Barbarossa, 1941: riconsiderare l’invasione hitleriana dell’impero sovietico di Stalin

BARBAROSSA, 1941: REFRAMING HITLER’S INVASION OF STALIN’S SOVIET EMPIRE

(Barbarossa, 1941: Riconsiderare l’invasione hitleriana dell’impero sovietico di Stalin)

Libro di Frank Ellis, recensito da Teddy J. Uldricks, University of Nevada

Il conflitto sul fronte orientale durante la Seconda guerra mondiale è stato un tempo definito “la guerra sconosciuta”. Oggi, tuttavia, la pubblicazione di documenti risalenti all’amministrazione del presidente sovietico Mikhail Gorbaciov e il parziale accesso ad altro materiale d’archivio, avvenuto dopo il crollo dell’Unione Sovietica – unitamente alla documentazione tedesca disponibile – hanno consentito agli studiosi russi e occidentali[1] di delineare un quadro dei combattimenti a est molto più preciso, dettagliato e ricco di sfumature.

In *Barbarossa, 1941*, lo studioso indipendente Frank Ellis, specialista dell’*Ostkrieg*[2] (la guerra sul fronte orientale), ha fatto ricorso a nuova documentazione[3] e ad altre fonti primarie[4], tra cui una sua traduzione del diario di Caspar von Wiedebach-Nostitz, un soldato della ventesima divisione corazzata (*Panzer-Division*); il diario offre la prospettiva di un semplice militare sull’avanzata trionfale della Wehrmacht verso Mosca e sulla sua sanguinosa ritirata, iniziata nel mese di dicembre. Sebbene la maggior parte dei resoconti descriva l’operazione Barbarossa come un’avanzata fulminea, ciò che le truppe tedesche vissero sul campo fu in realtà un percorso lungo, arduo e letale.

Anziché fornire una dettagliata descrizione operativa dell’operazione Barbarossa, Ellis propone una riflessione sulla natura dello Stato sovietico e – in misura assai minore – del Terzo Reich, con l’intento di «riformulare» – come suggerisce il sottotitolo – la storia dell’attacco tedesco all’URSS. Nello specifico, egli respinge l’idea che l’Unione Sovietica sia stata la «vittima» dell’operazione Barbarossa. A suo avviso, la Germania nazionalsocialista e la Russia stalinista erano regimi sostanzialmente identici. «Entrambi gli Stati ambivano al dominio totalitario sull’Europa» (xx). Sebbene Ellis non faccia ricorso esplicito alla teoria del totalitarismo, le dottrine e le tendenze a essa connesse permeano la narrazione del suo libro.

«Gli eccidi di Katyn sono rilevanti ai fini di un esame dell’«ordine sui commissari» (*Kommissarbefehl*), poiché la logica sovietica alla base della decisione di assassinare i prigionieri di guerra polacchi presenta notevoli affinità con la logica nazista che portò alla decisione di eliminare i commissari. Si tratta solo di uno dei tanti indizi che testimoniano la vicinanza tra i due regimi totalitari… Suggerisco ai lettori di questo libro che è impensabile (per usare un eufemismo) ritenere che la consapevolezza di questo crimine mostruoso [la morte di massa in Ucraina] – e di altri commessi dallo Stato sovietico – non abbia influito sull’atteggiamento dei tedeschi nei confronti di tale Stato, per non parlare dell’atteggiamento dei nazisti fanatici. Ed è proprio qui che prove oggettive, veritiere e verificabili della criminalità sovietica si sono coniugate con l’odio psicopatico di Hitler verso gli ebrei, dando luogo a un connubio fatale e assolutamente catastrofico. (xii, xiv)».

Questa conclusione su ciò che i tedeschi comuni sapessero o pensassero non è suffragata da alcuna seria ricerca sull’opinione pubblica. Inoltre, nel Terzo Reich, i tedeschi comuni non determinavano le scelte politiche.

Ellis attribuisce parte della responsabilità dell’invasione nazista dell’URSS e dei conseguenti crimini di guerra ai russi stessi. Egli critica «la riluttanza di alcuni storici tedeschi a prendere in considerazione il comportamento sovietico e le influenze ideologiche sulla pianificazione tedesca dell’operazione Barbarossa…» (xiii), soffermandosi in particolare su Omer Bartov, il cui lavoro[5], accolto con favore, attribuisce le atrocità commesse dai comuni soldati tedeschi alla propaganda nazista e al processo di socializzazione attuato dal Reich. Secondo Ellis, Bartov non coglie il fatto che i tedeschi in generale – e non solo i ferventi nazisti – avessero motivi concreti per temere e odiare lo Stato bolscevico. «Assolutamente decisiva fu la presa del potere da parte di [V.I.] Lenin in Russia nel 1917 e le conseguenze dell’emergere di questo Stato totalitario, una tipologia di Stato inedita per la Germania (e per altri Paesi)» (xvi).

