Le ambiguità di Nostra Aetate sulla crocifissione di Gesù

LE AMBIGUITÀ DI NOSTRA AETATE SULLA CROCIFISSIONE DI GESÙ

Mi è capitato nei giorni scorsi di rileggere la dichiarazione conciliare Nostra Aetate. Sulla genesi di questo documento ha scritto a suo tempo un articolo molto importante don Curzio Nitoglia.

Adesso mi vorrei soffermare, riguardo al predetto documento, sul paragrafo dedicato alla religione ebraica. In particolare, vorrei esprimere qualche considerazione sul seguente capoverso:

«E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo (13), tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo».

Ho ripensato spesso ultimamente a queste parole, quando mi è capitato di rileggere il grande discorso di san Pietro tenuto in occasione della Pentecoste. Dopo la discesa dello Spirito Santo sui discepoli di Gesù, così infatti San Pietro si rivolge alla folla di ebrei che era accorsa presso la casa dove si erano riuniti i discepoli:

“O Israeliti, ascoltate queste parole: Gesù il Nazareno, persona accreditata da Dio presso di voi con opere di potenza, prodigi e segni, che Dio ha operato mediante lui in mezzo a voi, come voi stessi ben sapete; questo Gesù, voi, in conformità al decreto e prescienza divini, l’avete dato in balia degli empi, l’avete ucciso appendendolo a una croce” (Atti 2, 22-23).

Poco più avanti, lo stesso Pietro ribadisce il concetto:

“Sappia quindi con certezza tutto il popolo d’Israele che questo Gesù, che voi avete fatto crocifiggere, è stato da Dio costituito Signore e Messia” (Atti 2, 36).

L’impressione che si ha leggendo queste parole è proprio il fatto che Pietro si rivolga agli ebrei di Gerusalemme indistintamente. È tutto il popolo che Pietro indica come responsabile della morte di Gesù. E questo popolo non era costituito solo dagli ebrei gerosolimitani ma anche da moltissimi ebrei della diaspora, come ricorda il libro degli Atti (2, 9-11): Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, Giudea, Cappadocia, Ponto, Asia proconsolare, Frigia, Panfilia, Egitto, Libia di Cirene, i pellegrini da Roma, e quelli di Creta e dell’Arabia. A tutti costoro, pur definiti dal libro degli Atti come “persone timorate di Dio”, Pietro imputa la morte di Cristo. E tutti costoro, lungi dal dichiararsi incolpevoli, accettano il rimprovero di Pietro: “Che cosa dobbiamo fare, o fratelli?” (Atti 2, 37).

Qualche giorno dopo, sempre lo stesso Pietro, come narrano gli Atti, ribadisce il concetto, questa volta alla folla riunitasi sotto il portico detto di Salomone, nel tempio di Gerusalemme, ivi accorsa a causa del miracolo dello storpio guarito:

“Pietro si voltò e prese così a parlare: «O Israeliti, perché vi meravigliate di questo fatto e perché fissate noi quasiché sia stata la nostra potenza o la nostra religiosità a far camminare quest’uomo? È stato il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri, che ha glorificato il servo suo Gesù, da voi consegnato e rinnegato davanti a Pilato. E mentre Pilato lo assolse, voi rinnegaste il Santo e il Giusto e vi faceste dare in dono un omicida. Così uccideste il principe della vita” (Atti 3, 12-15).

Pietro menziona una terza volta la responsabilità ebraica nella morte di Gesù rivolgendosi direttamente ai capi del sinedrio, che avevano fatto arrestare Pietro proprio a causa del miracolo dello storpio guarito:

«Capi del popolo e anziani, visto che oggi per una buona azione a vantaggio di questo infermo ci sottoponete a interrogatorio per sapere con quale mezzo è stato guarito, rendiamo noto a voi tutti e all’intero popolo di Israele che quest’uomo si trova davanti a voi sano in virtù del nome di Gesù Cristo, il Nazareno, che voi faceste crocifiggere e che Dio risuscitò da morte» (Atti 4, 8-10).

Pietro quindi chiarisce che a volere la morte di Cristo è stato “l’intero popolo di Israele”, non solo certe “autorità ebraiche” non meglio specificate, come sostiene Nostra Aetate. Ma Pietro non fa che ribadire quanto già avevano detto i Vangeli, in particolare il Vangelo di Matteo e il Vangelo di Luca. È opportuno rileggere entrambi. Matteo:

“Il governatore, riprendendo la parola, disse loro: «Quale dei due volete che vi rilasci?». Essi risposero: «Barabba». «Ma allora – disse Pilato – che ne farò di Gesù, detto il Messia?». Tutti risposero: «Sia crocifisso». «Che male, dunque, ha fatto?» disse. Quelli gridavano ancora più forte: «Sia crocifisso!». Pilato, vedendo che a nulla giovava, ma che, al contrario, ne nasceva un tumulto, fatta prendere dell’acqua si lavò le mani in presenza della folla, dicendo: «Io sono innocente del sangue di questo giusto. È affar vostro!». Tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli!». (Matteo 27, 21-25).

Ed ecco cosa riferisce il Vangelo di Luca:

“Ora, in occasione della festa, Pilato era tenuto a rilasciare loro uno. Tutta la folla insieme gridò: «A morte costui! Rilasciaci Barabba!»” (Luca 23, 17-18).

