La parusia attesa dagli Apostoli era quella dell’Anno Domini 70

Attesa della parusia: cosa significa, esattamente, questa espressione? Il significato più comune designa come parusia la “seconda venuta di Gesù Cristo alla fine dei tempi, in gloria e potenza, per il Giudizio Universale e il compimento definitivo del Regno di Dio” (Wikipedia). Quindi, l’attesa della parusia indicherebbe l’aspettativa da parte dei cristiani del trionfo supremo di Cristo. Ma le cose stanno davvero così? In altre parole, il termine “parusia”, in ambito religioso, designa esclusivamente la fine del mondo?

Uno dei grandi meriti di mons. Francesco Spadafora è stato quello di aver chiarito che il termine “parusia” (venuta) del Cristo è un termine in realtà polivalente, che può rivestire vari significati. Può significare, certo, la seconda venuta (fisica) di Gesù alla fine del mondo, ma non esclusivamente. Spadafora ricordava infatti, nella voce “Parusia” del Dizionario Biblico da lui diretto[1], che “La stessa Incarnazione, o prima venuta del Cristo, è detta ‘parusia’, in II Pt. 1, 16”. E aggiungeva:

“Misconoscendo tale palese diversità di sensi, durante il predominio dell’escatologismo, si arrivò a ritenere parusia termine tecnico per la venuta o ritorno fisico di Gesù alla fine del mondo”.

Quello che Spadafora definisce come “predominio dell’escatologismo” non riguarda solo gli esegeti protestanti: riguarda anche molti esegeti cattolici del 20° secolo. Uno dei più famosi è sicuramente Giuseppe Ricciotti. Leggendo un libro come “Le lettere di San Paolo tradotte e commentate”[2], si rimane colpiti proprio dal fatto che, secondo Ricciotti, ogni volta che Paolo nelle sue lettere usa il termine “parusia”, si riferisce immancabilmente alla venuta del Cristo giudice alla fine del mondo. Si tratta di un grave errore esegetico, che Ricciotti non ha ritenuto di dover correggere neppure nella terza edizione del suo libro, uscita nel 1958, quando erano già passati otto anni dalla prima edizione del volume di Spadafora “Gesù e la fine di Gerusalemme”. In quel libro, Spadafora spiegava e dimostrava che, ad esempio, nel capitolo 24 del Vangelo di Matteo, “parusia del Signore è l’intervento punitivo di Gesù contro Gerusalemme, la manifestazione della potenza e della giustizia sovrana del Messia contro il giudaismo deicida”.

Un errore, quello di Ricciotti, che ne portava con sé un altro: quello di attribuire inevitabilmente a Paolo (e quindi anche agli altri Apostoli) un’attesa della fine del mondo come un evento che si sarebbe potuto verificare anche nel corso del primo secolo. Leggiamo a tal proposito, per illustrare quanto appena detto, come Ricciotti spiega un famoso passo della prima lettera di San Paolo ai Corinti:

I Corinti 7, 29-31: “Ora, dico questo, fratelli: il tempo è raccorciato; non resta se non che e gli aventi moglie siano come che non l’avessero, e i piangenti come che non piangessero, e i gaudenti come che non godessero, e i compratori come che non possedessero, e i fruenti del mondo che non fruissero appieno: trascorre via, infatti, l’aspetto di questo mondo” (traduzione Ricciotti).

Commento di Giuseppe Ricciotti: “Questo tempo è raccorciato, cioè ridotto a poca cosa, perché tale fine è inevitabilmente vicina in una delle due seguenti maniere: o la parusia del Cristo glorioso avverrà fra breve, e allora il «mistero del Cristo» trionferà palesemente e si avrà la fine del dramma; oppure la parusia tarderà e molti cristiani moriranno prima, e in tal caso per questi morti si avrà la fine equivalente del dramma, perché essi alla parusia si troveranno nelle stesse condizioni dei superstiti viventi”.

Quindi, secondo Ricciotti, Paolo non avrebbe escluso che la fine del mondo avrebbe potuto anche verificarsi “fra breve”, quindi nel primo secolo dell’èra cristiana. Va notato a questo riguardo che Ricciotti non era il solo, fra gli esegeti cattolici, a pensarla in questo modo. Ecco, ad esempio, come commenta il predetto passo di Paolo la Bibbia curata da mons. Salvatore Garofalo[3]:

“Cristo, con la redenzione, ha inaugurato l’ultima èra del mondo e la sua venuta gloriosa potrebbe verificarsi in qualunque momento”.