Nell’analisi di Ellis vi sono tuttavia alcune lacune sorprendenti. Egli trascura l’intento di Hitler di attuare una rivoluzione demografica in Europa, che non consisteva soltanto nello sterminio degli ebrei, ma anche nello spostamento, nella riduzione in schiavitù e nell’uccisione delle popolazioni slave dell’Europa orientale. In ciò, egli non era mosso dal timore degli *Untermenschen*, bensì dal desiderio di dominarli e sfruttarli.

I nazisti fedeli commisero crimini efferati per conto del Terzo Reich, non solo a causa dell’ammaliante propaganda di Joseph Goebbels o del timore della Gestapo; secondo Ellis, essi apprezzavano i successi di Hitler in politica interna ed estera e temevano, in modo del tutto ragionevole, la minaccia rappresentata dalla Russia totalitaria. I cittadini sovietici, al contrario, obbedivano agli ordini perché terrorizzati da un regime barbaro. Il sistema stalinista era indubbiamente coercitivo, ma Ellis trascura l’importante lavoro degli storici sociali della Russia del XX secolo[6], i quali hanno dimostrato che le relazioni tra i cittadini sovietici e lo Stato sovietico erano assai più complesse di quanto il suo modello semplicistico lasci intendere. Ellis sostiene inoltre che non fu solo Stalin, bensì l’intero sistema comunista sovietico, a fomentare la lotta di classe, e che Lenin manifestò quello stesso «odio psicopatico, irrazionale e indicibilmente folle con cui Hitler avrebbe in seguito preso di mira gli ebrei» (xix).

L’affermazione di Ellis, secondo cui «un terreno impervio e condizioni meteorologiche estremamente proibitive – sia nel pieno dell’estate che nel cuore dell’inverno russo – per non parlare della controffensiva sovietica, hanno fermato l’avanzata tedesca verso Mosca», è in netto contrasto con la conclusione dello storico Evan Mawdsley, il quale sostiene che l’Armata Rossa abbia combattuto con ferocia, infliggendo fin da subito pesanti perdite agli invasori[7]. Certo, le lunghe marce attraverso boschi e paludi, sotto un caldo torrido o a temperature gelide, hanno rallentato l’avanzata tedesca, ma è stata la resistenza sovietica l’elemento chiave della vicenda.

L’autore fornisce, rispetto alla maggior parte degli altri studi sull’operazione Barbarossa, maggiori dettagli sui piani tedeschi volti non solo ad annientare l’Armata Rossa, ma anche a devastare la popolazione civile sovietica. I tedeschi intendevano sottrarre gran parte delle risorse alimentari prodotte nei ricchi terreni a «terra nera» della regione, al fine di approvvigionare la madrepatria e l’Europa occupata, a prescindere da un eventuale blocco alleato. Egli cita la fredda analisi contenuta in un documento di pianificazione: «La conseguenza di questa politica è che l’intera zona boschiva, inclusi gli essenziali centri industriali di Mosca e Pietroburgo, non riceverà rifornimenti. In altre parole, queste regioni settentrionali sarebbero condannate alla carestia» (57). Ellis interpreta questa disumanità calcolata come «ispirata, in parte, alle politiche di requisizione dei prodotti agricoli (*prodrazverstka*) adottate dal regime sovietico durante la guerra civile…» (59). Il

famigerato «ordine sui commissari» imponeva l’esecuzione immediata dei comunisti catturati tra le file dell’Armata Rossa: «poiché i commissari politici, al pari dell’NKVD con cui collaboravano strettamente, costituivano una parte integrante dell’apparato del terrore sovietico e operavano al di fuori delle consuetudini e delle norme belliche stabilite dal diritto internazionale, il loro diritto a essere tutelati dalle Convenzioni dell’Aia e di Ginevra non può essere dato per scontato» (84).

Ellis rievoca l’argomentazione della guerra preventiva usata per giustificare l’attacco tedesco all’URSS nel 1941, rigettando la tesi del “rompighiaccio” di Victor Suvorov[8] secondo cui l’Operazione Barbarossa ebbe un successo così clamoroso perché colse le forze sovietiche imprudentemente impegnate a prepararsi ad attaccare l’impero di Hitler invece di prepararsi a difendere la propria patria. Ma Ellis mina il proprio lavoro ammettendo che “Basati su… fonti primarie, gli argomenti e le analisi di Suvorov sono spesso solidi, perspicaci e non facilmente confutabili” (402). La sua determinazione a condannare l’Unione Sovietica lo porta a ipotizzare che

«Un tale piano [per attaccare la Germania] esiste davvero, ma non è stato declassificato. Se un piano del genere dovesse mai venire alla luce, costituirebbe una clamorosa conferma della tesi di Suvorov, secondo cui Stalin intendeva attaccare… Ma significherebbe anche che la visione occidentale della Seconda guerra mondiale – in particolare per quanto riguarda il rapporto tra la Germania nazionalsocialista e l’Unione Sovietica marxista-leninista-stalinista – cambierebbe per sempre» (437).

