
Gian Pio Mattogno
QUEL NOME CHE NON SI DEVE MAI PRONUNCIARE
Apro il «Jewish English Lexicon» (jel.jewish-languages.org) e alla voce “Yoshke” leggo:
«Nome con cui si indicava Gesù Cristo, impiegato per evitare di pronunciarne il nome.
«Soprannome di Yoseph o Yehoshua (forma arcaica in yiddish).
«Esempi: “Natale è il compleanno di Yoshke”.
«Lingua d’origine: Yiddish.
«Impiegato da ebrei che si identificano come ortodossi e osservano la halakha (legge ebraica) e da ebrei di mezza età e anziani.
«Etimologia: יאָשקע».
Un sito ebraico mi fornisce ulteriori ragguagli sulla questione, indicando i relativi riferimenti bibliografici (Saying the name Yoshkeh and other names of christianity, shulchanaruchharav.com)
«È lecito pronunciare il nome di Gesù o Yeshu? Secondo la lettera della legge è permesso pronunciare il nome di Gesù o Yeshu».
In nota se ne spiega il motivo citando le fonti: poiché è permesso pronunciare il nome di persone che «non connotano una divinità e che in seguito sono state trasformate in una divinità».
«È altresì permesso trascrivere questi nomi come troviamo nei Gedolei Yisrael [Grandi Maestri di Israele] che scrissero tali nomi nei loro Sefarim [libri].
«Tuttavia, nonostante la lettera della legge, è consuetudine di tutto il popolo ebraico, che risale a molte generazioni, di evitare di pronunciare questi nomi e di impiegare al loro posto i termini Oso Ish, o Yoshka, o Yoeshke Pandre. Dio non voglia che si venga meno a questa usanza».
«Si può pronunciare il nome Cristo? Non si deve impiegare questo termine, poiché connota un Messia e salvatore, e secondo alcuni persino una divinità, e quindi è consuetudine che gli ebrei non pronuncino questo nome».
Una nota precisa che si può trascrivere a scopo di apprendimento.
«Si può pronunciare il termine Chris-mas? No, e questa è la consuetudine. Si deve piuttosto impiegare un soprannome, come Kratzmacht, Nittel e simili. Non si dovrebbe tuttavia impiegare il termine X-mas, perché le X è l’abbreviazione di Ch***, usato dai cristiani come termine formale per indicare la festività».
«Si può pronunciare il nome di Maria? Secondo la lettera della legge è permesso farlo, sebbene gli ebrei timorati di Dio evitino di pronunciare questo nome, quando si fa riferimento alla madre di Yoshka».
In nota si specifica che il permesso è giustificato dal fatto che questa donna «non è adorata» (?), né considerata una dea nemmeno dai cristiani, e quindi non ha alcuna relazione con l’idolatria.
Leggo ancora sul giornale ebraico «Forward» (Yoshke of Nazareth, August 12, 2012, forward.com):
«Restando in tema di “Yoshke”, James Goldman scrive che la menzione di questo nome in queste pagine gli ha fatto pensare a “Yoshke Pandre”, un epiteto yiddish dispregiativo impiegato per Gesù. Dopo aver fatto qualche ricerca, egli ritiene che l’epiteto “Yoshke” debba essere tradotto con “little Joe”, un’allusione a Giuseppe, il padre di Gesù, mentre “Pandre” si riferisce alle “accuse risalenti a Origene, secondo il quale il padre di Gesù era un soldato romano di nome Pandera [In realtà Origene si limita a riportarla come una calunnia, ripresa da Celso da fonti ebraiche (n.d.r.)].
«La storia del “little Joe” è improbabile. È vero che Yoshke è un diminutivo dello yiddish Yoysif (ebraico Yosef, cioè Giuseppe), e che Gesù era talvolta conosciuto dagli ebrei che parlano yiddish come Yoyzl; tuttavia, il nome di Gesù in ebraico è Yeshu (una forma abbreviata di Yeshua’a, a sua volta abbreviazione di Yehoshua o Joshua), ed è più probabile che Yoshke di “Yoshle Pandre” abbia avuto origine come diminutivo scherzoso di quest’ultimo».
Ed ecco una nuova esternazione del giudeo di turno, apparsa su un altro sito ebraico, che introduce così la prefazione del libro Kosher Jesus di Rabbi Shmuley Boteach (Why don’t the Jews convert to Christianity?, MORNING MEDITATIONS, February 8, 2012, mymorningmeditations.com):
«Nel mio quartiere non pronunciavamo neppure il suo nome. Dicevamo “Yoshke”, un gioco di parole ebraico per indicare il suo nome, oppure alcuni bambini impararono a dire “cheese and crust” (formaggio e crosta) al posto di “Gesù Cristo”. In un sermone in sinagoga i rabbini molto raramente si riferivano a Gesù, e quando lo facevano dicevano semplicemente “il fondatore del cristianesimo”.
«Fondamentalmente consideravamo Gesù una divinità straniera, un uomo adorato dagli uomini. La Torah ci insegna a non menzionare mai i nomi di altri dèi, poiché non esiste altro dio all’infuori di Dio. Inoltre consideravamo Gesù antiebreo, al pari dei suoi seguaci. Non era forse lui l’ebreo che si era ribellato al suo popolo? Non era forse lui colui che aveva incitato i suoi seguaci a odiare gli ebrei come faceva lui, commettendo innumerevoli crudeltà (cruelties) [?] contro coloro coi quali Dio aveva stabilito un’alleanza eterna? Non era forse lui anche colui che aveva abrogato la Legge e affermato che la Torah era oramai in gran parte abolita?».
Con tanti saluti al Cristo “ebreo”.
Concludo con una citazione tratta da un lavoro scientifico: David G. Roskies (Jewish Theological Seminary), Rabbis, Rebbes and Other Humanists: The Search for a Usable Past in Modern Yiddish Literature, in Literary Strategies. Jewish Texts and Context. Studies in Contemporary Jewry An Annual XII, The Avraham Harman Institute of Contemporary Jewry. The Hebrew University of Jerusalem, New-York-Oxford, 1996, p. 69:
« … Yoshke Pandre, the Yiddish folk-Jesus, an equivocal sinner condemned to wander in perpetual silence» ( … un ambiguo peccatore condannato a vagare in un perpetuo silenzio).
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