Vincenzo Vinciguerra: L’organizzazione

L’organizzazione

 

Opera, 1994 (nota conclusiva del 24 novembre 2007)

L’evoluzione del pensiero militare nel XX secolo è materia riservata agli specialisti benché, ad onor del vero, quanto rivoluzionaria essa sia stata i militari non lo hanno mai tenuto segreto. Anzi, dalla metà degli anni Cinquanta lo hanno propagandato senza eccessivo ritegno, rivendicando a sé stessi quel ruolo di parità con i politici che la realtà della guerra Est-Ovest aveva imposto come necessaria ed inevitabile.

Prendendo esempio e spunto dalle teorie leniniste sulla ‘pace quale continuazione della guerra con altri mezzi’ che, a sua volta, parafrasava il più noto concetto di Clausewitz, gli specialisti occidentali teorizzarono, a loro volta, l’avvento nella storia dell’uomo della ‘quarta dimensione della guerra’, che comportava il definitivo superamento del concetto di pace. In un quadro di conflittualità permanente all’interno di ogni Stato, fra Stati e blocchi di Stati, l’obiettivo strategico non poteva essere più rappresentato dalla conquista di un territorio bensì da quella delle menti, dei cuori e delle coscienze delle popolazioni.

Così, la ‘guerra non ortodossa’ prevede l’impiego massiccio e capillare dei mezzi di comunicazione di massa non di divisioni corazzate, di slogan suggestivi non di fucili, di sogni non di aerei da combattimento. Ma è guerra autentica, totale e permanente, che viene condotta con metodi e tecniche militari dagli Stati maggiori occulti, composti da militari e da civili, di un potere palese: quelli che gli specialisti hanno definito ‘Stati maggiori allargati’.

Il comunismo sovietico aveva il suo esercito disciplinato, fanatico e obbediente agli ordini del centro: i partiti comunisti, presenti in ogni parte del mondo. Gli Stati Uniti, di contro, non avevano a loro disposizione nulla che somigliasse, anche alla lontana, all’armata ideologica comunista. Non potevano certo essere considerate un esercito, affidabile e disciplinato, le eterogenee forze politiche occidentali di estrazione cattolica, liberale, neofascista, socialdemocratica, in perenne lotta fra loro, avide di denaro e assetate di potere.

Vi erano, quindi, in Occidente, un vertice, una dottrina ed una strategia che andavano provvisti di uno strumento idoneo in grado di condizionare gli amici, controllare gli alleati, fronteggiare i nemici: nacque così l’‘Organizzazione’. Un esercito segreto, invisibile, schierato a fianco di quello ufficiale, sovranazionale, disciplinato, coordinato da un unico vertice, guardia pretoriana fedele solo all’Impero. Un’armata clandestina, selezionata e spietata, in grado di contrastare il movimento comunista internazionale ovunque e comunque, con il vantaggio di non comparire negli annuari militari, di non figurare tra le forze politiche ufficiali. Un’armata fantasma capace di combattere quella ‘guerra camuffata da pace’ (P. Willan, I burattinai, Pironti, Napoli 1993, p.37) che l’impero americano ha istituzionalizzato e reso perenne, al pari del nostro servaggio.

Vediamo di illuminare, in queste pagine, l’esercito segreto iniziando il nostro percorso da alcune considerazioni doverose, fatte non per spirito polemico ma per evitare a chi è in buona fede di persistere negli errori di interpretazione e dimostrare che, se molto di vero è stato ormai detto ed accertato, la verità non è stata ancora raggiunta.

