
PRIMA I RADAR, POI IL RESTO: L’ASSALTO METODICO DELL’IRAN ALLE BASI STATUNITENSI
Un’indagine dell’AP basata su immagini satellitari documenta oltre 115 attacchi con missili e droni contro 26 siti, che hanno provocato perdite per miliardi; velivoli e altre risorse statunitensi sono stati trasferiti fuori dal Golfo Persico, mentre Trump valuta nuove azioni contro Teheran.
La campagna dell’Iran contro le basi militari americane in Medio Oriente è iniziata con un attacco calcolato ai sistemi progettati per rilevare l’arrivo di missili e droni, per poi estendersi a velivoli, hangar, magazzini e strutture destinate alle truppe; è quanto emerge da un’inchiesta dell’Associated Press, che rivela ingenti danni alle infrastrutture regionali dell’esercito statunitense.
Un’analisi di immagini satellitari, suffragata da interviste a quattro funzionari della regione a conoscenza dei danni, ha rilevato che, fino al mese di agosto, oltre 115 attacchi condotti con droni e missili – rivendicati dall’Iran o da milizie sostenute dall’Iran – hanno danneggiato o distrutto strutture in 26 basi militari e altri siti in cui erano presenti equipaggiamenti statunitensi. Tali attacchi hanno causato danni alle attrezzature per un valore di miliardi di dollari e hanno imposto cambiamenti significativi al dispiegamento delle forze armate statunitensi nella regione.

Questa immagine satellitare, ripresa sopra la base aerea di Ali Al Salem, in Kuwait, il 24 luglio 2026, mostra gli esiti di numerosi attacchi sferrati contro questa parte della base (Foto: Airbus DS 2026 via AP)
Due funzionari regionali hanno riferito all’AP che Washington ha trasferito ingenti risorse militari fuori dal Golfo Persico, tra cui velivoli, sistemi di difesa aerea, apparecchiature per le comunicazioni e altre infrastrutture essenziali. Tali sviluppi sollevano interrogativi sulla vulnerabilità delle basi americane nella regione, proprio mentre il presidente Donald Trump valuta la possibilità di una nuova azione militare contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre, con Teheran che minaccia una risposta su larga scala.
L’indagine offre un quadro dei danni più dettagliato di quanto il governo statunitense abbia reso noto pubblicamente nel corso degli otto mesi di conflitto. Solo tra aprile e giugno, centinaia di edifici e altre strutture sono stati danneggiati o distrutti. Il Comando centrale degli Stati Uniti, che sovrintende alle operazioni militari americane in Medio Oriente, ha più volte rifiutato di fornire valutazioni dettagliate, adducendo motivi di sicurezza operativa, e non ha commentato i risultati emersi dall’inchiesta dell’AP. Il portavoce del Pentagono, Sean Parnell, ha sostenuto che le forze americane rimangono adeguatamente protette e pienamente equipaggiate per proseguire le operazioni contro l’Iran.
I primi obbiettivi dell’Iran: gli occhi delle difese aeree americane
La sequenza degli attacchi rivela uno schema deliberato. Invece di concentrarsi immediatamente su caserme e altre strutture, le forze iraniane hanno preso di mira, in una fase iniziale, i sistemi radar deputati a rilevare e tracciare le minacce in arrivo. Nei primi due giorni di conflitto, verso la fine di febbraio, alcuni attacchi hanno distrutto le strutture di protezione attorno agli impianti radar statunitensi presso Camp Arifjan, in Kuwait, e la Naval Support Activity in Bahrein. Sono stati colpiti anche i radar mobili situati presso la base aerea Prince Sultan, in Arabia Saudita, e la base aerea Muwaffaq Salti, in Giordania.

