
Ho pensato di riproporre qui alcune pagine dimenticate dei grandi esegeti Antonino Romeo e Francesco Spadafora riguardanti la parusia di Nostro Signore Gesù Cristo. Sono stato spinto a farlo dal fatto che pochi concetti come quello di “parusia” sono attualmente espressi in modo non solo fondamentalmente riduttivo ma anche erroneo, gravemente erroneo (basta leggere la relativa voce di Wikipedia per rendersene conto). Romeo e il suo allievo Spadafora, tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50 del Novecento misero a punto, insieme ad un altro grande esegeta, il francese André Feuillet, il concetto di parusia in ambito cattolico. La cosa più notabile di questa messa a punto è che per tutti i tre i predetti autori, il discorso escatologico di Gesù (la famosa “apocalisse sinottica) non riguarda, anche, la fine del mondo, ma riguarda esclusivamente la fine di Gerusalemme. Un insegnamento, questo, oggi del tutto marginale e dimenticato, sovrastato, in termini quantitativi, dal profluvio di cattive esegesi che, come cateratte, hanno inondato il mondo nei decenni successivi al Concilio Vaticano II. Pubblico a seguire la voce “parusia” pubblicata sull’Enciclopedia cattolica da mons. Romeo. Seguirà a breve la riproposizione dell’omonima voce del Dizionario biblico curato da mons. Spadafora. Le sottolineature e i grassetti nel testo sono miei.
LA PARUSIA SECONDO MONS. ANTONINO ROMEO (Dall’Enciclopedia cattolica, 1952)
PARUSIA. Termine greco (παρουσία) che nel Nuovo Testamento designa (16 volte su 24) la seconda venuta di Gesù per la fase conclusiva del Regno messianico.
Significa propriamente «presenza» (da παρών, «presente») e per ovvia estensione il «presentarsi», la «venuta»; tale uso classico ricorre 3 volte nei Settanta (II Mach. 8, 12; 15, 21; Iudt. 10, 18) e 6 volte in s. Paolo (I Cor. 10, 10; ecc.). La «venuta con potenza e gloria» (Mt. 24, 30) di Gesù è detta p. da s. Paolo 7 volte (I Cor. 15, 23 e 6 volte in I-II Thess., oltre la p. dell’Anticristo in II Thess. 2, 9), da Iac. 5, 7.8, da II Pt. 1,16; 3,4.12, da I Io. 2,28, e da Mt. 24, 3.27.37.39. Vi equivalgono i termini: «giorno [del Signore o Cristo]» (17 volte in s. Paolo: Act. 2,20; I Pt. 3,10. 12; Apoc. 16, 14), «manifestazione» (ἐπιφάνεια: 5 volte nelle epistole pastorali), «rivelazione» (ἀποκάλυψις: I Cor. 1, 7; II Thess. 1,7; I Pt. 1,7.13; 4, 13). È detta anche «visita» (ἐπισκοπή: Lc. 19,44; cf. 1,68.78; 7,16; I Pt. 2,12 [e 5,6]) secondo l’espressione profetica (pĕquddāh: Is. 10,3; Os. 9,7; Num. 16,29 è «la morte che a tutti spetta»).
Nel mondo ellenistico p. era divenuto termine tecnico per designare la «venuta» o «visita» solenne di un re o dell’imperatore (nei documenti dal sec. III a. C. al II d. C.), celebrata con feste memorande, talora con l’inizio del computo d’un’èra nuova. Un’iscrizione di Olbia (sec. III a. C.), narra la p. del re Saitharphanes; un papiro di Tebtunis (ca. 113 a. C.) parla dei febbrili preparativi per la p. di Tolomeo II Soter; un’iscrizione di Tegea è datata al 69° anno della prima p. del dio Adriano in Grecia; Corinto e Patrasso in memoria della p. di Nerone coniarono monete iscritte «Adventus (=p.) Augusti»; Germanico Cesare notifica agli Alessandrini (19 d. C.) che non vuole, al suo apparire (ἐνφανίζεσθαι) tra loro, acclamazioni (cf. Act. 12, 22) quale dio (ἱσοθέους ἐκφωνήσεις) che spettano solo all’imperatore «vero salvatore e benefattore dell’intera umanità». Analoghi sono i testi relativi alla «manifestazione» salvifica della nascita dell’imperatore: iscrizione di Priene (9 a. C.), che esalta il lieto annunzio (εὐαγγέλια) della pace collegata con la sua p., iscrizioni di Paullus Fabius Maximus (9 a. C.) e di Narbona (22 sett. 12 a. C.), tutte a risonanza «messianica» come la IV Ecloga di Virgilio.
