Vincenzo Vinciguerra: La destra dalla “congenita vigliaccheria”

Da Vincenzo Vinciguerra ricevo e pubblico questo interessante contributo sulle origini del Movimento sociale italiano. Ci tengo però a precisare che le opinioni espresse in questo articolo riflettono il pensiero del suo autore ma non necessariamente quello del sottoscritto e del blog da me diretto. Buona lettura!

LA DESTRA DALLA “CONGENITA VIGLIACCHERIA”

Di Vincenzo Vinciguerra

È tempo di sciacalli.

Da troppi anni, sciacalli di ogni partito politico hanno atteso il momento del crollo, quello in cui, stanco di vivere nel mondo di fango del carcere italiano, avrei richiesto i benefici di legge così da cessare di essere l’eccezione per rientrare nella normalità del gregge che piange ed implora il ritorno alla “libertà” e, invece, no: sono ancora qui.

Imperdonabile!

Scatta, quindi, il piano che negli intenti dei protagonisti dovrebbe sancire la mia morte civile, l’oblio, l’isolamento totale, reso possibile in un tempo di codardia dove tutti rimangono in silenzio, gli amici si dileguano, i fratelli tradiscono i fratelli, e tutti attendono che il tempo si trasformi in una pietra tombale.

Così l’amministrazione penitenziaria blocca a partire dall’estate del 2021 i miei rapporti con l’esterno, la posta si dirada con lettere scomparse e altre puntualmente rispedite al mittente, mentre i “bravi ragazzi” del penitenziario di Opera negano tutto il negabile e anche oltre, compresa la possibilità di fare una semplice operazione alla cataratta.

Non è un’operazione inedita contro un oppositore politico o un testimone scomodo, anzi è antica come il consiglio dato da Junio Valerio Borghese a Stefano Delle Chiaie, a Madrid, nell’estate del 1974, quando questi minacciò di rivelare il ruolo di Giulio Andreotti nel “golpe Borghese”:

“Nino perché vuoi morire solo e dimenticato da tutti su un lettuccio d’ospedale?”.

Per me, non è una prospettiva preoccupante. A me, di morire “solo e dimenticato da tutti” sulla branda di una cella non interessa proprio, anzi, diciamolo chiaramente, non me ne frega niente.

Mi sono imposto a partire dal 20 giugno 1984 di dare un contributo fondamentale alla storia italiana per ristabilire la verità sulla guerra civile a bassa intensità che il regime politico e lo Stato, con i loro alleati internazionali, hanno condotto nel Paese e lo ribadisco quattro decenni più tardi.

Una storia che inizia nell’immediato dopoguerra, quando i vincitori avvertono l’esigenza di recuperare alla vita politica i reduci della Repubblica sociale italiana e, in generale, i fascisti che potranno essere utilizzati nel contrasto ai partiti socialcomunisti.

Un’aspirazione, quella alleata, che trova un grosso ostacolo nelle direttive impartite da Benito Mussolini ai fascisti in previsione della conclusione delle ostilità.

Se ne trova traccia in una lettera scritta dal socialista Carlo Silvestri, in stretto contatto con Mussolini, a Lelio Basso il 19 aprile 1945:

“Compagno socialista – scrive Silvestri – Benito Mussolini mi ha chiamato e mi ha dettato questa dichiarazione che mi ha autorizzato a ripetervi. Poiché la successione si è aperta in conseguenza dell’invasione angloamericana, Mussolini desidera consegnare la Repubblica sociale ai repubblicani e non ai monarchici, la socializzazione e tutto il resto ai socialisti, e non ai borghesi. Della sua persona non fa questione. Come contropartita chiede che l’esodo dei fascisti possa svolgersi tranquillamente; né una reazione legale, né una reazione illegale che sarebbero controproducenti. Nel proporre questa trasmissione di poteri egli si rivolge al Partito socialista, ma sarebbe ben lieto che l’offerta fosse considerata anche dal Partito d’azione, nel quale del resto prevalgono le correnti socialiste…”[1].

