La Gerusalemme celeste è scesa dal cielo 2.000 anni fa

Oggi vorrei fare alcune considerazioni sulla Gerusalemme celeste di cui parla Giovanni nei due capitoli conclusivi dell’Apocalisse. A tal proposito, bisogna dire innanzitutto che, troppo spesso, la Gerusalemme celeste è stata intesa dagli esegeti e dai commentatori come una realtà esclusivamente escatologica, che dovrà scendere dal cielo solo alla fine dei tempi.

Certo, la città santa descritta da Giovanni nei capitoli 21 e 22 è anche una realtà escatologica, perché riguarda la dimensione ultraterrena e definitiva delle verità della fede, ma c’è un aspetto storico ed ecclesiologico nella visione di Giovanni che di solito mi sembra essere alquanto trascurato.

La Gerusalemme celeste simboleggia la Chiesa cattolica, nel suo duplice aspetto di chiesa militante su questa terra e trionfante in cielo. È il primo aspetto quello che di solito viene trascurato dagli esegeti.

Eppure, ci sono dei passi del Nuovo Testamento da cui si evince che la Gerusalemme celeste era una realtà attiva e operante su questa terra già nel primo secolo dell’era cristiana.

Il primo passo che vorrei sottoporre all’attenzione dei lettori è tratto dalla Lettera ai Galati di San Paolo. Ecco il testo:

Sta infatti scritto che Abramo ebbe due figli, uno da una schiava e l’altro dalla moglie libera. Ma quello avuto dalla schiava è nato secondo natura, mentre il figlio della libera in virtù della promessa divina. Tali cose hanno valore allegorico: quelle donne rappresentano le due alleanze; la prima proviene dal monte Sinai e genera per la schiavitù: ed è Agar – poiché il monte Sinai si trova in Arabia – e corrisponde alla Gerusalemme attuale, la quale è appunto schiava insieme con i suoi figli. La Gerusalemme di lassù, all’opposto, è libera ed è madre nostra” (Galati 4, 22-26).

La Gerusalemme celeste è quindi madre dei cristiani e questo già dall’epoca di San Paolo, nel primo secolo dell’era cristiana.

Anche la Lettera agli Ebrei nomina esplicitamente la Gerusalemme celeste, come mèta dei primi cristiani:

Non vi siete, infatti, accostati a un fuoco tangibile e ardente, né ad oscurità, tenebra e procella, a squillo di tromba e suono di parole, tale che quelli che l’udirono scongiurarono che non si parlasse loro più oltre. Poiché non sopportavano l’intimazione: Se anche una bestia tocca il monte, sarà lapidata. E – così era spaventosa quella scena! – Mosè disse: «Sono sbigottito e tremante». Vi siete, invece, accostati al monte Sion e alla città di Dio vivente, la Gerusalemme celeste, a miriadi di angeli, ceto festoso, e alla Chiesa dei primogeniti, iscritti nei cieli, e a Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti e al mediatore della nuova alleanza, Gesù, e al sangue d’aspersione che parla meglio di quello d’Abele” (Ebrei 12, 18-24).

Già nel primo secolo, quindi, la Gerusalemme celeste era una realtà sperimentata dai cristiani viventi in quell’epoca. Ma c’è un terzo passo importante per capire la dimensione terrena di tale realtà, e lo troviamo nell’Apocalisse stessa, quando Gesù si rivolge alla chiesa di Filadelfia:

Vengo presto. Tieni saldo ciò che hai, affinché nessuno prenda la tua corona. Colui che vince, lo farò una colonna nel tempio del Dio mio, e fuori non uscirà più, e scriverò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, la nuova Gerusalemme che scende dal cielo, da presso il mio Dio, e il mio nome nuovo” (Apocalisse 3, 11-12).

In questo caso, assistiamo ad un passaggio ulteriore della storia della salvezza: Gesù, tramite Giovanni, annuncia che la Gerusalemme “di lassù” di cui aveva parlato San Paolo, adesso sta per scendere dal cielo: evidentemente, per sostituire, fisicamente e visibilmente, come sposa di Dio, la Gerusalemme storica che di lì a poco verrà distrutta dai Romani. Quella Gerusalemme che coincide con la “Babilonia” dei capitoli 17 e 18 dell’Apocalisse, ripudiata e condannata per le sue colpe, “ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei testimoni di Gesù” (Apocalisse 17, 6).

E che Gesù, nella lettera alla chiesa di Filadelfia, parli di una realtà anche terrena, non esclusivamente escatologica, lo si desume dal fatto che, a quanto pare, i cristiani di Filadelfia non sono destinati al martirio, a differenza di molti degli altri destinatari dell’Apocalisse:

Poiché osservasti la parola della mia perseveranza, anch’io preserverò te dall’ora della tentazione che sta per venire sull’intera terra abitata, per tentare coloro che abitano sulla terra” (Apocalisse 3, 10).

Sempre nell’Apocalisse, nei capitoli 21 e 22, si parla dell’”acqua della vita”, che viene data ai fedeli vittoriosi che hanno superato la prova:

E mi disse: «Sono fatte! Io, io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine. Io, darò all’assetato della sorgente dell’acqua della vita, gratuitamente. Colui che vince avrà in retaggio questi beni, e sarò per lui Dio ed egli sarà per me figlio»” (Apocalisse 21, 6-7).

Ma anche l’acqua della vita non è una realtà esclusivamente escatologica. Gesù ne parla già nel Vangelo di Giovanni, nel colloquio con la Samaritana:

Rispose Gesù: «Chiunque beve quest’acqua avrà sete ancora, ma chi beve l’acqua che io gli darò diverrà in lui fonte d’acqua zampillante per la vita eterna» (Giovanni 4, 13-14).

Per concludere, Giovanni nell’Apocalisse annuncia quanto aveva preannunciato la Lettera agli Ebrei:

“Col dire nuova alleanza, ha reso antiquata la prima: ora ciò che è antiquato e invecchia è vicino alla scomparsa” (Ebrei 8, 13).

L’antica alleanza è stata sostituita appunto dalla nuova, e la Gerusalemme storica è stata sostituita dalla nuova, quella “che scende dal cielo”. Una discesa che è avvenuta 2.000 anni fa. 

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