Negli scritti neotestamentari, p. conserva il senso fondamentale di «presenza», e solo in forza del contesto può implicare il senso di «ritorno». Come la «manifestazione» (II Tim. 1,10; 4,8) o la «rivelazione» (I Pt. 1,7.13) di Gesù, la sua p. è una presenza iniziatasi con la natività, che dovrà culminare nella sua apparizione suprema di re-giudice universale. Correlativa al Regno di Dio (II Tim. 4,1), che «è venuto» eppur deve ancora venire (Mt. 4,17; 6,10), la p. del Re-Messia, realtà e fine cui tutto tende, assume aspetti diversi, secondo le fasi del Regno cui corrisponde. La p. è la teofania rinnovatrice che riempie «il giorno» del Signore, che è «il giorno di Jahweh» dei Profeti (Is. 2,12; 13,6.10; ecc.). Anche l’Incarnazione era detta p. (s. Ignazio, Ad Philad. 9,2: era il primo tema dell’εὐαγγέλιον; forse II Pt. 1,16). La p. del Cristo è l’inizio e l’epilogo, l’inaugurazione e la conclusione, la fede e la «beata speranza» (Tit. 2,11-13); Col. 3, 1-4); non si limita all’episodio terminale del dramma umano; perciò «aspettare la p.» (I Cor. 1,7; Phil. 3,20; Rom. 8,19-25) non equivale a aspettare la fine del mondo. Come il Regno di Dio, la p. del Cristo è costantemente progressiva: ha aperto l’èra del definitivo (I Cor. 10, 11 «i limiti dei secoli-eoni ci sono venuti incontro») come «primizie», poi segnerà la fine nel pieno conseguimento del fine (ibid. 15, 23-28), quando Gesù riapparirà nella gloria in cui introdurrà tutti gli eletti (I Thess. 3, 13); 4, 14-17; II Thess. 1, 7-10; cf. s. Ignazio, Ad Eph. 15, 3).
Gesù predica il Regno di Dio come già da lui portato tra gli uomini (Mt. 11, 12; 12, 28; Lc. 17, 21), aperto a chi vuol essere felice (Mt. 5, 3-11; 11,25-30), ma anche come ancora racchiuso nel seme e sviluppantesi poco a poco prima di essere attuato (Mt. 13, 24-33), il che avviene lentamente e senza che nessuno se ne avveda (Mt. 13, 31-33; Mc. 4, 26-29; Lc. 17,20; Io. 18,36); presente, o in gestazione, il regno è tuttavia futuro, specialmente come premio eterno per i fedeli singoli alla loro morte (Mt. 22, 1-44; Lc. 14, 15-24; 16, 19-31). E, in connessione con l’avvento misterioso del Regno, Gesù annunzia la sua p. futura, non determinabile né nel tempo né nello spazio (Mt. 24, 25-36); non è calcolabile in cifre o date umane, poiché «il giorno» di Dio non coincide con i giorni umani (II Pt. 3,8 = Ps. 89, 4). La prospettiva profetica, sul piano dell’eterno, ponendo l’avvento messianico, capitale per la salvezza dei singoli e dei popoli, in intima connessione con la vita di ogni anima e di ogni generazione, sembrerebbe, a uno sguardo superficiale, far coincidere l’inizio dell’èra messianica con la fine del mondo; e ogni uomo, poiché si pone al centro della storia, tende a confondere l’assoluto con l’immediato nel tempo e nello spazio rispetto a sé. Gesù insiste sulla conseguenza morale-ascetica di questa essenziale indeterminatezza della sua p. nel tempo; come il profetico «giorno di Jahweh», è una realtà sempre incombente sull’umanità individuale e collettiva, paurosamente improvvisa (Mt. 24,36.42.44.50; Lc. 12, 39; 17, 22-37), prossima perché nessuno vi sfuggirà, in cui sarà saldato per tutti il conto di vita e di morte. Sorprenderà «come un ladro» durante il sonno; bisogna quindi «vigilare», sempre «pronti» con le lucerne accese, operando il bene senza posa (Mt. 24,36-25,13; Mc. 13,32-37; Lc. 12,35-48), anche se «fa ritardo» (Mt. 24,49; 25,5; Lc. 12, 45; Hebr. 10, 37; II Pt. 3, 4.9), aspettando «il giorno e l’ora» in cui piomberà a «chiedere l’anima» (Lc. 12,20).