Questa immagine satellitare, ripresa sopra la Naval Support Activity Bahrain il 23 luglio 2026, mostra ingenti danni al sistema di comunicazioni satellitari e ai magazzini (Foto: Airbus DS 2026 via AP)
Tra le perdite di maggiore rilievo figura un radar in Giordania, che sarebbe stato distrutto. Secondo il produttore Raytheon, l’esercito statunitense ne possiede solo 13 esemplari in tutto il mondo; dai documenti di bilancio emerge che ciascuna unità ha un costo di circa 500 milioni di dollari. Un altro radar, situato in Qatar, ha riportato gravi danni, sebbene gli investigatori non siano riusciti a stabilire se sia andato completamente distrutto. Il sistema era stato acquistato nell’ambito di un accordo da 1,1 miliardi di dollari nel 2013 e, a quanto pare, si trattava dell’unico esemplare di questo tipo nella regione.
N.R. Jenzen-Jones, direttore della società di consulenza di intelligence tecnica Armament Research Services, ha affermato che gli attacchi sembravano concepiti per indebolire la capacità delle forze americane e alleate di rispondere a eventuali offensive successive. Prendendo di mira costose apparecchiature di allerta precoce, difficili da sostituire, l’Iran ha colpito una componente cruciale della rete di difesa aerea regionale.

Questa immagine satellitare, ripresa sopra la base aerea Muwaffaq Salti in Giordania il 2 marzo 2026, mostra il punto in cui, il giorno precedente, era stato colpito un radar THAAD (Foto: Planet Labs PBC via AP)
Una volta condotti gli attacchi iniziali contro i radar, le forze iraniane hanno ampliato il raggio dei propri obiettivi. Nel corso del primo mese di combattimenti, oltre 50 operazioni sono andate a segno, colpendo 18 siti in cui era presente equipaggiamento militare statunitense; un’attenzione particolare è stata rivolta alle aree che ospitavano velivoli. In seguito, gli obiettivi si sono estesi fino a comprendere depositi di carburante, infrastrutture per le comunicazioni, magazzini e alloggi per le truppe.
Le basi in Kuwait subiscono i danni maggiori
Il Kuwait ha subito la maggiore concentrazione di attacchi iraniani, sebbene siano state colpite anche installazioni statunitensi in Bahrein, Iraq, Giordania, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Presso la base aerea di Ali Al Salem, in Kuwait, almeno 30 attacchi hanno danneggiato o distrutto 15 hangar per velivoli, numerosi magazzini e 10 edifici situati vicino a un’area residenziale.
Camp Buehring, un’altra importante installazione statunitense in Kuwait, ha subito una distruzione particolarmente estesa. La maggior parte degli hangar per velivoli è stata resa inutilizzabile, mentre le strutture destinate alle truppe hanno riportato gravi danni. Secondo funzionari della regione a conoscenza degli attacchi, la palestra della base è stata distrutta a marzo, un punto vendita a servizio del personale è stato colpito alla fine di luglio e altri attacchi hanno danneggiato seriamente un’autorimessa e una mensa.

Questa immagine satellitare, fornita da Airbus, mostra la base aerea di Ali Al Salem in Kuwait il 28 luglio 2026; mesi di attacchi hanno distrutto numerose strutture all’interno della base (Foto: Planet Labs PBC via AP)
L’entità della distruzione è emersa chiaramente solo mesi dopo, quando sono diventate disponibili immagini satellitari ad alta risoluzione. Tra l’inizio di marzo e la fine di agosto, oltre 30 strutture presso Camp Buehring sono state danneggiate o distrutte. L’AP ha individuato diversi attacchi contro la base nei mesi di marzo, aprile, maggio e luglio.
Il Kuwait è stato anche teatro del più letale attacco iraniano noto contro le truppe statunitensi durante il conflitto. Il 1° marzo, sei militari americani sono rimasti uccisi quando un drone ha colpito il porto di Shuaiba, a dimostrazione del fatto che tali attacchi mettevano a rischio non solo costose attrezzature militari, ma anche il personale.
Altri paesi hanno subito perdite significative. Presso la base aerea Prince Sultan, in Arabia Saudita, un attacco iraniano ha danneggiato la sezione posteriore di un velivolo da sorveglianza aerea Boeing E-3 Sentry. Un funzionario militare della regione, che ha visitato la struttura, ha riferito di una vasta distruzione, parlando di caserme e mense danneggiate e di detriti sparsi ovunque. Il funzionario ha aggiunto che sono stati colpiti anche diversi altri velivoli, tra cui due aerei cisterna per il rifornimento in volo. Un altro attacco iraniano ha danneggiato un’unità della CIA presso l’ambasciata statunitense a Riad.