Benito Mussolini, quindi, invita i fascisti a restare a sinistra anche nel dopoguerra ormai imminente, per evidenti ragioni di coerenza ideologica.

Il 22 aprile 1945, su “Repubblica Fascista”, a Milano, Enzo Pezzato scrive:

“Il Duce ha chiamato la Repubblica italiana sociale non per gioco: i nostri programmi sono decisamente rivoluzionari: le nostre idee appartengono a quelle che in un regime democratico si chiamerebbero di ‘sinistra’… Il nostro ideale è lo Stato del Lavoro. Su ciò non può esservi dubbio: noi siamo proletari in lotta, per la vita e per la morte, contro il capitalismo. Siamo i rivoluzionari alla ricerca di un ordine nuovo… Lo spauracchio vero, il pericolo autentico, la minaccia contro cui lottiamo senza sosta viene da destra”[2].

L’ostacolo i servizi segreti americani lo rimuovono utilizzando personaggi che già prima della fine delle ostilità erano in contatto con loro e/o conducevano il doppio gioco.

Uno di questi era Pino Romualdi, vice-segretario nazionale del Partito fascista repubblicano con compiti di rappresentanza al posto del segretario, Alessandro Pavolini, che si presta a tradire l’ideologia e la storia del fascismo per venire incontro alle esigenze anticomuniste dei vincitori.

La conferma viene da quanto è scritto in un articolo non firmato, ma attribuito proprio a Pino Romualdi, pubblicato su “Rivoluzione”, organo di stampa dei “Fasci di azione rivoluzionaria” (Far) nel mese di luglio del 1946.

“La lotta politica – è scritto nell’articolo – non si potrà più mantenere sul piano parlamentare, ma trascenderà in disordini di piazza, in violenza e in una tensione generale. Le forze di destra che hanno per caratteristica distintiva una vigliaccheria congenita, unita a una sacrosanta paura di perdere i loro privilegi, saranno alla ricerca disperata di una forza qualunque, capace di fronteggiare validamente l’estrema sinistra. Quello sarà il nostro momento…”[3].

È la fine del fascismo e l’inizio di un inganno che si concluderà solo parzialmente con la svolta di Fiuggi e la nascita di “Alleanza nazionale”.

Un inganno perché i “Fasci di azione rivoluzionaria” sono finanziati dai servizi segreti americani, che vogliono creare una massa d’urto da usare contro i comunisti.

Un inganno perché, occultati dietro le parole “fascismo”, “fasci”, “rivoluzione”, i detentori del potere intendono fornirsi di una manovalanza disponibile per ogni servigio, anche il più vile, come accadrà negli anni Settanta.

Trasformare una forza ideologica e politica di sinistra, come il fascismo, in un partito di destra richiede tempo e accortezza, iniziando a ripudiare quello che si può, come faranno Augusto De Marsanich e Nino Tripodi che, il 10 agosto 1946, nel primo numero della loro rivista, “Rataplan”, pubblicano un articolo, intitolato “A morte gli ebrei”, che condanna le leggi razziali emanate dal regime fascista nel 1938[4].

Nel secondo numero del loro settimanale, De Marsanich e Tripodi, pubblicano un altro articolo, dal titolo “La bella ebrea dagli occhi d’argento”, nel quale si esalta il patriottismo degli ebrei italiani che, “malgrado le persecuzioni, le umiliazioni, i soprusi e gli scherni furono prima italiani e poi ebrei”[5].

Augusto De Marsanich e Nino Tripodi saranno fra i protagonisti della vita politica del Movimento sociale italiano. Il primo ne sarà segretario nazionale e presidente.

Nel rapporto con il movimento clandestino ebraico, Pino Romualdi si spingerà oltre: saranno, difatti, i suoi uomini a fornire agli ebrei l’esplosivo per l’attentato all’ambasciata britannica a Roma del 31 ottobre 1946.

