Vincenzo Vinciguerra: Il processo

IL PROCESSO

Di Vincenzo Vinciguerra

Il processo intentato dalla procura della Repubblica di Bologna nei miei confronti, prendendo spunto da una querela per diffamazione sporta contro di me da Silvia Signorelli, figlia di Paolo Signorelli, dopo quasi due anni si è concluso con una sentenza esemplare: assoluzione con formula piena perché “il fatto non sussiste”.

Non era in gioco, in questo processo, una verità risibile ma la verità emersa nel corso degli anni, ad opera dei magistrati della Procura generale di Bologna, sul piano stragista attuato nel luglio del 1980, culminato con la strage alla stazione ferroviaria di Bologna del 2 agosto 1980, ad opera di elementi di estrema destra che avevano agito su commissione.

Contro questa verità si è schierata la procura della Repubblica di Bologna, intenzionata a riaffermare lo “spontaneismo” dei massacratori del 2 agosto 1980.

In un documento giudiziario del 24 giugno 2021 due sostituti procuratori bolognesi, difatti, definiscono i Nar “organizzazione spontaneista”.

L’errore è palese: i Nar non sono mai stati un’organizzazione ma solo una sigla mutuata dalla denominazione di una cellula – i Nuclei di azione rivoluzionaria (Nar) – dei Fasci di azione rivoluzionaria (Far), suggerita a coloro che l’hanno utilizzata dai fratelli Fabio e Alfredo De Felice, i soli che, per l’età, avevano fatto parte dei Far finanziati dai servizi segreti americani.

Una sigla, quindi, non un’organizzazione, che chiunque poteva utilizzare a suo piacimento.

Le ragioni per le quali la procura della Repubblica di Bologna, diretta da Giuseppe Amato, si ostina ad affermare la matrice spontaneista della strage alla stazione ferroviaria non sono comprensibili.

Ipotizzare che la strage sia stata decisa da un piccolo gruppo di persone, senza alcuna finalità politica, è fuorviante.

Un massacro di quella entità (85 morti e 200 feriti) si compie con un obbiettivo politico ben preciso e molto ambizioso che gli autori materiali non erano in grado di coltivare e di porre in atto in totale isolamento.

Forte di questo errato convincimento, la procura della Repubblica di Bologna coglie l’occasione fornita dalla querela di Silvia Signorelli del 14 giugno 2021 per tentare di ottenere un punto a favore a mio discapito, responsabile di aver risposto ad una domanda del presidente della Corte di assise di Bologna il 4 giugno 2021 su eventuali rapporti fra Valerio Fioravanti e i servizi segreti, nel senso che a me bastava sapere che costui i rapporti li aveva con Paolo Signorelli.

È, la mia, un’affermazione che nega lo spontaneismo degli autori della strage e, di conseguenza, la procura della Repubblica avalla la querela di Silvia Signorelli rinviandomi a giudizio.

La logica che ispira l’azione contro di me da parte della procura della Repubblica bolognese è chiara: se Paolo Signorelli non ha mai collaborato con i servizi segreti non può averlo fatto Valerio Fioravanti, per suo tramite, dato che i rapporti sono provati sul piano giudiziario.

È un modo esplicito per riaffermare lo spontaneismo di Fioravanti e amici, tanto che il pubblico ministero farà acquisire agli atti gli interrogatori del personaggio, della Mambro e di altri che si dichiarano spontaneisti ma, poi, preferirà non utilizzarli in aula.

Un processo a mio carico che scaturisce non dalla querela di Silvia Signorelli (la terza, la quarta la farà a Viterbo) ma dal dissidio fra la procura della Repubblica e la Procura generale su un argomento fondamentale per l’affermazione della verità sui fatti stragisti del luglio 1980: ci sono stati mandanti ed organizzatori per quella strage o questa è stata solo il frutto della follia di alcuni individui?

Ha ragione la Procura generale di Bologna o la procura della Repubblica?

La mia condanna avrebbe segnato un punto a favore della tesi della procura della Repubblica e, invece, è arrivata la mia assoluzione con formula ampia perché il fatto non sussiste.

Non è un punto a favore mio e della Procura generale di Bologna ma della verità, che esclude l’ipotesi di un’azione spontaneista e conferma che l’operazione è stata ideata, programmata, organizzata non dagli autori materiali ma da persone che erano collocate all’interno di centri di potere, provviste di mezzi finanziari e con la capacità di condizionare le indagini e, soprattutto, di sfruttare politicamente gli eventi.

È giusto e doveroso riconoscere al giudice monocratico, dr.ssa Fiocchi, di aver condotto il dibattimento con professionalità, imparzialità ed intelligenza confermando che, in questo Paese, non esiste una “giustizia giusta” ma singoli magistrati in grado di garantire l’affermazione della giustizia.

Un’assoluzione che conferma una verità.

 

Opera, 18 gennaio 2023

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