In qualunque momento, quindi anche quando Paolo era ancora in vita. Non c’è una grande distanza tra queste esegesi e il tipico errore degli esegeti modernisti secondo cui gli Apostoli aspettavano come imminente proprio la fine del mondo. Prendiamo un altro esempio, tratto, questa volta dalla prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi:

I Tessalonicesi 5, 1-5: “Per quanto riguarda il tempo e l’ora, o fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva. Voi stessi sapete perfettamente che il giorno del Signore viene come un ladro nella notte. E quando diranno: «Pace e sicurezza», allora improvvisamente la rovina si abbatterà su di essi come i dolori del parto sulla donna incinta, e non sfuggiranno. Ma voi, o fratelli, non siete nelle tenebre perché questo giorno vi sorprenda come un ladro” (traduzione Bibbia Garofalo).

Commento della Bibbia Garofalo: “Il giorno del Signore è quello del ritorno glorioso del Cristo”.

Da parte mia osservo invece che qui non si tratta della parusia finale ma di un’allusione alla parusia dell’anno Domini 70. Paolo parla infatti di un evento che avrebbe potuto sorprendere “come un ladro” i suoi contemporanei. Ma Paolo (e i Tessalonicesi) non aspettavano la parusia finale del Cristo come un evento che si sarebbe dovuto verificare nel corso della loro generazione. Questo è un punto fondamentale. Rileggiamo a tal proposito le osservazioni formulate dal già citato Spadafora sulla scia di quanto aveva già scritto, prima di lui, il domenicano Ernest Allo, esegeta francese tanto importante quanto dimenticato.

“1° Paolo pone, prima della consumazione finale, un lungo seguito di eventi che dovevano occupare una serie indefinita di anni, se non di secoli. Così, ad esempio, egli preannunzia, come rivelazione da parte del Signore, l’ingresso di Israele – gruppo etnico, nel suo complesso – nella Chiesa, dopo la effettiva conversione al Cristianesimo di tutte le nazioni pagane (Rom. 11, 25-29; cf. Lc. 21, 24). Si pensi inoltre ai precetti comunicati a Timoteo e a Tito (lettere pastorali), per la organizzazione gerarchica, gli altri problemi attinenti al governo della Chiesa e alla trasmissione intatta dell’insegnamento apostolico. Nella lettera agli Efesini (Eph. 2, 6-7) Paolo parla dei «secoli futuri» nei quali gli uomini ammireranno estasiati la mirabile opera salvifica realizzata dal Cristo e dalla sua Chiesa.

2° I fedeli si ricongiungono al Cristo subito alla loro morte; e ciascuno in tale occasione è giudicato secondo le opere compiute in vita [il giudizio particolare, che Ricciotti non menziona mai].

3° Anche per san Paolo, Gesù «viene» [«venuta» = «parusia»], interviene a favore della sua Chiesa, in punizione dei persecutori, con accenno particolare alla distruzione di Gerusalemme. «I primi Cristiani sentivano la presenza attiva dello Spirito del Cristo, e dello stesso Gesù, nella sua funzione continua di Salvatore, che gl’imponeva quella previa di Giudice. Quando Egli manifestava questo potere in una maniera più impressionante, come avvenne per la predetta rovina di Gerusalemme, era uno dei «giorni del Figlio dell’Uomo» annunziati in Luca (Lc. 17, 22)”[4].

Attenzione: il riferimento al predetto passo del Vangelo di Luca da parte di Spadafora è cruciale perché ci permette di capire quali erano le attese concrete degli Apostoli nel primo secolo dell’èra cristiana. Rileggiamo quindi cosa scrive Luca:

“Disse ancora ai suoi discepoli: «Tempo verrà che bramerete vedere uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. E vi diranno: “Eccolo là, eccolo qua!”. Non vi muovete, non seguite costoro, perché come il lampo, brillando, guizza da un punto all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e sia ripudiato da questa generazione” (Luca 17, 22-25).