Non è, per esempio, accettabile che Giuseppe De Lutiis continui ad offrire al suo pubblico l’immagine della loggia P2 come quella del ‘governo invisibile del Paese’ negli anni Settanta, quando un comando diverso da quello ufficiale è esistito prima, durante e dopo. Ed è ancora oggi operante senza che le traversie della massoneria lo abbiano frenato nell’esercizio del suo potere. Sbaglia Gianni Cipriani quando scrive che “la classe politica che nel dopoguerra aveva avuto le responsabilità di governo è stata sconfitta da quella che avrebbe dovuto essere la sua vittoria, ossia il crollo dei regimi comunisti dell’Est europeo. Nel breve volgere di una stagione – prosegue – vengono a mancare il pericolo da Oriente, sono venute meno anche le garanzie internazionali che avevano protetto un sistema sostanzialmente e formalmente illegale, che ha dato origine a una forma di doppio Stato e di doppia lealtà che ha consentito la ramificazione di centri di potere occulto” (G. Cipriani, I mandanti, Roma 1994, p. XVI). Come si vede, Gianni Cipriani fa scaturire dalla periferia dell’impero quello ‘Stato parallelo’ che, viceversa, è stato creato dal centro. Il britannico Philip Willan si balocca in un suo libro asserendo che non è facile nemmeno “determinare chi fosse responsabile delle scelte che venivano fatte nell’ottica della strategia della tensione, anche se probabilmente – conviene, bontà sua – il governo e i servizi segreti svolsero un ruolo di primaria importanza (P. Willan, I burattinai cit., p.34). Patetico nel suo ottimismo è, poi, Sandro Provvisionato che arriva a scrivere che “forse i fili si sono rotti, i grandi burattinai del terrore, dell’inganno e delle trame si ritrovano tra le mani solo pupazzi inanimati” (S. Provvisionato, Misteri d’Italia, Laterza, Bari 1993, p. VII).

Lucido appare, invece, Gianni Barbacetto quando riconosce che il sistema di potere, il “Network ancora funziona in Italia” (G. Barbacetto, Il grande vecchio, Milano 1993, p.233) e conclude il suo libro usando prudentemente il condizionale, segno di un’incertezza che onora la sua intelligenza, più che giustificata da parte sua sull’effettivo smantellamento e sul ripudio da parte del potere atlantico delle strutture e dei metodi utilizzati per vincere la guerra fredda. Un dubbio fondato, quello di Barbacetto, perché gli Stati uniti d’America non hanno creato le ‘strutture parallele’ solo – e tanto – perché venissero utilizzate contro il comunismo, come mezzo provvisorio da impiegare per la sola durata del conflitto, ma come strumento stabile per rafforzare e difendere il potere da qualsiasi minaccia, anche solo potenziale ed ipotetica, possa profilarsi contro di esso.

Il crollo dell’Unione sovietica non segna, quindi, la fine degli apparati che hanno contrastato il comunismo ma solo quella di coloro che, come i democristiani in Italia, sono stati sostenuti prima, tollerati poi, da un potere che non riteneva di poter prescindere dalla loro utilizzazione strumentale e che, oggi, li spazza via perché non avrebbe più significato, venuto meno lo stato di necessità, mantenerli in auge e sostentarne ancora i voraci appetiti personali e di partito. C’è un’acuta intelligenza politica alla base delle ‘tangentopoli’ che hanno scosso – certamente non a caso – numerosi paesi anticomunisti, oltre all’Italia, dopo la sconfitta del comunismo, che ha dato via ad una potatura dell’albero eliminando i rami marci e facendo cadere le foglie secche in modo da rinvigorirlo e restituirgli, sul piano dell’immagine, l’antico splendore. E così, con una strategia raffinata, dà in pasto alle plebi impoverite ed inferocite, con un gesto munifico, i propri servi e tramuta l’inizio di quella che poteva essere la sua fine in quella della sua più splendida vittoria.

E mentre i partiti politici rappresentano strumenti, talora contingenti, sempre intercambiabili, l’‘organizzazione’ non scompare, non cambia, eventualmente si rafforza ed affina i suoi mezzi per essere in grado di proteggere sempre meglio gli interessi degli Stati Uniti d’America.

Vediamo, quindi, di tracciare il profilo dell’‘organizzazione’ seguendo un ordine cronologico che ne sottolinei il progressivo delinearsi nel tempo, sul piano politico, a cominciare dall’Italia.

