Come vennero ottenute le confessioni di Höss

Come vennero ottenute le confessioni di Höss

Oggi, 25 Gennaio 2010, è il giorno dell’ottantunesimo compleanno del prof. Faurisson. Per festeggiarlo adeguatamente, pubblichiamo un suo importante testo del 1987 finora inedito in italiano. Tanti auguri, caro professore!

COME I BRITANNICI HANNO OTTENUTO LE CONFESSIONI DI RUDOLF HOESS, COMANDANTE DI AUSCHWITZ

di Robert Faurisson, 7 Maggio 1987
Rudolf Höss fu il primo dei tre comandanti alternatisi al comando del campo di concentramento di Auschwitz. Viene chiamato spesso “il comandante di Auschwitz” ed il grande pubblico conosce di lui degli scritti che sono stati pubblicati sotto il titolo Comandante ad Auschwitz: memoriale autobiografico. Egli è comparso dinanzi al TMI (Tribunale Militare Internazionale) in qualità di testimone, il 15 aprile 1946. La sua deposizione fece sensazione. Sbalordendo gli accusati e alla presenza della stampa del mondo intero, egli confessò i crimini più efferati che la Storia abbia mai conosciuto. Disse di avere ricevuto personalmente l’ordine di Himmler di sterminare gli ebrei. Egli stimava che ad Auschwitz fossero state sterminate tre milioni di persone di cui due milioni e mezzo tramite camere a gas omicide. Queste confessioni erano false. Gli erano state estorte con la tortura. Si è dovuto attendere il 1983 per conoscere l’identità dei torturatori, e la natura delle torture inflittegli.

Il nucleo stesso delle confessioni di Rudolf Höss è costituito da quattro documenti che, in ordine cronologico, sono i seguenti:

1) Una deposizione scritta firmata il 14 marzo (o il 15 marzo?) del 1946 alle ore 2.30 del mattino: si tratta di un testo dattiloscritto di 8 pagine, redatto in tedesco; io non credo che in tempi normali una sola corte giudiziaria di un qualsiasi paese democratico accetterebbe di prendere in considerazione queste pagine, prive d’ogni intestazione, di qualsiasi referenza amministrativa stampata e formicolanti di correzioni diverse, sia dattiloscritte che manoscritte, senza l’accompagnamento della minima nota, e senza alcun pro-memoria finale relativo al numero di parole corrette o soppresse. Höss ha firmato una prima volta dopo avere scritto: “14.3.46 ­– 2.30”. Poi ha rifirmato dopo due righe che avrebbero dovuto essere manoscritte, ma che invece sono dattilografate, e che dicono:

“Ho letto il testo surriportato; io confermo che esso corrisponde alle mie proprie dichiarazioni e che è la pura verità”.

Seguono i nomi e le firme dei due testimoni: due sergenti britannici. Uno non menziona la data mentre l’altro indica quella del 15 marzo. Viene infine la firma di un capitano della 92° sezione di Sicurezza militare in campagna, che certifica che i due sergenti sono stati presenti per tutta la durata della procedura in cui il prigioniero Rudolf Höss ha reso volontariamente la sua deposizione. La data à quella del 14 marzo 1946. Nulla indica il luogo!

Il numero di classificazione attribuito dagli Alleati a questo documento è NO-1210.

2) Una dichiarazione fatta sotto giuramento (in inglese: affidavit) firmata il 5 aprile 1946, vale a dire 22 giorni più tardi. Si tratta d’un testo dattiloscritto di 2 pagine e mezza, redatte in inglese. Quest’ultimo punto è sorprendente. Höss ha dunque qui firmato una dichiarazione giurata, non nella sua lingua, ma in quella dei suoi carcerieri. La sua firma appare a tre riprese: dapprima in calce alle due prime pagine, poi, nella terza ed ultima pagina, dopo un testo di quattro righe, sempre in inglese, sempre dattiloscritte, e che dicono:

“Io capisco l’inglese, lingua in cui è redatto il testo sopra scritto. Ho deposto secondo il vero; ho rilasciato questa dichiarazione volontariamente e senza costrizioni; dopo avere riletto la mia deposizione, l’ho firmata e certificata, a Norimberga, Germania, il 5° giorno d’aprile”.

Segue la firma del tenente colonnello Smith W. Broockhart dopo la formula:

“Dopo aver prestato giuramento e firmato in mia presenza, il 5° giorno dell’aprile 1946, a Norimberga, Germania”.

Per quanto attiene alla forma, questo testo è, se possibile, ancor meno accettabile del precedente. In particolare, delle intere righe sono state aggiunte in lettere maiuscole manoscritte, alla maniera inglese mentre altre sono state biffate da un tratto di penna. Non vi è alcuna sigla in margine a queste correzioni, né nessun pro-memoria, alla fine del documento, sul numero delle parole annullate.