Nel mese di ottobre del 1946, a Roma, a casa di Arturo Michelini, che non aveva aderito alla Repubblica sociale italiana, si svolge una riunione alla quale prendono parte Jacques Guiglia, capo dell’ufficio stampa della Confindustria; Italo Formichella, avvocato; Bruno Puccioni, amico di Pino Romualdi; Biagio Pace, confidente della struttura clandestina dei carabinieri di Roma dal 9 settembre 1943 al 6 giugno 1944; Ezio Maria Gray, sospettato di aver intrattenuto rapporti con l’Intelligence service britannico durante la Rsi; Nino Buttazzoni, comandante nella Rsi del battaglione “N. P.” [Nuotatori Paracadutisti] della Divisione fanteria di marina Decima; il principe Valerio Pignatelli; Giovanni Tonelli; il generale Muratori; Giorgio Pini; Francesco Galanti; Giorgio Bacchi e Gianluigi Gatti.

Oltre ai “badogliani” Guiglia e Pace, fra i presenti alla riunione sono in contatto con i servizi segreti americani diretti da James Jesus Angleton, Michelini, Muratori, Puccioni, Buttazzoni e Pignatelli.

Il 3 dicembre 1946, sempre nello studio di Arturo Michelini, si costituisce il M. S. I. (Movimento sociale italiano) con un documento sottoscritto dai partecipanti alla riunione di ottobre, meno Jacques Guiglia, e da Italo Carbone, Emilio Profeta Trigone, Giulio Cesco Baghino, Ernesto De Marzio e Costantino Patrizi, il quale ultimo è amministratore finanziario della rivista “Rataplan”, diretta da Augusto De Marsanich e Nino Tripodi, legato alla Democrazia cristiana che sostiene la nascita del Movimento attraverso tre dei suoi esponenti: Guido Gonella, Giuseppe Caronia, e Achille Marazza, già componente del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia.

Il 26 dicembre 1946, il Movimento sociale italiano è ufficialmente costituito.

Mentre i plotoni di esecuzione continuano a fucilare fascisti condannati dalle Corti di assise straordinarie, per una convergenza di interessi fra Democrazia cristiana, Vaticano, Confindustria e servizi segreti americani nasce il Movimento sociale italiano che si presenterà (e verrà erroneamente indicato dagli avversari) come partito neofascista.

La funzione del Movimento sociale italiano – che non avrebbe dovuto trasformarsi in partito politico – avrebbe dovuto essere circoscritta al ruolo di ponte fra i militari che avevano aderito alla Repubblica sociale italiana e quelli che si erano schierati con il Regno del Sud, per giungere ad una pacificazione basata sul presupposto che tutti avevano agito per il bene e la salvezza dell’Italia, sia pure militando in due schieramenti ufficialmente contrapposti.

Il Msi avrebbe dovuto assolvere la stessa missione affidata nel 1944 al Movimento sociale francese, dal quale mutua il nome, il simbolo, la struttura organizzativa perché, prima dell’Italia, anche la Francia affronta lo stesso problema avendo avuto, da una parte, la Repubblica di Vichy e, dall’altra, la “Francia libera” di Charles De Gaulle.

E sempre dalla Francia mutuano la teoria dello “scudo e della spada”, con Philippe Petain e la Repubblica di Vichy che frenano i tedeschi, e De Gaulle e la “Francia libera” che li combattono, che in Italia presentano come “Salò tricolore” (lo scudo) contrapposta alla “Salò nera”, e la Resistenza anticomunista come la “spada”.

E sono gli uomini della “Salò tricolore”, quelli che si vantavano di aver aderito alla Rsi “per l’onore dell’Italia” – e non perché fascisti – che usano per defascistizzare il reducismo fascista, come Junio Valerio Borghese che, il 12 maggio 1945, viene prelevato a Milano, a casa di un partigiano socialista dove si nascondeva, e condotto a Roma su una jeep, con una uniforme americana, accompagnato da James Jesus Angleton, da Carlo Resio e dal commissario di Ps Umberto Federico D’Amato.

