Gian Pio Mattogno: Uno struzzo proto-catto-conciliare modernista e filosemita: il padre barnabita Giovanni Semeria

Gian Pio Mattogno 

UN STRUZZO PROTO-CATTO-CONCILIARE MODERNISTA E FILOSEMITA:

IL PADRE BARNABITA GIOVANNI SEMERIA

Ho già richiamato l’attenzione sulla singolare figura dell’ebraista cristiano filosemita Pietro Perreau, che nonostante le sue competenze in materia di tradizioni rabbiniche, per tutta la sua esistenza e di cristiano e di studioso come uno struzzo ha messo la testa sotto la sabbia ignorando le ingiurie e le blasfemie talmudiche contro il cristianesimo, nonché la secolare polemica della Chiesa contro il Talmud e il giudaismo rabbinico-talmudico.

(Pietro Perreau, un dotto ebraista cristiano filosemita, andreacarancini.it).

Una figura analoga di struzzo cristiano filosemita (e … fascista!) è quella del padre barnabita Giovanni Semeria (1867-1931).

Leggiamo nel bollettino dei Barnabiti (A. Gentili, Filosemitismo ed ecumenismo in Padre Giovanni Semeria, «Eco dei Barnabiti», 1/2018, p. 44):

« “Il soffio cristiano è un soffio semita” – affermò il P. Semeria in un corso di conferenze alla sua “Scuola superiore di religione” ‒, rivendicando in Cristo e nei suoi discepoli quell’ anima semita, che gli irriducibili  suoi avversari impugneranno come un capo d’accusa nella controversia antimodernista. Sempre ne Il primo sangue cristiano (1898-1899), da cui abbiamo ripreso le citazioni, Semeria si schiera contro l’antisemitismo: “Questo moto antisemita m’è stato e m’è ancora molto antipatico: esso non mi sembra né moderno né cristiano”.

«Anzi, il suo spirito sinceramente apologetico ed ecumenico lo porta ad affermare che “attraverso i secoli cristiani corre un soffio di simpatia” [sic!] verso gli Ebrei, così che gli “odi brutali” vennero controbilanciati dalla “carità dei pontefici e dei santi”».

Nel gennaio 1899 il Semeria tiene una conferenza sulla musica degli ebrei, nella quale ribadisce di non essere antisemita, e successivamente scrive che i cristiani sono “gli eredi e i continuatori religiosi degli ebrei” e che la tradizione giudaica ha recato un “prezioso contributo” alla Chiesa (sic!!).

Nel profilo del Semeria apparso nel 1935 sulla “Enciclopedia Italiana”, don Giuseppe De Luca così ebbe a scrivere:

«Oratore sacro che sapeva soggiogare qualsiasi uditorio lo ascoltasse, il Semeria per un certo tempo prese parte attiva anche al movimento d’idee religiose, che poi abbandonò per darsi interamente all’apostolato». Questo movimento d’idee religiose altro non era che il modernismo, al quale il barnabita fu sospettato e accusato di aderire.

(Cfr. F. Mores, Semeria, Giovanni, «Dizionario Biografico degli Italiani», vol. 91 (2018). Vi sono riportate anche alcune sue esternazioni del 1924 a favore del Fascismo, visto come una idea nazionale o patriottica, che non si vergognò di invocare il nome di Dio, che rimise il Crocifisso nelle scuole e scomunicò la Massoneria anticlericale e l’anticlericalismo massonico).

Naturalmente la cultura dominante ha santificato il Semeria, non da ultimo anche per via del suo filosemitismo, le cui prese di posizione vengono viste come un prodromo dell’attuale “dialogo” ebraico-cristiano.

(Cfr. A.M. Gentili, Padre Giovanni Semeria nel 75° della morte, «Barnabiti studi», n. 23, 2006, pp. 291-377).

Al filosemitismo del Semeria dedica alcune pagine Pier Francesco Fumagalli (Ebrei e cristiani in Italia dopo il 1870: antisemitismo e filosemitismo, «ITALIA JUDAICA. Gli ebrei nell’Italia unita 1870-1945», Roma, 1993, pp. 130 sgg.), che qui riassumo brevemente.

Giovanni Semeria viveva in S. Carlo ai Catinari, dove si respirava un’atmosfera ecumenica. Fra i suoi sodali c’era il padre Vercellone, un ebraista che possedeva una ricca biblioteca ebraica.

Nel 1897 tenne dei corsi nella Scuola superiore di religione di Genova ed in varie occasioni ebbe ad occuparsi degli ebrei, ma, aggiungo io, sempre acriticamente, evitando accuratamente di fare allusioni alla questione del “deicidio”, ed anzi cercando sempre delle attenuanti in loro favore, in nome … della “carità veramente cristiana”!