Il numero di classificazione che gli Alleati hanno dato a questo documento è PS-3868.

Per dissimulare il fatto che Höss aveva firmato una deposizione giurata che era scritta in inglese mentre avrebbe dovuto essere nella sua lingua, vale a dire in tedesco, e per far sparire le cancellature, le aggiunte e le correzioni, ecco la soperchieria che è stata utilizzata a Norimberga: il testo originale è stato ribattuto a macchina in bella copia, presentandolo come una translation, sottinteso dal tedesco all’inglese! Ma il truffatore andava troppo di fretta. Ha creduto che un’aggiunta manoscritta al paragrafo 10 (dovuta ad una mano inglese) fosse un’aggiunta alla fine del paragrafo 9. Il risultato di questo fraintendimento è che la fine del paragrafo 9 è stata resa totalmente incomprensibile.

Esistono perciò due documenti differenti posti sotto lo stesso numero PS-3868: il documento firmato da Höss e il remake. È il remake, altrimenti detto il falso grossolano, ad essere stato usato davanti al Tribunale di Norimberga. Un’opera storica che pretende di riprodurre il documento PS-3868 di Höss, riprodurrà, infatti, il remake, ma sopprimendo senza dirlo la fine del paragrafo 9, come pure l’intero paragrafo 10 [i].

3) La deposizione orale, così spettacolare, che ho già menzionato, e che venne fatta davanti al Tribunale Militare Internazionale il 15 aprile 1946, ovvero dieci giorni dopo la redazione del documento PS-3868. Paradossalmente, fu un avvocato della difesa a richiedere la comparizione di Höss: Kurt Kauffmann, difensore di Ernst Kaltenbrunner, con l’evidente intenzione di dimostrare che il responsabile del presunto sterminio era Himmler e non Kaltenbrunner. Quando venne il turno del rappresentante del pubblico ministero (in quella circostanza, il procuratore aggiunto americano, colonnello Harlan Amen) di interrogare Höss, egli finse di dare letture della deposizione firmata da quest’ultimo e, in realtà, leggeva degli estratti dal remake. Harlan Amen usò un pretesto per non leggere il paragrafo 9 (e, allo stesso tempo, il paragrafo 8). Interrompendosi dopo la lettura d’ogni frammento, egli chiedeva ad Höss se questo era quanto aveva dichiarato. Ricevette in tutto e per tutto le seguenti risposte:

“Jawohl. Jawohl. Jawohl. Ja, es stimmt”. [Una risposta di due righe (contenente una enormità, vale a dire che gli ebrei ungheresi sarebbero stati uccisi ad Auschwitz a partire dal 1943, mentre il primo convoglio di questi ebrei non vi era giunto che il 2 maggio del 1944).] “Jawohl. Jawohl. Jawohl”. [Una risposta di una riga.] “Jawohl. Jawohl”[ii].

Normalmente vi sarebbero state cento domande da porre su questo sterminio e su queste camere a gas, vale a dire su un crimine e sullo strumento di un crimine, senza precedenti nella Storia, ma nessuno fece quelle domande. In particolare, il colonnello Amen non sollecitò nessuna precisazione e nessun complemento di dettaglio, al testo veramente raccapricciante di cui quel giorno dava lettura alla presenza dei giornalisti, che il giorno dopo, avrebbero fatto i titoli cubitali dei loro giornali.

4) I testi raggruppati in genere sotto il titolo Comandante ad Auschwitz.

Höss avrebbe scritto questi testi a matita sotto la sorveglianza dei suoi carcerieri comunisti polacchi, nel suo carcere di Cracovia, mentre era in attesa del suo processo. Fu condannato a morte il 2 aprile 1947 ed impiccato 14 giorni dopo nel campo di concentramento di Auschwitz. Si è dovuto attendere il 1958, vale a dire 11 anni, per veder pubblicare in tedesco ciò che si può chiamare le sue memorie. La pubblicazione venne fatta dallo storico tedesco Martin Broszat senza alcun rispetto per i metodi di routine nelle pubblicazioni scientifiche. Broszat è giunto a sopprimere dei frammenti che avrebbero fatto troppo chiaramente apparire che Höss o i suoi padroni polacchi avevano proferito delle enormità, il che era dannoso per la veridicità dell’insieme dei suoi racconti.

I quattro documenti che ho appena enumerato stanno in uno stretto rapporto di filiazione. Osservandoli da vicino, non mancano le contraddizioni nei loro rispettivi contenuti, ma, per l’essenziale, essi si confermano. Le otto pagine del NO-1210 sono in un certo senso riassunte nelle 2 pagine e quarto del PS-3868; quest’ultimo ha servito come documento centrale nella deposizione orale davanti al Tribunale Militare Internazionale; infine, le memorie scritte a Cracovia coronano il tutto. La base e la matrice sono dunque il documento NO-1210. Ne riparlerò.