Il primo a parlare di questa struttura, in un’intervista concessa all’Europeo il 17 ottobre 1974, fu Roberto Cavallaro, enigmatica figura di ‘sovversivo di Stato’, che dichiarerà testualmente: “L’ ‘organizzazione’ esiste di per sé in una struttura legittima con lo scopo di impedire turbative alle istituzioni. Quando queste turbative si diffondono nel Paese (disordini, tensioni sindacali, violenze e così via) l’’organizzazione’ si mette in moto per cercare di ristabilire l’ordine. È successo questo: che se le turbative non si verificavano esse venivano create ad arte dall’ ‘organizzazione’ attraverso tutti gli organi di estrema destra (ma guardi che ce ne sono anche di estrema sinistra) ora sotto processo nel quadro delle inchieste sulle cosiddette trame nere (Rosa dei venti, Ordine nero, la Fenice, il Mar di Fumagalli, i Giustizieri d’Italia e tanti altri)” (G. De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Editori riuniti Roma 1984, p.141 in nota). Nel marzo dello stesso anno, al giudice Tamburino, Cavallaro aveva specificato che ai vertici dell’‘organizzazione’ c’erano “i servizi segreti italiani ed americani, ma anche alcune potenti società multinazionali” (ivi, p.111).

Nel maggio del 1974, fu il tenente colonnello Amos Spiazzi a confermare sostanzialmente quanto già dichiarato da Roberto Cavallaro: “È vero che nel giugno del 1973 – gli chiede il giudice Tamburino – come ha dichiarato a verbale Roberto Cavallaro, lei ricevette l’ordine di mettere in allarme i ‘gruppi fiancheggiatori’ delle forze armate? Da chi venne l’ordine?”. “Ricevetti – rispose Spiazzi – l’ordine dal mio superiore militare, appartenente all’Organizzazione di sicurezza delle Forze armate, che non ha finalità eversive ma che si propone di difendere le istituzioni contro il marxismo. Questo organismo non si identifica con il Sid, ma in gran parte coincide con il Sid”. “Ma come è composto questo organismo parallelo di sicurezza? È un organismo militare?”. “Mi risulta – dichiara Spiazzi – che non ne facciano parte solo i militari ma anche civili, industriali, politici…” (ivi, p.111-112). Sarà ancor più loquace, l’ufficiale veronese, con il giudice Filippo Fiore, al quale “precisò ancora meglio le caratteristiche di questa struttura: l’‘organizzazione’ ha carattere di ufficialità, pur con l’elasticità per quanto riguarda metodi e personale, di volta in volta definiti con disposizioni orali… In sostanza l’organizzazione è composta dagli ‘alter ego’ della struttura ‘I’ ufficiale” (ivi, p.112).

Il 14 dicembre, nel corso di un’udienza per il processo sul tentato ‘golpe Borghese’, tocca al generale Vito Miceli, già direttore del Sid, ammettere pubblicamente l’esistenza di una struttura supersegreta. Rispondendo ad una specifica domanda del giudice a latere, l’alto ufficiale afferma: “Lei in sostanza vuole sapere se esiste un organismo segretissimo nell’ambito del Sid. Io finora ho parlato delle dodici branche in cui si divide. Ognuna di esse ha come appendici altri organismi, altre organizzazioni operative, sempre con scopi istituzionali. C’è, ed è sempre esistita, una particolare organizzazione segretissima, che è a conoscenza delle massime autorità dello Stato. Vista dall’esterno, da un profano, questa organizzazione può essere interpretata in modo non corretto, potrebbe apparire come qualcosa di estraneo alla linea ufficiale. Si tratta – specifica Miceli – di un organismo inserito nell’ambito del Sid. Comunque svincolato dalla catena di ufficiali appartenenti al servizio ‘I’, che assolve compiti prettamente istituzionali, anche se si tratta di attività ben lontana dalla ricerca informativa. Se mi chiede dettagli particolareggiati – conclude – dico: non posso rispondere, chiedeteli alle massime autorità dello Stato, in modo che possa esservi un chiarimento definitivo” (ivi, p.129).

Con l’esplodere dello scandalo della loggia P2, nella primavera del 1981, nuove dichiarazioni si aggiungono alle precedenti sulla esistenza di un organismo ufficiale che opera segretamente in tutti i campi, ma che nessuno sa o vuole delineare in modo proprio.

