David Skrbina: Quest’anno, il mio voto dipende da una sola questione: gli interessi antiebraici

QUEST’ANNO, IL MIO VOTO DIPENDE DA UNA SOLA QUESTIONE: GLI INTERESSI ANTIEBRAICI

Di David Skrbina, 16 ottobre 2026

Le elezioni di metà mandato statunitensi del 2026 si avvicinano rapidamente, portando con sé implicazioni di grande portata sia per gli americani che per il resto del mondo. Vorrei dedicare un momento a esporre le mie riflessioni su questa questione urgente, offrendo magari uno spunto di riflessione a tutti coloro che si apprestano a votare. In qualità di scrittore, ricercatore ed ex docente di filosofia politica, ho trascorso gran parte degli ultimi trent’anni a riflettere intensamente su questioni sociali e politiche, cercando soprattutto di comprendere come siamo giunti all’attuale situazione critica e come potremmo uscirne. Come la maggior parte delle persone, nutro preoccupazioni per svariati temi: l’economia, il costo del carburante e dei generi alimentari; la tecnologia e l’intelligenza artificiale avanzata; il degrado ambientale; l’incompetenza e la corruzione all’interno dell’apparato governativo. E, naturalmente, detesto pagare le tasse. In teoria, nel contesto di un’«elezione libera ed equa», dovrei valutare i diversi candidati in base a queste tematiche, soppesare i pro e i contro di ciascuno e, infine, compiere la mia scelta. Certo, il mio singolo voto è praticamente irrilevante in uno Stato di 10 milioni di abitanti, all’interno di una nazione che ne conta 345 milioni; eppure, solitamente (sebbene non sempre), seguo la prassi e vado a votare.

Con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, tuttavia, la situazione è diversa. Ora, tutte le mie preoccupazioni abituali sembrano passare in secondo piano, mentre una sola questione finisce per dominare e oscurare le altre. Si tratta di ciò che da tempo viene definito la «questione ebraica»: cosa dovremmo fare riguardo alla perniciosa presenza e influenza ebraica nella nostra società?

La questione si articola in due punti: innanzitutto, il semplice fatto che gli ebrei costituiscano una presenza perniciosa nella società occidentale; in secondo luogo, che vi sia qualcosa che possiamo e dobbiamo fare al riguardo. Vorrei soffermarmi brevemente su entrambi gli aspetti.

Da tempo ritengo che gli ebrei in America rappresentino un elemento deleterio per la società; una convinzione che risale, quantomeno, ai miei anni universitari. Per molto tempo, tuttavia, si è trattato solo di una sensazione vaga e confusa, l’intuizione che vi fosse qualcosa che non andava nel ruolo ricoperto dagli ebrei negli Stati Uniti. Dopotutto, essi costituiscono appena una minima percentuale della popolazione; come si spiega, allora, un’influenza così palesemente sproporzionata in ambiti quali la politica, il cinema, l’informazione e il mondo accademico? Perché Israele — una nazione minuscola di circa 10 milioni di abitanti, che per popolazione si colloca intorno al centesimo posto al mondo e che dista oltre 5.000 miglia — riceve un’attenzione mediatica così costante? Come fanno gli ebrei americani — il cui numero è all’incirca paragonabile a quello degli americani di origine scozzese o portoricana — a ottenere una tale risonanza? (Quanto spesso si sente parlare della Scozia nei notiziari? Lo stesso dovrebbe valere per Israele!) E perché l’Olocausto — un evento storico oggetto di dibattito, risalente a oltre 80 anni fa — viene menzionato così di frequente nei media generalisti? Qualsiasi studente universitario dotato di buon senso poteva constatare che tutto ciò fosse vero e problematico. Tuttavia, comprendere la portata di tale fenomeno, la sua origine e come affrontarlo richiedeva un’analisi più approfondita.

Fin da giovane, mi era evidente che, per ottenere una tale attenzione in un mondo frenetico, sovraffollato e tormentato dalle crisi, qualcuno, da qualche parte, doveva esercitare una notevole influenza. Approfondendo la questione, è emerso chiaramente che questa attenzione sproporzionata rappresentava un fatto negativo: essa era quasi sempre orientata a favore degli ebrei o di Israele e finiva inevitabilmente per mettere in secondo piano altre questioni ben più importanti. È emerso inoltre che gli ebrei, o i loro lacchè, detenevano di fatto il controllo dei media e del mondo accademico statunitense.

