
Nation of Islam
QUEI BRAVI PRESIDENTI AMERICANI DELLA SINAGOGA SCHIAVISTI
Premessa di Gian Pio Mattogno
Chi sono i presidenti americani della sinagoga?
Il rabbino Lance J. Sussman getta un po’ di luce, in verità molto fioca e molto agiografica, su queste figure poco conosciute persino all’interno della comunità ebraica internazionale.
(The Synagogue President: Unsung Hero of American Judaism, REFORM JUDAISM, January 28, 2016, reformjudaism.org).
Il presidente della sinagoga, ci assicura il rabbino Sussman, «è l’eroe silenzioso dell’ebraismo americano».
Per sua natura personale e per statuto della congregazione è il volontario numero uno e svolge a tempo pieno un lavoro non retribuito.
Al presidente della sinagoga vengono attribuiti vasti poteri di governo, di gestione e finanziari.
Egli collabora col clero ebraico, sovrintende alle attività amministrative della sinagoga, presiede al governo della congregazione e funge da responsabile finanziario gestendo le entrate, e questa è solo la punta dell’iceberg.
Il rabbino Sussman lamenta che, nonostante questa sua enorme importanza, la figura del presidente della sinagoga sia praticamente assente nella storia dell’ebraismo americano, sia nelle pubblicazioni accademiche d’ampio respiro, che nella rete d’informazioni relative alle singole sinagoghe.
Attualmente, dice, conosciamo solo i contorni generali della storia dei presidenti della sinagoga in America.
Dal 1654, anno in cui gli ebrei si stabilirono per la prima volta in Nord America, al 1840, allorché il rabbino Abraham Rice fu chiamato dalla Baviera per mettersi al servizio della comunità di Baltimora come primo rabbino residente in America, nessun rabbino ordinato guidò una sinagoga americana, cioè per i suoi primi duecento anni l’ebraismo americano fu guidato da laici.
Nel corso dei decenni si registrarono tensioni fra la leadership laica e quella rabbinica, fino a sfiorare vere e proprie risse, e laici e rabbini si alternarono alla presidenza delle sinagoghe. A partire dagli anni ’50 del Novecento questa carica è stata affidata anche a delle donne.
«La realtà storica della sinagoga americana – conclude il rabbino Sussman – è che essa non esisterebbe e probabilmente non potrebbe neppure sopravvivere, senza il suo leader laico numero uno, il presidente della sinagoga, l’eroe sconosciuto dell’ebraismo in America».
Nation of Islam ci rivela un altro volto, forse meno accattivante, ma certamente più realistico, di questo “eroe sconosciuto dell’ebraismo in America”, che per carità di patria molto pudicamente il rabbino Sussman passa completamente sotto silenzio.
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I PRESIDENTI DELLA SINAGOGA PROPRIETARI DI SCHIAVI IN AMERICA
(The Slave-Owning (Jewish) Presidents, NATION OF ISLAM RESEARCH GROUP, noirg.org).
Quasi tutti sono a conoscenza del fatto che ben dodici presidenti degli Stati Uniti hanno ridotto in schiavitù degli esseri umani e che otto di loro lo hanno fatto mentre ricoprivano la più alta carica del Paese.
Thomas Jefferson ne possedeva il maggior numero (oltre 600 africani), seguito a ruota da George Washington, che ne possedeva più di 350.
Washington, D.C., la capitale degli Stati Uniti, un tempo conosciuta come il «Congo dʼAmerica», era un importante centro regionale per il traffico degli schiavi.
Quello che invece é stato abilmente camuffato e nascosto dalla vista della storia è il possesso degli schiavi da parte di altri presidenti, quelli ebrei.
Ma data la crescente consapevolezza del dominio ebraico su ogni aspetto significativo della società americana, è importante che guardiamo con occhi nuovi al ruolo storico giuocato dai presidenti ebrei nello schiavismo e nella tratta degli schiavi.
Molto tempo prima che Washington diventasse la sede del governo degli Stati Uniti o che New York diventasse il simbolo dellʼimpero, Charleston, nella Carolina del Sud, era il centro dellʼattività coloniale americana.