Fondamentali sono, ad esempio, quelle rese dal generale Siro Rossetti, già responsabile del Sios-Esercito, iscritto alla loggia P2. La “organizzazione va cercata in altre sedi quanto ai suoi gangli vitali e direttivi. Il gen. Miceli, se ha fatto qualcosa, ove non si tratti di errate valutazioni, di desiderio di lavare i panni in casa o di minimizzare responsabilità altrui, può avere operato soltanto se richiesto o innescato da centri di potere ben superiori; non si tratta, quindi, di un vertice ma semmai di un anello che deve immancabilmente portare ad altro. A mio avviso – conclude Rossetti – l’organizzazione è tale e talmente vasta da avere capacità operative nel campo politico, militare, della finanza, dell’alta delinquenza organizzata”.

Da un altro iscritto alla loggia di Licio Gelli venne, poi, una conferma ulteriore della presenza e dell’attività di un organismo non identificato che manovrava i gruppi politici di destra e di sinistra per finalità proprie che niente avevano a che vedere con quelle degli inconsapevoli manovrati. Matteo Lex, ufficiale medico e responsabile sanitario del carcere di Sollicciano, raccontò ai magistrati che “un suo collega, psichiatra dell’ospedale militare di Firenze, gli aveva riferito che la destabilizzazione in Italia non era fatta solo da gruppi terroristici rossi e neri, ma da un’unica organizzazione che si prefiggeva un unico scopo” (P. Willan, I burattinai cit., p.80).

Il primo ad uscire dal generico per dare contorni più nitidi all’ ‘organizzazione’ specializzata nell’attuazione di strategie “eversive nei metodi e difensive nei fini” (V. Vinciguerra, Ergastolo per la libertà, Arnaud, Firenze 1989, p.181) sono stato proprio io, sia in sede giudiziaria che giornalistica, a partire dall’estate del 1984. Le mie dichiarazioni in proposito le riportò, sottolineandole, il presidente della Corte d’assise di Venezia, dr. Renato Gavagnin, nella motivazione della sentenza al processo di Peteano. “Due punti al riguardo meritano di essere sottolineati, sempre sostenuti dall’imputato, e in istruzione e nel dibattimento e nei memoriali prodotti; il primo – scrisse il dottor Gavagnin – che si può dire stia a monte e dia giustificazione di tutto quanto poi è seguito, è che fin dal dopoguerra sarebbe stata costituita una ‘struttura parallela’ ai servizi di sicurezza e che dipendeva dall’Alleanza atlantica; i vertici politici e militari italiani ne erano perfettamente a conoscenza. Si trattava di una struttura attrezzata sul piano organizzativo ad intervenire con azioni di sabotaggio nel caso si verificasse un’invasione sovietica. Il personale veniva selezionato e reclutato negli ambienti dove l’anticomunismo era più viscerale e cioè negli ambienti di estrema destra… Quindi la strategia della tensione che ha colpito l’Italia, e mi riferisco a tutti gli episodi che partirono dal ’69 e anche prima, è dovuta all’esistenza della struttura occulta di cui ho detto e agli uomini che vi appartenevano e che sono stati utilizzati anche per fini interni anche da forze nazionali ed internazionali, e per forze internazionali intendo principalmente gli Stati Uniti d’America…” (G. Salvi /a cura di/, La strategia delle stragi, Editori riuniti, Roma 1989, p.107).

Non in sede giudiziaria, questa volta, ma in un libro tornavo nel 1989, ancora una volta, sull’argomento ribadendo il concetto che in Italia esisteva “un’organizzazione segreta composta da militari e civili, alla quale sono affidati compiti politici e militari, in possesso di una rete di comunicazione propria, di armi, di esplosivi, e di uomini addestrati ad usarli. Una super-organizzazione, questa, che da anni, dall’immediato dopoguerra, ha creato una struttura di comando parallela a quella ufficiale esistente, ed ha arruolato e addestrato all’uso delle armi ed al sabotaggio migliaia di uomini in tutto il Paese. Una super-organizzazione che, per ottemperare agli scopi per i quali è stata creata, ha finito per inglobare nelle sue file non solo uomini singoli ma gruppi, sia politici che malavitosi. Di quella malavita che si riconosce nei simboli della massoneria e dell’anticomunismo come, ad esempio, la mafia. Una super-organizzazione che, in mancanza dell’invasione militare sovietica che non c’è stata né ci poteva essere, si è assunta per conto della Nato il compito di evitare slittamenti a sinistra degli equilibri politici del Paese…” (V. Vinciguerra, Ergastolo ecc. cit., p. 104).