Come nella seconda parte di Daniele (capp. 7-12), la predicazione di Gesù e degli Apostoli richiama spesso il mistero della fine, mistero che si svolge in tre momenti: apparizione del Figlio dell’uomo (Dan. 7,13 = Mt. 24,30 e 26,64), risurrezione e giudizio universale, glorificazione dei santi. Nel consueto apparato biblico delle teofanie (tromba, grido, nube, fumo, tempesta), tra le calamità umane e le convulsioni dell’intero cosmo (Mt. 24, 6-9.29: immagini profetiche di Is. 13, 10; 34,44; Am. 8,9; ecc.) giunto anch’esso al traguardo finale, Gesù con i suoi debellerà nella p. tutte le forze ostili (carne, peccato, morte nell’ambito individuale, spiriti e uomini maligni nell’ambito collettivo). Re-giudice universale, redentore dei fedeli e vindice degli oppressi, chiuderà l’evo militante terreste del Regno di Dio per inaugurarne l’evo glorioso celeste. L’ultimo atto della p. è costituito dalla risurrezione dei morti (I Cor. 15, 26.54-57); i risorti compariranno davanti al trono del Messia «che viene sulle nubi del cielo». Gesù giudicherà «i vivi e i morti», cioè i passati, i presenti, i futuri, «i terrestri (γῆ ζώντων: Ps. 26,13; 51, 7; ecc., in opposizione allo šě’ôl) e gli inferi» su cui ha ogni potere (Phil. 2, 10; per «i celesti» cf. I Cor. 5,3): la formola della catechesi apostolica «i vivi ed i morti» (Act. 10, 42; II Tim. 4, 1; I Pt. 4,5), entrata nel Simbolo, deve intendersi in relazione a chi la recita (s. Tommaso, Suárez), essendo ovvio che, dopo la risurrezione universale, tutti saranno vivi. Assunti i giusti nella gloria e scagliati gli iniqui nel fuoco eterno (Mt. 25, 31-46), avverrà il ricongiungimento tra coloro che la morte aveva separati: «insieme» (ἄμα σύν) rifulgeranno nel corteo del Re divino con cui gioiranno nell’amore di lui e dei cari ritrovati (I Thess. 3, 13; 4, 17; Apoc. 7, 4-17; 14, 1-5; cf. Dante, Paradiso, XXII, 97-110). Segno precursore della p. è l’anticristo (v.), operante «il mistero di iniquità» che travolge nell’«apostasia»: Gesù lo distruggerà «con la manifestazione della sua p.» (II Thess. 2, 3-12). Sui «segni» della p., cf. Didaché, 16, 3-8.
Circa il tempo della p., Gesù lo dichiarò inconoscibile (Mt. 24, 36; Act. 1,7). In Mc. 13, 32 precisa che «quel giorno e ora» sono noti solo al Padre, «né agli angeli né al Figlio»: con enfasi afferma qui che il potere di stabilirla è (per appropriazione) del Padre (di cui Gesù conosce ogni segreto: Mt. 11, 27), ché non è qui in questione l’informazione teorica, ma il mistero tremendo non svelabile, che c’impone incessante vigilanza. Il S. Uffizio ha condannato (5 giugno 1918) i cattolici che, dopo H. Klee (1848) e H. Schell (1893), limitavano la conoscenza di Gesù (Denz-U, nn. 2183-85), precisando la condanna delle proposizioni 33-34 del decreto Lamentabili (3 luglio 1907; Denz-U, n. 2033 sg.).
