
MANIPOLARE LE TESTIMONIANZE SULL’OLOCAUSTO
Da David Irving, passando per Carlo Mattogno, fino a Thomas Olson
Di Germar Rudolf, 11 ottobre 2026
Verso la fine di giugno del 1996, mi trasferii sulla splendida costa soleggiata dell’Inghilterra, stabilendomi con la mia famiglia a Pevensey Bay, nel cuore della terra legata agli eventi del 1066. A suggerirmi questo trasferimento erano stati alcuni amici, tra cui lo storico britannico David Irving, il quale mi aveva consigliato di completare il mio dottorato di ricerca nel Regno Unito. Qualche settimana dopo, Irving mi chiese di accompagnarlo sul suo furgone per la consegna del suo ultimo libro, “Nuremberg: The Last Battle” [Norimberga: l’ultima battaglia]. Doveva scaricare un bancale di volumi presso la Gardners, che aveva il suo magazzino principale a Eastbourne – a pochi chilometri a ovest di dove vivevo – e successivamente consegnare altri due bancali, destinati agli Stati Uniti, a uno spedizioniere di Londra.
Onestamente, non riuscivo a capire perché mi avesse chiesto di accompagnarlo, ma dato che in quel momento non avevo nulla di meglio da fare, accettai. Durante il viaggio da Eastbourne a Londra, Irving mi rivelò il motivo per cui voleva che lo accompagnassi: stava preparando una causa per diffamazione contro Deborah Lipstadt e la sua casa editrice britannica, la Penguin Books. A Irving non era piaciuto il modo in cui la Lipstadt lo aveva denigrato nel suo libro del 1993, “Denying the Holocaust” [Negare l’Olocausto]. Mi spiegò che, in passato, la maggior parte degli organi di stampa che aveva minacciato di citare in giudizio avevano preferito trovare un accordo extragiudiziale, e sperava che lo stesso accadesse in questo caso. Se la Lipstadt e la Penguin non avessero accettato un accordo, egli intendeva presentare prove che dimostrassero come scritti del genere portino a censura, stigmatizzazione, ostracismo, persecuzione e persino al perseguimento giudiziario di studiosi che esprimono opinioni responsabili, seppur dissidenti, sull’Olocausto. Voleva che avessi un ruolo cruciale in questa vicenda: in qualità di giovane studioso agli esordi, avrei dovuto testimoniare – supportando la mia tesi con documenti – come la mia vita fosse stata completamente stravolta in seguito alle mie ricerche forensi su Auschwitz, scatenando una vera e propria ondata di persecuzioni. Ho raccontato questa storia nel mio libro “Hunting Germar Rudolf”. Irving mi assicurò, inoltre, che i risultati delle mie ricerche non avrebbero fatto parte della mia eventuale testimonianza, poiché intendeva tenere la questione dell’Olocausto fuori dall’aula di tribunale. Voleva concentrarsi esclusivamente sulla devastazione che scritti come quelli della Lipstadt provocano nella vita delle persone. Dissi a Irving che sarei stato lieto di dare il mio contributo.
La storia prese però una piega completamente diversa. Lipstadt e la casa editrice Penguin Books decisero di porre l’Olocausto stesso al centro del processo. Irving si trovò del tutto impreparato: innanzitutto perché non si aspettava affatto di dover affrontare tale argomento in tribunale, ma soprattutto perché non ne era un esperto. Non aveva infatti mai scritto nemmeno un articolo in merito, per non parlare di un libro, né aveva mai svolto ricerche in quel campo. Anzi, quando lo andai a trovare nella sua residenza londinese, verso la tarda primavera del 1996, mi mostrò una copia del mio libro “Grundlagen zur Zeitgeschichte” (in inglese: “Dissecting the Holocaust” [Esaminare l’Olocausto], giunto ormai alla quarta edizione) che teneva su uno dei suoi scaffali. Tuttavia, come si affrettò a precisare, andava fiero del fatto di non averlo mai letto. «Non leggo mai i libri degli altri. Consulto soltanto le fonti primarie», mi disse. Ma, per quanto riguarda l’Olocausto, non aveva fatto nemmeno questo.