Sul finire del 1989, quindi, vi erano gli elementi, basati su testimonianze autorevoli e concrete, per riconoscere come attiva nel Paese da almeno un ventennio, un’organizzazione segreta ma non clandestina, occulta ma non illegale, istituzionale e non eversiva che agiva al di fuori di ogni controllo e rispondeva del suo operato ad un vertice non identificato.

Nessuno però, fino a quel momento, si era curato di verificare se fosse possibile, sulla base degli elementi già acquisiti, procedere all’individuazione dell’organizzazione. Peggio: quando Giulio Andreotti ammise l’esistenza della struttura mista, composta da militari e civili denominata ‘Gladio’, tutti coloro che avevano fino a quel momento taciuto si levarono in piedi a strillare che finalmente – loro e Andreotti – avevano smascherato la centrale terroristico-eversiva dei servizi segreti che, in combutta coi nazi-fascisti, aveva fatto tutte le stragi.

Non poteva mancare all’appuntamento con l’ennesimo tentativo di mistificazione della verità il solito Casson Felice che cercava di darvi sanzione giudiziaria con una sentenza che pretendeva, come da copione, di escludere da ogni responsabilità nella gestione delle Stay-behind sia l’Alleanza atlantica che i vertici politici e militari italiani, così da rendere definitivamente credibile la tesi di una Gladio inserita nell’esclusivo ambito dei ‘servizi deviati’, sostenuti dalla Cia. Con l’aria di chi la sa lunga, il Casson infiora la sua sentenza del 10 ottobre 1991 contro l’ammiraglio Fulvio Martini ed il gen. Paolo Inzerilli con ‘perle’ di questo tipo: “Ci sono stati, poi, dei tentativi di confondere le acque dicendo che Gladio, pur non essendo Nato farebbe comunque riferimento al Patto atlantico. È una distinzione che vorrebbe essere sottile che però non si capisce” (AA.VV., Servizi segreti, Avvenimenti 28 maggio 1973 p.75). Il tutto per concludere che la struttura Stay-behind, in Italia, era esistita in forma totalmente illegittima.

Sceso in campo Francesco Cossiga, ancora presidente della Repubblica, la legittimità di Gladio viene infine riconosciuta: “La Procura romana – si legge in un trafiletto di Repubblica – ha chiesto al Tribunale dei ministri l’archiviazione della posizione dell’ex Presidente della repubblica Francesco Cossiga per l’organizzazione clandestina degli anni Cinquanta Gladio, sciolta nel ’92. I magistrati avrebbero ritenuto che gli originari compiti istituzionali di Gladio erano legittimi, così come sostenne Cossiga nel dicembre del 1991 quando si autodenunciò all’autorità giudiziaria” (Cossiga, chiesta l’archiviazione, Repubblica 9 febbraio 1994).

Smentita la verità del giudice veneziano, i corazzieri della Procura della repubblica di Roma si preoccupano di circoscrivere, concedendo una patente di assoluta credibilità alla versione governativa, le funzioni di Gladio a quelle di un’organizzazione esistita per fronteggiare un’ipotesi, perché tale era quella riguardante la minaccia militare sovietica. Il sospetto che l’ipotesi di un’invasione sovietica potesse essere fronteggiata con la formulazione di un’ipotesi di resistenza, senza bisogno di costituire depositi di esplosivi e di armi su tutto il territorio nazionale, non sembra sfiorare i magistrati romani. E, parimenti, non ne turba le coscienze il fatto che tutti gli elementi raccolti, anche in sede giudiziaria, sulla struttura Gladio smentiscano la verità ufficiale. Nessuno, poi, si chiede se Gladio possa identificarsi con l’‘organizzazione’ in tutto o in parte, e se le sue strutture, una ormai riconosciuta e ritenuta legittima, l’altra ancora immersa negli interrogativi rimasti senza risposta non siano, in realtà, una sola.