J. Weiss (Die Predigt Jesu vom Reiche Gottes, Gottinga 1892, ed. rifusa 1900), seguito da A. Loisy e A. Schweitzer, pretese che il messianismo di Gesù era puramente escatologico, basato sulla imminenza della sua p. gloriosa che doveva inaugurare il Regno di Dio; il cristianesimo sarebbe nato da tale illusione circa la fine del mondo. Ma Gesù non riteneva prossima la fine del mondo: fondò l’apostolato e la Chiesa, predicava una morale di stabilità familiare e sociale. Predice, sì, la sua rivincita nel corso di una generazione (Mt. 10, 23; 16, 28; 24, 23-28 e 34; 26, 64; discorso sulla p. di Lc. 17, 22-37); ma tali accenni al prossimo ritorno di Gesù si riferiscono certo alla distruzione di Gerusalemme, con cui iniziava la nuova èra religiosa. Il Regno di Dio non si inizia mediante evoluzione, ma mediante frattura. Nei testi dell’«apocalisse sinottica» (Mt. 24; Mc. 13) molti cattolici distinguono la fine di Gerusalemme dalla fine del mondo; ma è meglio intendere tutto della fine di Gerusalemme (A. Feuillet, F. Spadafora), che rappresenta l’intera economia messianica di tribolazione e di lotta. La teoria di J. Weiss e A. Schweitzer è stata ben confutata nel campo stesso protestantico liberale, anzitutto da H. Windisch; R. Bultmann rileva che la predicazione di Gesù «non è affatto influenzata dal pensiero che la fine del mondo è vicina»; secondo E. Holmström la nozione cristiana della «prossimità» del Regno implica solo la presenza virtuale e crescente del Regno futuro; H. D. Wendland dimostra bene che Gesù prevedeva la p. molto lontana dei secoli, come deduce soprattutto dalla fondazione della Chiesa su Pietro (Mt. 16, 16-19); F. Busch, infine, vede nell’«apocalisse sinottica» un forte avvertimento contro l’illusione di una prossima p., bene identificando la «tribolazione» predetta con il lungo Regno messianico in terra.
Non diversa è la mentalità dei continuatori della predicazione di Gesù. Nel cristianesimo, il mistero della venuta escatologica del Cristo si pone al centro della storia e nell’intimo delle anime. Ma non risulta affatto che nel sec. I la fine del mondo fosse attesa più che presso le generazioni anteriori o posteriori. L’attesa o timore della catastrofe cosmica affiora in tutte le generazioni umane, accompagnata da predizioni, presagi e computi; d’altra parte i predicatori cristiani, da Gesù e dagli Apostoli in poi, inculcano sempre il timore dei novissimi. Risulta solo che tra i fedeli di Tessalonica, intorno al 52, ve ne erano di quelli «spaventati» dalla prospettiva della fine, e s. Paolo li esorta a non credere che «il giorno del Signore sia imminente» (II Thess. 2,2); nient’altro. Come Gesù, gli Apostoli rifiutano di occuparsi del tempo della p. suprema, e approfittano di ogni quesito in proposito per raccomandare la vigilanza e l’azione perseverante, a lunga scadenza (Act. 1, 6-8; I Thess. 5, 1-11; II Pt. 3, 4-14; Apoc. 3,3; 16, 15); come Gesù, s. Paolo descrive «i segni» precursori della p. che debbono tonificare la resistenza morale (Mt. 24, 21-27; II Thess. 2, 3-12). La consegna apostolica è ascetica («vigilare», poiché il giudizio del Cristo è sempre sospeso sul mondo) e mistica: Gesù è presente, eppure bisogna desiderarlo, affrettarne il ritorno, corrergli incontro.