E sono i traditori dei loro camerati in guerra, come il doppiogiochista Giorgio Almirante che, il 25 aprile 1945, scappa a Torino con i documenti falsi fornitigli da un ebreo che aveva nascosto all’interno del ministero della Cultura popolare, e che non sarà mai processato per collaborazionismo in virtù del decreto legge del 4 agosto 1945 che garantiva l’impunità a chi, nella Repubblica sociale, aveva fatto il doppio gioco.

E sono gli antifascisti come Frank Maria Servello, italo-americano che aveva risalito la penisola con la V armata americana che, per fare un esempio, l’11 agosto 1945 pubblicava su “Il Corriere della Sera” un articolo dal titolo “L’ultimo atto della farsa repubblichina”[6], nel quale rivolgeva commenti sprezzanti sulla Rsi e sui fascisti.

Il 28 febbraio 1952, Servello è deferito alla commissione di disciplina del Msi (al quale aveva aderito dopo la morte dello zio, Franco De Agazio, per mano della “Volante rossa”), la quale ha “ritenuto che l’attività del dottor Servello nel delicato periodo 1945 dimostra grave incoerenza politica che non consente la continuazione della sua appartenenza al Msi”.   

Frank Maria Servello, però, ha ottimi rapporti con gli industriali lombardi e, di conseguenza, i dirigenti missini lo riammettono nel partito di cui diverrà vicesegretario nazionale.

Con uomini siffatti, per il fascismo all’interno del Movimento sociale italiano non c’è spazio e se ne renderanno conto, nel volgere di pochi anni, quanti fascisti vi avevano aderito in buona fede e che, dopo una inutile battaglia all’interno del partito, se ne andranno delusi e sdegnati.

Chi siano i dirigenti del Movimento sociale italiano molti, all’interno del partito, lo sanno. In merito all’espulsione di Frank Maria Servello, sulla rivista “Asso di bastoni”, il 20 aprile 1952, si scrive che la condotta di quest’ultimo non permette di assumerne la difesa e “meno ancora di assolverlo” ma che gli organismi direttivi del partito sono “i meno qualificati a pontificare in materia di coerenza politica”[7].

Il 23 aprile 1952 si dimette dal Movimento sociale l’ex sottosegretario agli Interni della Rsi, Giorgio Pini.

Sul numero de “Il Pensiero nazionale” del 15-31 maggio 1952, Ferruccio Ferrini riporta la cronaca della ribellione all’interno del Msi di quanti non si riconoscono nella politica filo-atlantica e reazionaria del partito. Il federale di Torino, Gioacchino Giorgi, nel corso di un discorso, afferma:

“Noi intendiamo che il nostro Movimento rimanga nella posizione naturale a sinistra: che rimanga fedele alle sue origini”.

Dichiarazione sottoscritta da Vittorio Codevilla (federale di Novara), Mario Bottazzi (federale di Alessandria), Zarina Antoniola (membro del Comitato centrale), Massimo Invrea (membro del Comitato centrale e Ispettore regionale per il Piemonte).

Costoro, inoltre, inviano al segretario nazionale de Msi, Augusto De Marsanich, una lettera con la quale gli comunicano di non riconoscere l’autorità della direzione nazionale del partito e del comitato centrale:

“In compenso – scrivono – riconosciamo l’abilità con la quale, col pretesto dell’emergenza, avete catturato il partito ufficiale e lo state trasformando in un movimento di destra, strettamente legato a forze antisociali”[8].  