Questi versetti vanno letti alla luce delle persecuzioni subite dai discepoli di Gesù, così come vengono narrate negli Atti degli Apostoli. I discepoli non aspettavano la fine del mondo ma agognavano la fine di Gerusalemme profetizzata da Gesù nel discorso detto “escatologico”: tale fine sarebbe stata infatti non solo il segno più inequivocabile della fine dell’antica Alleanza ma anche la liberazione dalle sofferenze inflitte dal giudaismo persecutore.

Da tutto ciò possiamo trarre una prima conclusione, e cioè che il termine “parusia” non riveste un solo significato ma ne riveste addirittura quattro:

  1. La parusia della prima venuta di Gesù (Incarnazione);
  2. Le manifestazioni (parusie) del Cristo giudice nel susseguirsi degli eventi storici (il caso più eclatante è appunto quello della distruzione di Gerusalemme nell’Anno Domini 70);
  3. La parusia di Gesù nel giudizio particolare (alla morte di ciascuno di noi);
  4. La parusia di Gesù alla fine del mondo (Giudizio Universale).

Parliamo adesso brevemente di quelle Lettere del Nuovo Testamento in cui sono ravvisabili dei riferimenti alla parusia del 70. Per quanto riguarda le due Lettere ai Tessalonicesi, ne ha scritto da par suo mons. Spadafora nel suo libro più volte da me citato. A proposito della prima lettera, è interessante notare che, per una volta, anche la Bibbia Garofalo vi rinviene un riferimento all’anno 70:

I Tessalonicesi 2, 16: “Essi [i Giudei], impedendoci di predicare ai pagani per salvarli, colmano sempre più la misura dei loro peccati. Ma l’ira di Dio è ormai su di essi totale e definitiva” (traduzione Bibbia Garofalo).

Commento della Bibbia Garofalo: “L’ira incombente è forse la distruzione di Gerusalemme e del tempio ad opera dei Romani nel 70”.

Passiamo adesso ad esaminare i versetti 25 e 37 del capitolo 10 della Lettera agli Ebrei. Rileggiamoli:

Ebrei 10, 23-25: “Teniamo fermamente l’incrollabile confessione della speranza – ché fedele è colui che ha promesso – e osserviamoci gli uni gli altri a stimolo di carità e di buone opere, non disertando la nostra propria assemblea, com’è costume di alcuni; ma piuttosto esortiamoci reciprocamente; e ciò tanto più quanto più vedete che s’avvicina il giorno”.

Ebrei 10, 35-37: “Non vogliate, dunque, far getto della vostra sicura fiducia, che ha una grande ricompensa. Di perseverante pazienza voi avete bisogno, affinché, avendo fatta la volontà di Dio, conseguiate ciò ch’è stato promesso. «Poiché ancora un poco, appena un poco, e colui che viene verrà e non temporeggerà …».

Per entrambi i versetti, l’autorevole esegeta Teodorico da Castel San Pietro ravvisava un possibile riferimento alla catastrofe del 70:

“Per il versetto 25 abbiamo già espressa la nostra modesta opinione, che il giorno che s’avvicina non sia – almeno in maniera diretta e immediata – quello del ritorno di Cristo e del giudizio finale. La rovina di Gerusalemme e la fine del giudaismo sono fatti talmente importanti e significativi, sia come manifestazione della giustizia di Dio, sia come inizio di un nuovo periodo nella vita della Chiesa cristiana, che il giorno in cui tutto ciò doveva avvenire poteva chiamarsi il giorno per eccellenza. E che esso si avvicinasse a grandi passi, lo scrittore poteva dedurlo da elementi o segni precursori, che ora a noi sfuggono, per non conoscere abbastanza bene la data e le circostanze storiche in cui la lettera fu scritta. Può applicarsi lo stesso criterio al versetto 37, di modo che colui che viene non sia altri che Cristo in quanto si manifesta in un momento importantissimo della storia religiosa dell’umanità?”[5].

A questo punto, vorrei segnalare altri passi delle Lettere di Paolo in cui l’interpretazione escatologica mi sembra insostenibile. Il primo di questi passi è il seguente:

Romani 13, 11-12: “E ciò tanto più, in quanto siete edotti del tempo in cui vi trovate, perché è ora già che vi destiate dal sonno; adesso, infatti è più vicina la nostra salvezza che non quando cominciammo a credere. La notte è avanzata, e il giorno si è avvicinato”.