S. Paolo insegnò sempre l’universalità della morte (Rom. 5, 12-21; I Cor.15, 22; Hebr. 9,27; cf. Gen. 3, 19; Eccle. 12, 7; Ps. 88, 49). Tutta l’economia redentiva da lui illustrata si compendia nell’antitesi morte-vita, nel susseguirsi di due eoni: la tribolazione di questo tempo e la gloria futura; e l’unico passaggio tra i due è quello già percorso dal Redentore: la morte e la risurrezione (Rom. 8, 11.17 sg. 23; II Cor. 4,17). Uomo positivo di perfetto equilibrio, che non rinnegò mai l’ovvia esperienza e il senso comune, s. Paolo non dubitò mai di dover morire, per poi risorgere, lui e i suoi discepoli.
Afferma ciò nel 51 in I Thess. 5,10; nel 57-58 in I Cor. 6,14; II Cor. 4,14, e dopo il 64 in II Tim. 4, 6-7; nel 61 (W. Michaelis, Die Datierung des Philipperbriefes, Gütersloh 1933, data Phil. tra il 53 e il 56) in Phil. 1, 21-23 dichiara che la vera vita, con Cristo, è quella che segue la morte (P. Joüon, in Recherches de sc. rel., 29 [1938], p. 89 sg.) e «morire è un guadagno»; esprime più volte questo desiderio della morte corporale (Rom. 7, 24), come tutti i santi, perché «uscire dal corpo» è condizione indispensabile per unirsi al Signore (II Cor. 5, 6-8). Mentre aspetta la morte, Paolo è tutto proteso nella attesa della p. (Phil. 3, 13-21; II Tim. 4, 8), culmine di speranza e di salvezza; intanto continua a compiersi in Gesù l’unione del celeste e del terrestre (Eph. 1, 10). Siamo perciò nell’epoca nuova, ultima, poiché l’èra vecchia, con la sua economia, è cessata (II Cor. 5, 17; Hebr. 8, 13); siamo prossimi alla «fine delle cose» del mondo (Hebr. 10, 25.37; Iac. 5,8; I Pt. 4,7; I Io. 2, 18). Quando gli Apostoli proclamano «il Signore vicino» (Phil. 4,5; Rom. 13, 11; Iac. 5,8; Apoc. 3,20), si tratta di una prossimità spaziale-spirituale più che temporale; è la presenza di Gesù già vivente tra i suoi (Mt. 18, 20; 28, 20; Io. 14, 3.23), in cui è racchiusa tutta la teologia della Grazia. In questa prospettiva mistica il tempo non conta: Paolo e i «perfetti», immersi nell’assoluto, sulla terra vedevano solo la precarietà (I Cor. 7, 29-31; I Pt. 4, 7; I Io. 2, 15-18) degli uomini e degli eventi. E i cristiani si uniscono fin d’ora, vivendo con Cristo, alla sua p. che sarà anche la p. dei suoi fedeli (Col. 3,4; Hebr. 9, 28; I Pt. 5,4; I Io. 2, 28; 3,2). La «vicinanza del Signore» è motivo di timore, come l’irruzione di un ladro (I Thess. 5, 2.4; II Pt. 3, 10; Apoc. 3, 3; 16, 15), di austerità (Rom. 13, 11 sg.; I Cor. 7, 29-32; II Cor. 6, 2), ma anche di gaudio (Phil. 4, 4-6). Perché connessa con la morte e il giudizio, la p. deve essere attesa con angoscia e con fiducia, essendo il trapasso dal precario all’eterno (II Cor. 4, 14-17; Rom. 8, 18-25).
