Gian Pio Mattogno: Aspetti truffaldini dell’apologetica giudaica: Moses Mielziner e “lo spirito liberale dell’etica talmudica”

Gian Pio Mattogno 

ASPETTI TRUFFALDINI DELL’APOLOGETICA GIUDAICA: MOSES MIELZINER E “LO SPIRITO LIBERALE DELL’ETICA TALMUDICA”

Almeno a partire da rabbi Yehiel di Parigi in occasione del processo del 1240 contro il Talmud, le vie truffaldine dell’apologetica giudaica sono infinite, come quelle del Signore.

Ne sono mostrati alcuni esempi significativi, dai vari Joseph Samuel Bloch ai vari Solomon Klein etc. etc., anche su questo sito revisionista.

Una delle fole propagandate dalla Sinagoga è quella secondo cui i “giusti” o “pii” delle nazioni hanno parte nel mondo a venire, cioè godranno la beatitudine eterna.

Visto?, ci dicono: il giudaismo rabbinico-talmudico non è poi quella brutta bestia che pretendono i suoi nemici, se è vero che anche i goyim che si comportano bene salveranno la loro anima e potranno godere, al pari degli ebrei, le delizie del Paradiso.

Peccato che le cose non stiano propriamente così.

Fra i tanti altri, questa argomentazione fu ripresa alla fine del XIX secolo da Moses Mielziner nella sua opera Introduction to the Talmud, The American Hebrew Publishing House, 1894.

Moses Mielziner (1828-1903) fu professore di Talmud e letteratura rabbinica all’Hebrew Union College di Cincinnati (cfr. «The Jewish Encyclopedia», vol. 8, pp. 581-582), dunque una vera autorità in materia.

Una breve recensione dell’opera di Mielziner, apparsa sulla rivista «L’Université Catholique», Nouvelle Série, Tome XXI, 15 Janvier -15 Avril 1896, pp. 286-288, e che seguiva immediatamente la recensione della classica opera di H. Strack, Einleitung in den Thalmud (1894), recitava così:

«La seconda introduzione allo studio del Talmud si deve ad uno studioso ebreo, il Dr. Mielziner, professore di Talmud all’Hebrew Union College. Essa è suddivisa in quattro parti.

«La prima tratta del Talmud e del suo contenuto, della Mishna, dei libri che vi sono collegati, dei rabbini: Sopherim, Tanaim e Amoraim, i cui nomi si incontrano nella Mishna e nella Gemara, delle edizioni e traduzioni del Talmud, e infine del giudizio da formulare sul valore del Talmud. La seconda parte espone ampiamente le regole ermeneutiche del Talmud; la terza, la terminologia e la metodologia talmudiche; infine la quarta parte delinea la morale del Talmud.

«La parte per noi veramente interessante è quella dove il Dr. Mielziner sviluppa la dialettica dei rabbini, il loro modo di ragionare, d’interpretare un testo. Queste spiegazioni fanno un po’ di luce sul modo di procedere di S. Paolo. Si potrebbero apprendere molte altre cose nel resto del libro, se solo non ci si smarrisse nel dedalo di questa letteratura ebraica. Ma anche coi pochi ragguagli che ci vengono forniti sui rabbini, è possibile farsi un’idea circa il metodo dei loro insegnamenti.

«Come c’era da aspettarsi, l’autore, ebreo e professore di Talmud, mostra una tendenza ben marcata a vedere in questo libro solo tutto il bello e tutto il buono. Ma in ciò vi è della esagerazione; un po’ più di spirito critico avrebbe meglio giovato alla causa.

«Questo non vuol dire che il Dr. Mielziner non conosca benissimo la letteratura sull’argomento, sia che provenga dai suoi correligionari o da studiosi cristiani, ma di tutti questi egli prende solo quello che mira alla glorificazione del Talmud.

«Secondo lui, la morale di questo libro sarebbe la più bella, la più pura, la più elevata, la più disinteressata. Nessuno ha mai negato che vi si possano trovare delle belle massime, ma quante volte accompagnate magari subito dopo da espressioni abbastanza discriminatorie!

«Ne riporteremo un esempio tratto dall’esposizione della morale da parte del Dr. Mielziner: “Lo spirito liberale dell’etica talmudica si manifesta con tutta evidenza, dice, in queste parole: l’uomo pio e virtuoso di tutte le nazioni prende parte alla felicità eterna. La salvezza dell’uomo non dipende quindi da un qualche articolo di fede o da una qualche osservanza cerimoniale, ma bensì dalla purezza e santità della vita”.