E quando ho indagato sul perché il governo non intervenisse per porre rimedio a tali squilibri, è emerso chiaramente che anche il governo era dominato da interessi ebraici: in parte dagli ebrei stessi, in parte da cristiani sionisti illusi, ma soprattutto dal denaro ebraico, che faceva eleggere politici compiacenti e dettava le linee politiche a molti livelli. Ho scoperto che il sistema americano è una struttura radicata, capace di autoalimentarsi e auto-proteggersi, che quasi sempre opera a favore di interessi ebraici o israeliani, il che, in realtà, significa agire contro gli interessi americani (in particolare quelli degli americani bianchi).

Come dicevo, si tratta di un aspetto intrinsecamente negativo. Provate a riflettere su come vadano le cose negli Stati Uniti oggi. La nostra nazione è, in linea di massima, sulla strada giusta? No? Se questa è la vostra risposta immediata, sappiate che siete in buona compagnia. Da almeno vent’anni, i sondaggi sull’opinione pubblica mostrano costantemente che una percentuale compresa tra il 55% e il 75% degli americani ritiene che il Paese stia andando nella direzione sbagliata. Si tratta di un elevato livello di insoddisfazione, che prescinde dall’alternanza tra amministrazioni repubblicane e democratiche. E non è semplicemente una questione di insoddisfazione di una parte politica quando l’altra è al potere: si può non apprezzare il presidente in carica e, ciononostante, ritenere che il Paese stia andando bene; viceversa, si può essere insoddisfatti anche quando a vincere le elezioni è stato il “proprio” candidato – come accade oggi a molti elettori di Trump. Dunque, non è solo una questione di dinamiche partitiche; c’è qualcosa di più profondo in gioco.

Considerate poi questo aspetto. Esiste una costante politica che perdura da decenni e che attraversa gli schieramenti di partito: l’influenza e il controllo ebraico sul governo. Tale dinamica coinvolge sia i Repubblicani che i Democratici e, in misura minore, i Verdi e altre formazioni politiche minori. È noto da tempo che i Repubblicani ricevono almeno il 25% dei loro finanziamenti politici complessivi da fonti ebraiche, mentre per i Democratici la quota è pari almeno al 50%. Si tratta di un dato sorprendente, se si pensa che a Washington operano circa 13.000 lobbisti, sostenuti da svariati gruppi che mirano a influenzare le scelte politiche; eppure, una sola lobby — quella ebraica — fornisce il 25%, il 50% o addirittura una percentuale superiore di tutte le donazioni elettorali. Una volta appreso questo fatto, non stupisce affatto che gli interessi ebraici siano predominanti.

Perché, dunque, non rendiamo illegali tali donazioni? Perché proprio le persone che dovrebbero farlo sono quelle che, in primo luogo, sono state corrotte dal denaro. Gli ebrei, com’è naturale, sono piuttosto soddisfatti del sistema così com’è e ostacolano qualsiasi tentativo che possa ridurne l’influenza. Il sistema è, di fatto, intrinsecamente corruttivo e solo un’azione radicale può cambiarlo.

Datemi pure dell’antisemita, se volete, ma io considero tutto ciò una situazione estremamente negativa — e lo penso da oltre tre decenni. Se gli ebrei costituiscono una minoranza del 2% in questo Paese, eppure il nostro governo, i nostri media, il mondo accademico e le nostre imprese agiscono costantemente e in modo palese a loro favore, come si può interpretare tutto questo se non come qualcosa di malevolo?

Per inciso, questa situazione non è affatto una novità. Risale infatti a ben più di 100 anni fa: a prima che gli influenti ebrei americani spingessero FDR a far entrare gli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale, a prima che esercitassero pressioni su Woodrow Wilson affinché dichiarasse guerra alla Germania durante la Prima guerra mondiale; risale almeno al 1911, quando una nascente lobby ebraica statunitense riuscì a imporsi sulla volontà del presidente Taft e a «convincere» un Congresso compiacente ad annullare un trattato commerciale tra Stati Uniti e Russia che era in vigore da tempo. È una storia lunga e sordida.

