
HARRY ELMER BARNES, RIPOSI IN PACE
Di Murray N. Rothbard, 1968
[Questo articolo è apparso originariamente nell’ultimo numero di Left & Right]
Il 25 agosto 1968, a meno di una settimana dal completamento della stesura definitiva dell’articolo che costituisce questo numero di Left & Right, Harry Elmer Barnes è morto all’età di 79 anni.
La scomparsa di chiunque lascia un vuoto incolmabile; ma nel caso di Harry Barnes tale vuoto è davvero enorme, poiché, sotto molti aspetti, egli è stato l’«ultimo dei Romani». È stato, ad esempio, l’ultimo esponente di quella schiera di giovani di estrazione rurale e di fede protestante che, abbandonata la religione durante gli studi universitari, finì per costituire quasi per intero la generazione fondante degli studiosi e dei docenti universitari americani. Più nello specifico, è stato l’ultimo dei fondatori della «New History» – quel movimento sorto a cavallo tra i due secoli che, sotto la guida di figure come Charles A. Beard, Carl L. Becker e James Harvey Robinson (amici e mentori di Barnes), ha di fatto dato vita alla professione di storico in America, imprimendo un’impronta indelebile alla storiografia fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Harry Barnes è stato, inoltre, l’ultimo degli storici dotati di una reale, vasta erudizione. In un ambito caratterizzato da una crescente settorializzazione – dove, per fare un esempio, un esperto della Francia degli anni Trenta dell’Ottocento potrebbe non sapere quasi nulla di ciò che accadde nel Paese nel decennio successivo – Harry Barnes era in grado di spaziare sull’intero campo della ricerca e della visione storica.
Egli era lo Storico Completo; ed è stato l’approccio storico a informare il suo lavoro in tutte le altre discipline delle scienze sociali nelle quali è stato straordinariamente prolifico: sociologia, criminologia, religione, economia, attualità e pensiero sociale. Senza dubbio, la sua produzione scientifica è stata – e continuerà a rimanere – ineguagliabile, come dimostra anche solo uno sguardo alla bibliografia dei suoi scritti.
La mole e l’ampiezza della sua produzione basterebbero, da sole, a fare di Harry Elmer Barnes uno studioso memorabile; eppure, questo è solo un aspetto marginale della sua straordinaria figura. Egli rappresentava infatti una rarità nel mondo accademico: uno studioso profondamente e appassionatamente impegnato. Per Harry non era sufficiente scoprire ed esporre la verità; sentiva il dovere di adoperarsi attivamente, con totale dedizione, affinché tale verità trovasse concreta attuazione nel mondo. Il suo atteggiamento era l’esatto opposto dell’ironia distaccata che caratterizzava il suo amico Carl Becker. Egli riteneva — una convinzione corretta, sebbene sempre più isolata — che il fine ultimo del vasto e crescente apparato accademico fosse quello di contribuire a una vita migliore per l’umanità; che lo scopo ultimo delle discipline scientifiche e umanistiche fosse quello di aiutare a definire un’etica per il genere umano e, successivamente, di favorirne la messa in pratica. Per tutta la vita, Barnes fu tanto devoto alla disciplina storica quanto all’impiego dei suoi insegnamenti a beneficio dell’uomo. Egli rifiutava la concezione antiquaria dello «studio fine a sé stesso»; per lui, la stella polare era lo studio al servizio dell’umanità. Da qui l’appropriatezza dell’affettuosa definizione coniata da Carl Becker per descriverlo: «il dotto crociato».
Fu l’appassionato impegno di Harry verso la verità a costargli l’applauso tanto degli studiosi quanto del grande pubblico, relegandolo, negli ultimi due decenni della sua vita, in una sorta di isolamento totale. Nel corso degli anni Trenta, Harry Barnes era acclamato, sia dagli accademici che dai non addetti ai lavori, come una delle figure intellettuali di spicco del suo tempo. I suoi libri venivano recensiti – sempre in termini favorevoli – nella prestigiosa prima pagina del *New York Sunday Times Book Review*. La sua rubrica, pubblicata sui giornali del gruppo Scripps-Howard, era letta con attenzione da milioni di persone. Tuttavia, ai fini del mantenimento della sua eminente posizione pubblica, Harry commise un errore fatale: volle restare, sempre e comunque, fedele alle proprie convinzioni e ai propri principi, a qualunque costo.
