
Gian Pio Mattogno
PERLE TALMUDICHE: QUELLE BRAVE FIGLIUOLE INCESTUOSE … PER AMORE DELL’UMANITÀ
In Gen. 19, 31-38 la Bibbia racconta l’incesto delle figlie di Lot:
«Ora la maggiore disse alla più piccola: “Nostro padre è vecchio e non c’è nessuno in questo territorio per unirsi a noi, come avviene dappertutto. Vieni, facciamo bere del vino a nostro padre e poi corichiamoci con lui, così daremo vita ad una discendenza da nostro padre”. Quella notte fecero bere del vino al loro padre e la maggiore andò a coricarsi con il loro padre; ma egli non se ne accorse, né quando lei si coricò né quando lei si alzò. All’indomani la maggiore disse alla più piccola: “Ecco, ieri mi sono coricata con nostro padre: facciamogli bere del vino anche questa notte e va’ tu a coricarti con lui; così daremo vita ad una discendenza da nostro padre”. Anche quella notte fecero bere del vino al loro padre e la più piccola andò a coricarsi con lui; ma egli non se ne accorse, né quando lei si coricò né quando lei si alzò”. Così le due figlie di Lot rimasero incinte del loro padre.
«La maggiore partorì un figlio e lo chiamò Moab. Costui è il padre dei Moabiti, che esistono ancora oggi. Anche la più piccola partorì un figlio e lo chiamò “Figlio del mio popolo”. Costui è il padre degli Ammoniti, che esistono ancora oggi».
La Bibbia si limita a riportare il racconto dell’incesto senza dare giudizi morali espliciti, ma dai vv. 37-38 si deduce che intende gettare discredito sulle origini di quelli che sarebbero stati dei popoli nemici di Israele, e di conseguenza biasima implicitamente il comportamento incestuoso delle figlie di Lot e le motivazioni da esse addotte per giustificarlo.
Il povero Lot poteva aver alzato il gomito, ma non era di certo complice di un incesto, di cui non s’era neppure accorto.
E difatti il Nuovo Testamento (2 Pietro 2,7-8) definisce Lot «uomo giusto», angustiato per la condotta immorale di uomini senza legge e che si tormentava a motivo delle loro opere inique.
Di tutt’altro avviso è l’ineffabile Talmud, che con una spettacolare acrobazia esegetica capovolge termini della questione e responsabilità.
In Nazir 23a Rabba bar bar Hanna, che riporta le parole di Rabbi Yohanan, chiede quale sia il significato del versetto di Osea: “Le vie del Signore sono rette, e i giusti vi camminano, ma i trasgressori vi inciampano” (14,10). Come può una stessa via, uno stesso percorso, portare ad esiti così diversi? E cita come esempio due persone che arrostiscono le loro offerte pasquali la vigilia di Pesach, ma lo fanno l’una in modo corretto e l’altra in modo scorretto. Oppure due mariti, che hanno entrambi con sé la propria moglie e sua sorella, e l’uno ha rapporti sessuali con la propria moglie e l’altro con la sorella.
Ma qui la Ghemara solleva una difficoltà. Nel primo caso vi è un solo percorso, cioè due persone seguono lo stesso percorso compiendo la stessa azione con due esiti diversi. In quest’altro caso invece vi sono due percorsi, in quanto ciascuna persona ha avuto un rapporto sessuale con un parente diverso e quindi non si può dire che abbiano seguito lo stesso percorso. Piuttosto, aggiunge il Talmud, è paragonabile a Lot e alle sue due figlie, che erano con lui.
«Esse, che intendevano avere rapporti con lui per compiere una mitzvah, poiché credevano che il mondo intero fosse distrutto e desideravano preservare il genere umano, sono descritte nella prima parte del versetto: “E i giusti vi camminano”. Colui che intendeva agire per compiere una trasgressione è descritto nell’ultima parte: “Ma i trasgressori vi inciampano”.
