Le alterne fortune della Israel lobby

LE ALTERNE FORTUNE DELLA ISRAEL LOBBY

Tra i molti elementi che sono cambiati nei 19 anni trascorsi dalla pubblicazione del rivoluzionario libro di Mearsheimer e Walt, ve ne sono alcuni che spiccano.

Le principali istituzioni della lobby, da sempre dotate di maggiori risorse rispetto ai propri oppositori e concorrenti, sono assai più ricche.

Il presunto impegno di Israele a favore della pace con i palestinesi è stato completamente sommerso; nessun leader israeliano di rilievo finge nemmeno di volere un accordo.

La politica di Israele, volta a ottenere un dominio militare assoluto sull’intera regione, non incontra alcuna opposizione interna significativa.

La lobby ha in gran parte abbandonato i tentativi di spiegare o giustificare le politiche israeliane; al contrario, i sostenitori di Israele negli Stati Uniti cercano sempre più spesso di far coincidere qualsiasi opposizione a Israele – così come al sostegno americano nei suoi confronti – con l’antisemitismo.

Di Scott McConnell, ripubblicato da The American Conservative, 17 ottobre 2026

Una domanda spontanea riguardo a *Israel’s Lobby*, di Eli Clifton e Ian Lustick, è in che cosa si differenzi dall’autorevole opera omonima pubblicata da John Mearsheimer e Stephen Walt quasi vent’anni fa. Certo, il suo ingresso nel dibattito americano è meno clamoroso: il lavoro di Mearsheimer e Walt aveva dalla sua la forza di chi infrange un tabù, affrontando un tema che, per due generazioni, era stato più oggetto di sussurri che di un vero dibattito. Nonostante una massiccia campagna denigratoria orchestrata dai numerosi alleati della lobby nei media *mainstream* (credo che *The American Conservative* sia stata l’unica testata cartacea americana a recensirlo positivamente), il libro di Mearsheimer e Walt non solo divenne un *best-seller*, ma si trasformò in un vero e proprio fenomeno editoriale a livello internazionale.

Sebbene all’epoca non fosse evidente, il libro di Mearsheimer e Walt apparve in un momento in cui esisteva ancora una via chiaramente percorribile verso un futuro moderato, sostenuta da un solido consenso internazionale. Ciò valeva sia per le relazioni tra Stati Uniti e Israele – gli autori auspicavano che l’America trattasse Israele come un Paese normale, pur mantenendo l’impegno morale a difenderlo – sia per il conflitto israelo-palestinese, rispetto al quale sostenevano la soluzione a due Stati.

La guerra in Iraq – caldeggiata con insistenza da Benjamin Netanyahu e da altri funzionari israeliani, e in gran parte frutto del progetto di un ristretto gruppo di neoconservatori fervidamente filo-israeliani presenti nel giornalismo e nel governo statunitense – era ormai un capitolo chiuso. I due autori accolsero con favore la nascita di nuove istituzioni sioniste liberali, come J Street, create per incoraggiare gli Stati Uniti a sostenere un Israele più moderato, in pace con i propri vicini.

L’importante opera successiva di Clifton e Lustick non giunge, a dir poco, in un momento particolarmente propizio. Lustick è un affermato politologo, docente in un’università della Ivy League, che ha realizzato studi significativi su come i conflitti a base etnica possano essere gestiti o risolti. Clifton è co-fondatore del Quincy Institute e giornalista; appartiene a quella generazione di millennial americani cresciuti in un’epoca in cui mettere in discussione la correttezza morale del sionismo non era più considerato qualcosa di stravagante.

Il loro libro giunge in un momento in cui un imprevedibile presidente americano ha dato inizio, su sollecitazione di Israele, a una guerra contro il Paese più grande e con il più alto livello di istruzione del Medio Oriente, oscillando tra minacce di genocidio e l’affermazione che la guerra sia già stata vinta. Sul fronte interno, è diventato quasi sconcertantemente abituale – tanto per gli artisti quanto per gli studenti universitari – gridare slogan che invocano, implicitamente o esplicitamente, la distruzione di Israele: uno scenario che, vent’anni fa, sarebbe stato inimmaginabile.

Nel frattempo Israele, in risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, ha condotto una brutale campagna contro i civili indifesi di Gaza, descritta spesso come un genocidio e che costituisce, indiscutibilmente, un progetto di pulizia etnica. La lobby israeliana odierna è, al contempo, simile e assai diversa da quella descritta da Walt e Mearsheimer. È più forte o più debole? Certamente entrambe le cose: sebbene nel complesso possa risultare più debole, è chiaramente pericolosa, come lo sono tutte le creature ferite.