Quindi, i Vangeli riportano che fu tutto il popolo, e non solo i capi, a pretendere la crocifissione di Gesù. A questo punto qualcuno potrebbe farmi notare che lo stesso Pietro fa anche la seguente affermazione:

“Or dunque, o fratelli, so che agiste per ignoranza, al pari dei vostri capi” (Atti 3, 17).

Ma l’ignoranza basta a scusare la colpa? Secondo San Tommaso non basta. Su questo punto, ho chiesto un parere all’Intelligenza Artificiale. Ed ecco la risposta:

“San Tommaso d’Aquino analizza la responsabilità morale del deicidio (l’uccisione di Cristo) distinguendo tra gradi di conoscenza e di colpa, legati ai concetti di ignoranza vincibile (o colpevole) e invincibile (o non imputabile).

La distinzione di San Tommaso sul deicidio

  • I capi dei Giudei: San Tommaso afferma che conoscevano o avrebbero dovuto e potuto conoscere chi fosse Cristo. La loro ignoranza fu in gran parte affettata o colpevole (vincibile), e perciò il loro peccato fu gravissimo e non scusato.
  • I “minores” (il popolo ebreo): Erano coinvolti nel deicidio, ma la loro colpa risultava parzialmente attenuata a causa di una minore consapevolezza.
  • I Gentili (i soldati romani): Furono considerati i più scusabili di tutti, poiché agivano in uno stato di maggiore estraneità e mancata conoscenza della legge divina.

Ignoranza Vincibile vs Invincibile nella morale tomistica

  • Ignoranza invincibile: È quella che l’individuo non può superare con gli sforzi normali o la diligenza comune (ad esempio per mancanza di accesso alla verità). In questo caso, essa esime del tutto dalla colpa morale.
  • Ignoranza vincibile (colpevole): È quella che si sarebbe potuta e dovuta superare usando la normale attenzione o diligenza, oppure derivante da negligenza o da cattiva volontà (ignoranza affettata). Questa non scusa dal peccato, ma anzi può aggravarlo”.

Quindi, anche secondo San Tommaso, la responsabilità ebraica nella crocifissione del Signore esiste e non può essere elusa dall’ignoranza, e questa responsabilità riguarda, in misura maggiore o minore, tutto il popolo degli Israeliti contemporanei di Gesù. Questo è stato l’insegnamento che la Chiesa ha impartito ai propri fedeli per diciannove secoli. Un insegnamento ribadito, ricordiamolo, anche da papa Pio XI nell’enciclica Mit brennender Sorge:

“Il Verbo avrebbe preso carne presso un Popolo che poi Lo avrebbe confitto in Croce”.

Adesso domandiamoci: questa responsabilità riguarda anche gli Ebrei del nostro tempo? Secondo Nostra Aetate, come abbiamo visto tale responsabilità NON riguarda gli Ebrei del nostro tempo. Anche qui, però, tale affermazione contraddice quello che è stato l’insegnamento costante della Chiesa nel corso dei secoli. Gli Ebrei sono cari a Dio se si convertono a Cristo. Se non si convertono, rimangono di fatto ancorati a quella “generazione perversa” stigmatizzata già da San Pietro nel predetto discorso di Pentecoste:

“Inoltre con moltissimi altri argomenti rese testimonianza e continuò a esortarli dicendo: «Cercate salvezza da questa generazione perversa». Così quelli accolsero la sua esortazione e si fecero battezzare, e quel giorno furono aggregate alla Chiesa circa tremila persone” (Atti 2, 40-41).

Ma c’è di più. Nel corso dei secoli, sono state le stesse autorità religiose ebraiche a vantarsi di aver ucciso Gesù. Scrive a tal proposito Israel Shahak nel suo fondamentale libro “Storia ebraica e giudaismo – il peso di tre millenni”:

“Secondo il Talmud, Gesù fu giustiziato da un tribunale rabbinico perché incitava gli ebrei all’idolatria e per disprezzo verso la legittima autorità rabbinica. Tutte le fonti ebraiche classiche che parlano dell’esecuzione se ne assumono con gioia la responsabilità e, per quanto riguarda il governatore romano e i romani in generale, non sono neppure rammentati”[1].

In conclusione, non basta la discendenza carnale per essere figli di Abramo, come sembra insinuare Nostra Aetate. Su questo, fu proprio San Giovanni Battista a dire parole che bisognerebbe sempre tener presenti:

“Giovanni diceva dunque alle folle, che venivano a farsi battezzare da lui: «Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sottrarvi alla collera imminente? Fate dunque frutti degni della penitenza, e non cominciate a dire dentro di voi: “Noi abbiamo per padre Abramo”, perché io vi dico che Dio può da queste pietre far sorgere figli ad Abramo. Anzi, già la scure è posta alla radice degli alberi; ogni albero dunque che non fa buon frutto si taglia e si mette al fuoco»” (Luca 3, 7-9).  

https://www.aldomariavalli.it/2026/10/24/le-ambiguita-di-nostra-aetate-sulla-crocifissione-di-gesu/

 

1] Israel Shahak, Storia ebraica e giudaismo – il peso di tre millenni, Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia 1997, p. 195.

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