Eppure, gli elementi per porsi almeno la domanda ci sono tutti. Che l’‘organizzazione’ fosse a carattere sovranazionale lo avevano detto sia Roberto Cavallaro che Amos Spiazzi. Quest’ultimo aveva dichiarato, in maniera esplicita, che l’’organizzazione’ con carattere di sovranazionalità coincideva in gran parte… con la struttura dei vertici degli Uffici ‘I’ delle varie forze armate, e agiva in assoluta segretezza e in collegamento con le forze analoghe degli altri Paesi della Nato” (G. De Lutiis, Storia ecc. cit., p.113). La stessa realtà l’avevo delineata io, inquadrando le strutture parallele in ambito Nato, ed era agevolmente riconoscibile anche dalle parole del gen. Vito Miceli che aveva confermato le dichiarazioni di Amos Spiazzi.

Oggi, a dare l’avallo definitivo a questa realtà si aggiungono le dichiarazioni di Francesco Cossiga e le indagini dei giudici della Procura militare di Padova. Tempo fa, partecipando al convegno di Redipuglia indetto dai pensionati di Gladio, l’ex Presidente della repubblica si è abbandonato ad una delle esternazioni che lo hanno reso famoso. “Con me – ha affermato – sarebbero potute venire molte persone: Andreotti, Spadolini, Rognoni, Taviani… Tutti coloro che hanno partecipato al governo di Stay-behind. I gladiatori – ha precisato Cossiga – hanno operato con tutte le altre strutture di Stay-behind in Europa. Ed anche se la gente non ci crede, Stay-behind esisteva in Francia, Inghilterra, Germania, Belgio, Olanda, Danimarca, Svezia e Austria. Loro hanno collaborato per tutti questi anni”…”Le dico – ha proseguito – che c’erano due organismi, uno dei quali era la Commissione di collegamento con i Comandi alleati, tutto coperto dal segreto… Stay-behind era una potente organizzazione interalleata”… lo sapevano Spadolini, Taviani ed altri ancora, in tutto ventidue persone” (M. Molinari, Cossiga esterna: quei gladiatori che gentiluomini, Il Giorno, 4 agosto 1993). Affermazioni pesanti e gravissime, come si vede, sulle quali avremo modo di ritornare nel proseguo della nostra analisi, qui servendoci rimarcare, per ora, come l’informatissimo Cossiga definisca ‘potente organizzazione interalleata’ quella che il furbo Casson aveva escluso in forma perentoria (“Gladio non era e non è Nato”: Servizi segreti cit., p.75), che potesse essere collegata con l’Alleanza atlantica.

I due magistrati militari di Padova, Sergio Dini e Benedetto Roberti, da parte loro, avrebbero scoperto nel corso delle loro indagini che “la Stay-behind italiana sarebbe stata provvista di un doppio cappello… da un lato la Nato, grazie alla quale… si esercitava il segreto per non violare gli accordi internazionali; dall’altro la Cia, dalla quale si attingevano i piani informativi. Dini e Roberti avrebbero confermato anche l’esistenza di addetti a Gladio al di fuori degli elenchi ufficiali resi di dominio pubblico, sottolineando che per tutti questi militanti tuttora sconosciuti esiste il sospetto che possa trattarsi di personaggi “fortemente implicati nello stragismo”. Avrebbero inoltre affermato che all’interno di Gladio c’era un ufficio ‘D’ preposto a sovraintendere sulle esercitazioni con gli esplosivi, e un altro fortemente ‘impegnato’ sul fronte sociale, a sobillare gli operai e a creare una situazione di allarme politico” (Così Gladio si addestrava col tritolo, Il Giorno 4 agosto 1993).

Il primo punto di coincidenza fra l’‘organizzazione’ e la struttura Stay-behind è così stabilito: si tratta, in entrambi i casi, di organismi a carattere sovranazionale che rispondono del loro operato ad un vertice che non è nazionale, ma inserito nell’ambito dell’Alleanza atlantica. Il secondo punto è quello che vede, in tutte e due le strutture, la presenza dei servizi segreti italiani e statunitensi. Il terzo elemento di coincidenza è che si tratta, nell’uno e nell’altro caso, di strutture miste nelle quali, cioè, sono presenti sia militari che civili.