«Questa massima in effetti si trova nel Talmud, ma accanto ad essa se ne incontrano anche altre che la contraddicono, o la limitano. Vi si incontra anche quest’altro bell’insegnamento: i poveri dei Nokhrim (i non-Israeliti) debbono essere nutriti con quelli d’Israele, i malati dei Nokhrim debbono essere visitati con quelli d’Israele, i morti dei Nokhrim debbono essere seppelliti con quelli d’Israele (nello stesso tempo, non nello stesso luogo).

«L’autore ne deduce che i doveri di carità secondo il Talmud debbono essere adempiuti nei confronti di tutti gli uomini; ma egli dimentica la spiegazione che segue questo precetto: si faccia tutto ciò a causa delle vie della pace [mipnei darkhei shalom n.d.r.]. Non è dunque nient’altro che una regola opportunistica».

Il recensore conclude che, malgrado questa ed altre riserve necessarie, l’opera tuttavia rimane di grande utilità per lo studioso, e gli risparmierà ricerche spesso difficili.

Il passo in questione si trova a p. 280, proprio al termine, e quasi a suggello, del lavoro apologetico del Dr. Mielziner, il quale cita tre fonti che proverebbero il presunto spirito “liberale” del giudaismo rabbinico-talmudico: Tosefta Sanhedrin XIII; Maimonide, Yad Hakezaka [Mishneh Torah]: Teshuba III,5; Melachim VIII,11.

Ora, Tosefta Sanhedrin 13,1 si limita ad affermare che tutti i figli malvagi d’Israele, tutti gli empi idolatri, tutte le nazioni del mondo che dimenticano Dio non hanno parte nel mondo a venire, come è detto in Malachia 3,19 e in altri testi biblici. Perché la Scrittura dice “che dimenticano Dio”? Ci sono forse dei giusti fra gli idolatri che hanno parte nel mondo a venire? La casa di Shammai propende per l’affermativa, ma non spiega chi siano questi non-ebrei giusti, né tantomeno in cosa consisterebbe il loro essere giusti.

Maimonide (Teshuba 3,5) ribadisce che i “pii” (o “giusti”) delle nazioni hanno parte nel mondo a venire. Ma chi sono propriamente questi “pii” delle nazioni?

Lo spiega chiaramente lo stesso Maimonide (Melachim 8,11), quando scrive che è considerato “giusto” o “pio” fra i gentili ed ha parte nel mondo a venire chiunque accetti ed osservi i sette comandamenti noachidi, comandati dal Santo nella Torah.

Il primo e più importante di questi comandamenti è il ripudio dell’idolatria e l’accettazione della vera fede nell’unico vero Dio, il Dio giudaico.

In altre parole, anche se osservo tutti gli altri comandamenti noachidi, ma non questo comandamento fondamentale, ed anche se la mia vita è moralmente irreprensibile, se non adoro il Dio giudaico di fatto non sono un buon noachide, e non ho parte nel mondo a venire.

Di conseguenza, il goy “giusto” fra le nazioni cui viene riservato un posto in Paradiso, non è un generico goy, cioè un qualunque non-ebreo (secondo la Halacha, la normativa rabbinica, intrinsecamente empio e idolatra), che durante sua esistenza conduce una vita etica ineccepibile, come vogliono dare ad intendere il Dr. Mielziner ed i suoi sodali correi nella truffa esegetica, ma bensì unicamente i noachidi che si sottomettono supinamente alla sovranità del Dio giudaico e di Israele.

Al pari di tutti i suoi congeneri, il Dr. Mielziner mentiva sapendo di mentire.

Le «belle massime» cui fa riferimento il recensore riguardano solo gli ebrei e le relazioni fra ebrei, così come il “prossimo” è unicamente l’ebreo.

Non esiste alcuno spirito “liberale”, né tantomeno “universale” nel giudaismo rabbinico-talmudico, ma, come ebbero già a rimarcare gli ebrei Baruch Spinoza e Bernard Lazare, esiste unicamente un giudaismo rabbinico-talmudico esclusivista, asociale e discriminatorio che trasuda odio contro tutti i popoli del mondo, e che affetta gentilezza e cortesia verso il non-ebreo solo mipnei darkhei shalom.

Un giudaismo che mostra una qualche indulgenza soltanto verso gli utili idioti noachidi e Shabbath Goyim, che come servi sciocchi si mettono deliberatamente al servizio della Sinagoga.

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