Già negli anni ’20, per gli osservatori più attenti era evidente che la comunità ebraica esercitasse un’influenza eccessiva e deleteria sulla società americana. Nel 1921, Henry Ford scrisse quanto segue sul suo giornale, “The Dearborn Independent”: «Se si potesse apporre un’etichetta con la scritta “ebraico” su ogni aspetto della propria vita controllato dagli ebrei, si rimarrebbe sbalorditi dal risultato» (13 agosto). Nel 1921! Parliamo di 105 anni fa! E secondo voi, oggi la situazione è migliorata o peggiorata? Bingo.

La goccia (o le gocce) che fa traboccare il vaso

Come ho già detto, tutto ciò mi era evidente da decenni. Altrettanto evidente era la necessità di passare all’azione. In qualità di docente presso l’Università del Michigan, sono stato una delle voci principali a favore del movimento BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) contro Israele, sostenendo le iniziative sia degli studenti che del corpo docente volte a promuovere questa causa. Purtroppo, la mia università conta una forte presenza ebraica: vi studiano circa 5.000 persone ebree, che rappresentano all’incirca il 15% della popolazione studentesca totale; questo colloca l’Università del Michigan al decimo posto a livello nazionale per percentuale di studenti ebrei e al quinto per numero assoluto. Parallelamente, vi è un’elevata presenza di ebrei tra i docenti e gli amministratori, fino ad arrivare al Consiglio dei Reggenti (Board of Regents). Di conseguenza, l’ateneo si è opposto con fermezza a qualsiasi iniziativa legata al BDS (nonostante, nel 1988, avesse attuato il disinvestimento dal Sudafrica dell’apartheid). Ancora una volta, per chiunque prestasse anche solo un minimo di attenzione, era chiaro che il potere ebraico all’interno dell’università stesse orientando le politiche a proprio favore. E la mia università, ovviamente, non è un caso isolato: a tutt’oggi, nessun grande ateneo statunitense ha disinvestito da Israele.

Poi è arrivata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: o meglio, due gocce. La prima è stata la reazione all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, in seguito al quale Israele, anziché individuare e punire i responsabili, ha scelto di decimare l’intera Striscia di Gaza. Finora, almeno 100.000 palestinesi sono stati uccisi – una cifra che potrebbe essere persino doppia o tripla – e, tra le vittime, circa il 60% è costituito da donne, bambini e anziani.

Per tutti coloro che, per anni, sono stati restii ad agire contro l’apartheid israeliano, questa dovrebbe essere stata la goccia che fa traboccare il vaso. Oltre all’apartheid istituzionale, siamo ora di fronte a un vero e proprio genocidio e a un massacro di innocenti, trasmessi al mondo intero affinché tutti possano vedere. Non c’è nulla da discutere, nulla su cui dibattere; non si tratta di una “zona grigia”, né di una legittima difesa giustificabile, e certamente non di giustizia. È un crimine di massa, perpetrato dallo Stato ebraico e sostenuto da una larga maggioranza di civili ebrei, sia in Israele che all’estero. Disinvestire dai crimini contro l’umanità commessi da Israele è il minimo che si possa fare.

Nei più di tre anni in cui si è protratta questa catastrofe genocida, cosa ha fatto il governo americano? Ha sostenuto i criminali. Durante i primi 18 mesi dell’amministrazione Biden-Harris, non è stata intrapresa alcuna azione critica significativa nei confronti di Israele. Al contrario: Biden ha approvato un’assistenza annuale costante di 3,8 miliardi di dollari allo Stato ebraico e, all’inizio del 2024, ha autorizzato un “pacchetto di sicurezza” straordinario una tantum da 14 miliardi di dollari. Allo stesso modo, Trump non ha fatto nulla per sanzionare i crimini israeliani e, come il suo predecessore, ha mantenuto il flusso di aiuti e armi. È stato riferito che, dal 7 ottobre 2023, Israele ha ricevuto oltre 25 miliardi di dollari in aiuti complessivi, a cui si aggiungono 33 miliardi di dollari in trasferimenti di armamenti.