L’Apostolo era a contatto continuo con la morte, alla quale era sempre pronto, la cui attesa gli era familiare; egli giura che è «ogni ora in pericolo; ogni giorno sono esposto alla morte» e che solo la speranza della risurrezione dopo morte gli dà coraggio (I Cor. 15, 30-32); in continuo pericolo di morte, spera solo «nel Dio che risuscita i morti» (II Cor. 1,8 sg.), e si gloria di questa sua vita di rischio e di infermità: interi capitoli insistono su questo tema (II Cor. 4, 7-17; 11, 23-33; 12, 5-10). S. Paolo insegna che tutti saranno giudicati secondo quanto fecero «mediante il corpo», cioè prima di morire; esprime il desiderio di lasciare il corpo poiché non vi è altra via che la morte, che ci libera dall’esilio, per riunirsi al Signore (II Cor. 5, 6-10: dopo la morte, vi sarà il giudizio particolare [cf. I Cor. 3, 13-15], e per i giusti la riunione beata a Cristo, in attesa della risurrezione). E l’economia cristiana che Paolo prevede in terra richiede molti secoli: spera, tra l’altro, di salvare solo «alcuni» giudei, mentre la loro massa (τὸ πλήρωμα αὐτῶν) verrà al Cristo molto dopo la sua morte, dopo «compiuto il tempo delle genti» (Lc. 21, 24).
Ma molti esegeti, anche cattolici, ritengono che s. Paolo, conformandosi all’asserita opinione dei cristiani suoi contemporanei, sperasse di non morire, ritenendo imminente la p. I primi cattolici che attribuirono a Paolo e agli Apostoli l’errore o l’illusione dell’imminenza (desiderata o temuta) della p. furono A. Maier (1847) e A. Bisping (1865), seguiti da J. Corluy (1887), E. Le Camus (1905), L. Duchesne (1906), A. Lemonnyer (1906), A. Cellini (1907), F. Prat (1908), F. Tillmann (1909), e molti altri nel corso del sec. XX, fino a F. Guntermann (1932), il quale sostiene che per s. Paolo la morte e la risurrezione erano una pura possibilità teorica, poiché aspettava a brevissima scadenza e predicava prossima la p. del Signore. Basti per tutti citare F. Prat, La théologie de st Paul, I, 12a ed. (Parigi 1924), p. 89: «Fatto innegabile: i cristiani dell’età apostolica si credevano giunti alla fine dei tempi… Il loro errore, fatto in parte di desiderio e di speranza, si connetteva con il pregiudizio universale… forse anche a una falsa interpretazione della frase del Salvatore» (Mt. 24, 34), e aggiunge che nulla si oppone a che s. Paolo abbia «condiviso l’illusione comune», che però non ha insegnata. Specifica inoltre che s. Paolo ha sempre «insegnato che l’ultima generazione dei giusti sarà rivestita d’immortalità senza attraversare la morte» (p. 90) e invoca a sostegno di ciò «le affermazioni chiare, tre volte ripetute» di I Thess. 4, 15-17; I Cor. 15, 51; II Cor. 5, 3. In massima parte gli autori cattolici seguono oggi questa opinione. Di questi tre testi escludono il terzo J. Chaine, e più B. Allo nel suo commento (Deuxième aux Corinthiens, Parigi 1936, pp. 124-129), ove dimostra che in II Cor. 5,3 è espresso il desiderio della morte. Né è serio parlare di un inesistente «pregiudizio universale dei Giudei di quel tempo».