Tra i molti elementi mutati dal 2007, tre spiccano in modo particolare. Le principali istituzioni della lobby, da sempre dotate di maggiori risorse finanziarie rispetto ai propri oppositori e concorrenti, sono oggi ancora più ricche. Anche Israele è cambiato. Il suo impegno a favore della pace con i palestinesi – che in passato era più sbandierato che reale – è stato del tutto accantonato; nessun leader israeliano di rilievo finge nemmeno più di volere un’intesa con la popolazione che abita i territori oggi sotto il controllo di Israele. Inoltre, la politica del Paese, volta a instaurare un dominio militare assoluto sull’intera regione, non incontra alcuna opposizione politica significativa, nonostante sia contestata da numerosi ex funzionari e studiosi israeliani.

Infine, come sottolineato da Clifton e Lustick, la sua lobby ha più o meno abbandonato i tentativi di spiegare o giustificare le politiche israeliane, o di convincere gli americani della loro necessità e opportunità. Al contrario, i sostenitori di Israele negli Stati Uniti cercano sempre più spesso di far coincidere qualsiasi opposizione a Israele – e al sostegno americano nei suoi confronti – con l’antisemitismo.

In altre parole, mettere seriamente in discussione il rapporto privilegiato di Washington con Israele viene presentato come una grave mancanza morale, una sorta di stigma che esclude chiunque osi farlo dall’ambito del discorso rispettabile. E sebbene questi tre sviluppi rendano Israele influente a Washington – e in particolare all’interno dell’amministrazione Trump – tanto quanto lo è sempre stato, la sua popolarità reale tra gli elettori, specialmente tra i Democratici e i giovani di entrambi gli schieramenti, è crollata vertiginosamente.

In una parte cruciale, gli autori documentano come, nell’ultima generazione, l’America abbia assistito a una maggiore concentrazione di ricchezza nelle mani dei super ricchi. La quota di ricchezza nazionale detenuta dallo 0,1% più ricco è aumentata di due terzi. Nel frattempo, due sentenze giudiziarie del 2010 hanno reso molto più agevole per i miliardari influenzare le politiche nazionali a proprio piacimento.

Di pari passo con l’aumento dei fondi destinati a think tank e gruppi di pressione filo-israeliani, sono cresciuti anche i contributi a favore di campagne elettorali e organizzazioni che sostengono le posizioni di Israele. Quando, nel 2010, fu emessa la sentenza nel caso *Citizens United contro Federal Election Commission*, nessuno immaginava che avrebbe avuto un peso determinante sulla politica americana in Medio Oriente. La decisione ha eliminato i limiti alle spese elettorali sostenute da sindacati e società commerciali e, insieme agli effetti della sentenza nel caso *SpeechNow.org contro FEC*, ha spalancato le porte a una maggiore spesa da parte dei super ricchi.

I limiti alle spese per le singole campagne elettorali – pari a 1.000 dollari fino al 2003 e successivamente innalzati a circa 3.000 dollari – sono diventati improvvisamente quasi irrilevanti, da quando singoli donatori estremamente facoltosi hanno iniziato a erogare fondi praticamente illimitati per sostenere o ostacolare i candidati attraverso i cosiddetti «super PAC».

In linea di principio, questa maggiore capacità dei miliardari di acquistare le politiche che preferivano era a disposizione di chiunque; in pratica, coloro che avevano a cuore il sostegno a Israele ne hanno fatto l’uso più efficace. Sheldon e Miriam Adelson, praticamente sconosciuti prima del 2012, sono diventati i più importanti donatori del Partito Repubblicano.

Nel 2012 hanno speso oltre 100 milioni di dollari, principalmente a favore di candidati che hanno poi perso; tuttavia, sono riusciti a «introdurre la questione – tutto sommato di nicchia – di Israele nel dibattito delle primarie repubblicane e delle elezioni generali, sdoganando al contempo la figura dei “mega-donatori” politici in entrambi gli schieramenti: soggetti non più vincolati dalle leggi sul finanziamento elettorale, che di fatto finanziavano in larga misura le campagne elettorali».

Non si trattava, ovviamente, solo degli Adelson; a loro si sono uniti numerosi miliardari che mettono Israele al primo posto, dotati di una capacità di influenzare la politica statunitense superiore a qualsiasi epoca precedente. Come osservano Clifton e Lustick: “Questi donatori costituiscono l’ossatura di un movimento che antepone Israele a tutto il resto, un movimento che trascende gli schieramenti politici… Tali finanziatori non si limitano a sostenere l’elezione di singoli politici, ma ne plasmano anche la visione del mondo, creando una sorta di ‘camera dell’eco’ fatta di argomentazioni e proposte politiche filo-israeliane, rivolte a esponenti politici già in debito verso i loro sostenitori”.