Rivelazioni di Höss in Polonia, sulla sua prima confessione
(doc. NO-1210 del 14 o 15 marzo
1946)

In Germania la guerra finì l’8 maggio del 1945. Höss cadde nelle mani dei Britannici, che lo imprigionarono in un campo per SS. Nella sua qualità di agronomo professionista, egli ottenne una liberazione anticipata. I suoi guardiani ignoravano in quel momento l’importanza della loro preda. Un ufficio del lavoro lo collocò come operaio agricolo in una fattoria vicina a Flensburg, non lontano dalla frontiera con la Danimarca. Vi restò otto mesi. La polizia militare lxo ricercava. La sua famiglia, con cui la quale era riuscito a mantenere il contatto, era strettamente sorvegliata e sottoposta a frequenti perquisizioni. Nelle sue memorie Höss racconta le circostanze del suo arresto e ciò che ne seguì. Il trattamento che egli subì fu particolarmente brutale. A prima vista ci si meraviglia che i Polacchi abbiano permesso ad Höss di fare queste rivelazioni sulla polizia militare britannica. Ma riflettendo, si scopre che essi hanno potuto essere guidati da più d’uno dei seguenti motivi:

– il desiderio di dare a questa confessione un’apparenza di sincerità e veracità;

– l’intenzione di provocare, nel lettore, una comparazione, vantaggiosa per i comunisti polacchi, tra i loro metodi e quelli britannici; Höss dirà, in effetti, più tardi che, nella prima parte della sua detenzione a Cracovia, i suoi carcerieri mancò poco lo “finissero” fisicamente e soprattutto moralmente ma che, in seguito, lo trattarono “con tanta comprensione e una tale umanità” che egli acconsentì a scrivere le proprie memorie;

– la necessità di fornire una spiegazione a certe assurdità contenute nel testo (NO-1210) che i poliziotti britannici avevano fatto firmare ad Höss, una delle quali consisteva nell’avere inventato l’esistenza di un “campo di sterminio” in un luogo che non è mai esistito su alcuna carta geografica della Polonia: “Wolzek presso Lublin”; la confusione con Belzec non è ravvisabile poiché Höss parla anche di ben tre campi: “Belzek (sic)”, “Tublinka (sic)” e “Wolzek presso Lublino”. Più oltre, Treblinka verrà scritta con la corretta grafia. Notiamo, di passaggio, che i campi di Belzec e Treblinka non esistevano ancora all’epoca (giugno 1941) in cui Himmler, secondo Höss, gli avrebbe detto che essi già funzionavano come “campi di sterminio”.

Ecco in quali termini Höss racconta in seguito il suo arresto da parte dei Britannici, la sua firma del documento che diverrà il NO-1210, il suo trasferimento a Minden am Weser dove il trattamento che egli subì fu ancora peggiore, il suo soggiorno nella prigione del tribunale di Norimberga e, infine, la sua estradizione in Polonia.

“L’11 marzo del 1946, alle ore 23, vennero ad arrestarmi.

“Due giorni prima di questa data, la mia fiala di veleno s’era rotta.

“Svegliato di soprassalto, pensai d’essere stato attaccato dagli scassinatori, che erano allora molto numerosi nella regione; non fecero dunque nessuna fatica ad arrestarmi. Il trattamento che io subì da parte della Field Security Police non fu affatto particolarmente clemente.

“Mi portarono a Heide e mi ritrovai per caso nella stessa caserma da cui gli Inglesi m’avevano liberato otto mesi prima.

“Il mio primo interrogatorio fu “toccante” nel senso esatto del termine. Ho firmato il processo verbale, ma ignoro cosa esso contenesse: l’alternanza dell’alcool e del frustino era troppo intensa, anche per me. Il frustino era di mia personale proprietà: esso si trovava per caso nei bagagli di mia moglie. Non credo di aver colpito con esso il mio cavallo, e di certo non i detenuti. Ma l’uomo che mi interrogava pensava probabilmente che me ne servissi per colpire i prigionieri per giornate intere.

“In capo ad alcuni giorni, fui condotto a Minden am Weser, centro degli interrogatori della zona inglese. Là ho subito un trattamento ancora più brutale da parte del procuratore militare, un comandante inglese. Il regime del carcere in cui mi vidi rinchiuso corrispondeva al suo atteggiamento.

“Alla fine di tre settimane, fui bruscamente condotto dal barbiere che mi rasò la barba e mi tagliò i capelli; mi si autorizzava anche a lavarmi. Dal mio arresto era la prima volta che mi levavano le manette.

“Il giorno seguente, fui portato in una vettura speciale a Norimberga, in compagnia d’un prigioniero di guerra che era stato portato da Londra come testimone a discarico per Fritzsche [iii]. Dopo le mie esperienze precedenti, il mio soggiorno nella casa di pena mi fece l’effetto d’una cura in sanatorio. Mi trovavo nello stesso padiglione dei principali accusati e li potevo vedere costantemente quando li conducevano in tribunale. Dei rappresentanti di tutti i paesi alleati venivano quasi tutti i giorni a fare un giro nella nostra prigione: ogni volta mi si mostrava come una “bestia feroce” particolarmente curiosa.