Di conseguenza, quando l’opinione pubblica liberale – poco prima dell’ingresso dell’America nella Seconda guerra mondiale – iniziò a mutare radicalmente orientamento, abbandonando la precedente adesione alla neutralità e al non interventismo per farsi invece promotrice della guerra, Harry Barnes, al pari di altri esponenti liberali come John T. Flynn e Charles A. Beard, mantenne ferma la propria posizione. Si rifiutò di lasciarsi trascinare dall’isteria bellicista interventista e non volle tacere su una questione di vitale importanza per l’umanità. A differenza di tanti suoi amici – che pure comprendevano la situazione e avrebbero avuto meno da perdere – egli scelse di non imboccare la via più comoda e opportunistica. Si oppose con decisione alla spinta verso il conflitto e, per questo, fu bruscamente rimosso dal suo incarico di editorialista da Roy Howard; quest’ultimo, pur essendo consapevole della realtà dei fatti, ritenne di doversi piegare alle forti pressioni esercitate contro Barnes dagli inserzionisti favorevoli all’intervento. Al pari di Beard e Flynn, Barnes si ritrovò perseguitato da ex amici e colleghi, venendo addirittura tacciato di essere un “nazista” solo per essere rimasto fedele a quei principi liberali e pacifisti che, fino a pochi mesi prima, tutti loro avevano condiviso.
Mentre l’America emergeva dalla Seconda guerra mondiale come la massima potenza militarista e imperialista del mondo, preparandosi a dare il via alla Guerra fredda per mantenere ed espandere tale impero, l’establishment liberale – divenuto ormai un ingranaggio fondamentale nella gestione e nella giustificazione di quell’impero – sarebbe stato pronto a perdonare e dimenticare, come del resto aveva già fatto in molti altri casi. Ad Harry sarebbe bastato restare in silenzio, accettare – quantomeno tacitamente – il «Nuovo Ordine» e la «Nuova America» e, soprattutto, astenersi dal porsi in prima fila – come aveva invece fatto dopo la Prima guerra mondiale – nel revisionare i miti legati al conflitto e nel chiamare i governi, il proprio e quelli alleati, a rispondere dei loro crimini davanti al tribunale della storia e della giustizia.
Altri storici, anch’essi di orientamento “isolazionista” riguardo alla Seconda guerra mondiale, furono disposti a tacere per evitare ritorsioni da parte dell’establishment; non così Harry Elmer Barnes. Harry era un dotto crociato; mentre altri uomini, con l’avanzare dell’età e una maggiore stabilità, tendevano a diventare più conservatori, timidi e compiacenti verso i detentori del potere, per Harry Elmer Barnes non fu mai così. Questo avrebbe rappresentato il suo grande fardello per il resto della vita, ma sarebbe stato anche la sua gloria imperitura.
Per due decenni dopo la Seconda guerra mondiale, studiosi e intellettuali di orientamento liberale furono i promotori di una grande celebrazione, basata sul «consenso», di ciò che l’America era diventata. Harry Barnes, tuttavia, non poteva unirsi a questa ingenua esaltazione. Egli condannava il militarismo, la caccia alle streghe, l’imperialismo, l’economia militar-industriale, quello che definiva «liberalismo totalitario» — fenomeni che ormai caratterizzavano l’America — così come la natura distaccata e quasi «mandarinesca» delle scienze sociali. Barnes criticò tutte queste nuove tendenze, cogliendo al contempo come le loro radici affondassero nell’ingresso dell’America nella Seconda guerra mondiale; di conseguenza, riteneva indispensabile una nuova e complessiva comprensione della verità su quel conflitto, affinché l’America potesse finalmente liberarsi dalle catene del suo «Nuovo Ordine».
