Gian Pio Mattogno: “goysplaining” o “shabbathgoysplaining”?

Gian Pio Mattogno 

 

“GOYSPLAINING” O “SHABBATHGOYSPLAINING”?

 

Confesso di esserne stato all’oscuro, ma da alcuni anni nel lessico del dibattito sull’antisemitismo circola un neologismo inglese: “goysplaining”, da “goysplain”.

Leggo su Urban Dictionary questa definizione di goysplaining:

«Quando i goyim, ovverosia le persone non ebree, cercano di spiegare i concetti ebraici o di minimizzare l’antisemitismo ad una persona ebrea».

Assieme al neologismo, scopro dunque, non senza un qualche divertito stupore, che ci sono persone non ebree che cercano di spiegare concetti ebraici agli ebrei e minimizzano l’antisemitismo.

Anche di questo ero all’oscuro, ma fortunatamente Gadi Luzzatto Voghera, in collaborazione con Collettiva Shanì, colma questa mia lacuna (Goysplaining, ovvero: l’arte dei non ebrei di spiegare agli ebrei come comportarsi, PAGINE EBRAICHE/MOKED, 16 ottobre 2026, moked.it).

«Da tempo – scrive Luzzatto Voghera – sostengo la necessità di cambiare il linguaggio e le forme di comunicazione sull’antisemitismo. Sono convinto, infatti, che la stessa parola “antisemitismo”, e la sua derivata “antisionismo”, non siano più interpretate in maniera univoca dalle diverse generazioni che ne fanno uso e non siano più dunque un terreno praticabile di confronto né consentano un dibattito costruttivo.

«Ho anche sostenuto che ci sono nuovi strumenti di comunicazione, fra i quali Instagram, sui quali vale la pena di investire per raggiungere fasce d’età differenziate. Con le amiche e gli amici di Collettiva Shamì, un gruppo che da qualche tempo opera con grande acume in questo contesto, abbiamo scelto di ragionare sul concetto di “goysplaining”.

«Si tratta della rimodulazione in chiave ebraica del “mansplaining”, un termine nato dall’unione delle parole inglesi man (uomo) ed explaining (spiegare) (…)

«Già anni fa il quotidiano Haaretz raccontava che “il goysplaining è la tendenza dei non ebrei a spiegare con condiscendenza agli ebrei perché sbagliano ad offendersi”. Troviamo anche attestazioni “più leggere” di goysplaining nelle quali persone ebree devono affrontare l’atteggiamento “saputello” di amici, colleghi e familiari non ebrei, ma in un contesto che rimaneva un dialogo (…)

«Qualcuno aveva cominciato a notarlo anche prima del 7 ottobre. Un articolo del 2017 pubblicato su Tablet Magazine denunciava le derive dell’attivismo intersezionale, mostrando come questo portava a etichettare gli ebrei come “bianchi, privilegiati e dalla parte del potere”, spingendo ad escluderli e lasciando germogliare antisemitismo e antisionismo (…)

«Quando, ormai da molti anni, gli ebrei chiedono di essere ascoltati in relazione alla risorgente ondata di episodi e linguaggi antisemiti e fanno presente che la retorica unilaterale, piena di odio e spesso falsa contro Israele, inciti e radicalizzi persone fino a renderle pericolose, scatta immediatamente il goysplaining.

«Oggi questa modalità si esprime in diverse forme: c’è chi vuole convincere gli ebrei che la rappresentazione della loro storia sarebbe falsata (non è mai esistito un popolo ebraico, gli ashkenaziti non sarebbero veri ebrei ma discendenti dai kazari e altre simili amenità). Oppure si spiega che sì, l’antisemitismo esiste, ma si tratta di un fenomeno ormai marginale e comunque da inquadrare come forma di razzismo, quini non meritevole di una legge ad hoc (in un paese, l’Italia, che ha formulato solo pochi decenni fa un’intera legislazione incentrata sull’antisemitismo). Oppure c’è chi pubblicamente indica chi sarebbero i “veri” ebrei e come costoro si dovrebbero comportare.

Luzzatto Voghera aggiunge che tutto questo si complica quando al concetto di ebreo si aggiunge quello di sionista.

«Il o la goysplainer di turno cercherà di convincere dell’esistenza di una differenza antropologica tra l’ebreo (che è tale solo se ben radicato in diaspora, impegnato nella difesa di diritti umani e schierato politicamente) e il sionista, un genere, invece, di persona dedita esclusivamente all’oppressione delle popolazioni altre (arabi, ma non solo), intimamente violenta, connessa ai poteri forti, sterminatrice per vocazione».

Si tratta, conclude Luzzatto Voghera, di un fenomeno inedito, ben visibile in luoghi pubblici, salotti televisivi, manifestazioni, in cui il goysplaining viene proposto e accettato come discorso autorevole.

«Si tratta di una deriva inaccettabile e pericolosa. Se ne può uscire solo guardando a ogni forma di boicottaggio ideologico come a un pericolo cui opporsi, segnalando ogni riduzione della complessità della storia ebraica a slogan propagandistici e contrastando la diffusione di disinformazione e misinformazione su ebraismo, storia ebraica, sionismo».

Ora, quello che ai Luzzatto Voghera sembra un pericolo cui opporsi, a me sembra un innocuo teatrino in cui dei personaggi recitano la parte gli uni dei sostenitori di Israele e gli altri degli attivisti “Propal”, rigorosamente “antifa” (ma costoro hanno mai sentito parlare del Gran Muftì di Gerusalemme e della politica pro-sionista della “antifa” Inghilterra?), i quali attribuiscono i misfatti di Israele al solo sionismo, e non alla religione ebraica, cioè al giudaismo rabbinico-talmudico.

Nei salotti televisi e nelle piazze “Propal”, su quest’ultimo mai il minimo cenno: sempre silenzio assoluto.

Al di là di qualche schermaglia dialettica e di qualche vetrina rotta da parte di ragazzotti “Propal” alla ricerca di merce griffata da sgraffignare nei negozi di lusso, infliggendo così un colpo mortale al “capitalismo”, il goysplaining ha tutta l’aria di essere l’ennesima strategia truffaldina di “disinformazione” e “misinformazione”, questa sì, sulla vera storia dell’ebraismo e del sionismo.

Il tutto al servizio della Sinagoga.

Per cui proporrei un aggiornamento lessicale: non più il termine “goysplaining”, ma quello più appropriato di “Shabbathgoysplaining”.

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