
Gian Pio Mattogno
EBREI E USURA: IL CASO DELL’ALSAZIA NELL’ETÀ RIVOLUZIONARIA E NAPOLEONICA
Presentando un piccolo ma significativo spaccato di storia d’Italia nell’età rinascimentale, ho ricordato come ogniqualvolta si parli del problema dell’usura ebraica venga puntualmente a galla la vecchia panzana storica e storiografica secondo cui gli ebrei sarebbero stati “costretti” all’usura dalla circostanza che erano esclusi per legge da altre attività produttive.
La verità è molto più prosaica: gli ebrei in generale si dedicarono alla pratica dell’usura non perché costretti, ma perché in determinati momenti la ritenevano l’attività più lucrativa e la più atta a rafforzare la loro potenza economica.
(Mercanti e usurai: il caso della Marca Pontificia e di Urbino nell’età ducale, andreacarancini.it. Riprendo qui di seguito in parte alcune considerazioni già apparse in Filosofia classica tedesca, Rivoluzione massonico-borghese e questione ebraica. Paradossi dell’antisemitismo da Kant a Hegel, Effepi, Genova, 2024, cui rimando per ulteriori riferimenti bibliografici).
Un caso classico è costituito dall’Alsazia nell’età rivoluzionaria e napoleonica.
Alla vigilia della Rivoluzione massonico-borghese del 1789 circa la metà degli ebrei francesi risiedeva in Alsazia, e principalmente in Alsazia era concentrata l’attività usuraria ebraica.
È vero che nel corso del XVIII secolo anche gli ebrei alsaziani erano sottoposti a varie restrizioni e imposizioni fiscali piuttosto gravose, ma non era impedito loro di esercitare alcune professioni.
I più erano rigattieri, macellai, o dediti al commercio ambulante o al commercio dei cavalli, dei grani e degli oggetti d’oro e d’argento. Molti erano specializzati nel commercio del bestiame.
Nondimeno operavano molti banchieri che prestavano ad alti tassi d’interesse.
(Cfr. Ph. Sagnac, Les Juifs et la Révolution française, «Revue d’histoire moderne et contemporaine», t. I (1899-1900), pp. 15 sgg. Si veda anche J. Rochette, Histoire des Juifs d’Alsace des origines à la Révolution, Paris, 1938, che però tende a minimizzare l’importanza delle pratiche usurarie degli ebrei alsaziani).
Con le Lettres patentes di Luigi XVI ( 10 luglio 1784) agli ebrei fu permesso di prendere in affitto e coltivare vigne, terre ed ogni genere di immobili, dissodare terreni, sfruttare miniere di carbone (art. VIII), nonché di dedicarsi ad ogni genere di commercio all’ingrosso e al minuto, e di aprire manifatture tessili (art. IX).
Ciò nondimeno in molti continuarono a praticare l’usura.
(J. Lémann, L’entrée des Israélites dans la société française, Paris, 1886, pp. 38 sgg.).
Sono altamente emblematici i casi di Hertz Cerfbeer e Joachim Nahum Lévy, di certo non le classiche figure dell’ebreo perseguitato.
Hertz Cerfbeer (o Cerf Beer) è un ricco ebreo di corte fornitore dell’esercito, il solo ebreo alsaziano ad avere ottenuto dal re le lettere di naturalizzazione; è il solo ebreo ad avere accumulato funzioni amministrative, politiche e finanziarie. Già nel 1750 è impiegato nella società paterna. Verso il 1771 si mette in proprio, dando seguito all’attività di fornitore del padre. Nella seconda metà del secolo la sua società conosce un’espansione straordinaria, che si prolunga anche sotto la Rivoluzione e l’Impero.
Le sue ricchezze sono tali che solo pochi borghesi possono vantarne altrettante. Possiede abitazioni lussuose e persino un castello, ciò che ne fa un proprietario fondiario di prim’ordine.
Eppure questo ricco ebreo non vessato da alcun genere di restrizioni trova anche l’occasione di creare una banca e di dedicarsi al prestito di denaro!
(I. Loeb, Les Juifs de Strasbourg depuis 1349 jusqu’à la Révolution, Versailles, 1883. Alcuni documenti archivistici riassumono gli affari fatti dalla società Cerfbeer e figli in qualità di fornitori dal 1773 al 1790. Cfr. M. Schwab, Les livres de comptes de Cerf Beer et de ses fils, «Revue des Études Juives» [= REJ], 61 (1911), pp. 292-294).