“Mi si era fatto venire a Norimberga come testimone a discarico di Kaltenbrunner, su richiesta del suo difensore. Fino ad oggi, non sono mai riuscito a capire perché fra tutti gli altri, abbiano scelto proprio me per questo ruolo.

“Le condizioni del mio soggiorno erano eccellenti sotto tutti gli aspetti: disponevamo di una grande biblioteca e potevo impiegare nella lettura tutto il mio tempo. Ma gli interrogatori erano davvero molto penosi: non mi s’infliggevano sevizie, ma la pressione morale era assai dura da sopportare. Non posso volerne ai miei giudici: essi erano tutti ebrei.

“Sono questi ebrei desiderosi di sapere tutto che mi hanno disseccato psicologicamente. Essi non lasciavano sussistere alcun dubbio sulla sorte che ci attendeva.

“Il 25 maggio, anniversario del mio matrimonio, fui condotto con Bihler [sic per Bühler] e von Burgsdorf all’aerodromo dove mi si riconsegnò a degli ufficiali polacchi. Un aereo US ci trasportò, via Berlino, a Varsavia” [iv].

Rivelazioni, nel 1983,
sui torturatori
britannici di R. Höss

I revisionisti hanno dimostrato, da parecchio tempo, che le diverse confessioni di Rudolf Höss presentano errori così grossolani, delle insensatezze e delle impossibilità d’ogni natura, tali che non è più possibile accordare loro il credito che i giudici di Norimberga e quelli di Cracovia, come pure degli storici d’accatto, avevano loro concesso, senza una preventiva analisi del loro contenuto e delle circostanze in cui queste confessioni erano state ottenute.

Secondo ogni verosimiglianza, Höss era stato torturato da dei britannici della 92a Field Security Section. Ma occorreva una conferma a questa ipotesi. La conferma venne con la pubblicazione di un libro inglese che conteneva il nome del principale torturatore (un sergente britannico d’origine ebraica), e che descriveva le circostanze dell’arresto di R. Höss ed anche quelle del suo interrogatorio di terzo grado.

Il libro è di Rupert Butler. È stato pubblicato nel 1983 (Hamlyn Paperbacks). R. Butler è l’autore di altre tre opere: The Black Angels, Hand of Steel e Gestapo, pubblicati presso lo stesso editore. Il libro che ci interessa è intitolato Legions of Death. La sua ispirazione è antinazista. Butler dice che, per questo libro, ha compiuto delle ricerche presso l’Imperial War Museum di Londra, l’Institute for Contemporary History (Wiener Library) ed altre istituzioni altrettanto prestigiose. All’inizio del suo libro, egli esprime la sua gratitudine a queste istituzioni e, inoltre, a due persone, una delle quali è un “ebreo” di nome Bernard Clarke “che catturò Rudolf Höss, il comandante di Auschwitz” e di cui egli cita alcuni frammenti degli scritti od anche delle dichiarazioni registrate.

Bernard Clarke non prova alcun rimorso ma, al contrario, prova una certa orgogliosa fierezza d’avere torturato un “nazista”. Rupert Butler, nemmeno lui, vede in ciò alcun male. Né l’uno né l’altro misurano l’importanza delle loro rivelazioni. Nessuno di loro capisce l’importanza delle proprie rivelazioni. Essi dicono che Höss è stato arrestato l’11 marzo del 1946 e che ci sono voluti tre giorni di torture per ottenere “una dichiarazione coerente”. Essi non si rendono affatto conto che questa pretesa “dichiarazione coerente” non è altro che la confessione, davvero folle, che è stata firmata dalla loro vittima ansimante, il 14 o il 15 marzo del 1946 alle ore 2 e 30 del mattino e che andava a sigillare definitivamente la sorte di Höss ed a segnare per sempre la storia del mito di Auschwitz, preteso luogo alto dello sterminio degli ebrei, in particolare grazie all’impiego delle altrettanto pretese camere a gas omicide.

L’11 marzo 1946, B. Clarke e cinque altri specialisti dell’informazione, in uniforme britannica, per la maggior parte d’alta statura e aspetto minaccioso, penetrarono nel domicilio della Signora Höss e dei suoi bambini. I sei uomini, ci viene detto, sono tutti “esperti nelle più sofisticate tecniche di inquisizione in interrogatori sostenuti e spietati”. Clarke si mise ad urlare:

“Se non ci dite dov’è [vostro marito], vi consegneremo ai Russi che vi sbatteranno davanti ad un plotone di esecuzione, e vostro figlio andrà in Siberia” [v].