Come c’era da aspettarsi, il processo che ne seguì fu per lui un disastro, dato che non sapeva affatto cosa stesse facendo. Rifiutò le offerte di noi revisionisti di affiancarlo in aula per organizzare la sua difesa. Voleva soltanto che redigessi una perizia in cui analizzassi criticamente il «rapporto tecnico» su Auschwitz presentato dallo storico dell’architettura olandese di origine ebraica Robert Jan van Pelt[1]. Mentre tutto ciò accadeva, nell’autunno del 1999, i media britannici scatenarono una caccia alle streghe nei miei confronti. Alcune emittenti televisive regionali del sud arrivarono persino a mostrare il mio volto durante i notiziari, sostenendo che facessi parte di una «nuova stirpe di pericolosi nazisti». La Germania chiese la mia estradizione, con l’obiettivo di farmi finire in prigione a causa delle mie ricerche di natura forense. Come se non bastasse, all’inizio del 2000, il governo di Sua Maestà rispose a un’interrogazione di un deputato laburista dichiarando che «anche la polizia era stata informata» della mia presenza nel Paese. Tutto ciò ostacolò notevolmente la mia capacità di preparare la perizia promessa a Irving; tanto più che, nel novembre del 1999, decisi che il clima nel Regno Unito stava diventando troppo rovente per me. Lasciai il Paese verso la fine di quel mese e volai negli Stati Uniti, con l’intenzione di non fare mai più ritorno in Europa, a meno che non tornasse il buon senso e cessasse questa caccia alle streghe. Sto ancora aspettando che ciò accada…
Alla fine, Irving non poté utilizzare la mia perizia[2], messa insieme in fretta e furia, per svariate ragioni. Di conseguenza, a prevalere è stata la tesi del dottor van Pelt. Da allora, i media mainstream e i sostenitori dell’ortodossia sull’Olocausto vanno ripetendo trionfalmente che i “malvagi negazionisti” sono stati completamente sconfitti e smentiti nel corso di quel clamoroso processo per diffamazione a Londra. Il problema di tale affermazione è che, in quel processo, le tesi revisioniste e la mole di prove a loro sostegno non sono mai state presentate. È possibile che l’ignoranza di Irving in materia sia emersa, ma la questione finisce qui.
Nel 2002, la perizia di van Pelt è apparsa in un’edizione riveduta e ampliata sotto forma di libro[3]. Sia nella sua perizia del 1999 che nel suo libro, van Pelt ha fatto ampio ricorso all’espressione «convergenza di prove». Tale concetto indica che elementi probatori di varia natura, pur non essendo risolutivi se presi singolarmente, sono nondimeno in grado di dimostrare una tesi oltre ogni ragionevole dubbio, poiché tutti convergono verso un’unica e medesima conclusione. L’espressione era stata introdotta in questo dibattito già nel 1994 dallo storico della scienza californiano Michael Shermer, il quale, in un articolo pubblicato sulla rivista “Skeptic Magazine”, aveva cercato di confutare le tesi revisioniste sull’Olocausto[4]. Shermer in seguito ampliò quell’articolo scrivendo un intero libro sull’argomento[5], sebbene gli venisse affiancato un commissario ebreo, con il compito di vigilare affinché Shermer non si discostasse dalla linea ortodossa: Alex Grobman, redattore capo ebreo e fondatore della pubblicazione “Simon Wiesenthal Center Annual”. Viene spontaneo chiedersi: «Perché mai fu necessario?». Ebbene, dopo il suo primo articolo apparso nel 1994 sulla rivista “Skeptic”, Shermer aveva accettato un invito da parte dell’Institute for Historical Review, con sede in California – all’epoca la principale istituzione revisionista al mondo. Nel corso del dibattito che ne seguì, il 22 luglio 1995, Shermer aveva mostrato una cortesia professionale nei confronti degli studiosi revisionisti, arrivando a concedere diversi punti a favore della loro tesi[6]. Cinque anni dopo, la posizione revisionista era stata rafforzata dal ritrovamento di numerosi nuovi documenti, rimasti fino ad allora celati negli archivi di Mosca. Di conseguenza, i gruppi di pressione ebraici dovevano essere preoccupati all’idea che Shermer potesse concedere ancora altro. Tuttavia, forte dell’appoggio del commissario Grobman, nel suo libro del 2000 Shermer fece un’inversione di rotta totale.