Poiché i passi oscuri debbono essere spiegati alla stregua dei chiari, e non viceversa, è certo invece che s. Paolo insegna senza equivoco che tutti gli uomini dovranno attraversare la morte per raggiungere la gloria. Gesù l’aveva affermato (Io. 12, 24) e s. Paolo s’indigna contro chi ritenesse il contrario: «Insensato! Ciò che tu semini non può raggiungere il rigoglio della vita se prima non muore» (I Cor. 15, 36). E tutto il cap. 15 di I Cor. è l’applicazione di questo fondamentale assioma; la risurrezione, che suppone la morte, è la verità somma per ogni cristiano: poggia sul principio del doppio Adamo, essendo Gesù «la primizia dei dormienti» (I Cor. 15, 20-22. 45-49), e tutta la vita di s. Paolo si basa sull’attesa della risurrezione dei morti (ibid. 30-32, cf. 58); è impossibile che «la corruzione (il corpo terrestre) possa ereditare l’incorruzione» a meno che non venga annullata dalla morte (v. 50); tutto il «mistero» di rinnovamento glorioso descritto da s. Paolo è la vittoria ultima e definitiva sulla morte (I Cor. 15, 26.54-57), mistero analogo al gran mistero della morte e risurrezione di Gesù. «In un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba, tutti da un lato non saremo più nel sonno, tutti d’altra parte saremo trasformati: i morti risusciteranno incorruttibili, noi (quindi) saremo trasformati, poiché bisogna che (attraverso la morte annientata dalla risurrezione: cf. vv. 55-56) questo (nostro) corpo corruttibile e mortale rivesta l’incorruzione e l’immortalità» vv. 51-53). Il contesto, e l’insegnamento aperto di tutto il capitolo impongono questa traduzione; è invece un errore tradurre πάντες μὲν οὐ κοιμηθησόμεθα, πάντες δὲ ἀλλαγησόμηθα, come se il costrutto fosse οὐ πάντες… ἀλλά; i due πάντες sono opposti nello schema retorico dell’anafora, ed esprimono l’uno e l’altro la piena universalità della risurrezione, enunziata sotto due aspetti.
Neppure il testo di I Thess. 4, 13-18 (il cui tema è «la p. di N. S. G. C. e il nostro ricongiungimento in lui»: II Thess. 2,1) dimostra che s. Paolo coltivasse l’illusione stranissima di sfuggire alla morte, anche se… non l’insegnava. Ivi l’Apostolo rimprovera i fedeli di Tessalonica perché piangevano i loro defunti «come coloro che non hanno speranza»; quando si piangono i morti, l’unico straziante dubbio che si presenta è se ci si ricongiungerà mai ad essi; e per «consolarli» (vv. 13 e 18) propone loro la lieta speranza cristiana, basata sulla risurrezione dei morti (derivante dal fatto «che Gesù è morto ed è risuscitato», v. 14, come anche 5, 10): ci ricongiungeremo con i nostri defunti in Gesù, i quali con Gesù ritorneranno. E l’Apostolo dichiara solennemente «sulla parola del Signore»: «Noi viventi superstiti (il senso presente è certo) non distanzieremo alla presenza (o venuta) del Signore (εἰς τὴν παρουσίαν ha valore locale, non temporale, e si riferisce al verbo, come risulta dalla costruzione costante di φθάνω in s. Paolo) coloro che si sono addormentati». E descrive la risurrezione dei morti «mentre il Signore stesso scenderà dal cielo». Seguirà quindi il lieto ricongiungimento di «noi superstiti», piangenti per il distacco dai nostri morti, con i cari scomparsi: «Poi noi vivi (qui non può trattarsi di coloro che non saranno morti allora, ché dopo la risurrezione tutti saranno vivi) superstiti saremo assunti unitamente ad essi sulle nubi incontro al Signore nell’aria (cf. s. Giovanni Crisostomo: PG 60, 678), e così (ricongiunti noi superstiti di oggi ai nostri defunti di oggi) saremo per sempre con il Signore. Perciò consolatevi…» cf. s. Giovanni Damasceno: PG 95, 275.277.913-15 (e 96, 27-44). Così spiegano anche L. Simeone, A. Piolanti, F. Spadafora, K. Staab. Non vi è nessun bisogno di costruire delle vicende sottintese (speranze [!] di prossima fine cosmica, illusioni di non morire, errori circa la sorte dei morti, lettere a s. Paolo il quale ripeterebbe le parole inesatte o equivoche dei suoi fedeli…). Coloro che, come s. Giovanni Crisostomo (PG 62.436), videro qui accennata la sopravvivenza dei contemporanei della p. esclusero ogni illusione da S. Paolo, e ricorrevano all’enallage: «noi» (come anche I Cor. 15, 51) sarebbe un plurale con cui lo scrivente si associa ai fedeli, alla Chiesa, di qualunque tempo.