La S.ra Höss cedette e rivelò, dice Clarke, l’ubicazione della fattoria dove suo marito era nascosto. Essa rivelò anche il suo falso nome: Franz Lang. E Clarke aggiunge:

“Una appropriata intimidazione esercitata sul figlio e sulla figlia produssero delle informazioni identiche”.

Il sergente ebreo e i cinque altri specialisti nell’interrogatori di terzo grado partirono allora alla ricerca di R. Höss, che sorpresero in piena notte, nascosto in un angolo della stanza che serviva da macello alla fattoria.

“Höss lanciò un grido alla semplice vista delle uniformi britanniche. Clarke urlò: “Il tuo nome?”

“Ogni volta che la risposta era “Franz Lang”, Clarke colpiva con un pugno la faccia del prigioniero. Al quarto colpo Höss crollò e disse chi era.

“Immediatamente, questa confessione scatenò il disgusto dei sergenti ebrei venuti ad arrestarlo, i cui parenti erano morti ad Auschwitz in virtù d’un ordine firmato da Höss. Il prigioniero fu tirato giù dalla sua cuccetta e il pigiama gli venne strappato di dosso. Poi venne trascinato nudo verso una dei banchi da macello e là Clarke credette che colpi e grida non avrebbero avuto fine.

“In fin dei conti, l’ufficiale sanitario intervenne con insistenza presso il capitano: “Dite loro di fermarsi, o riporterete indietro un cadavere.” Una coperta fu gettata su Höss, che fu trascinato verso la vettura di Clarke, dove quest’ultimo gli versò nella gola una buona quantità di whisky. Allora Höss tentava d’addormentarsi, ma Clarke gli ficcò il proprio bastone di comando sotto le palpebre e gli ordinò in tedesco: “Tieni aperti i tuoi occhi di maiale, specie di porco!”

“Poi, per la prima volta, Höss presenta una giustificazione che dovrà poi ripetere spesso: “Io ricevevo i miei ordini da Himmler. Io sono un soldato come voi. Bisognava obbedire agli ordini.”

“Il gruppo fu di ritorno a Heide attorno alle tre del mattino. La neve stava ancora turbinando, ma ad Höss venne strappata di dosso la coperta, ed egli dovette attraversare completamente nudo il cortile della prigione, fino alla sua cella”.

È così che Bernard Clarke rivela:

“Ci sono voluti tre giorni per ottenere [da Höss] una dichiarazione coerente”.

È questa dichiarazione, ottenuta nelle condizioni già viste da alcuni bruti della Sicurezza militare britannica e sotto l’ispirazione del cervello malato del sergente interprete Bernard Clarke, che diverrà la prima confessione di Höss, la confessione primordiale repertoriata con il numero NO-1210. Una volta che il prigioniero torturato incominciò a parlare, Clarke dice che gli fu impossibile di fermarlo. E Clarke, non più consapevole nel 1982 o 1983 che in quei giorni del 1946 dell’enormità di ciò che egli ha forzato Höss a confessare, riporta allora una serie di orrori fittizi presentati qui come reali: Höss si mise in effetti a raccontare come, avendo dato fuoco ai mucchi di cadaveri, si raccoglieva (sic) il grasso che ne colava per riversarlo sui cadaveri (!). Egli valutava a due milioni il numero dei morti del solo lasso di tempo in cui egli era stato ad Auschwitz (!); le uccisioni raggiungendo perfino il numero di dieci mila vittime al giorno (!).

Clarke era incaricato della censura delle lettere indirizzate da Höss alla moglie e ai suoi bambini. Tutte le polizie del mondo sanno che questa autorizzazione di scrivere alla famiglia costituisce un’arma psicologica. Per far cantare il prigioniero talvolta è sufficiente sospendere o sopprimere questa autorizzazione. Clarke fa un’interessante osservazione sul contenuto delle lettere di Höss; ci confida:

“Talvolta il boccone era duro da ingoiare. C’erano due uomini in quest’uomo. Uno era brutale e privo di riguardi per la vita umana. L’altro era tenero ed affettuoso” [vi].

Rupert Butler termina il suo racconto dicendo che Höss non cercò più di negare o di sfuggire alle sue responsabilità. Sta di fatto che al processo di Norimberga Höss si comportò con un’“apatia schizoide”. L’espressione è dell’ebreo americano G. M. Gilbert, lo psicologo della prigione incaricato della sorveglianza psicologica dei prigionieri, in relazione con il pubblico ministero americano. Si è ben disposti a credere che R. Höss fosse “scisso in due”! Aveva l’aria di uno straccio perchè lo si era reso uno straccio. “Apatico”, dice Gilbert alla pagina 229 del suo libro (Nuremberg Diary, 1947); “apatico”, ripete alla pagina seguente; “apatia schizoide”, scrive a pag. 239.