Joachim Nahum Lévy nel 1800 è uno dei notabili di Weiterswiller. Come la maggior parte degli ebrei del villaggio egli figura come Handelsmann (negoziante). Vende bestiame di grossa taglia ed opera nel campo immobiliare.
Tutto ciò però non gli impedisce di dedicarsi al prestito di denaro e al recupero dei crediti!
(F. Schunk, Une famille de négociants juifs: Joachim (Nahum) Lévy et ses fils, f.s.weiters.pageperso.fr).
Nel 1780 un magistrato accusa le 3.965 famiglie ebraiche alsaziane di essere altrettante «sanguisughe che succhiano il denaro del popolo delle città e delle campagne».
(L. Berman, Histoire des Juifs de France des origines à nos jours, Paris, 1937, p. 308).
Nei Cahiers de doléance redatti nelle varie province in occasione della convocazione degli Stati Generali del 1789, gli usurai ebrei (ma in verità non mancano lagnanze neppure contro gli usurai cristiani) sono accusati di essere un flagello, una calamità pubblica che manda in rovina la popolazione delle campagne. Essi si impadroniscono delle terre dei contadini, si ingrassano coi beni altrui, e sono la causa principale della miseria del popolo e del degrado morale.
(M. Liber, Les Juifs et la convocation des États généraux (1789), REJ 63 (1912), pp. 185-210; 64 (1912), pp. 89-108; 65 (1913), pp. 89-133; 66 (1913), pp. 161-212; D. Feuerwerker, Les Juifs en France: anatomie de 307 cahiers de doléance de 1789, «Annales E.S.C.», 20 (1963), pp. 45-61, su cui cfr. B. Blumenkranz, À propos des Juifs dans les cahiers de doléance, «Annales Historiques de la Révolution Française» [= AHRF], n. 190, 1967, pp. 473-480; Z. Szajkowski, The Jewish problem in Alsace, Metz, and Lorraine on the Eve of Revolution of 1789, «The Jewish Quarterly Review», 44 (1954), pp. 205-243).
Ma anche dai playdoyers, dai pamphlet e dai dibattiti dell’Assemblea emerge un quadro fosco dell’usura ebraica in Alsazia, anche se talora con punte di esagerazione, nonostante una certa storiografia compiacente abbia cercato di minimizzarne la portata.
Nell’Adresse della municipalità di Colmar all’Assemblea Nazionale (25 aprile 1790) leggiamo che, secondo le stesse confessioni degli ebrei, i crediti usurari ammontano a 12.000.000 l. e che fra breve il popolo sarà interamente asservito agli ebrei e costretto ad espatriare.
(Cit. in F.C. Heitz, La contre-révolution en Alsace, Strasbourg, 1865, pp. 10-12).
Nello stesso periodo, l’Adresse della municipalità di Bergheim denuncia l’atteggiamento discriminatorio degli ebrei verso i cristiani. Vivono tra di noi, vi si trova scritto, quasi quattrocento ebrei che per principio soffocano ogni sentimento di giustizia e probità. Costoro considerano i cristiani come dei nemici, che i loro dottori esortano a spogliare e derubare, ed essi instancabilmente giorno e notte mettono in atto tali propositi con la più scrupolosa precisione.
(Adresse ms. du 28 avril 1790, cit. in P.-A. Hildenfinger, L’Adresse de la commune de Strasbourg à l‘Assemblée nationale contre les Juifs (avril 1790), REJ 58 (1909), p. 118, n. 5).
Passano gli anni e la situazione non solo non muta, ma addirittura peggiora.
La tanto agognata e ottenuta “emancipazione” non impedisce agli ebrei alsaziani di insistere e persistere nelle loro pratiche usurarie.
(Anche durante il periodo del Terrore essi forniscono il loro bravo contributo alla Rivoluzione, offrendo doni “patriottici”, tra cui gioielli, collane etc. al grido di “Viva la Repubblica”. M. e G. Ginsburger, Contributions à l’histoire des Juifs d’Alsace pendant la Terreur, REJ 47 (1903), pp. 283-299); J. Godechot, Les Juifs à Nancy de 1789 à 1795, REJ 171 (1928), pp. 11 sgg.).
Sono proprio le lagnanze della popolazione e delle autorità locali contro la persistenza dell’usura ebraica in Alsazia, ascoltate a Strasburgo da Napoleone di ritorno da Austerlitz, che determineranno nuove misure nei confronti degli ebrei.