Per dare un’idea dell’intensificarsi di questa «camera dell’eco», gli autori documentano la crescita esponenziale dei budget dei gruppi di pressione filo-israeliani. Nel 2000, l’AIPAC disponeva di un patrimonio di 19,5 milioni di dollari; nel 2023, tale cifra era nove volte superiore. Una crescita analoga ha riguardato il Washington Institute for Near East Policy e il Jewish Institute for National Security of America. La Foundation for Defense of Democracies – il gruppo con base a Washington più influente nel promuovere una guerra contro l’Iran – ha visto i propri ricavi aumentare di 16 volte tra il 2011 e il 2022.

Di pari passo con l’arricchimento della sua lobby americana, anche Israele è cambiato notevolmente. Fino a circa quindici anni fa, la maggior parte dei leader israeliani dichiarava – quantomeno a parole – di voler giungere a una pace duratura con i palestinesi; alcuni ritenevano addirittura che la pace fosse una condizione necessaria per la prosperità stessa di Israele. Tuttavia, dopo Ehud Olmert, nessun primo ministro israeliano ha più fatto il minimo accenno alla possibilità di venire incontro alle aspirazioni nazionali palestinesi. Gli autori considerano questo un mutamento profondo: Israele, per usare un’espressione coniata da un politologo israeliano, è diventato uno “stato folle”, sempre più sprezzante verso gli interessi legittimi e le opinioni degli altri paesi.

Lungo il percorso, gli autori propongono un’inaspettata e piuttosto benevola digressione su Vladimir Žabotinskij, uno dei primi leader del sionismo di destra e ideatore della cosiddetta strategia del «muro di ferro»; l’obiettivo era quello di vincere le battaglie con tale determinazione da far comprendere agli arabi che non avevano alcuna speranza di distruggere Israele e che, di conseguenza, avrebbero dovuto accettarne la presenza nella regione. Tale accettazione da parte araba costituiva, di fatto, il fine ultimo; un corollario della dottrina del «muro di ferro» era, inoltre, che Israele non dovesse nutrire scrupoli particolari nell’uccidere civili arabi. Sebbene spesso trascurati, tali scrupoli esistevano, almeno in linea di principio.

Oggi non è più così. Sostituire tale visione con un’altra – che rasenta l’isteria – riguardo alla resistenza palestinese ha cambiato le cose. Come osservano Clifton e Lustick, «la resistenza palestinese veniva considerata illegittima, prova di intransigenza e, spesso, paragonata all’antisemitismo nazista». Ciò ha giustificato un’intensificazione della brutalità delle tattiche israeliane, poiché l’ostilità palestinese è stata interpretata come «patologica e insradicabile»; di conseguenza, pratiche israeliane quali l’incarcerazione di massa, la rottura delle ossa di minori che protestavano e la tortura dei prigionieri sono diventate la norma.

Questa trasformazione in Israele ha avuto un riscontro parallelo nell’intensificarsi degli sforzi della lobby volti a controllare il dibattito su Israele negli Stati Uniti. All’inizio degli anni 2000, l’ex dissidente sovietico e politico israeliano di destra Natan Sharansky ha iniziato a promuovere il concetto di un “nuovo antisemitismo”, che includerebbe qualsiasi dichiarazione in grado di “demonizzare” o “delegittimare” Israele, oppure di sottoporre lo Stato a un “doppio standard”.

Seguendo il suo esempio, alcuni attivisti riuscirono ben presto a convincere un’organizzazione minore, l’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), ad adottare una definizione di antisemitismo che incorporasse tali concetti; in seguito, fecero pressioni su governi e istituzioni affinché accogliessero questa definizione operativa dell’IHRA, presentandola come «ampiamente condivisa». Nel corso di una campagna protrattasi per anni, i sostenitori di Israele ottennero infine che il Dipartimento di Stato, sotto l’amministrazione Obama, inserisse tale definizione in un rapporto annuale.

Nel 2018, il Dipartimento dell’Istruzione dell’amministrazione Trump l’aveva adottata, finendo per utilizzarla come arma per punire accademici e studenti filo-palestinesi nelle università americane. Gli autori offrono una ricostruzione dettagliata dell’emergere e della codificazione di questa nuova definizione, offrendo uno sguardo affascinante sui meccanismi concreti e sulla posta in gioco di quella che, a prima vista, poteva sembrare una disputa accademica piuttosto circoscritta.

