
Gian Pio Mattogno
L’ “INCLUSIONE” SECONDO CHABAD-LUBAVITCH
Uno dei mantra progressisti più ripetuti al giorno d’oggi è “inclusione”.
Inclusione di tutto e di più, inclusione anche delle perversioni elevate a “diritti”.
Naturalmente a parlare di inclusione non potevano mancare gli ebrei.
In un’intervista rilasciata nel 2020, l’ebrea Melissa Sonnino, allora formatrice e coordinatrice di progetti della rete A Jewish Contribution To An Inclusive Europe (CEJI), la quale lavora febbrilmente per “combattere la discriminazione e l’odio”, e attualmente direttrice della Facing Facts, un programma che si occupa, “di monitorare e denunciare i crimini d’odio e i discorsi offensivi”, ci spiega il significato di inclusione.
(Giustizia sociale, inclusione e strategie contro l’odio, March 2020, ceji.org).
Nella presentazione ci si assicura che Melissa Sonnino, la quale ha lavorato anche al fianco della famigerata Anti-Defamation League, da cui ha importato metodi e programmi, «ha un’anima ebrea, ma lo sguardo è rivolto a chiunque sia vittima di discriminazione o odio».
In buona sostanza, inclusione è educazione alla diversità, «riflessione su sé stessi, sulla propria identità e sui filtri che applichiamo nel guardare gli altri», confronto, educazione alla «differenza», riconoscimento e apprezzamento dell’unicità di ogni individuo, superamento dei pregiudizi personali, collaborazione inter-religiosa ‒ il tutto allo scopo di «combattere l’odio attraverso la conoscenza. La cultura è l’arma contro l’intolleranza».
Tutte cose che saranno pure condivisibili … se ad affermarle non fosse un’ebrea!
Il solo consiglio che mi permetto di dare a Melissa Sonnino è infatti quello di monitorare anche il correligionario Chabad-Lubavitch e di supervisionare il suo concetto ebraico di “inclusione”, così come appare da numerosissimi scritti in rete di questa setta giudaica.
Qui mi limito ad un paio di esempi, emblematici però di tutto un modo di pensare.
Una corrispondente non ebrea, fidanzata con un giovane ebreo, domanda al rabbino Tzvi Freeman per quale ragione gli ebrei escludano tutte le altre persone.
I genitori ebrei del suo ragazzo le hanno detto che per un ebreo sposare una donna non ebrea è peggio dell’Olocausto. In quanto non-ebrea, chiede, lei è davvero una persona così terribile?
(Why Do Jews Exclude Other People?, by Tzvi Freeman, chabad.org).
Il rabbino Freeman risponde prendendo le cose un po’ alla larga. Ogni creatura che Dio ha creato su questo pianeta, dice, desidera sopravvivere. Madri, figli, ogni specie desidera resistere e sopravvivere. Anche gli ebrei, che esistono da quasi quattromila anni e che oggi costituiscono una piccolissima parte dell’umanità, desiderano sopravvivere.
Forse gli ebrei rivendicano una qualche superiorità?
No, risponde il rabbino Freeman, il quale però si affretta ad aggiungere che gli ebrei sono stati scelti da Dio per compiere una missione: «essere luce per le nazioni». Gran parte di questa missione è stata portata a compimento: gran parte dei princìpi etici giudaici «sono stati accettati dalla maggior parte del mondo» (Ma quando mai ?! n.d.r.).
Ma la perla viene subito dopo.
«Escludiamo forse qualcuno? Assolutamente no. Chiunque desideri unirsi al popolo ebraico e alla sua santa missione è benvenuto, indipendentemente da razza, colore, sesso o provenienza famigliare. Chiediamo solo che si impegnino a osservare le regole che Dio ci ha dato, esattamente come il popolo ebraico le accettò quando ricevette la Torah sul monte Sinai circa 3300 anni fa. E se scelgono di non unirsi a noi, crediamo che i giusti fra le nazioni [cioè solo i goyim giudaizzanti e giudaizzati che accettano la sovranità del Dio giudaico e del suo popolo n.d.r.] condivideranno le ricompense nel mondo a venire».