Così Harry Barnes dedicò gran parte del resto della sua vita a creare un intero corpus di studi revisionisti sulle origini della Seconda guerra mondiale. Se dopo la Prima guerra mondiale Barnes era stato, in qualità di «maresciallo di campo» del revisionismo, affiancato dalla gran parte degli storici più giovani e dall’intero mondo intellettuale, ora si ritrovava praticamente solo, disprezzato tanto dagli storici quanto dal pubblico profano. Eppure, Harry non si lasciò mai, nemmeno per un istante, scoraggiare o abbattere. Da solo, diede vita, di fatto, a un nuovo revisionismo. Per ogni libro o articolo che metteva in discussione i miti ufficiali sull’America e la Seconda guerra mondiale, Harry Barnes era in prima linea: scopriva, ispirava, spronava, ammoniva, curava testi, promuoveva.
Fu il padre e il catalizzatore di tutto il revisionismo sulla seconda guerra mondiale, oltre ad aver scritto personalmente numerosi articoli, curato e scritto per il simposio revisionista Perpetual War for Perpetual Peace, e dando inizio all’intera battaglia subito dopo la guerra con la prima delle numerose edizioni del suo incisivo opuscolo, stampato in proprio, intitolato *Struggle Against the Historical Blackout* (Lotta contro l’oscuramento storico). Fortunatamente, Harry visse abbastanza a lungo da vedere la tendenza iniziare a mutare inesorabilmente all’interno della storiografia, e da assistere all’emergere di una “Nuova Sinistra” che ha cominciato a mettere in discussione non solo le attuali guerre imperiali dell’America, ma anche la Seconda guerra mondiale stessa – in particolare attraverso il lavoro di William Appleman Williams e dei suoi allievi nel campo della storia americana moderna. Per i suoi amici e colleghi, il fatto che Harry sia vissuto abbastanza da vedere, dopo tanti anni, una sorta di riabilitazione delle proprie tesi, costituisce l’unica, parziale consolazione per la sua scomparsa.
Amicizia: questo ci conduce alle straordinarie qualità di Harry come insegnante e come amico. Che Harry Barnes sia stato uno dei grandi maestri della sua epoca è testimoniato da innumerevoli studenti, molti dei quali gli sono rimasti fedeli fino alla fine, nonostante divergenze fondamentali su questioni politiche o punti di vista. Il suo fascino personale, la sua grande generosità verso amici e allievi, così come la sua prodigiosa capacità di lavoro e la sua vasta erudizione, erano in grado di suscitare nei suoi studenti una profonda lealtà e devozione, spingendoli al contempo a un impegno produttivo. Come amico, Harry ci faceva sfigurare tutti per la quantità e la qualità delle sue lettere; è stato, senza dubbio, uno dei più straordinari epistolografi del nostro tempo. Nessuno di noi riusciva mai a scrivere più di una lettera ogni tre o quattro inviate da Harry; ed egli, in esse, riversava un flusso apparentemente inesauribile di commenti dotti e sinceri, analisi, notizie, critiche e generosi elogi.
Per Harry, l’amicizia non era mai qualcosa di casuale o superficiale; era un legame devoto e profondamente sentito, a cui dedicava tanta cura e passione quanta ne riversava nel suo lavoro di storico o nel suo impegno di militante. Di conseguenza, tali amicizie erano inevitabilmente spesso burrascose; e non credo ci sia stato un solo amico con il quale Harry, prima o poi, non abbia interrotto – o quasi interrotto – i rapporti. Eppure, chi conosceva Harry soltanto per fama o attraverso i suoi scritti intransigenti non potrà mai comprendere né apprezzare appieno la sua persona, così com’era immancabilmente: allegro, cortese, un narratore brillante e spesso licenzioso, un compagno meraviglioso e adorabile. Ci mancherà terribilmente.
Fortunatamente, gli amici e i colleghi di Harry hanno lavorato per diversi anni a una *Festschrift* — un volume celebrativo che, nel tempo, è diventato un’opera monumentale, capace di descrivere e celebrare ogni aspetto della vita e dell’attività di Harry Barnes. Il libro, di imminente pubblicazione, s’intitola *Harry Elmer Barnes: The Learned Crusader*; è per tutti noi motivo di grande tristezza che Harry, pur avendo letto l’intero manoscritto, non abbia avuto l’opportunità di vederlo dato alle stampe. L’opera merita la più ampia diffusione possibile.