Al termine del suo stesso processo, a Cracovia, Höss accolse la sentenza di morte con apparente indifferenza. Rupert Butler osserva a questo proposito:

“[Höss] s’era fatta l’opinione che gli Alleati avevano ricevuto degli ordini e che non si poneva assolutamente in questione che questi ordini non venissero eseguiti” [vii].

Non si saprebbe dire meglio. R. Höss, al pari di migliaia di accusati tedeschi consegnati alla mercé di vincitori totalmente convinti del proprio buon diritto, aveva velocemente compreso che non vi era altra scelta che di sottostare alla volontà di questi giustizieri dell’Ovest o dell’Est.

Butler evoca in seguito rapidamente il caso di Hans Frank, anziano governatore di Polonia. Con lo stesso tono di soddisfazione morale, egli racconta le circostanze della cattura di costui ed il trattamento da lui subito.

“La celebrità del personaggio non fu d’alcun effetto sui due GI di colore che l’arrestarono e fecero il necessario perché fosse trasferito alla prigione municipale di Miesbach solo dopo essere stato picchiato selvaggiamente e poi gettato in un camion. Gli avevano gettato addosso una tela catramata, per nascondere le tracce più evidenti del trattamento che aveva subìto; Frank approfittò di questa copertura per recidersi l’arteria del braccio sinistro. Non si poneva certo la questione di lasciare che se la cavasse tanto facilmente: un ufficiale sanitario dell’esercito americano gli salvò la vita e Frank poté comparire dinnanzi al Tribunale Militare Internazionale di Norimberga” [viii].

Hans Frank, come si sa, venne impiccato.

Rudolf Höss e Hans Frank non furono affatto i soli a subire dei trattamenti del genere. Tra i casi più celebri si conoscono quelli di Julius Streicher, di Hans Fritzsche, di Franz Ziereis, di Josef Kramer, di Oswald Pohl…

Ma il caso di Höss è, di gran lunga, il più grave per le sue conseguenze. Nessun documento prova, da parte dei Tedeschi, una politica di sterminio degli ebrei. Leon Poliakov ne convenne fin dal 1951:

“Per quel che concerne la concezione propriamente detta d’un piano di sterminio totale, i tre o quattro attori principali si sono suicidati nel maggio del 1945. Non è rimasto nessun documento, e può darsi che non sia mai esistito” [ix].

In assenza di qualsiasi documento, gli storici alla Poliakov si sono rivolti principalmente su delle confessioni dubbie come quelle di Kurt Gerstein o di Rudolf Höss, non senza modificarne i testi secondo quanto loro conveniva.

Bernard Clarke è “oggi un prospero uomo d’affari stabilitosi nel sud dell’Inghilterra”. Si può ben dire che è la sua voce, e il suo spirito malato, che si sono fatti sentire a Norimberga, il 15 aprile del 1946, quando il procuratore Amen diede lettura, frammento per frammento, ad un uditorio stupefatto e costernato, della pretesa confessione di R. Höss. Quel giorno prendeva davvero il volo una menzogna di dimensioni planetarie: la menzogna di Auschwitz. All’origine di questo prodigioso affare mediatico: alcuni sergenti ebrei della Sicurezza Militare Britannica, fra cui Bernard Clarke, “oggi un prospero uomo d’affari stabilitosi nel sud dell’Inghilterra [x]”.

La Testimonianza di Moritz von Schirmeister

Moritz von Schirmeister era stato, durante la guerra, il consigliere ed addetto stampa personale di Joseph Goebbels. Il 29 giugno del 1946 venne interrogato dinanzi al Tribunale Militare Internazionale in qualità di testimone a discarico di Hans Fritzsche. La sua deposizione fu particolarmente interessante per quel che concerneva la vera personalità del Dr Goebbels e l’atteggiamento dei servizi ufficiali tedeschi di fronte all’ondata di racconti d’atrocità riversata dagli Alleati sul conto dei campi di concentramento. Alla fine della guerra, Moritz von Schirmeister era stato arrestato dai Britannici ed internato in Inghilterra in un campo in cui era stato incaricato della “rieducazione” politica dei suoi camerati prigionieri. Per venire a testimoniare a Norimberga, fu dapprima trasferito in aereo da Londra in Germania. Venne posto sotto custodia a Minden am Weser, che era il centro principale degli interrogatori della Polizia militare britannica. Di là fu condotto in vettura (31 marzo – 1° aprile 1946) alla prigione di Norimberga. Nella stessa vettura si trovava R. Höss. Moritz von Schirmeister è precisamente quel “prigioniero di guerra che era stato portato da Londra come testimone a discarico di Fritzsche”, di cui parla Höss nelle sue “memorie” (vedi sopra). Grazie ad un documento che debbo alla compiacenza dell’Americano Mark Weber, che me ne ha rimesso copia nel settembre 1983 a Washington, documento di cui non sono ancora autorizzato a rivelare la fonte esatta, noi sappiamo che i due Tedeschi poterono conversare liberamente nella vettura che li portava a Norimberga. In questo documento, di un po’ più di due pagine, Moritz von Schirmeister riporta che a proposito delle accuse che pesavano su di lui R. Höss gli confidò:

“Gewiss, ich habe unterschrieben, daß ich 2 ½ Millionen Juden umgebracht habe. Aber ich hatte genausogut unterschrieben, daß es 5 Millionen Juden gewesen sind. Es gibt eben Methoden, mit denen man jedes Gestandnis erreichen kann – ob es nun wahr ist oder nicht” [xi].