Certo, continua, una ragazza di famiglia non ebrea potrebbe liberamente entrare a far parte del popolo ebraico tramite la conversione, ma l’ebraismo tende a scoraggiare a intraprendere un percorso che non appartiene per nascita, per timore di conversioni solo superficiali, e si mostra molto scrupoloso nell’accettare i convertiti.
«Allora, che cosa c’è di così terribile nel voler sopravvivere? Di certo non sopravviveremo se ci uniamo in matrimonio con tutti gli altri e cresciamo i nostri figli come un miscuglio di tutto (a muddle of everything). La nostra unica via di sopravvivenza è che gli ebrei si sposino tra di loro e crescano i loro figli come buoni ebrei».
Riassumendo:
Gli ebrei non sono superiori, ma sono l’unica luce del mondo.
Gli ebrei sono inclusivi, ma i non-ebrei sono scoraggiati dall’ essere inclusi nella loro comunità, pena “un miscuglio di tutto”, foriero di distruzione dell’identità ebraica … e dello spegnimento della luce.
Da ultimo, un messaggio “inclusivo” implicito, ma non tanto, alla corrispondente non ebrea:
lascia in pace il tuo fidanzato ebreo, luce del mondo, e cercatene un altro rigorosamente goy.
Quello che segue è un caso analogo, ma contrario: il fidanzato è non ebreo e la sua ragazza è ebrea.
(Is It a Crime to Be a non-Jew?, by Aron Moss, chabad.org).
Il ragazzo non ebreo domanda al rabbino Aron Moss quale crimine abbia commesso per il solo fatto di non essere ebreo.
Tutti i parenti e familiari della sua ragazza ebrea stanno facendo di tutto per convincerla ad interrompere questa relazione.
Lui pensa di essere una brava persona. Cosa hanno contro di lui?
E il buon rabbino Moss risponde raccontando una storia accaduta poco tempo prima.
Una mattina i suoi figli stavano aspettando lo scuolabus per andare a scuola, ma il bus non è mai arrivato, forse perché l’autista ha sbagliato strada o non si è arrestato alla fermata. Allora tutti gli altri studenti iniziano a urlare contro l’autista, invitandolo a tornare indietro per prendere i ragazzi. Dal momento che l’autista dice di non poter tornare indietro, una delle ragazze con prontezza di spirito tira fuori il telefono e avvisa dell’accaduto la madre, la quale a sua volta avvisa i genitori dei ragazzi rimasti a piedi.
Quel bus, afferma il rabbino Moss, rappresenta il popolo ebraico, e come nell’episodio in questione, «non possiamo permettere che nemmeno una sola anima ebrea si perda per la famiglia ebraica».
«Amico mio, tu non hai fatto niente di male, e nessuno ce l’ha con te personalmente. Ci sono molte persone che hanno sinceramente a cuore il futuro del popolo ebraico. E per quel futuro, ogni anima conta. La tua ragazza fa parte di una comunità diffusa in tutto il mondo. Lei è l’anello prossimo di una catena che attraversa generazioni. Non possiamo restare a guardare e lasciarle perdere il bus».
Quel bus, conclude il rabbino Moss, ha il n. 613, come il numero dei precetti cui debbono attenersi gli ebrei.
Alla fine il rabbino Moss rinvia significativamente alla sezione “Jewish Intermarriage”.
Capito, amico mio?
Mettiti il cuore in pace, perché col matrimonio con un goy come te la tua ragazza ebrea sarebbe persa per la famiglia ebraica e il mondo sarebbe … un po’ meno illuminato!
C’è da stupirsi?
Al riguardo, i due bravi rabbini Chabad non hanno fatto altro che interpretare correttamente la legge e l’autentica tradizione rabbinico-talmudica, come dovrebbe sapere anche la signora Melissa Sonnino.
Alla faccia dell’“inclusione”.
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