Quale prova migliore del controllo ebraico sul governo statunitense potrebbe esserci del fatto che due presidenti tanto diversi come Biden e Trump siano uniti nel loro sostegno incondizionato ai crimini contro l’umanità commessi da Israele?

Come se ciò non bastasse, si osservi la reazione nei confronti dei manifestanti americani che si sono opposti al genocidio a Gaza. Gli studenti che hanno protestato nei campus universitari hanno subito molestie, arresti, il licenziamento da incarichi accademici e persino l’espulsione; alcuni, non essendo cittadini statunitensi, sono stati addirittura deportati. I lavoratori che hanno preso parte alle proteste – anche solo attraverso i social media – sono stati licenziati, multati, declassati o comunque penalizzati. Tra le personalità di spicco che hanno subito sanzioni figurano Macklemore, Susan Sarandon, Melissa Barrera, Maha Dakhil, Sally Rooney, Bella Hadid, Mia Khalifa, David Velasco e Zara Larsson; innumerevoli altre persone, meno note, hanno certamente pagato un prezzo analogo.

Per la sinistra tradizionale, che ama farsi paladina dei diritti delle popolazioni indigene, delle persone non bianche, degli omosessuali, dei disabili e di altri soggetti che si ritiene subiscano una discriminazione sistemica, si è trattato di un risveglio particolarmente brusco. I sostenitori ebrei di area progressista non avevano alcun problema con il movimento “Black Lives Matter”, con le iniziative contro l’“estrema destra”, con le azioni in stile “antifa” e via dicendo; tuttavia, quando si è trattato di difendere i palestinesi, l’establishment ebraico ha attaccato senza pietà i manifestanti di sinistra e di orientamento liberal. Ancora una volta, si è trattato di una lezione fondamentale sulle dinamiche di potere ebraico: in America sono gli ebrei a comandare e, se si ostacolano i loro interessi, si finisce sotto attacco. Esponenti della sinistra e dell’area liberal hanno così scoperto, a proprie spese, ciò che chi si colloca “a destra” sa già da anni.

Poi c’è la penultima goccia: la guerra israelo-statunitense contro l’Iran, iniziata con un atto di omicidio di massa il 28 febbraio 2026[1]. Questo conflitto, giunto ormai all’ottavo mese e che non mostra alcun segno di risoluzione, è la quintessenza della “guerra per gli ebrei”. Si tratta, di fatto, del caso paradigmatico. È fin troppo evidente che Trump abbia scatenato la guerra su ordine di Netanyahu e della lobby ebraica americana, i quali temevano un Iran sempre più potente e influente. La giustificazione, debole se non del tutto inesistente, addotta da Trump — ovvero che l’Iran fosse uno “sponsor del terrorismo” (come se gli Stati Uniti e Israele non lo fossero) e che fosse sul punto di sviluppare armi nucleari in grado di colpire gli “alleati degli Stati Uniti” (leggi: Israele) — è sempre apparsa ridicola e priva di prove. Ogni nazione ha il diritto di produrre uranio arricchito, anche fino al grado necessario per la fabbricazione di armi; non esiste alcuna norma di diritto internazionale che lo vieti. Inoltre, qualsiasi azione violenta sostenuta dall’Iran nel corso degli anni impallidisce al confronto del terrorismo statunitense e israeliano.

Questa è chiaramente la “guerra per gli ebrei” di Trump, ma la gran parte dei politici repubblicani la sostiene, se non altro di fatto. Tra gli attuali membri repubblicani del Congresso, solo quattro senatori hanno votato concretamente per porre fine al conflitto: Rand Paul, Susan Collins, Lisa Murkowski e Thom Tillis; alla Camera, alcuni hanno espresso un sostegno puramente formale all’idea (Thomas Massie e Ro Khanna hanno presentato un disegno di legge per vietare il coinvolgimento militare contro l’Iran senza l’approvazione del Congresso, sostenuto da quattro repubblicani: Tom Barrett del Michigan, Warren Davidson dell’Ohio e Brian Fitzpatrick della Pennsylvania). È significativo che nessuno si esprima contro la causa profonda del problema: il fanatismo genocida israeliano, sostenuto da una lobby ebraica americana maligna e dotata di un’influenza disastrosa. Nessuno chiede la fine di ogni forma di sostegno finanziario e militare a Israele; nessuno invoca sanzioni contro Israele; nessuno mette in discussione il ruolo e il potere della lobby ebraica.