Un’altra confessione firmata da R. Höss

I torturatori britannici di R. Höss non avevano alcuna ragione di scomodarsi. Dopo avergli fatto firmare il documento NO-1210 alle 2 e 30 del mattino del 14 o del 15 marzo 1946, ottennero da lui una nuova firma il 16 marzo, questa volta in calce ad un testo in inglese, redatto dalla mano d’un Inglese, con uno spazio bianco là dove avrebbe dovuto figurare il nome del luogo. Ci voleva tutto il cinismo, l’incoscienza e la scaltrezza ingenua dei suoi carcerieri per fargli firmare un semplice biglietto in cui si leggeva in inglese:

Dichiarazione resa volontariamente alla prigione di [passaggio in bianco] da Rudolf Höss, già comandante del campo di concentramento di Auschwitz il 16° giorno di marzo 1946.

“Io ho personalmente organizzato su ordini ricevuti da Himmler nel maggio 1941 la gasazione di due milioni di persone tra giugno-luglio 1941 e la fine del 1943, tempo durante il quale sono stato comandante di Auschwitz.”

Firmato:
Rudolf Höss,
SS-Stubhr.
Anziano Kdt. di Auschwitz-Birkenau

Anche la parola signed (“firmato”) è stata scritta da una mano inglese.

­– Conclusione

La “testimonianza” di Rudolf Höss è stata d’una importanza primordiale per gli storici che stanno difendendo la tesi dello sterminio degli ebrei e dell’esistenza, ad Auschwitz, di camere a gas omicide. Con la pubblicazione di Legions of Death da parte di Rupert Butler, questa “testimonianza” si inabissa definitivamente. Come dicevano gli storici revisionisti, Rudolf Höss ha reso questa testimonianza sotto tortura. L’ironia vuole che questa conferma della tesi revisionista sia stata apportata involontariamente da uno storico sterminazionista. Quest’ultimo certamente non sospettava l’importanza della sua scoperta, che è venuta a corroborare nell’ottobre 1986 una trasmissione televisiva britannica: Secret Hunters. (Vedi Mike Mason, “In a cell with a Nazi war criminal – We kept him awake until he confessed” [In cella con un criminale di guerra nazista – Noi l’abbiamo tenuto sveglio finché ha confessato], articolo nel giornale gallese Wrexam Leader, 17 ottobre 1986. [xii])

Note

[i] Vedi Henri Monneray, La Persécution des Juifs dans les pays de l’Est presentée à Nuremberg, Parigi, Editions du Centre de documentation juive, 1949, pp. 159-162.
[ii] IMG, XI, pp. 457-461.
[iii] Hans Fritzsche, incaricato della radio e della stampa al ministero dell’Educazione e della Propaganda dal 1938, assolto a Norimberga.
[iv] Rudolf Höss, Comandante ad Auschwitz (qui, dall’edizione francese: Le Commandant d’Auschwitz parle, Julliard [1959], 1970, pp. 248-250).
[v] R. Butler, Legions of Death, p. 235.
[vi] Id., p. 238.
[vii] Id., p. 238.
[viii] Id., p. 238-239.
[ix] L. Poliakov, Bréviaire de la haine : Le IIIe Reich et les juifs, Calmann-Levy, 1951, p. 171.
[x] R. Butler, op. cit., p. 235.
[xi] “Certamente, ho firmato che avevo ucciso due milioni e mezzo di ebrei. Ma avrei potuto firmare anche benissimo che erano stati cinque milioni. Vi sono appunto dei metodi per ottenere qualsiasi confessione – vera o meno che sia.”
[xii] Ecco un estratto dell’articolo in cui Ken Jones, soldato del Quinto Artiglieria Reale a Cavallo stanziato a Heide nello Schleswig-Holstein all’epoca, parlò di Höss [Nota del traduttore]:

“Lo portarono da noi quando rifiutava di rispondere alle domande sulla sua attività durante la guerra. Arrivò nell’inverno 1945-1946 e fu messo in una piccola cella nelle baracche”, si ricorda Sr Jones. Altri due soldati furono assegnati con Sr Jones per unirsi a Höss in modo di aiutare a stremarlo per l’interrogatorio. “Sedevamo in cella con lui, notte e giorno, armati con dei manici d’asce. Il nostro compito era quello di pungolarlo ogni volta che si addormentava per esaurirlo, fiaccare la sua resistenza”. Quando lo facevano uscire per esercizi, gli fu consentito di indossare, nel gran freddo, solo dei jeans ed una sottile camicia di cotone. Dopo tre giorni e tre notti senza sonno, Höss finalmente crollò e rese una piena confessione alle autorità.