Sembra non rendersi conto che molti studiosi occidentali e russi hanno demolito il lavoro di Suvorov[9].

Sebbene Ellis ammetta che i tedeschi comuni – non solo i nazisti fanatici – odiassero e temessero, a ragione, la «propaganda della lotta di classe, lo sterminio dei nemici di classe e la rivoluzione mondiale» (90) da parte dello Stato bolscevico – in gran parte a causa di anni di esposizione alla propaganda nazista –, egli sostiene che la minaccia sovietica fosse reale. A sostegno di ciò, cita gli scritti incendiari di Lenin, il radicalismo stereotipato della propaganda del Comintern e la brutalità interna del regime stalinista. Nel farlo, trascura il fatto che la retorica e il comportamento di Hitler costrinsero Mosca a cercare un’alleanza in funzione antitedesca tra la fine del 1933 e l’agosto del 1939, e che Stalin, nel periodo 1939-1941, superò persino il primo ministro Neville Chamberlain e gli altri sostenitori della politica dell’«appeasement» nei suoi tentativi di collaborare con la Germania.

Il quarto capitolo riguarda l’intelligence russa in merito alle azioni e alle intenzioni tedesche prima del 22 giugno 1941. Ellis dimostra che le organizzazioni di intelligence sovietiche (GRU, NKVD e NKGB) fornirono informazioni dettagliate, inequivocabili e provenienti da molteplici fonti circa l’alta probabilità di un attacco nazista contro l’URSS. Nonostante alcuni elementi contraddittori e la presenza di disinformazione, nessuno avrebbe potuto ragionevolmente dubitare che il dittatore tedesco intendesse colpire l’Unione Sovietica. Stalin, naturalmente, rimase ancorato a quella che Gabriel Gorodetsky definisce la sua “grande illusione”: l’idea che l’ammassamento di truppe nemiche lungo il confine fosse solo una manovra intimidatoria, volta a ottenere ulteriori concessioni da Mosca, o, in alternativa, l’iniziativa di generali tedeschi ribelli. I tre capi dei servizi segreti — Filipp Golikov, Lavrentij Berija e Vsevolod Merkulov — mostrarono più prudenza che integrità, manipolando i rapporti di intelligence affinché si adattassero ai preconcetti del loro padrone.

Il capitolo 5 tratta dell’operato dell’NKVD durante le prime fasi dell’invasione tedesca. Ellis esamina gli ordini impartiti da Stalin e da altri, secondo i quali i soldati e gli ufficiali dell’Armata Rossa che si fossero ritirati senza autorizzazione dovevano essere fucilati, mentre le loro famiglie dovevano subire gravi punizioni. L’autore descrive l’interrogatorio e il processo al generale Dmitrij Pavlov, comandante del fronte occidentale sovietico, accusato – sulla base di capi d’imputazione del tutto infondati – di aver tradito la difesa del settore centrale del fronte e di essere stato un cospiratore antisovietico fin dalla metà degli anni Trenta. Stalin aveva bisogno di un capro espiatorio per i propri disastrosi fallimenti. Una simile farsa si ripeté più volte: Berija fece giustiziare numerosi generali dell’esercito e dell’aeronautica con l’accusa di incompetenza e tradimento. «L’arresto di alti comandanti militari ed esperti del settore, avvenuto nella prima metà del 1941 e subito dopo l’invasione tedesca, suggerisce che il processo di individuazione di capri espiatori per i fallimenti militari sovietici fosse già in corso prima dell’invasione tedesca e prima dell’arresto di Pavlov» (277).

La mentalità bizzarra, disfunzionale e omicida di Stalin, tipica del periodo delle Grandi Purghe, persisteva ancora. Ellis descrive inoltre la formazione di unità partigiane dietro le linee tedesche e il massiccio trasferimento forzato di popolazioni sovietiche non russe – finlandesi, polacchi, rumeni, tedeschi, tatari e altri – con la motivazione che alcuni di loro avrebbero potuto trasformarsi in agenti nemici.