«La Ghemara chiede: E forse anche Lot intendeva che le sue azioni fossero compiute per il bene di una mitzvah? La Ghemara risponde: Non era questo il caso, come disse Rabbi Yohanan a proposito di Lot. Questo intero versetto “E Lot alzò gli occhi e vide tutta la pianura del Giordano, che era ben irrigata ovunque” (Gen. 13,10), è citato in riferimento al peccato di licenziosità. Poiché questo versetto insegna che Lot era un uomo lussurioso, si può quindi presumere che intendesse peccare anche con le sue figlie.
«Il rabbino Yohanan spiega: “E Lot alzò gli occhi” utilizza la stessa espressione di un versetto che si riferisce alla tentazione di Giuseppe: “La moglie del suo padrone alzò gli occhi” (Gen. 39,7), che si riferisce chiaramente al peccato. L’espressione usata in riferimento a Lot – “i suoi occhi” – è simile al giudizio di Sansone sulla giovane filistea che voleva sposare: “Perché è gradita ai miei occhi” (Giud.14,3)».
Il rabbino Yohanan continua ad interpretare il versetto riportando altri esempi di dissolutezza. Subito dopo il Talmud si chiede se Lot sia stato costretto al rapporto sessuale, dal momento che stava dormendo, e dunque se debba essere considerato un peccatore.
«La Ghemara risponde che questo è ciò che ha insegnato un Saggio a nome di Rabbi Yosei bar Rav Honi: Perché c’è un punto in un rotolo della Torah sopra la lettera vav della parola “uvekumah”, in riferimento alla figlia maggiore di Lot, nel versetto: “E non sapeva quando ella si coricò e quando si alzò (uvekumah)” (Gen. 19,33). Questo punto serve a dire che quando ella si coricò egli non lo sapeva; tuttavia, quando si alzò egli sapeva ciò che aveva fatto, poiché in seguito comprese ciò che era accaduto.
«La Ghemara chiede: E cosa avrebbe potuto fare al riguardo? Quel che è successo è successo, cioè Lot non poteva cambiare il passato. La Ghemara risponde: La differenza è che la notte successiva non avrebbe dovuto bere di nuovo il vino. Lasciandosi ubriacare una seconda volta, ha dimostrato che l’esito finale, cioè avere rapporti con la figlia minore, era qualcosa che desiderava».
Così chiosa il sito ebraico TALMUDOLOGY (Nazir 23a – Lot and Father-Daughter Incest, February, 15, 2023, talmudology.com):
«È difficile scrivere di incesto, ma il Talmud ha trattato in dettaglio l’incesto fra padre e figlie come esempio di motivazione. In questo caso, il Talmud afferma che le figlie di Lot, di cui non conosciamo il nome, non fossero da biasimare per aver sedotto il padre, poiché, avendo assistito alla distruzione di Sodoma, credevano di essere le uniche sopravvissute dell’umanità. Lot, d’altro canto, non ne esce per nulla assolto, e Rabbi Yohanan, con un’abile interpretazione, cita una serie di versetti per dimostrare la sua innata immoralità. Di conseguenza, l’incesto di Lot in stato di ebbrezza non poteva essere motivato da nobili ragioni. Egli era semplicemente una persona malvagia».
Dunque, era stato l’ubriaco e malvagio Lot, e non le figlie, a commettere incesto!!
Un incesto per amore dell’umanità? Ma il testo biblico dice chiaramente che esse generarono non l’“umanità”, ma due popoli nemici di Israele!
Uno scritto apparso su THE SHALVI/HYMAN ENCYCLOPEDIA OF JEWISH WOMEN (Lot’s Daughters: Midrash and Aggadah by Tamar Kadari, jwa.org) ripercorre alcuni momenti dell’indagine midrashica del racconto biblico, che qui riporto ampiamente.