Così commentava Ricciotti il passo in questione:

“In conclusione Paolo anche qui, come altrove, non esprime alcun giudizio sul tempo della parusia, potendo essa avvenire in qualsiasi epoca”.

Anche qui mi sembra che la menzione da parte di Ricciotti della parusia finale sia fuori luogo. Rispetto ad un evento remotissimo per i contemporanei di Paolo come la fine del mondo, non avrebbe avuto senso parlare di un “avvicinamento” del giorno in questione.

Filippesi 1, 6: “… essendo persuaso proprio di questo, che Colui che iniziò in voi un’opera buona la perfezionerà fino al giorno di Cristo Gesù” (traduzione Ricciotti).

Commento di Giuseppe Ricciotti: “Il giorno di Cristo Gesù è la sua parusia, visione costante di Paolo”.

Oltre a Ricciotti, altri commentatori (penso ad esempio proprio a Teodorico da Castel San Pietro) identificano questo “giorno di Cristo Gesù” con la parusia (finale). Non potrebbe invece trattarsi del giudizio particolare? L’”opera” menzionata da Paolo suppone infatti che i suoi destinatari siano ancora in vita all’arrivo del giorno in questione, mentre al tempo della fine del mondo i predetti destinatari risulterebbero morti da tempo immemorabile.

In buona sostanza, ogniqualvolta, nelle Lettere di San Paolo, ricorre il termine “parusia”, un esegeta come Ricciotti vi vede regolarmente un riferimento alla fine del mondo. Spadafora vi vede talvolta invece, più sensatamente, sia dei riferimenti alla fine di Gerusalemme (segnatamente, nelle due Lettere ai Tessalonicesi) che dei riferimenti al giudizio particolare (I Cor. 7, 29-31; Rom. 13, 11-14; Phil. 1, 6; I Tim. 6, 13-14).

Un altro brano del Nuovo Testamento in cui l’interpretazione escatologica del termine “parusia” mi sembra insostenibile è quello della Lettera di Giacomo:

Giacomo 5, 7-9: “Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Ecco: il contadino aspetta il prezioso raccolto della terra, pazientando fin tanto che abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Abbiate pazienza anche voi, rinfrancate i vostri cuori, poiché la venuta del Signore si è avvicinata. Non mormorate, fratelli, gli uni contro gli altri, affinché non siate giudicati: ecco, il giudice sta alle porte” (traduzione di Giovanni Saldarini).

Commento di Giovanni Saldarini: “La certezza del ritorno glorioso di Gesù è motivo di consolazione; l’incerta data esige la pazienza”.

A me sembra che qui, come al solito, l’esegeta abbia riferito erroneamente questi versetti alla parusia finale di Cristo. Ma se lo scrittore sacro comanda ai propri fedeli di esercitare la virtù della pazienza, questa non può avere come termine una venuta, come quella conclusiva della storia umana, che esorbita di svariati millenni l’arco temporale della vita dei discepoli di Giacomo. A quale “venuta” fa riferimento Giacomo? Non lo possiamo dire con certezza ma mi sembra plausibile, anche in questo caso, riferirla all’Anno Domini 70.

In conclusione, possiamo dire che la tendenza degli esegeti, anche cattolici, di vedere nel termine “parusia” un riferimento costante ed esclusivo alla fine del mondo, ha finito per oscurare, quasi completamente, gli altri significati del predetto termine, a cominciare da quello relativo alla parusia di Cristo che si realizzò nell’Anno Domini 70. Bisognerebbe invece cominciare a rileggere il Nuovo Testamento alla luce del fatto che gli Apostoli non aspettavano la fine del mondo bensì la fine di Gerusalemme.

 

[1] Editrice Studium, Roma 1963.

[2] Coletti Editore, Roma 1958.

[3] Marietti Editore, Casale Monferrato 1966.

[4] Francesco Spadafora, Gesù e la fine di Gerusalemme e l’escatologia in San Paolo, Edizione 2017 a cura di Andrea Carancini, pp. 196-200.

[5] L’Epistola agli Ebrei, a cura di Padre Teodorico da Castel S. Pietro, Marietti 1952, p. 180.

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