I Democratici non stanno molto meglio – il che è prevedibile, data la loro maggiore dipendenza dal denaro ebraico. Si nota qualche lieve progresso da parte dei tanto bistrattati Democratic Socialists of America, il cui programma chiede di porre fine alle guerre all’estero, di tagliare drasticamente le spese militari e quelle del Pentagono, di ritirarsi dalla NATO e di ridurre o eliminare gli aiuti militari a Israele. Eppure, nemmeno loro sono disposti a discutere dell’imposizione di sanzioni contro Israele, per non parlare di affrontare il potere corruttivo della lobby ebraica americana, o di denunciare apertamente chi siano davvero gli ebrei e i sionisti.

Questi due «episodi decisivi» sono serviti certamente a risvegliare un gran numero di persone, spingendole a scrollarsi di dosso le proprie reticenze e a tornare a osservare gli eventi mondiali. Ora dobbiamo mobilitarle all’azione.

Per gli eventuali scettici rimasti, è sufficiente indicare i fatti indiscutibili. Gli ebrei, di fatto, dominano le nostre principali aziende mediatiche[2]. Gli ebrei, di fatto, dominano il settore tecnologico (Big Tech)[3]. Gli ebrei, di fatto, forniscono la parte preponderante di tutti i finanziamenti politici[4]. Se nutrite dubbi su questi fatti, dedicate qualche minuto a verificarli; se invece non ne dubitate, allora adoperatevi per un cambiamento. Abbiamo permesso che tutto ciò accadesse, e possiamo cambiarlo.

Il mio corpo, il mio voto

Alla luce di tutto ciò, non posso che concludere che nulla migliorerà negli Stati Uniti, né nelle nazioni europee asservite agli americani, finché non spezzeremo la spina dorsale del potere ebraico in questo Paese. Esistono vie più rapide per riuscirci (rivoluzione, secessione) e altre più lente, come la politica elettorale; tuttavia, ora, in vista delle imminenti elezioni di metà mandato, dobbiamo chiederci cosa sia possibile fare in questa direzione.

Per me, la conclusione è chiara: votate per il candidato più anti-Israele, antisionista e antiebraico che riuscite a trovare. In questo momento, nient’altro conta davvero.

Se voti in una sorta di elezione primaria repubblicana o in una competizione a partito unico in cui tutti i candidati sono repubblicani, vota per il repubblicano più antiebraico: perché nient’altro conta. Se voti in una competizione a partito unico in cui tutti i candidati sono democratici, vota per il democratico più antiebraico: perché nient’altro conta. Se voti in una normale elezione con più candidati, vota per quello più antiebraico, a prescindere dal partito: perché nient’altro conta.

Un esempio concreto: nel mio stato, il Michigan, per la carica di senatore ho la possibilità di scegliere tra il democratico Abdul El-Sayed e il repubblicano Mike Rogers[5]. Ebbene, di norma non sarei propenso a votare per un democratico musulmano di orientamento progressista, ma voterò per El-Sayed, perché è il più ostile agli ebrei; nient’altro ha importanza.

Un altro punto da sottolineare: non facciamo confusione tra i termini “sionista” ed “ebreo”. Quasi tutti gli ebrei sono, in un certo senso, sionisti, poiché sostengono l’esistenza di Israele come Stato ebraico in Palestina, inteso come rifugio globale per gli ebrei. Alcuni potrebbero essere favorevoli a includere cittadini arabi, altri potrebbero persino sostenere la creazione di uno Stato palestinese, ma praticamente tutti appoggiano l’esistenza stessa di uno Stato ebraico definito su basi teologiche e razziali: ed è proprio questa l’essenza del sionismo. Per troppe persone, “sionista” è solo un modo garbato per dire “ebreo”; ma se non chiamiamo le cose con il loro nome, rischiamo di apparire eccessivamente compiacenti e timidi. Gli eventi attuali richiedono una brutalmente schietta onestà.