Grazie al suo porto naturale in acque profonde, era un importante snodo per il commercio transatlantico. Il cotone superò lo zucchero come merce più richiesta al mondo, e i commercianti di tutto il mondo, soprattutto quelli ebrei, trovarono in Charleston la loro destinazione più lucrativa.
In precedenza, gli ebrei avevano fatto di Newport, nel Rhode Island, una vera e propria zona di attività ebraica, ed è proprio lì che il famigerato mercante ebreo di schiavi Aaron Lopez stabilì la sua base operativa.
Ma ben presto Newport sarebbe impallidita al confronto con le ricchezze disponibili nella città portuale di Charleston, profondamente radicata nel commercio degli schiavi.
Gli ebrei vi giunsero dalle colonie produttrici di zucchero dei Caraibi e del Sud America, e quando i leader cristiani vietarono la schiavitù nella vicina Georgia, molti ebrei fuggirono da lì verso la Carolina del Sud.
Nella sua storia di questa città, James W. Hagy, autore di This Happy Land, scrive (p. 44):
«La città di Charleston viveva del commercio derivante dalle grandi piantagioni, dove gli schiavi africani svolgevano lavori estenuanti … La prosperità della città spinse molte persone a stabilirsi lì, compresi gli ebrei».
Nulla rappresenta al meglio il ruolo degli ebrei nella società di Charleston quanto le azioni e la condotta dei massimi leader ebrei di Charleston: i presidenti della sinagoga, il «cuore spirituale della Charleston ebraica».
La struttura comunitaria ebraica non si formò attorno a poveri immigrati in cerca di libertà religiosa (come essi sostengono), bensì attorno a mercanti assetati di profitto, i quali vedevano nella schiavitù la chiave per una ricchezza senza precedenti, basata su una pletora di merci provenienti dalle piantagioni, convogliate attraverso le città e destinate ai mercati internazionali.
Nel 1792 essi costituirono il centro satanico della loro attività, che chiamarono sinagoga Beth Elohim, o «Casa di Dio».
Questa sinagoga bruciò nel 1838, e la grottesca mostruosità che la sostituì fu costruita da schiavi su ordine del funzionario della sinagoga David Lopez. Venne descritta come «la sinagoga più grande e imponente degli Stati Uniti».
Dal sito web della sinagoga abbiamo un elenco dei suoi ex presidenti.
E proprio come nel caso dei dodici presidenti degli Stati Uniti, anche i primi presidenti ebrei hanno legami con la schiavitù.
Iniziamo con il costruttore della sinagoga, David Lopez Jr., coinvolto nel commercio degli schiavi.
Suo padre, David Lopez Sr., fu presidente della sinagoga dal 1800 al 1814. Era anche un noto mercante di schiavi. I documenti mostrano che nel primo decennio del 1800 vendeva famiglie africane a credito come domestici, cuochi e serve. In una vendita, il presidente della sinagoga Lopez vendette «venti schiavi africani di ottima qualità»; in un’altra vendita ne vendette otto; nel 1807 ne vendette 32 «di prima scelta».
Suo figlio ne seguì l’esempio, costringendo gli africani a costruire il luogo di culto ebraico, i cui membri approvarono prontamente una regola interna che vietava l’ammissione dei neri.
Il presidente della sinagoga dal 1750 al 1764, Joseph Tobias, era un armatore che teneva in schiavitù sei persone di colore: due uomini e quattro donne. Il presidente Tobias era probabilmente un padrone crudele, come dimostra il fatto che nel 1758 sette persone di colore da lui tenute in schiavitù riuscirono a fuggire. Due anni dopo vendette «diversi negri». Tobias non era un ebreo emarginato. Prima della costruzione della sinagoga, la casa di Tobias fungeva da prima sinagoga per gli ebrei.
Il cofondatore della sinagoga fu Isaac Da Costa, descritto come «probabilmente l’uomo più eminente di Charleston prima della Rivoluzione». Acquistò migliaia di acri di terreno per piantagioni, impiegando centinaia di schiavi africani a tutto vantaggio degli ebrei in un’area così vasta da essere chiamata «Terre degli ebrei». Nel 1760 portò nella Carolina del Sud 200 africani come schiavi. Nel 1763 ne introdusse altri 160.
