Gian Pio Mattogno: Il Talmud giudicato da David Castelli

Gian Pio Mattogno 

IL TALMUD GIUDICATO DA DAVID CASTELLI

Ho ricordato la figura di David Castelli (1836-1901), storico, biblista ed ebraista di spessore, uno dei principali esponenti della cultura ebraica italiana del XIX secolo.

(David Castelli e il destino dei non-ebrei nell’èra messianica, andreacarancini.it).

Tra le altre sue opere, il Castelli è autore di un volume nel quale ha raccolto numerosi passi tratti dal primo trattato del Talmud (Berakhot/Benedizioni).

(Leggende talmudiche. Saggio di traduzione dal testo originale con prefazione critica di David Castelli, Pisa, 1869).

Personalmente reputo la “Prefazione dell’autore” di gran lunga più interessante e importante della parte antologica, se non altro perché, seppure a denti stretti, l’autore fa qualche ammissione sul Talmud, di contro a tanto ciarpame apologetico che nega tutto ottusamente.

Tralascio la ricostruzione della struttura e della storia del Talmud che l’autore fa ad usum Judaei (e … ad usum Shabbath Goy), e vado direttamente al cuore del problema.

«Fra tutti i monumenti che l’antichità ci ha trasmessi intorno alla religione e alla civiltà dei popoli – così esordisce il Castelli – non ve ne ha forse un altro che sia generalmente così poco compreso come il Talmud. Intorno al quale bisogna pur dire che lo spirito d’incredulità da un lato, e la superstizione e il fanatismo dall’altro, si sono studiati di gettare il disprezzo, e far prevalere le più erronee opinioni.

«Se togli quei pochissimi, che pei loro speciali studj ne hanno voluto prendere diretta cognizione, s’ignora tra noi, anche dalle persone più culte, che cosa sia il Talmud, o se ne ha il concetto più falso e sbagliato» (p. 1).

Anche se per taluni il Talmud, continua, non è che un ammasso di sofistici ragionamenti, di superstiziose credenze e dei più svariati e grossolani errori, rimane il fatto che esso costituisce il «rappresentante più genuino e più vero della seconda fase dell’Ebraismo» (p. 2).

Da tempo autorevoli studiosi ebrei come Graetz, Zunz, Jost, Geiger, Steinschneider, Derenbourg, Neubauer ed altri, o anche un Deutsch o un Benamozegh, hanno trattato in varia guisa questo o quell’aspetto del Talmud.

Ma, giudicando la cosa sine ira et studio, «ci sembra che alcuni di questi autori abbiano un poco trasceso dal lato opposto: e come gli Enciclopedisti del secolo passato, o i fanatici difensori del Cristianesimo avevano troppo disprezzato il Talmud, e molti di loro senza nemmeno conoscerlo; così questi abbiano voluto troppo elevarlo a cielo. Dimodoché per un altro lato hanno portato danno a quella stessa causa che avrebbero voluto difendere» (p. 3).

Si chiede il Castelli:

«È il Talmud quell’opera abbominevole e assurda, come alcuni hanno voluto far credere? È tutto oro di coppella, come i troppo teneri dell’Ebraismo ce lo hanno voluto rappresentare? Chi lo voglia studiare scevro di passione vi troverà il buono misto al cattivo. Ma per poterlo giudicare, e quindi meritamente apprezzare, è d’uopo riportarsi ai tempi e alle condizioni politiche, religiose e sociali in mezzo a cui venne formato» (p. 3), altrimenti, aggiunge, apparirebbe una farragine incomprensibile.

Il Castelli ne mette in luce la mancanza di unità d’argomento, i concetti arditi e immaginosi, i ragionamenti oltremodo sottili e sofistici, la quasi totale assenza di uno stile letterario gradevole. Ma nondimeno il Talmud rimane «l’enciclopedia di questa che gli Ebrei chiamarono la loro legge» (p. 10), una compilazione nella quale furono raccolte tutte le opinioni più autorevoli dei Dottori intorno ai riti religiosi, nonché a tutte le parti della legislazione.

L’autore non si tira indietro dinanzi a quegli aspetti del Talmud che hanno suscitato le polemiche più aspre, anche se cerca in qualche misura di giustificarli, non lesinando neppure una chiamata di correità:

«Ma dall’altro lato fa d’uopo confessare che talvolta la morale talmudica si mostra gretta, intollerante, e in alcuni casi ancora crudele. Non intendiamo fargliene carico. Troppe, non che scuse, ma giustificazioni le si potrebbero trovare nei tempi, e nelle condizioni speciali che gli altri popoli avevano fatto al popolo ebreo. Ma tutto questo non deve guidarci a dissimulare che questa cattiva morale esiste, come esiste nella teologia di tutte le religioni» (p. 36).

Solo verso la fine, Castelli ritorna sulla vexata quaestio:

«I detrattori del Talmud, da qualunque spirito fossero animati, hanno tolto da esso qua e là squarci isolati ove si contengono le cose più assurde, e talvolta anche bastantemente immorali. E queste stesse ripetute poi di età in età dai dotti e dalla gente del bel mondo, da fanatici teologizzanti e da briosi volteriani hanno mantenuta quella falsa idea, che quasi fino ai giorni nostri intorno al Talmud ha dominato pressoché sola» (p. 62).