Il 19 maggio 1952, un gruppo di componenti del Comitato centrale del Msi ed altri invia una lettera alla direzione nazionale del partito con la quale intima che si attui una politica coerente con i principi ai quali afferma di ispirarsi il partito, in caso contrario annuncia che il 10 giugno, a Milano, sarà convocato un convegno nazionale “che darà vita a un nuovo movimento repubblicano, sociale e antiatlantico”. Fra i firmatari, Concetto Pettinato, Giorgio Pini, Angelo Tarchi e Gino Bardi.

È, la loro, una battaglia perduta.

Su “Il Pensiero nazionale”, nell’articolo intitolato “Nella realtà”, Ferruccio Ferrini lancia un appello ai dissidenti missini che sperano di poter modificare la situazione interna al partito nel congresso nazionale indetto a L’Aquila per il 26-28 luglio:

“Sperate nel Congresso? Non vi credo così ingenui. I gerarchi trionferanno. E poi chi dovrebbe sbaraccare l’attuale Direzione e Comitato centrale? Non tu, Giorgio Pini, che sei dimissionario con oltre trenta bolognesi. Non tu, Concetto Pettinato, che sei già stato accantonato da De Marsanich come ‘comunista’. Può sbaraccarli il col. Ivrea coi piemontesi? Neppure per sogno, perché lui e gli altri sono praticamente espulsi. Il Congresso sarà quale lo desiderano in alto gli ufficiali pagatori”[9].

È un’analisi realistica quella scritta da Ferruccio Ferrini ma non serve a dissipare anche le ultime illusioni di quanti, all’inizio, avevano creduto che il Movimento sociale italiano avesse raccolto l’eredità del fascismo repubblicano.

Così, Giorgio Pini, su “Asso di bastoni”, il 20 luglio 1952, scrive:

“È di elementare evidenza che il Movimento venuto al bivio, deve scegliere fuori da ogni remora ulteriore la sua naturale funzione dinamica rivoluzionaria, riservata ad una minoranza ardita e conservatrice che si assume di concludere il Risorgimento e di gettare le basi spirituali e politiche del nuovo Stato attraverso una penetrante opera di rieducazione, e l’errore immenso di lasciarsi trascinare alla funzione di satellite o di braccio secolare delle forze statiche e conservatrici ora predominanti sulla scena politica… Secondo l’impostazione attuale – prosegue Giorgio Pini – del gioco, che nessuno ha avuto il coraggio di smentire, il Movimento passa al rimorchio dei monarchici, tradendo la propria origine storica e la propria sostanza ideologica: si schiera a destra, all’estrema destra, in una nebulosa di direttive che vuol coprire, ma non copre gli occhi di chi sa vedere, una precisa opzione in senso conservatore… “[10].

Nato per tradire il fascismo, il Movimento sociale italiano si era proposto fin dal suo sorgere di trasformare i “giovani giacobini” della Repubblica sociale in “uomini di destra”, come si vanterà molti anni più tardi Giulio Caradonna.

Del resto non poteva essere altrimenti perché il Msi era stato fondato per volontà – e con i finanziamenti – della Democrazia cristiana, del Vaticano, della Confindustria e dei servizi segreti americani. Era nato come strumento della reazione e della conservazione nazionale ed internazionale. E i fascisti che vi avevano aderito se ne sono accorti troppo tardi.

Ad alimentare l’equivoco missino interviene la figura militare più prestigiosa della Repubblica sociale italiana: il principe Junio Valerio Borghese.

Già comandante della Xa Flottiglia Mas durante la guerra fino all’8 settembre 1943, Borghese aveva stipulato un accordo personale con i tedeschi assumendo il comando della Divisione fanteria di marina “Decima” nella Repubblica sociale.

Monarchico e non fascista, Junio Valerio Borghese aveva condotto una sua guerra personale conducendo un triplice gioco con alleati, tedeschi e partigiani coltivando l’ambizione di destituire Benito Mussolini come capo del governo repubblicano.

