Gian Pio Mattogno: Ipocrisie talmudiche: pecca pure, ma fallo di nascosto

Gian Pio Mattogno 

IPOCRISIE TALMUDICHE: PECCA PURE, MA FALLO DI NASCOSTO

È nota l’espressione «sepolcri imbiancati» (Matteo 23, 23-29) con la quale Gesù stigmatizza l’ipocrisia di scribi e farisei.

      A tre riprese il Talmud riporta un caso di ipocrisia rabbinica (Trad. di Rav Adin Even-Israel Steinsaltz. In neretto il testo talmudico originale).

     «Rabbi Ilai dice: Se qualcuno vede che la sua inclinazione al male sta prendendo il sopravvento su di lui e non riesce a vincerla, allora dovrebbe recarsi in un luogo dove non sia conosciuto. Dovrebbe vestirsi di nero e avvolgersi il capo di nero, come se fosse in lutto. Forse questi cambiamenti lo influenzeranno, in modo che non pecchi. Ed anche se queste azioni non sono d’aiuto, egli dovrebbe almeno fare ciò che il suo cuore desidera in privato, e non profanare il nome del Cielo in pubblico. Sebbene costui avesse peccato, lo fece in privato, e in modo che non profanava pubblicamente il nome di Dio, e quindi era giusto che gli fosse data una sepoltura onorevole» (Moed Katan 17a).

 

«Rabbi Ilai il Vecchio dice: Se qualcuno vede che la sua inclinazione al male sta prendendo il sopravvento su di lui, dovrebbe recarsi in un luogo dove non è conosciuto, indossare abiti neri, coprirsi con semplici vesti nere e fare ciò che il suo cuore desidera, ma non dovrebbe profanare il nome del Cielo in pubblico» (Kiddushin 40a).

 

«[Rabbi Yosef disse che chi commette una trasgressione in privato è come se avesse allontanato i piedi dalla Presenza Divina]. Ma Rabbi Ilai il Vecchio non disse: Se qualcuno vede che la sua inclinazione sta prendendo il sopravvento su di lui, dovrebbe recarsi in un luogo dove non è conosciuto, vestirsi di nero avvolgersi in un abito nero, come fanno i dolenti, perché dovrebbe vergognarsi della sua debolezza, e fare lì ciò che il suo cuore desidera, purché non profani il nome del Cielo in pubblico? Questo dimostra che peccare in privato è talvolta preferibile al compiere una trasgressione pubblicamente? La Ghemara risponde: Non è difficile. Questo caso, in cui chi commette una trasgressione in pubblico non ha riguardo per l’onore del suo Creatore, si verifica quando si è in grado di vincere la propria inclinazione e non ci si riesce. Quel caso, in cui è preferibile peccare in privato, si verifica quando si è incapaci di vincere la propria inclinazione. Si consiglia quindi per lo meno di astenersi dal profanare il nome di Dio in pubblico» (Chagiga 16a).

Gli esegeti giudei hanno cercato di spiegare e giustificare l’ipocrisia di peccare in privato per non profanare il nome di Dio.

In riferimento ai tosafisti, Rabbi Michael Abraham (Q&A: Bnei Brak, City of Sins, mikiab.net) ricorda che secondo Rashi il vestirsi di nero può darsi faccia perdere al peccatore un po’ di dignità e addolcisca il suo cuore.

In tos. Kiddushin, Rabbeinu Chananel chiosa: Dio non voglia che gli sia permesso di commettere un peccato; piuttosto Rabbi Ilai intendeva che le difficoltà del viaggio, delle locande e del vestirsi di nero spezzano l’inclinazione al male e impediscono a una persona di peccare.

Tos. Chagiga, spiegando l’espressione “e faccia ciò che il suo cuore desidera”, afferma che sembra proprio che una persona sia autorizzata a fare esattamente ciò che desidera in privato e non in pubblico.

Rabbi Michael Abraham commenta: questa persona si veste di nero per non essere riconosciuta e per non profanare il nome di Dio; ma se così fosse, che senso avrebbe recarsi in un luogo dove non è conosciuta? I suoi abiti neri già la nascondono agli occhi di tutti. E se si reca in un luogo dove non è conosciuta, perché indossare il nero?

Rabbi David Hanania Pinto (La jalousie de Pin’has, rctification du peché de l’inceste et celui de Midian, hevratpinto.org) scrive che il Talmud non giustifica affatto il peccato. Nondimeno, la persona in questione «può fare ciò che vuole, purché non profani il nome di Dio in pubblico».

Traduzione: se proprio non ne puoi fare a meno pecca pure, ma fallo di nascosto.

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