(Va da sé che questa esegesi “creativa” midrashica, come pure quella talmudica precedente, è concepita unicamente allo scopo di giustificare in qualche modo l’incesto delle figlie gettando discredito su Lot. Che la letteratura rabbinica ponga Lot in una luce sfavorevole e lo definisca rasha (malvagio) era già stato rimarcato dalla «Jewish Encyclopedia» (ad voc., vol. VIII, pp. 185-187)).
In contrasto con la rappresentazione biblica, i rabbini attribuiscono la colpa dell’atto incestuoso al solo Lot, che ha mostrato un comportamento egoistico e peccaminoso per tutta la vita. Nella loro descrizione dell’incesto i rabbini tracciano una netta linea di demarcazione tra il padre e le figlie. Il racconto biblico presenta le figlie come le autrici attive dell’atto incestuoso: offrono vino al padre e giacciono con lui, mentre il padre, in preda all’ebbrezza del vino, non si rende conto di nulla. Ci si aspetterebbe che i rabbini condannassero le azioni delle figlie e prendessero le difese di Lot, ed invece accade esattamente il contrario. Le figlie appaiono in una luce favorevole, mentre Lot è duramente condannato.
Secondo il Midrash Tanhuma (Vayera 12), fin dall’inizio Lot aveva deciso di abitare a Gomorra perché desiderava abbandonarsi ai comportamenti dissoluti dei suoi abitanti, e che era persino disposto a che gli abitanti abusassero delle sue figlie.
Un altro midrash (Aggadat Bereshit, ed. Buber, 25,1) considera l’atto delle figlie come una punizione per la promiscuità del padre. Lot era convinto che, vivendo a Sodoma, avrebbe potuto abbandonarsi a comportamenti licenziosi senza che nessuno ne venisse a conoscenza. Per tale ragione fu punito dalle figlie, che si diedero a rapporti sessuali con lui, episodio divenuto di dominio pubblico e che viene ricordato ogni anno durante la lettura della Torah, al versetto: “Così le due figlie di Lot rimasero incinte del loro padre” (Gen. 19,36). Lot era desideroso di darsi alla promiscuità, e alla fine le figlie si prostituirono con lui.
In Gen. Rabbah 51,8-9 troviamo quest’altra spiegazione: secondo i rabbini, Lot provava un segreto desiderio sessuale per le figlie; era certamente ubriaco quando la sorella maggiore giacque con lui, ma era perfettamente sobrio al termine del rapporto sessuale, come è indicato nella Torah dal punto sopra l’espressione u-ve-komah (“quando si alzò”); nonostante fosse consapevole di ciò che era accaduto, non si astenne dal bere vino la notte successiva e dal giacere con la figlia minore.
Al contrario le figlie di Lot sono trattate con compassione.
Aggadat Bereshit 25,1 osserva che, secondo il rigore della legge, le figlie meriterebbero di essere bruciate nel fuoco per essere giaciute col padre, ma il Santo, egli sia benedetto, che conosce i veri pensieri dell’uomo, le ha giudicata in base ai loro pensieri e non alle loro azioni.
Il midrash ci assicura che la vera intenzione delle figlie non era quella di giacere col padre, verso il quale non nutrivano alcun desiderio sessuale, ma di salvare il mondo dalla totale distruzione, poiché erano convinte che vi fosse ovunque devastazione. Allora dissero: “Il Santo, egli sia benedetto, ci ha salvate affinché il mondo continui ad esistere attraverso di noi, affinché la razza umana continui ad esistere”.
Il Santo, egli sia benedetto ‒ leggiamo ancora ‒ conosceva le loro menti oneste e i loro buoni propositi, e le ricompensò per le loro buone azioni. Ed in cosa consisteva la loro ricompensa? “Nessun Ammonita o Moabita sarà ammesso nella congregazione del Signore” (Deut. 23,4), un divieto di matrimoni misti che secondo il midrash Pesikta Rabbati 42 si applica però solo ai maschi, e non alle femmine.