Arrestato per ordine personale del Duce, poi liberato perché la Divisione “Decima” è una realtà militare dalla quale la Repubblica non può prescindere, Borghese riprende a tessere la sua trama stabilendo un rapporto con i servizi segreti alleati e italiani del Regno del Sud in attesa della ormai inevitabile conclusione del conflitto con la sconfitta della Germania.

Per Junio Valerio Borghese il nemico è soltanto il comunismo e, dopo aver creato una struttura segreta composta dagli uomini della “Decima” per contrastare con le armi un possibile avvento al potere dei comunisti, la pone al servizio degli americani, con i quali stabilisce un rapporto che durerà fino alla sua morte, in particolare con James Jesus Angleton, di cui vanterà la sua “fraterna amicizia”.

Junio Valerio Borghese non aderisce al Movimento sociale italiano ma porta avanti un proprio progetto politico come segnalato in un rapporto della Cia del 14 agosto 1951 intitolato “Creazione di un Fronte nazionale”:

“Nell’autunno di quest’anno – scrivono gli americani – dovrebbe nascere il Fronte nazionale, composto da neofascisti come Valerio Borghese e Carlo Del Croix ed elementi provenienti dalla Rsi e dai monarchici del Fronte nazionale monarchico, creato dai deputati Giovanni Francesco Aliata di Montereale e Tommaso Leone Marchesano”.

Il Fronte nazionale, prosegue il rapporto della Cia, “almeno all’inizio avrà una funzione puramente elettorale”, e, dopo le elezioni politiche del 1953, “darà vita alla seconda fase che prevede la creazione di un vero e proprio partito di ispirazione monarchico-fascista”.

I dirigenti del Msi, sconvolti dalla prospettiva che nasca un partito politico che si ponga in concorrenza e in alternativa al loro, guidato da un uomo di ben più elevato prestigio che quello dei vari De Marsanich ed Almirante, corrono ai ripari corteggiando Junio Valerio Borghese, che alla fine cede e rinuncia al proposito di fondare il “Fronte nazionale, così che il 2 dicembre 1951 è nominato presidente onorario del Movimento sociale italiano e, in questa veste, lancia un appello ai combattenti.

Forte del suo nuovo incarico, Junio Valerio Borghese s’impegna a favore del Patto atlantico e della creazione di un esercito europeo integrato agli ordini degli Stati Uniti.

La risposta gli giunge dai fascisti riuniti attorno al “Pensiero nazionale”, così, nel numero del 16-29 febbraio 1952, il comandante Giampiero Ferrini scrive:
“Sono stato sottosegretario alla Marina della Rsi e ho sempre creduto che la nostra adesione alla Rsi volesse dire rottura definitiva con le caste monarchiche, vaticanesche e capitaliste, cioè con la classe dirigente ladra e corrotta… ma soprattutto ho sempre creduto che la nostra adesione alla Rsi volesse dire affermazione del principio storico per l’Italia di combattere contro l’Inghilterra, la Francia e l’America. In nome di tale principio storico noi abbiamo continuato la guerra nella quale sono caduti in combattimento o nelle imboscate centinaia di migliaia di italiani degli opposti schieramenti. Quando ho letto le dichiarazioni atlantiche di Borghese, dal profondo della mia coscienza di soldato è venuto fuori questo interrogativo: ma come? E la nostra guerra del sangue contro l’oro, dei poveri contro i ricchi? Era necessario, per arrivare a vestirsi da inglesi e americani, prolungare la guerra di 20 mesi…?”[11].

Gli interrogativi posti dal comandante Ferrini resteranno senza risposta perché Borghese, Romualdi, Michelini, De Marsanich e Almirante avevano già scelto, mentre la guerra era ancora in corso, di schierarsi dalla parte dei vincitori, ai quali dovevano la possibilità di rientrare in politica non per contrastarne il dominio ma per rafforzarlo come si conviene ai servi pagati con oro.