Nonostante questi sforzi, la lobby è diventata chiaramente meno capace di controllare il dibattito pubblico americano rispetto a 20 o 40 anni fa. I sondaggi su Israele danno risultati negativi, in particolare tra gli americani più giovani. La lobby spera che, acquisendo il controllo di piattaforme internet come TikTok, sia possibile invertire tali cambiamenti nell’opinione pubblica. (In un’email sottratta tramite un attacco informatico, l’amministratore delegato di Oracle afferma, rivolgendosi a un leader israeliano: “Dobbiamo radicare l’amore e il rispetto per Israele nella cultura americana”).

È difficile immaginare che ciò accada; gran parte delle argomentazioni a favore di Israele poggia oggi sempre più su tesi come “Dio ci ha dato questa terra”, che probabilmente risultano meno persuasive per un’America eterogenea e piuttosto laica rispetto a slogan accattivanti, in voga negli anni Cinquanta, del tipo “una terra senza popolo per un popolo senza terra”.

Nel frattempo, in sviluppi politici davvero sorprendenti, candidati assai più antisionisti di Walt e Mearsheimer sono riusciti a vincere elezioni importanti a New York e potrebbero fare altrettanto in Michigan.

Allo stesso tempo, gli ultimi mesi hanno rappresentato una doccia gelata per chi riteneva che la lobby israeliana non fosse più una voce di grande peso nelle decisioni di Washington in materia di guerra e pace. Nessuno si aspettava seriamente che il presidente Donald Trump cercasse di favorire un accordo di pace tra israeliani e palestinesi – un obiettivo per il quale, chiaramente, non nutriva alcun reale interesse e per il quale, d’altro canto, ben pochi palestinesi o israeliani sembravano pronti.

Si dava inoltre per scontato che garantire, attraverso la potenza militare statunitense, il dominio assoluto di Israele sul Medio Oriente non rientrasse nell’agenda «America First». Nel 2015, Trump aveva ostentato una notevole spavalderia, deridendo il generoso sostegno dei coniugi Adelson a Marco Rubio e vantandosi di non aver bisogno del loro denaro. Nel 2024, è emerso che, invece, ne aveva bisogno.

L’uomo che, com’è noto, aveva denunciato la guerra in Iraq durante un dibattito tra i repubblicani e si era espresso esplicitamente contro ulteriori guerre insensate, una volta giunto al suo secondo mandato, avrebbe eletto Benjamin Netanyahu a suo principale consigliere di politica estera, assecondando così il desiderio – coltivato per una generazione da Netanyahu e dall’intero coro della lobby israeliana – di vedere gli Stati Uniti intraprendere una guerra contro l’Iran.

È questo sviluppo inatteso e disastroso – la dimostrazione che persino un candidato sostenitore dell’«America First» può essere indotto da Israele e dalla sua lobby a intraprendere una guerra costosa – a rendere gli slogan più estremi della sinistra anti-israeliana (come «Palestina libera», ecc.) meno nocivi di quanto apparissero una generazione fa.

Clifton e Lustick hanno scritto un libro importante, frutto di un’accuratissima ricerca, che tenta di cogliere nel suo divenire un fenomeno vasto e complesso, in costante mutamento e le cui sorti cambiano quasi di mese in mese. Essi sono, in una certa misura, uomini di sinistra; alcune delle loro formulazioni — come l’uso delle virgolette per il termine “woke”, o la definizione dell’AfD (il partito tedesco anti-immigrazione, nonché una delle maggiori forze politiche contrarie alla guerra in Europa) come “vicino al nazismo” — appariranno, nella migliore delle ipotesi, come una scelta pigra alla maggior parte dei lettori di TAC [The American Conservative].

Forse un’analisi meno progressista avrebbe colto l’ironia nel fatto che sia la lobby in questione, sia l’amministrazione Trump, abbiano attinto a piene mani ai tropi dell’era “woke” per sostenere che gli studenti universitari ebrei si sentirebbero “a disagio” e “poco sicuri” a causa delle proteste studentesche contro le brutalità israeliane.

Tuttavia, è innegabile che sia la sinistra americana – e non la destra – ad aver assunto un ruolo guida nel tentativo di liberare gli Stati Uniti da quella che, nel sottotitolo del libro, gli autori definiscono “la morsa di una potenza straniera”. Per questo, tanto la sinistra quanto gli autori meritano un plauso.

Scott McConnell è uno dei redattori fondatori di The American Conservative e autore di Ex-Neocon: Dispatches From the Post-9/11 Ideological Wars. È possibile seguirlo su Twitter all’indirizzo @ScottMcConnell9.

https://israelpalestinenews.org/the-israel-lobbys-changing-fortunes/

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