A questo punto entra in scena lo storico italiano dell’Olocausto Carlo Mattogno. È un po’ come far entrare la volpe revisionista nel pollaio dell’ortodossia. Mettendo mano alla penna, egli ha fatto a pezzi – in modo totale e devastante – le illusioni di Shermer[7] e van Pelt[8] circa una presunta convergenza delle prove sull’Olocausto verso la loro «verità». Da un lato, Mattogno ha dimostrato che sia van Pelt che Shermer hanno travisato e/o interpretato erroneamente i documenti, forzandoli a convergere verso un punto prestabilito, laddove il loro contenuto effettivo – così come il contesto storico e documentale – dimostra esattamente l’opposto. Dall’altro, Mattogno evidenzia come esista, in effetti, una convergenza di prove aneddotiche, ovvero di testimonianze che raccontano storie simili. Tuttavia, tali racconti non convergono verso una verità, bensì – com’è dimostrabile – verso delle falsità; il che indica chiaramente che i testimoni devono essere stati, in un modo o nell’altro, istruiti a riferire le medesime menzogne.
Il punto debole di Mattogno – e, per estensione, dei revisionisti – è che egli non fornisce alcuna prova di tale manipolazione delle testimonianze. Nei libri dedicati ad altri cosiddetti campi di sterminio, scritti in collaborazione con altri autori, Mattogno presenta ulteriori casi in cui le testimonianze convergono verso menzogne. Il più eclatante è quello del campo di Sobibór, dove le prime deposizioni dei testimoni convergono su un racconto assurdo, in seguito abbandonato dalla storiografia ufficiale e sostituito da una narrazione completamente diversa[9]. Per giunta, le prime testimonianze relative ai tre campi dell’«Aktion Reinhardt» – Bełżec, Sobibór e Treblinka – divergono in modo sorprendente, sia tra loro, sia rispetto a quanto sostenuto dalla storiografia ufficiale. Ho esposto la questione in modo sintetico nei relativi capitoli del mio libro “Nazi Gas Chambers: The Roots of the Story” [Le camere a gas naziste: le radici della storia]. Anche in questo caso, ci troviamo di fronte a diversi indizi schiaccianti, ma non a una prova diretta che qualcuno abbia manipolato le testimonianze.
Le cose adesso sono cambiate. In un articolo pubblicato in questo numero di “Inconvenient History”, intitolato “Oskar Strawczynski and the Cross-Pollination of Holocaust Memory”[10] [Oskar Strawczynski e la contaminazione reciproca della memoria dell’Olocausto], il ricercatore statunitense Thomas Olson analizza a fondo le origini delle testimonianze dei sopravvissuti sul campo di Treblinka – considerato il più letale tra i cosiddetti campi di puro sterminio, con circa 800.000 vittime. Olson rivela come i sopravvissuti di Treblinka abbiano dato vita a un’associazione che collaborava strettamente con la Commissione Storica Ebraica Centrale. Tale commissione fu il fulcro degli sforzi ebraici volti a documentare quanto presumibilmente accaduto durante la guerra e a creare “prove” per le indagini penali. In questo contesto, essi lavorarono in stretta collaborazione con la Commissione Principale per l’Indagine sui Crimini Nazisti in Polonia; fu il giudice istruttore di quest’ultima, Zdzisław Łukaszkiewicz, a redigere, in ultima istanza, la narrazione su Treblinka così come viene raccontata ancora oggi.
Più precisamente, Olson documenta che questi sopravvissuti di Treblinka si riunivano regolarmente con lo scopo principale di registrare le proprie testimonianze. Tuttavia, ciò non avveniva chiedendo a ciascun testimone di presentare i propri ricordi in modo indipendente. Al contrario, come attestano esplicitamente i documenti relativi ai metodi adottati, i testimoni venivano incoraggiati a incontrarsi, a raccontare agli altri ciò che «sapevano» e a leggere loro resoconti scritti, al fine di «stimolare» la memoria. I partecipanti potevano fornire «ulteriori informazioni» o «correzioni» a quanto un testimone ricordava spontaneamente. Le testimonianze scritte che ne risultavano erano spesso opera di più autori; ciò è reso evidente dal fatto che alcuni di tali resoconti presentano diverse grafie.