Nella presentazione della seduta del Consiglio di Stato del 30 aprile 1806 leggiamo che in quello stesso anno in Alsazia si manifestò un grande fermento contro gli ebrei, accusati di invadere le professioni mercantili e di rovinare i contadini con l’usura, al punto da indurre il ministro della giustizia a presentare un progetto di legge che proibiva agli ebrei ogni diritto di ipoteca e accordava un rinvio ai debitori.
(Opinions de Napoléon sur divers sujets de politique et d’administration, Paris, 1833, pp. 211-213).
Da diversi documenti ufficiali dell’epoca, puntualmente registrati dal dibattito storiografico, apprendiamo che gli ebrei continuavano a praticare l’usura, che avevano accumulato una massa creditizia spaventosa, che la “lebbra divoratrice dell’usura ebraica” continuava a divorare i beni della popolazione e che molti contadini erano ridotti in povertà e spesso erano costretti ad abbandonare le loro terre e le loro case.
(P. Fauchille, La question juive en France sous le Premier Empire. D’après des documents inédites, Paris, 1884, pp. 6 sgg.; 237 sgg.; R. Anchel, Napoleon et les Juifs, Paris, 1928, pp. 374 sgg.; P. Leuilliot, Quelques “textes“ en marge d’une thèse. L’usure judaïque en Alsace sous l’Empire et la Restauration, «Annales Historiques de la Révolution Française» [= AHRF], n. 39, 1930, pp. 231-251).
Dopo aver chiesto un parere al Consiglio di Stato, Napoleone decide di affrontare direttamente il merito della questione proclamando dapprima una moratoria sui debiti contratti presso gli ebrei nella Francia orientale (30 maggio 1806) e successivamente convocando a Parigi un’assemblea di Notabili ebrei (15 luglio 1806), allo scopo di consultarli sui mezzi per “rigenerare” i loro correligionari e renderli più utili allo Stato.
Ma poiché gli ebrei persistono ancora nelle loro pratiche usurarie, nel 1808 Napoleone emana un decreto contro l’usura, che il capitale usurario ebraico e i suoi storiografi hanno bollato come “infame”, il quale stabilisce tra l’altro una rigida regolamentazione dei prestiti consentiti agli ebrei, con interessi non superiori al 5%, nonché l’annullamento della maggior parte dei crediti.
Ma già l’anno successivo al “decreto infame” le autorità locali denunciano che gli ebrei aggirano le misure governative con mezzi truffaldini, continuando nelle loro pratiche usurarie.
Tali pratiche usurarie sopravvivono anche dopo la caduta di Napoleone e negli anni della Restaurazione. Nell’aprile 1824 il prefetto dell’Alto Reno riferisce che fra gli ebrei vi sono ancora “fanatici talmudisti” e “usurai di professione”.
Scrive Paul Leuilliot:
«Così, per tutto il periodo dell’Impero e della Restaurazione, i Consigli alsaziani non cessarono di denunciare l’usura ebraica. Al netto delle eccitazioni oratorie e della passione antisemita nelle deliberazioni, considerandi e voti espressi, tutti questi testi, per la loro stessa ripetitività, inducono a credere che l’usura ebraica era effettivamente un male reale e grave. Nel momento stesso in cui cessò l’applicazione dl decreto del 1808, l’usura riprese più che mai» (Op. cit., p. 250).
La persistenza negli anni dell’usura ebraica viene candidamente riconosciuta, e giustificata, da una storica ebrea come Renée Neher-Bernheim, con questa singolare motivazione: poiché, per colpa dei cristiani, praticamente da sempre gli ebrei erano stati costretti a praticare l’usura, era una «illusione ingenua e ridicola» pretendere che gli ebrei abbandonassero dall’oggi al domani delle pratiche radicate in essi da secoli.
(Histore juive de la Renaissance à nos jours. T.I: XIVe, XVIIe et XVIIIe siècle, Paris, 1963, p. 219).
Quindi, la colpa dell’usura non era degli ebrei alsaziani, ma … dei cristiani, vale a dire non degli aguzzini ma delle stesse vittime!
Questa esternazione fa il paio con quella di Roland Marx, secondo il quale gli usurai ebrei sarebbero stato addirittura dei benemeriti, in quanto, in assenza di un credito organizzato, essi avrebbero contribuito alla sua distribuzione sul territorio, e di conseguenza il popolo alsaziano nelle sue manifestazioni antigiudaiche avrebbe obbedito a «riflessi xenofobi ancora presenti nella società moderna».
(La régéneration économique des Juifs d’Alsace à l’époque révolutionnaire et napoléonienne, AHRF, n. 223, 1930, p. 107).
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