Non sono mancati, come detto, apologeti nel nostro secolo che hanno rivendicato per il Talmud un grado di più alta considerazione.

«Ma taluni hanno forse trasceso dal lato opposto, e hanno voluto fare apparire come tutt’oro quello in cui va commista più che grandissima parte di scoria» (pp. 62-63).

E ribadisce:

«Non si devono dissimulare quelle immoralità, che si possono spiegare e scusare, solo pensando in qual modo gli Ebrei erano tenuti e trattati dagli altri popoli, e allo spirito di religiosa intolleranza che dominava allora nel mondo» (p. 64).

Sin qui il Castelli e taluni suoi giudizi negativi sul Talmud.

Ma dopo che l’autore ha preparato questo gustoso antipasto, un primo genere di lettore, quello che non sa nulla del Talmud e ne viene ragguagliato unicamente dalle pagine del Castelli, rimane deluso, in quanto si aspetterebbe non dico un pasto luculliano, ma quanto meno una ricca pietanza in grado di soddisfarne l’appetito.

Ecco la pietanza in questione presentata sotto forma di domande sul menu: in che cosa consiste la cattiva e gretta morale talmudica? In che cosa consiste lo spirito di intolleranza religiosa che il Castelli peraltro attribuisce anche ad altre fedi religiose?

A questo primo genere di lettore non viene data nessunissima risposta, e il suo appetito rimane completamente insoddisfatto.

Ma ancor più insoddisfatto rimane un secondo genere di lettore, quello che tramite letture varie s’è già fatta un’idea generale del Talmud e magari ha letto qualche passo relativo all’immoralità e allo spirito d’intolleranza talmudici denunciati dallo stesso Castelli.

In primo luogo, perché il Castelli non ne fa alcuna menzione; in secondo luogo perché le sue giustificazioni, che sono poi quelle dell’apologetica talmudista, sono totalmente inconsistenti.

È troppo semplicistico asserire che i presunti fanatici difensori del cristianesimo disprezzarono il Talmud senza nemmeno conoscerlo, quando il Castelli doveva conoscere benissimo ebraisti cristiani del calibro di un Buxtorf o di un Eisenmenger, tanto per fare solo un paio di nomi, e senza risalire troppo indietro, fino al processo di Parigi del 1240.

E, di nuovo, perché non spiegare al lettore i motivi di tale disprezzo?

Perché non informarlo riguardo alle ingiurie e alle blasfemie contro Gesù e Maria contenute nel Talmud?

Il lettore completamente ignaro di cose talmudiche, al termine della lettura del volume del Castelli non ne sospetta minimamente l’esistenza. Così come non sospetta l’esistenza dei numerosi passi fortemente ostili al non-ebreo che vi compaiono.

Eppure, già il primo trattato talmudico, l’unico che il Castelli prende in considerazione, ne contiene alcuni, e di non poco conto.

In Berakhot 28b-29a compare una delle fonti relative alla genesi della Birkat ha-minim, la benedizione/maledizione contro gli eretici, fra i quali i cristiani.

In Berakhot 25b è contenuto un principio ricorrente nel Talmud, che cioè il non-ebreo è assimilato ad un animale.

In Berakhot 57b-58a si insegnano le “benedizioni” (in realtà maledizioni) da recitare alla vista di luoghi “idolatrici” (= non ebrei) estirpati dalla Terra di Israele e alla vista delle schiere degli idolatri, al grido di “Svergognata è vostra madre!”

In Berakhot 58a viene riportato l’episodio di R. Shila, il quale ebbe una relazione con una donna non ebrea, la cui carne, proprio in quanto non ebrea, viene equiparata alla carne d’asino.

(Cfr. Perle talmudiche: non si recita lo shema in presenza di un non-ebreo nudo; Due vecchie recensioni dissimulatrici del trattato talmudico “Berakhot”; La donna non ebrea nel Talmud e nella tradizione rabbinica, andreacarancini.it).

Non si tratta di “squarci isolati”, come pretende il Castelli, ma, come ho spiegato altrove, di esempi emblematici di tutto un modo di pensare che è parte integrante dell’essenza stessa del giudaismo rabbinico-talmudico.

Le persecuzioni possono eventualmente avere esacerbato, ma non generato, il viscerale odio rabbinico contro i popoli del mondo “idolatri”, un odio che non nasce da una qualche contingenza storica, ma che è radicato nell’esegesi rabbinica dei princìpi fondamentali della Torah interpretati in senso esclusivistico e discriminatorio, cioè, ribadisco, nell’essenza stessa del giudaismo rabbinico-talmudico.

Non è qui mia intenzione scomodare tutti gli studiosi che hanno messo a fuoco questo problema (dei quali si fa menzione in questo stesso sito revisionista), e mi limito pertanto a segnalare non un bieco antisemita, ma un autorevole studioso ebreo ortodosso contemporaneo, Sacha Stern, docente di Studi ebraici presso l’University College di Londra, dal quale il lettore di David Castelli apprenderà sicuramente molto di più che non dalle pagine delle Leggende talmudiche, e potrà saziare il suo appetito alla mensa del Talmud.

(Cfr. Esclusivismo etnico-religioso e odio giudaico antigentile. Le cause reali dell’antisemitismo in alcune fonti rabbiniche antiche; Sacha Stern e il razzismo talmudico, andreacarancini.it)

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