Non si può ammettere, con F. Guntermann (1932) e tanti altri, che su questo punto il pensiero di Paolo si sia cambiato con gli anni (tra il 58 e il 61, in soli 3 o 4 anni!). L’acattolico T. A. Lacey (Il Cristo storico, trad. it., Torino 1907, p. 122) già rilevava: «Le parole scritte da s. Paolo in due occasioni (II Cor. 5, 8 e Phil. 3, 11), separate da lungo spazio di tempo, mostrano la continuità del suo pensiero. La costante sua aspirazione era, tanto al principio come alla fine, di penetrare il mistero della risurrezione… attraversando la morte», e nel 1941 B. Allo ha sviluppato la dimostrazione di ciò. Nessun indizio rivela che l’Apostolo nelle lettere posteriori abbia sentito il bisogno di modificare o smentire ciò che scriveva pochi anni prima; né i fedeli, che leggevano in pubblico le epistole e le imparavano, ravvisarono mai contraddizioni tra le prime e le ultime.
Tema generale della II Pt. è la p. del Signore. S. Pietro sta per «deporre il suo tabernacolo» (1, 14 sg.). Esorta che si prepari la venuta di Gesù con le virtù cristiane (1, 3-15): la p. di Gesù è certa, predetta dai Profeti e iniziata nella trasfigurazione (1, 16-21 e 3, 1-4); in essa saranno «giudicati» i malvagi e premiati i giusti (2, 1-9). Ma nessuno sa quando: un giorno di Dio è mille anni per noi e viceversa: «il giorno del Signore verrà come un ladro», e con lo sfacelo cosmico si inizierà l’èra nuova del mondo trasfigurato: bisogna quindi vigilare «aspettando e affrettandosi verso la p. del giorno del Signore» (3, 5-16).
L’intera Apocalisse (v.), infine, descrive la grandiosa p. di Gesù, cui il IV Vangelo accenna spesso (Io. 13, 31-33; 14, 18-23; 16, 16-30; I Io. 2,8); sarà preceduta e, nelle prime fasi, accompagnata da una lunga accanita lotta tra il bene e il male. Gesù viene anche ad una sola persona (Apoc. 2,16; 2,5; 3,3). Tutti coloro che andranno incontro a Gesù saranno passati per la morte e la risurrezione (Ibid. 14, 13; 20, 6.12-13). La «fine» è considerata in senso larghissimo, e la p. finale universale vi si coniuga con la p. attuale personale attesa e invocata (ibid. 1,7; 3, 20; 22,7.11.12.20; v. MARANATHA).
Anche oggi, come al tempo apostolico (Hebr. 9, 28), si aspetta, si desidera e si invoca la p. del Signore. Ogni vita cristiana si compendia in questa attesa di fede, speranza, amore; la liturgia dell’avvento, della vigilia pasquale, di tutto l’anno, esprime tale implorante attesa (cf. I. Herwegen): Gesù ripeterà la sua venuta con efficacia vittoriosa e totale. Gesù è venuto; Gesù viene; Gesù deve ancora venire. Tre aspetti della stessa misteriosa realtà redentrice, che ogni credente comprende, che i predicatori richiamano per esortare, dopo Gesù, ad «essere pronti» sempre (cf. s. Bernardo, In adventu Domini sermones VII: PL 183, 35-56).
La P. Commissione Biblica (18 giugno 1915: Denz-U, nn. 2179-81) chiede ai cattolici di non sostenere che s. Paolo, o un altro Apostolo, abbia espresso, pur senza insegnarla, l’opinione personale erronea della prossimità della p. (responso I); infatti «tutto ciò che lo scrittore ispirato afferma, enunzia, insinua» deriva come tale dallo Spirito Santo (responso II); le parole di I Thess. 4, 15-17 ἡμεῖς οἱ ζῶντες οἱ περιλειπόμενοι non affermano in modo alcuno che la p. avverrà essendo ancora in vita s. Paolo e i suoi destinatari (responso III). Sempre utile è l’erudito commento a questo documento di L. Méchineau (in Civ. Catt., 1918-20), da integrarsi con L. Billot, La parousie, Parigi 1920.
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