Perle talmudiche: non è comandato di salvare un non-ebreo idolatra

PERLE TALMUDICHE: NON È COMANDATO DI SALVARE UN NON-EBREO IDOLATRA

(Pesachim 21b)

«È comandato di salvare un ger (toshab) (=straniero residente), in quanto è una mitzvah (= comandamento) salvare un ger che ha rinunciato all’adorazione degli idoli, ma non è una mitzvah salvare un non-ebreo (idolatra)».

(Does Halacha permit healing gentiles, DAAT EMET, daatemet.org):

Una regola frequente nel Talmud e nella letteratura halachica ‒ “Non ti è comandato di salvare un gentile” (Pesachim 21b) ‒ chiarisce la relazione coi gentili.

Ma prima di citare le norme halachiche sulla guarigione dei gentili, citeremo le nostre parole sulla porzione di Maatot relativa al rapporto con l’uccisione dei gentili.

Da lì passeremo quindi, per analogia, dal minore al maggiore, alla sua guarigione.

“Dalle leggi che abbiamo qui riportato apprendiamo che ci sono tre livelli di uccisione di una persona che non è ebrea: (1) Se si tratta di un gentile noachide, che osserva le sette leggi, un ebreo che lo uccide non è passibile della pena capitale da parte dei tribunali come lo sarebbe se avesse ucciso un ebreo, ma è passibile di morte per mano del Cielo. (2) Se si tratta di un gentile che non osserva le sette leggi noachidi (e non conosciamo nessun gentile che le osservi), questi può essere ucciso, anche se agli ebrei non è comandato di ucciderlo. (3) Se si tratta di un gentile effettivamente idolatra, come la Halacha [= normativa rabbinica] considera tutti i cristiani, è un comandamento ucciderlo”.

Da ciò si deduce che non si può guarire un gentile se costui non osserva i sette comandamenti noachidi, e questo è ciò che ha stabilito lo Shulhan Aruch (Yore Deah 158a):

«È vietato salvare un gentile in pericolo di vita. Chi ha visto uno di loro cadere in mare non lo trae in salvo, nemmeno dietro pagamento. Di conseguenza è vietato guarirli, anche dietro pagamento, a meno che astenersi dal farlo non porti all’inimicizia dei gentili verso gli ebrei [mipnei darkhei shalom]. In questo caso è permesso guarirli, anche gratuitamente se non c’è modo di farli pagare».

Riguardo poi all’episodio narrato nel Talmud, dove Rav Shimi, figlio di R. Ashi, guarì un gentile che si era ammalato di lebbra, i saggi di Francia (Gittin 70a tos.) scrissero che lo fece per evitare l’inimicizia oppure per acquisire conoscenze da questo metodo di guarigione, che alla fine avrebbe giovato agli stessi ebrei.

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