Questa immagine satellitare, ripresa sopra la base aerea di Al Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti, l’11 marzo 2026, mostra tre hangar gravemente danneggiati, colpiti dall’Iran pochi giorni prima (Foto: Airbus DS 2026 via AP)
Presso la base aerea di Al Dhafra, situata a circa 20 miglia (32 chilometri) a sud di Abu Dhabi, alcuni attacchi avvenuti nelle fasi iniziali del conflitto hanno danneggiato hangar per velivoli, altre infrastrutture e attrezzature, tra cui un radar di allerta precoce e droni da sorveglianza. Un rapporto del Congressional Research Service, aggiornato a ottobre, ha rilevato che 15 velivoli statunitensi sono stati danneggiati nelle basi della regione.
Le restrizioni satellitari hanno celato l’entità dei danni
La valutazione della distruzione è stata resa complessa dalle restrizioni sulle immagini satellitari commerciali. I principali fornitori, legati da contratti con il governo statunitense, hanno bloccato o ritardato la diffusione pubblica delle immagini in seguito a richieste da parte di funzionari americani, adducendo talvolta motivi di sicurezza nazionale. Ciò ha limitato la possibilità di un esame indipendente delle strutture danneggiate; alcune immagini ad alta risoluzione sono diventate disponibili solo mesi dopo gli attacchi.
Per completare la propria indagine, l’AP ha acquisito immagini da OneAtlas, un servizio satellitare di proprietà di Airbus, confrontandole con altri elementi probatori a disposizione. La valutazione che ne è emersa offre un quadro dei danni più ampio rispetto a quanto reso noto in precedenza dalle fonti ufficiali – inclusi i rapporti dell’ispettore generale del Pentagono – sebbene l’apparato militare non abbia fornito un resoconto pubblico completo delle perdite subite.

Questa immagine satellitare, fornita da Airbus, mostra una struttura distrutta presso la base aerea Prince Sultan, in Arabia Saudita, il 1° maggio 2026 (Foto: Airbus DS 2026 via AP)
I risultati evidenziano inoltre un problema più ampio che le forze armate moderne devono affrontare: la crescente vulnerabilità di grandi installazioni fisse a fronte di attacchi prolungati condotti con droni e missili relativamente economici. Raphael Cohen, direttore del National Security Program presso la RAND School of Public Policy, ha affermato che persino le forze militari dotate di equipaggiamenti avanzati sono sempre più esposte a tali minacce.
«Questo dovrebbe essere un campanello d’allarme per gli Stati Uniti», ha affermato Cohen.
Dato che sia Washington che Teheran lasciano aperta la possibilità di una ripresa dei combattimenti, ulteriori danni potrebbero accrescere l’incertezza che circonda la presenza militare a lungo termine dell’America nel Golfo Persico. Resta da vedere se, una volta terminato il conflitto, gli Stati Uniti si limiteranno a ricostruire le basi e le attrezzature danneggiate o se, al contrario, procederanno a una revisione radicale delle modalità di posizionamento e protezione delle proprie forze.
Secondo Cohen, tale distruzione indica un cambiamento duraturo nella strategia militare. L’epoca in cui le forze americane potevano fare affidamento su grandi basi permanenti, intese come piattaforme operative relativamente sicure, potrebbe – a suo avviso – volgere al termine.
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