Il capitolo 7 esamina le rappresentazioni sovietiche del conflitto russo-tedesco, concentrandosi su tre scrittori: Vasilij Grossman, Aleksandr Bek e Konstantin Simonov. Anche in questo caso, ci troviamo di fronte a una predica sul tema centrale dell’autore: l’idea che i sovietici fossero tanto malvagi quanto (se non peggiori dei!) nazisti.

Ellis conclude elencando le ragioni del fallimento dell’operazione Barbarossa, tra cui il trattamento brutale riservato ai prigionieri di guerra sovietici e l’incapacità dei tedeschi di sfruttare il malcontento tra le nazionalità non russe. «Un appello diretto via radio (rafforzato da un massiccio lancio di volantini), nel quale venissero promessi l’autogoverno, l’abolizione delle aziende agricole collettive, il ripristino della Chiesa e la fine del comunismo, e in cui si esortasse la popolazione a rivoltarsi contro i propri oppressori – l’NKVD, i commissari e il Partito – avrebbe scatenato il panico totale nell’entourage di Stalin» (448). Senza dubbio, ma questo trascura il fatto che i nazisti non erano arrivati ​​per liberare, bensì per uccidere, saccheggiare e deportare le popolazioni sovietiche. Il trattamento barbaro riservato ai prigionieri di guerra e alle popolazioni appartenenti alle minoranze non fu un «errore», bensì un elemento centrale dell’ideologia nazionalsocialista.

L’analisi di Frank Ellis sull’intelligence sovietica riguardo alle intenzioni tedesche prima del 22 giugno 1941 – e sulle misure adottate dall’NKVD per imporre disciplina e affidabilità politica durante i primi mesi di guerra – è acuta e apprezzabile, così come il ricorso al diario di un soldato tedesco. La sua costante polemica contro i mali del sistema sovietico piacerà ai sostenitori più irriducibili della Guerra Fredda. Tuttavia, il libro finisce per offuscare la vera natura dell’ideologia nazista e gli orrori che l’Operazione Barbarossa inflisse al popolo sovietico; sia il grande pubblico che gli studenti – per non parlare degli specialisti – possono trovare testi introduttivi più efficaci e recenti su questo tema ampiamente dibattuto.

https://www.miwsr.com/2016/downloads/2016-113.pdf

[1] Ad esempio: Gabriel Gorodetsky, *Grand Delusion: Stalin and the German Invasion of Russia* (New Haven: Yale U Pr, 1999); David M. Glantz, *Barbarossa: Hitler’s Invasion of Russia, 1941* (Stroud, UK: Tempus, 2001); Omer Bartov, *The Eastern Front, 1941–45: German Troops and the Barbarisation of Warfare*, 2ª ed. (NY: Palgrave, 2001); David Stahel, *Operation Barbarossa and Germany’s Defeat in the East* (NY: Cambridge U Pr, 2009).

[2] Tra le sue opere precedenti figurano *The Damned and the Dead: The Eastern Front through the Eyes of Soviet and Russian Novelists* (Lawrence: U Pr of Kansas, 2011) e *The Stalingrad Cauldron: Inside the Encirclement and Destruction of the 6th Army* (Lawrence: U Pr of Kansas, 2013).

[3] Principalmente il multi-volume Organy gosudarstvennoi bezopasnosti SSSR v Velikoi Otechestvennoi Voine [Organi di sicurezza dello Stato dell’URSS nella Grande Guerra Patria].

[4] Un’appendice al libro contiene sette importanti documenti sovietici tradotti.

[5] Vedi la nota 1 sopra.

[6] Ad esempio: Alexander Rabinowitch, *The Bolsheviks Come to Power: The Revolution of 1917 in Petrograd* (New York: Norton, 1976); Sheila Fitzpatrick, *Everyday Stalinism: Ordinary Life in Extraordinary Times: Soviet Russia in the 1930s* (New York: Oxford University Press, 1999); Lewis Siegelbaum e Andrei Sokolov, *Stalinism As a Way of Life* (New Haven: Yale University Press, 2004).

[7] *Thunder in the East: The Nazi-Soviet War, 1941–1945* (NY: Bloomsbury, 2005) 107–11.

[8] Si veda *Icebreaker: Who Started the Second World War?* (New York: Viking, 1990).

[9] Si vedano, ad esempio, Gabriel Gorodetskii, *Mif Ledokola: Nakaune voiny* (Mosca: Progress-Akademiia, 1995); David Glantz, *Stumbling Colossus: The Red Army on the Eve of the War* (Lawrence: U Pr of Kansas, 1998); e Teddy J. Uldricks, “The Icebreaker Controversy: Did Stalin Plan to Attack Hitler?”, *Slavic Review* 58.3 (1999), pp. 627–44.

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Recent Posts
Sponsor