In questi corsi il Semeria non affronta esplicitamente la questione dell’antisemitismo, ma lo fa implicitamente esponendo i concetti ad esso opposti. Respinge la tesi del “fiero antigiudaismo di S. Paolo”. Distingue i farisei “tinti” stigmatizzati da Gesù dai farisei “sinceri”.

Più esplicito è invece il riferimento all’antisemitismo nell’opera Il primo sangue cristiano (1901), dove dichiara la sua più aperta antipatia per un moto “in fondo economico con una etichetta etnico-religiosa”. Si grida addosso al giudeo, scrive, ma in realtà si odia il ricco.

Egli afferma che “per molti che sieno i torti degli ebrei verso il cristianesimo, non ci dànno, se cristiani, il diritto di odiarli”. E tira fuori la solita storia che dalla carne degli ebrei è uscito Gesù Cristo, che “il soffio cristiano è un soffio semita”, che la morale cristiana “rimane strettamente semitica” (tesi riprese successivamente nelle lezioni sul pensiero di S. Paolo nella Lettera ai Romani e sul filosemitismo negli Inni Sacri del Manzoni), come se il cristianesimo fosse una filiazione del giudaismo rabbinico-talmudico e non dell’israelitismo biblico superato dalla nuova fede!

Egli preferì mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi dinanzi ai “torti degli ebrei verso il cristianesimo” … per amore della morale cristiana “semita”!

Quali torti? Aveva così tanto timore di menzionare il Talmud ebraico come un testo fortemente anticristiano?

Se scorriamo la sua opera Venticinque anni del Cristianesimo nascente (Roma, 1900), dedicata ai giovani della Scuola superiore di religione, il termine Talmud ricorre pochissime volte, e mai in senso critico.

Ora il Talmud è il testo che, assieme al Vangelo, distinguerebbe i Farisei “tinti” da quelli “sinceri” (p. 94); ora quello che fa ascendere a 480 le sinagoghe destinate agli Israeliti di nazionalità diverse che accorrevano a Gerusalemme per ragioni di pietà e di commercio; ora quello che menziona Rabban Gamaliele, il quale, scrive compiaciuto, fu il difensore della libertà cristiana e il maestro di Paolo (p. 157); ora quello che contiene i sette precetti noachidi (pp. 166, 334); ora quello che ricorda la scuola di Schammai (p. 320).

Certo, non può tacere l’odio e l’accanimento dei giudei nel perseguitare Paolo, oggetto, scrive (pp. 313-314) d’un odio tutto speciale da parte dei suoi antichi correligionari, ma mai e poi mai nelle pagine del Semeria  il Talmud – quando viene citato ‒ appare come il testo che contiene ingiurie e blasfemie contro Gesù, Maria e i cristiani

Riguardo a Rabban Gamaliele, è vero che Paolo ne fu discepolo, ma prima della folgorazione sulla via di Damasco e della conversione, ed è ancora più vero che dopo la conversione egli ha rigettato tutto il suo fariseismo, stavo per dire il suo “gamalielismo”, al punto da essere oggetto di un’aspra persecuzione da parte dei giudei, come ricorda lo stesso Semeria.

In Atti 22, 1 sgg. Paolo sostiene di essere un giudeo, nato a Tarso in Cilìcia, ma educato alla scuola di Rabban (“Nostro Maestro”) Gamaliele nell’osservanza scrupolosa della Legge dei padri, pieno di zelo per Dio, ed aggiunge: «Io perseguitai a morte questa Via, incatenando e mettendo in carcere uomini e donne, come può darmi testimonianza anche il sommo sacerdote e tutto il collegio degli anziani».

Fu proprio grazie a questa educazione impartitagli da Gamaliele che Paolo, da perfetto giudeo farisaico, perseguitò le prime comunità cristiane.

Appare evidente che il Paolo di Gamaliele non ha nulla a che fare con il Paolo convertito al cristianesimo, cioè con S. Paolo.  Altrimenti, che senso avrebbe avuto la conversione?

Il pensiero del Semeria fu attaccato fra gli altri dal padre gesuita Giuseppe Barbieri.

A quel tempo fortunatamente c’erano pochi struzzi filosemiti alla Perreau e Semeria, e molti padri Barbieri.

Il vero dramma della Chiesa di oggi è che ci sono troppi struzzi filosemiti alla Perreau e Semeria, e troppo pochi don Curzio Nitoglia.

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