In altre parole, prima il Santo consente che con la loro “buona azione, cioè con l’atto sessuale incestuoso, queste brave figliuole generino dei nemici di Israele, e poi come premio esclude la loro discendenza maschile dalla congregazione di Israele!!
Secondo Tamar Kadari, la ragione di fondo del trattamento benevolo riservato alle figlie di Lot sembra derivare dal fatto che Rut la Moabita faceva risalire la sua discendenza a loro e alla successiva discendenza del re David, ed infine, dello stesso Messia col matrimonio di Rut con Boaz.
Il midrash (Gen. Rabbah 50,10; 51,8) spiega che quando a Lot fu comandato di salvare le sue due figlie dalla distruzione, gli angeli avevano già previsto che Rut la Moabita e Naamah l’Ammonita sarebbero discese da loro. Quando inoltre la Scrittura narra dell’atto incestuoso delle figlie di Lot, le quali dicono di voler conservare la discendenza del padre, essa impiega il termine zera (seme o più in generale prole) e non “figlio”, poiché l’intento del Santo era legato al Messia. Di conseguenza, da una prospettiva storica, «questo atto fu essenziale per la futura venuta del Messia».
Da ciò dobbiamo dedurre che il Messia giudaico ha la sua più antica origine in un atto sessuale incestuoso?
Tamar Kadari conclude con quest’altra autentica perla.
Gen. Rabbah ci parla di due “miracoli” o “prodigi”. Le figlie di Lot non avevano vino e il Signore rese il luogo grondante di vino; inoltre, contrariamente all’opinione dei rabbini, secondo cui una vergine non poteva rimanere incinta al primo rapporto, le figlie di Lot rimasero incinte al primo atto. «Questo midrash – così Tamat Kadari – ribadisce la purezza delle loro intenzioni, poiché si unirono al padre una sola volta, per assicurare la continuità del mondo» (sic!).
Il tutto, naturalmente, … per il bene dell’umanità!
Hermann De Vries De Heekelingen ha scritto che gli antichi rabbini avevano la pessima abitudine di attribuire agli empi goyim le loro proprie perversioni e che i peccati sessuali più universalmente riprovati appaiono ben accetti agli occhi degli ebrei.
E proprio in riferimento al racconto biblico dell’incesto delle figlie di Lot riporta alcune significative esternazioni di Alexandre Weill, uno che trasudava odio giudaico contro il cristianesimo (Cfr. “Il Divin Salvatore”: Alexandre Weill e l’“idra rivoluzionaria massonica giudaica”, andreacarancini.it).
(H. De Vries De Heekelingen, Ebrei e cattolici. Chiesa e questione ebraica prima del Concilio Vaticano II, Effepi, Genova, 2015, pp. 71-72).
Scrive Alexandre Weill:
«Neppure la storia delle figlie di Lot è immorale. Queste brave figliuole, lungi dal ritenere di compiere un’azione libidinosa, si sono letteralmente sacrificate per il bene dell’umanità. Non si deve dimenticare che tutto il paese, in un raggio di molti chilometri, era distrutto e ridotto ad un vasto deserto, dove non c’erano né animali, né uomini. Riportiamoci con la mente a quel tempo primitivo, nel quale non c’erano né scienza geografica, né relazioni sociali fra un paese e l’altro. Dopo la distruzione di Sodoma e Gomorra e d’ogni territorio attorno al Mar Morto, queste figliuole potevano seriamente temere che l’umanità finisse con loro e con il loro padre».
E De Vries De Hekelingen commenta:
«Esse dunque non hanno fatto nulla di riprovevole dormendo con il padre, ma al contrario dobbiamo loro della riconoscenza, perché si sono sacrificate per continuare la specie umana!».
Ora gli “eletti” dovranno aggiornare le loro massime: non solo “per amore della pace” (mipnei darkhei shalom), ma anche: “per amore dell’umanità”.
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