Obbiettivi realistici

Infine, dobbiamo essere chiari e realistici riguardo ai nostri obiettivi. L’obiettivo a lungo termine è evidente: una ristrutturazione totale dell’attuale ordine sociale a guida ebraica. A breve termine, tuttavia – e prescindendo dalle opzioni più estreme menzionate in precedenza – dobbiamo tenere a mente che il processo elettorale è lento e incerto. Nel votare per candidati antiebraici, non ci aspettiamo necessariamente che vincano; naturalmente, dovranno affrontare ingenti finanziamenti ebraici mobilitati contro di loro e, in un sistema di democrazia di massa rozzo e maldestro come quello che abbiamo in America e in Europa, il denaro ha il suo peso. Anche qualora dovessero aggiudicarsi qualche tornata elettorale, non aspettatevi che agiscano in modo risoluto: come la maggior parte dei politici, gli eventuali vincitori cederebbero probabilmente alle pressioni ebraiche, ritrattando rapidamente le posizioni precedentemente sostenute.

Ma per ora, tutto questo non conta. Ciò che conta è la retorica, il linguaggio e i presupposti impliciti: adottando pubblicamente una posizione, anche solo lievemente antiebraica, tali politici spianano la strada a nuovi approcci alla «questione ebraica». Rendono accettabile una prospettiva critica, stimolano nuove idee e nuovi modi di pensare nelle persone, e provocano una reazione — guidata dagli ebrei — che torna a vantaggio della nostra causa. Tutto ciò rappresenta un enorme passo avanti, poiché prepara il terreno per una retorica più incisiva e per azioni più decise in futuro.

Per quanto mi dispiaccia semplificare eccessivamente una situazione complessa, credo che gli eventi attuali ci abbiano costretti ad agire in un certo modo. È giunto il momento di basare il proprio voto su una singola questione.

È una scelta razionale.

È una scelta morale.

È la cosa giusta da fare.

Il 3 novembre, il mio voto sarà contro gli ebrei. Unitevi a me.

David Skrbina, PhD, è un ex docente di filosofia presso l’Università del Michigan, Dearborn. È autore o curatore di una dozzina di libri, tra cui “The Jesus Hoax” (2ª ed., 2024), “The Metaphysics of Technology” (Routledge, 2015) e “Panpsychism in the West” (MIT Press, 2017).

https://www.theoccidentalobserver.net/2026/10/16/this-year-im-a-one-issue-voter-anti-jewthis-year-im-a-one-issue-voter-anti-jewish-interests/

 

[1] Qui tralascio la precedente «Guerra dei dodici giorni» del giugno 2025, che ha visto coinvolti gli stessi belligeranti.

[2] Comcast (Brian Roberts), Disney (Dana Walden e, fino a poco tempo fa, Bob Iger), Warner Bros (Michael DeLuca), Paramount Skydance (David e Larry Ellison) e Fox (la famiglia sionista Murdoch, probabilmente di origini ebraiche). Oppure si controllino i nomi dei vertici di qualsiasi casa di produzione cinematografica. O si prendano in considerazione i principali conduttori della CNN: Wolf Blitzer, Dana Bash, Jake Tapper, John Berman, Bianna Golodryga, Carl Bernstein, Max Boot, Oren Lieberman, Jeremy Diamond.

[3] Larry Ellison (Oracle), Mark Zuckerberg (Meta), Larry Page (Google), Sergey Brin (Google), Michael Dell (Dell Computers), Adam Mosseri (Instagram), Safra Catz (Oracle), Arthur Levinson (Apple), Sam Altman (OpenAI), Alex Karp (Palantir), Gary Cohn (IBM), Dario Amodei (Anthropic), and Andy Jassy (Amazon).

[4] Si veda, ad esempio, lo studio di Gil Troy, “The Jewish Vote”.

[5] I candidati al Senato per i partiti minori in Michigan — Doug Marsh, Lydia Christensen e Tim Long — non sono più ostili agli ebrei di quanto lo sia El-Sayed; se uno di loro lo fosse, otterrebbe il mio voto.

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