Secondo il censimento statunitense del 1810, il presidente della sinagoga Israel Joseph (dal 1765 al 1790) ridusse in schiavitù con la forza undici persone di colore.
Nel 1804 il presidente della sinagoga Moses C. Levy (dal 1791 al 1795) nello stesso giorno vendette una piantagione e 32 persone di colore.
Il presidente della sinagoga Jacob Cohen (dal 1796 al 1800) pubblicizzava spesso la vendita di cuochi, lavandai, braccianti e donne, «una volta assicurato che fossero sobri, onesti e non fuggitivi». Nel 1788 vendette «tre eleganti cavalli e un ragazzo di colore». Nel 1796 vendette 15 «negri», tra cui «una ʽTemptressʼ (e) diverse lavandaie …». Nel 1807 vendette «un intero gruppo di circa sessanta negri … due muli ed un cavallo». In tutta la storia di Charleston il cognome Cohen è legato alla tratta degli schiavi quanto il cotone.
Il presidente della sinagoga Nathan Hart (dal 1814 al 1841) veniva descritto come «un sincero osservante della fede dei suoi antenati». Eppure il suo compito nel governo di Charleston era di punire i neri che tentavano di liberarsi, africani che venivano chiamati «fuggitivi». Nell’ottobre del 1827, il massimo esponente della comunità ebraica di Charleston vendette cinque schiavi all’ebrea Sophie, e nel censimento del 1830 risultava «proprietario» di quindici neri.
Il presidente della sinagoga Daniel Hart pubblicò un annuncio per vendere o scambiare «un uomo di colore» con un «ragazzo di colore».
Il presidente della sinagoga Abraham Ottolenghi (dal 1842 al 1850) possedeva sei schiave. Nel 1840 aveva ridotto in schiavitù 32 africani, di cui 18 maschi e 14 femmine. Affittava gli schiavi per 6‒10 dollari al mese e vendette «una schiava nera» insieme al «mobilio per la casa».
Il presidente della sinagoga Joshua Lazarus (dal 1851 al 1856) fu un importante mercante, trafficante di schiavi, proprietario terriero e presidente di banca. Secondo il censimento degli Stati Uniti possedeva 21 africani in stato di schiavitù.
Il presidente della sinagoga Moses Cohen Mordecai (dal 1856 al 1861) era un trafficante e shipper di schiavi confederato, nonché proprietario di 14 schiavi. Era anche direttore di banca e cofondatore di un giornale. Si compiaceva di annunciare ai suoi colleghi trafficanti di schiavi che le sue navi avevano molto spazio «riservato agli schiavi».
È un fatto oramai assodato che i presidenti della sinagoga di Charleston e la maggior parte delle elite ebraiche americane erano dediti ad una incessante pratica schiavistica ai danni dei neri.
E questo modo di fare si può facilmente riscontrare in ogni grande centro di insediamento ebraico: Richmond, New Orleans, Newport, Philadelphia, New York e ovunque.
Non si può dire che i mercanti di schiavi ebrei fossero membri di una sottoclasse emarginata.
Tutti quanti i vertici delle istituzioni ebraiche di Charleston possedevano schiavi e traevano il loro sostentamento dalla schiavitù dei neri.
Nondimeno, il rabbino Gustavus Poznanski, egli stesso proprietario di schiavi, riguardo a questa situazione, negli annali di questo popolo perennemente errante ebbe il coraggio di esprimersi in questi termini:
«Questa sinagoga [di Charleston] è il nostro tempio, questa città è la nostra Gerusalemme, questa terra felice è la nostra Palestina … ».
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Sui ʽPadri della patriaʼ e sui presidenti americani schiavisti, nonché sul ruolo degli ebrei, della massoneria e del capitalismo negriero e affaristico nella storia degli Stati Uniti d’America e nella genesi dell’imperialismo yankee cfr. Le origini giudeo‒massoniche e plutocratiche dell’imperialismo americano, Thule Italia, 2026.
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