8 Comments
    • Anonimo
    • 25 gennaio 2010

    Gentile sig. Carancini. Scusi se occupo lo spazio commenti per una domanda. Io seguo di tanto in tanto la tematica revisionista sull'olocausto, ma non ho ancora trovato il tempo per approfondirlo. C'è una cosa che non so spiegarmi: le immagini e i video che ci vengono proposti sui campi di concentramento con delle scene orribili, come si giustificano? Perchè davanti a questa obiezione, non ho trovato mai una risposta. Grazie e scusi. Tommaso

    Rispondi
  1. gentile signor tommaso,
    le scene orribili di cui parla vennero filmate non ad auschwitz, ma in alcuni campi occidentali: buchenwald, bergen-belsen, dachau, dove più nessuno storico "ufficiale" pretende che sia avvenuto uno sterminio. dunque, la causa era un'altra: le condizioni logistiche disastrose conseguenti al crollo bellico tedesco. su questo argomento, george bernard shaw scrisse già nel 1946 un testo memorabile:
    http://ita.vho.org/020Shaw_concentramento.htm

    Rispondi
    • Anonimo
    • 25 gennaio 2010

    Vede sig. carancini, le spiego un attimo perchè le ho fatto la domanda: io sono un seminarista, da noi (evito di dire la città) c'è un corso, "Teologia della shoah" (lasciamo perdere ogni commento) nel quale il professore ci bombarda con dei cd che gli hanno dato quelli del Museo di Aushwitz. Dopo che per metà anno ci fa solo guardare video e immagini e ci inculca un senso di colpa incredibile (come se tra l'altro, il (presunto) sterminio degli ebrei fosse stato fatto dai cattolici tedeschi), mi trovo poi obiettivamente in difficoltà a muovere qualche obiezione, perchè mi viene detto: "E quelle immagini come te le spieghi?".. La risposta data da Shaw francamente non mi sembra sufficiente. Ho visto che sul web c'è lo studio di Udo Walendy "Le Falsificazioni Fotografiche della Propaganda e
    l' "Olocausto" Ebraico… sa se su quest'argomento c'è altro materiale? Grazie e mi scusi sempre del disturbo.

    Rispondi
  2. tenga conto che la risposta di shaw è del 1946 e che shaw non era uno storico ma, dal punto di vista della lungimiranza, è di una lucidità eccezionale. comunque, se conosce l'inglese, le consiglio di leggere l'antologia "Dissecting the Holocaust" e, in particolare, il saggio di Jürgen Graf: "National Socialist Concentration Camps: Legend and Reality" http://www.vho.org/GB/Books/dth/fndGraf.html

    il testo di walendy è un utile contributo su un certo aspetto della questione ma non riguarda direttamente il problema che le interessa.

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  3. caro signor tommaso,
    a proposito di "teologia della shoah" può consultare il seguente saggio:
    http://ita.vho.org/054_Nuova_teologia_cattolica_shoah.htm
    saluti,
    andrea

    Rispondi
    • Anonimo
    • 26 gennaio 2010

    Grazie mille! Non so se lei sia credente ma purtroppo questo passa in convento. Ormai la Shoah è il primo comandamento. Ma ha visto come la stampa parla delle dichiarazioni del teologo polacco Pieronek?! e solo per aver detto che nei campi di concentramento non c'erano solo ebrei! Non ha neppure negato o altro, ma solo il fatto di dire che le vittime non sono tutte ebree lo ha messo alla gogna. Neanche questo ora si può più dire. E' incredibile..
    Seppur rattristato le auguro comunque un buon lavoro. Avanti senza paura. Grazie
    Tommaso

    Rispondi
  4. gentile signor tommaso,
    grazie a lei dell'attenzione!

    Rispondi
    • Anonimo
    • 30 gennaio 2010

    Anch'io faccio delle riflessioni su quello che dice Tommaso:per capire se un documento o un video e' manipolato ci vuole l'esperienza e l'eta',perche' ci vuole anche una fede incrollabile in quanto la manipolazione che in filosofia e' chiamata dialettica,e' difficile da distinguere.Se le menzogne sono scritte come le verita'e' un dilemma,ma quando si e' assaggiato il frutto della verita' ecco che allora la verita' risplende in tutta il suo splendore.
    Anche la bibbia condanna l'iniziativa,cio' che e' detto e' sacro e senza appello.
    Il vero olocausto e' quello di tutte le verita' sacrificate sull'altare della vilta' e dell'ingordigia.
    Ciao.
    Giuseppe.

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