Sarebbe ingiusto negare a Junio Valerio Borghese i meriti eccezionali acquisiti durante la Seconda guerra mondiale, fino all’8 settembre 1943, come comandante del sommergibile “Sciré” prima e della Decima Flottiglia Mas dopo.

Le operazioni condotte dagli uomini della Xa Mas ai suoi ordini sono entrate a far parte della storia della Marina militare italiana.

Splendida figura di soldato, Junio Valerio Borghese è indicato dai sovietici come l’uomo che, insieme a Gino Birindelli e ad altri incursori della Decima, il 29 ottobre 1955 affondò nel porto di Sebastopoli, in Crimea, la corazzata “Novorossijsk”, già in forza alla Marina militare italiana col nome di “Giulio Cesare”.

Un sabotaggio, questo, che suona come una rivincita per gli italiani che erano stati costretti a consegnare la nave all’Unione sovietica come riparazione per i danni di guerra, ma che è reso possibile dal concorso degli americani, che tengono sotto controllo il porto di Sebastopoli.

Alla figura del militare, medaglia d’oro al V. M., eroe di guerra, si contrappone in negativo quella del politico che Junio Valerio Borghese rappresenta come esponente della reazione e della conservazione, proteso solo a combattere il comunismo.

Non basta per farlo considerare un fascista, il “principe nero” di cui favoleggia la stampa è inesistente per i fascisti che hanno ancora ideali che non sono disposti a cancellare e rinnegare.

Per questa ragione, il 17 marzo 1959, Junio Valerio Borghese viene espulso dalla Federazione nazionale combattenti della Rsi e, al suo posto, come presidente subentra Giorgio Pini.

Avrebbe potuto essere la fine di un equivoco, quello di scambiare Junio Valerio Borghese e i dirigenti del Msi per neo-fascisti, eredi dei combattenti della Rsi, quelli che non avevano combattuto solo per l’onore dell’Italia ma anche per il fascismo, e invece una accorta quanto menzognera propaganda ha continuato a seminare confusione, soprattutto nei giovani e giovanissimi, che hanno creduto in buona fede che questi personaggi fossero veramente coerenti con gli ideali che nei comizi proclamavano di avere.

Non era vero. Lo abbiamo visto in queste pagine e lo vedremo nelle pagine che seguiranno.

Abbiamo descritto in sintesi il passaggio dal “fascismo immenso e rosso” alla “destra dalla congenita vigliaccheria”, e descriveremo il cammino di questa destra che, oggi al governo, cerca di cancellare il proprio passato recente di cui giustamente si vergogna e che si illude di seppellire per sempre.

Come lo stragismo che la destra estrema ha adottato negli anni Settanta, anche il passato di “Fratelli d’Italia” non andrà in prescrizione.

Non è una profezia, è una certezza.

Opera, 28 aprile 2024

[1] Lettera di Carlo Silvestri a Lelio Basso – 19 aprile 1945.

[2] “Repubblica fascista” – E. Pezzato – 22 aprile 1945.

[3] “Rivoluzione” – Roma – luglio 1946.

[4] “A morte gli ebrei” – Rataplan – Roma – 10 agosto 1946.

[5] “La bella ebrea dagli occhi d’argento” – Rataplan – Roma – 18 agosto 1946.

[6] “L’ultimo atto della farsa repubblichina” – F. M. Servello – Il Corriere della sera – 11 agosto 1945.

[7] “Asso di bastoni” – Roma – 20 aprile 1952.

[8] “Il Pensiero nazionale” – F. Ferrini – Roma – 15-31 maggio 1952.

[9] “Nella realtà” – Il Pensiero nazionale – F. Ferrini – 1-15 luglio 1952.

[10] “Asso di bastoni” – G. Pini – 20 luglio 1952.

[11] “Il Pensiero nazionale” – G. Ferrini – 16-29.02.1952.

One Comment
    • Giorgio Vitali
    • 3 Giugno 2024

    Nulla di nuovo sotto il Sole.

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