Ma questi tre elementi non sono i soli ad indicare che l’‘organizzazione’ di cui parlano Cavallaro e Spiazzi, Miceli e Rossetti, Lex ed il sottoscritto, e Gladio devono, in realtà, essere considerati nient’altro che il medesimo strumento di disordine e di terrore di cui gli Usa e l’Alleanza atlantica si sono serviti, e continuano a servirsi, per esercitare il loro dominio sul nostro Paese e sull’intera Europa occidentale. Per individuarne un altro, ad esempio, è sufficiente richiamare la testimonianza già citata del gen. Siro Rossetti su “una organizzazione talmente vasta da avere capacità operative nel campo politico, militare, della finanza, dell’alta delinquenza organizzata”. In parole semplici, l’ex responsabile del Sios-Esercito afferma che l’‘organizzazione’ può operare attraverso propri elementi nei settori sopra indicati per svolgere attività che spaziano dall’acquisizione di informazioni alla messa in esecuzione di azioni di varia natura. Il che vuol dire che questo organismo ha propri infiltrati in tutti i settori e in tutti gli ambienti, in tutti i gruppi e in tutte le associazioni. Vuol dire che non tutti i neofascisti o i ‘combattenti per il comunismo’ sono tali, che non lo sono tutti i mafiosi, che ci sono finanzieri, bancari, ufficiali delle Forze armate, funzionari di polizia, politici di tutti i partiti e giornalisti di ogni testata che lavorano per l’‘organizzazione’. Un dato significativo è quello fornito dall’alto ufficiale quando riferisce che la struttura di cui parla è provvista di un elevatissimo numero di uomini, capace di garantire l’assolvimento dei loro compiti nei campi indicati.

Il collegamento diretto, preciso ed inequivocabile, fra l’‘organizzazione’ di cui parla Rossetti (e gli altri prima ed insieme a lui) e Gladio ci viene fornito da un articolo scritto dal giornalista Ugo Bonasi, iscritto alla loggia P2 (G. Rossi-G. Lombrassa, In nome della loggia, ed. Napoleone, Roma 1981, p.158), apparso su Il resto del Carlino il 1 novembre 1990, con un titolo esplicito e pertinente: ‘Le regole dell’esercito segreto’. Ugo Bonasi la struttura Stay-behind italiana la descrive così: “Un esercito anticomunista. ‘Soldati’ ma anche uomini di potere, dalla fine degli anni Cinquanta ad oggi oltre centomila cittadini sono stati cooptati nella struttura parallela della Nato, la Gladio” (ibidem). Il fine di Gladio: “…Particolare unificante dell’esercito parallelo che la Nato ha allestito in Italia era ed è una netta avversione alla perdita della libertà nel proprio Paese da parte delle forze del Patto di Varsavia” (ibidem). Come e da chi venivano reclutati gli uomini di Gladio? “Dal ’56 al ’90 il reclutamento di soldati da inserire nella struttura Gladio – scrive Bonasi – è stato affidato agli ufficiali ‘I’. Si tratta – spiega – di ufficiali dipendenti dal Sios (il servizio di informazione e di sicurezza delle singole Armi), inseriti in ogni compagnia delle nostre Forze armate… Sono questi ufficiali che hanno indicato nel corso di tre decenni decine di migliaia di persone che rispondevano alle caratteristiche richieste. Nei momenti di maggiore attivismo sono state reclutate per Gladio fino a cinquemila persone l’anno” (ibidem). Che facevano i ‘gladiatori’? “La stragrande maggioranza di queste decine di migliaia di persone non ha mai saputo di essere entrata a far parte della Gladio. Non conosceva la struttura ma era perfettamente al corrente che, in caso di necessità (aggressione interna od esterna), doveva collegarsi – con il sistema delle cellule – agli altri uomini dello stesso gruppo, e radunarsi in una località precisa a conoscenza del solo capogruppo. Da lì – conclude Bonasi – avrebbe dovuto iniziare ad operare contro il nemico (ibidem).