Nel frattempo, Left & Right ha il privilegio di presentare quella che, tragicamente, si è rivelata l’ultima opera di Harry Barnes; un lavoro che egli stesso considerava la parola definitiva su un’impresa che lo aveva impegnato per l’ultimo quarto di secolo: la vera storia di Pearl Harbor.
Com’era nel suo stile, Harry ha dedicato letteralmente anni a integrare, revisionare e verificare l’intero articolo, affinché soddisfacesse gli standard più elevati e rigorosi. Il suo amico, il comandante Charles C. Hiles – esperto di Pearl Harbor – ha fornito un contributo inestimabile, rileggendo e controllando più volte il materiale. Siamo stati lieti e onorati che Harry abbia scelto le pagine di *Left & Right* per presentare quella che intendeva come la sua parola definitiva sull’argomento: la sintesi conclusiva di un quarto di secolo di ricerca revisionista.
Alcuni lettori potrebbero chiedersi: perché? Che senso ha? Non si tratta forse solo di rimestare tra le ceneri del passato? Non stiamo forse coltivando un mero interesse antiquario, nell’esaminare così dettagliatamente eventi accaduti oltre un quarto di secolo fa? La risposta è che questo tema, lungi dall’essere una questione da antiquari, è fondamentale per comprendere la nostra situazione attuale e come vi siamo giunti. L’ingresso dell’America nella Seconda guerra mondiale, infatti, ha rappresentato l’atto decisivo che ha trasformato gli Stati Uniti da repubblica in impero, estendendo tale impero su scala globale e sostituendo, nel contempo, il declinante Impero britannico.
Il nostro ingresso nella Seconda guerra mondiale ha rappresentato il passaggio decisivo che ha imposto una militarizzazione permanente all’economia e alla società, instaurando nel Paese un assetto da «Stato-guarnigione» permanente, un invadente complesso militare-industriale e un sistema di coscrizione obbligatoria stabile. È stato l’atto cruciale che ha dato vita a un’economia mista gestita da un apparato statale sovradimensionato: un sistema di capitalismo monopolistico di Stato, amministrato dal governo centrale in collaborazione con la grande impresa e le grandi organizzazioni sindacali.
Fu l’atto decisivo che elevò il potere presidenziale – in particolare in politica estera – a quello di una figura che, per il suo dispotismo, non ha eguali nella storia mondiale. E, infine, la Seconda guerra mondiale rappresenta l’ultimo mito bellico rimasto, quello a cui la “vecchia sinistra” si aggrappa per pura disperazione: il mito secondo cui, almeno in questo caso, si sia trattato di una “guerra giusta”, un conflitto in cui l’America si trovava dalla parte della ragione.
La Seconda guerra mondiale è il conflitto che l’apparato bellicista ci sbatte continuamente in faccia, cercando, in ogni guerra che ci troviamo ad affrontare, di ammantarsi dell’aura di bontà e rettitudine che circonda quel secondo conflitto mondiale. È proprio a causa del suo entusiasmo per la Seconda guerra mondiale e per il suo leader, Franklin D. Roosevelt, che la “vecchia sinistra” non è mai riuscita a cogliere il filo diretto e coerente che lega il New Deal e Franklin D. Roosevelt – da essa adorati – alla “Great Society” e a Lyndon Johnson – da essa invece disprezzati. Lyndon B. Johnson ha perfettamente ragione quando definisce FDR il suo “papà” (Big Daddy). La paternità è evidente.
È proprio questo – lo smantellamento, quanto mai necessario, degli ultimi miti residui sulla «guerra giusta» e sul «presidente di guerra virtuoso» – ciò che Harry Elmer Barnes realizza nel suo ultimo articolo. Si tratta di un commiato quanto mai appropriato, poiché riguarda una causa per la quale Harry ha combattuto e sofferto per tutta la vita: la causa della pace, della giustizia e della verità storica.
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