Per quanto riguarda le testimonianze, l’argomento delle “prove convergenti” ha senso solo se i resoconti dei testimoni sono indipendenti l’uno dall’altro e puntano tutti nella stessa direzione. Se invece sono stati inquinati da informazioni esterne – in particolare da ciò che altri testimoni sostengono di sapere, un processo che Irving ha definito “impollinazione incrociata” – allora tali resoconti non sono più indipendenti e non possono essere utilizzati per sostenere che rafforzino la reciproca attendibilità o credibilità. Di fatto, l’“impollinazione incrociata” intenzionale e sistematica delle testimonianze, attuata da quelle organizzazioni di sopravvissuti ebrei in Polonia, fa venire completamente meno il fondamento dell’approccio basato sulla “convergenza”. Semmai, dimostra esattamente il contrario.
Attendo con interesse ulteriori ricerche d’archivio approfondite da parte di Thomas Olson. Siamo orgogliosi di averlo nel nostro team di ricercatori storici fortemente indipendenti.
Consulta qui tutti gli articoli di Olson pubblicati finora.
https://codoh.com/library/document/rigging-holocaust-testimony/
[1] The Pelt Report, 1999; in: http://www.hdot.org/vanpelt_toc.
[2] Una versione leggermente rivista è stata postata in rete all’indirizzo: http://www.vho.org/GB/c/GR/RudolfOnVanPelt.html
[3] The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving Trial. Indiana University Press, Bloomington/Indianapolis, 2002.
[4] Michael Shermer, “Proving the Holocaust: The Refutation of Revisionism & the Restoration of History” [Dimostrare l’Olocausto: la confutazione del revisionismo e il ripristino della storia], Skeptic Magazine, vol. 2, n. 4 (giugno 1994), pp. 32-57, in particolare il capitolo intitolato “A Convergence of Evidence: The Key to Historical Proof” [Una convergenza di prove: la chiave per la dimostrazione storica], in rete: https://www.nizkor.org/a-convergence-of-evidence/.
[5] Michael Shermer, Alex Grobman, Denying History. Who Says the Holocaust Never Happened and Why Do They Say It? [Negare la storia. Coloro che dicono che l’Olocausto non è mai avvenuto e perché lo dicono?], University of California, Berkeley, Los Angeles, London 2000/2002/2009.
[6] Mark Weber, “Debating the Undebatable: The Weber-Shermer Clash” [Discutere l’indiscutibile: lo scontro tra Weber e Shermer], The Journal of Historical Review, vol. 16, n. 1, 1996, pp. 23-34; https://codoh.com/library/document/debating-the-undebatable-the-weber-shermer-clash/; include una registrazione video del dibattito, della durata di quasi due ore.
[7] C. Mattogno, ‘Denying History’ – Denying Evidence! [‘Negare la storia’ – Negare le prove!], The Revisionist, vol. 3, n. 1, 2005, pp. 9-44; https://codoh.com/library/document/denying-history-denying-evidence/; attualmente disponibile come volume autonomo: idem, Bungled: “Denying History.” How Michael Shermer and Alex Grobman Botched Their Attempt to Refute Those Who Say the Holocaust Never Happened [Un fallimento: “Denying History”. Come Michael Shermer e Alex Grobman hanno maldestramente tentato di confutare chi sostiene che l’Olocausto non sia mai avvenuto], 2ª ed., Castle Hill Publishers, Uckfield, 2017; https://holocausthandbooks.com/book/bungled-denying-history/.
[8] C. Mattogno, The Real Case for Auschwitz: Robert van Pelt’s Evidence from the Irving Trial Critically Reviewed [Le prove concrete su Auschwitz: un’analisi critica del materiale presentato da Robert van Pelt al processo Irving], 3rd ed., Castle Hill Publishers, Uckfield, 2019; https://holocausthandbooks.com/book/the-real-case-for-auschwitz/.
[9] Carlo Mattogno, Thomas Kues, Jürgen Graf, Sobibór: Holocaust Propaganda and Reality, 2nd ed., Castle Hill Publishers, Uckfield, 2020; https://holocausthandbooks.com/book/sobibor/.
[10] Inconvenient History, Vol. 18, No. 4, 2026; https://codoh.com/library/document/oskar-strawczynski-cross-pollination-holocaust-memory/.
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