.
Ad esempio, la minaccia di imporre dazi paralizzanti e/o di ritirare una parte significativa delle forze statunitensi dall’Europa basterebbe a indurre il blocco a sbloccare quelli che, dal punto di vista legale, verrebbero considerati fondi degli Stati Uniti; tali risorse potrebbero poi essere utilizzate per finanziare acquisti russi su larga scala negli Stati Uniti e/o partecipazioni statunitensi nel settore energetico russo. L’UE versa in cattive condizioni economiche e le sue élite nutrono un timore patologico nei confronti della Russia; pertanto, la combinazione delle suddette minacce dovrebbe essere sufficiente a spingere il blocco ad assecondare la volontà di Trump.
Lo scenario più estremo – in cui gli Stati Uniti tagliano completamente i ponti con l’Ucraina qualora Zelensky si opponesse alle richieste di Trump di cessare gli attacchi contro quelli che, a quel punto, sarebbero a tutti gli effetti investimenti statunitensi nel settore energetico russo, il tutto accompagnato dall’imposizione di dazi paralizzanti sull’UE e da un massiccio ritiro delle forze americane dall’Europa – è insostenibile. L’Ucraina crollerebbe rapidamente e, a seguire, anche l’UE andrebbe incontro a un destino analogo. A Trump basterebbe trovare la volontà politica di dare seguito a tali minacce, e il conflitto ucraino giungerebbe ben presto al termine.
https://korybko.substack.com/p/creative-energy-diplomacy-can-lead
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