Dove venivano addestrati i soldati dell’esercito segreto? “La maggior parte di questi corsi vengono tenuti nelle basi segrete della Difesa e della Nato in Sardegna, in Veneto, sull’appennino tosco-emiliano” (ibidem).

Come vivevano in mezzo agli ignari cittadini questi soldati? “Abbandonato il servizio militare, per età o per servizio di leva, gli uomini inseriti nella Gladio mantenevano un cordone ombelicale con la struttura attraverso il responsabile del gruppo, della cellula. Alcuni di loro svolgevano anche compiti di intelligence, di penetrazione di ambienti ritenuti a rischio: sindacati, partiti politici, organizzazioni culturali” (ibidem).

In Gladio, conferma Bonasi, viveva anche l’alta finanza: “Gli uomini del potere economico, grandi imprenditori erano nella Gladio, non con compiti operativi ma con un ruolo di sostegno prevalentemente finanziario” (ibidem).

Non è un articolo, questo di Ugo Bonasi, è una relazione precisa, dettagliata, certamente la più completa mai scritta fino ad oggi sulla realtà dell’esercito parallelo. Ed è anche la conferma ulteriore che l’‘organizzazione’ di cui parla Rossetti deve identificarsi in Gladio. Coincidono in modo impressionante l’indicazione sulla vastità dell’organismo, il ruolo di ricerca di informazioni e l’opera di infiltrazione dei suoi soldati. La presenza di esponenti del mondo economico, finanziario ed industriale a cui, peraltro, aveva fatto esplicito riferimento Amos Spiazzi.

E per restare su quest’ultimo punto, passiamo alla lettura di un documento che “era stato sequestrato nel giugno del 1982 nello studio del notaio Lollo a Roma. Notaio che custodiva la documentazione della società Milnar di Flavio Carboni e di Domenico Balducci, quel Balducci capo della banda della Magliana ed ucciso a Roma nell’aprile dell’81. “Un documento – scrive la Repubblica – che solo nel 1986 era stato spedito alla Corte e al quale soltanto l’ostinata caparbietà del P.M. Elisabetta Cesqui ha attribuito l’evidente importanza” (D. Mastrogiacomo, Così la P2 mi cacciò dall’Ambrosiano, Repubblica 8, dicembre 1993). Cosa dice di significativo questo documento, per quanto noi vogliamo dimostrare in queste pagine, al di là delle vicende dell’ingegner Carlo De Benedetti che qui non interessano?

“L’ ‘organizzazione’ che ha operato efficacemente per escludere De Benedetti dal Banco Ambrosiano, avuta la notizia che il finanziere Bagnasco tendeva immediatamente a subentrare nella posizione di quello, ha reagito con la più viva sorpresa ed irritazione… L’onorevole Andreotti sarebbe egli a voler imporre all’istituto l’ingresso di Bagnasco il quale si gioverebbe anche dell’appoggio di autorità vaticane, quali il cardinale Casaroli e il vescovo Marcinkus… Si ha sentore – prosegue il documento – che l’ingresso del Bagnasco… incontrerebbe il favore dell’attuale ministro del Tesoro (Andreatta)… L’ ‘organizzazione’, tuttavia, si dichiara per doveroso riguardo verso l’on. Andreotti, pienamente disponibile” (ibidem).

Al di là, ripetiamo, dell’ennesima storia sudicia che qui non ci riguarda, rileviamo come in un documento scritto compaia il termine di ‘organizzazione’ senza aggettivi, così come è stato utilizzato dal gen. Siro Rossetti; che si tratta di una vicenda dove politica e finanza sono strettamente legate; che, infine, il documento era nella disponibilità di esponenti dell’‘alta delinquenza organizzata’ (Balducci e Carboni).

Daniele Mastrogiacomo, estensore dell’articolo citato, rivela che proprio Gelli chiamava la sua loggia ‘organizzazione’ nella famosa intervista a Maurizio Costanzo sul Corriere della sera (ibidem), con l’evidente fine di procedere a un’identificazione che, in forma così totale, è certamente arbitrario e depistante fare. Come non richiamare alla memoria, invece, la figura di quel Michele Sindona che si attesta ad un incrocio nel quale convergono servizi segreti, alta finanza, mafia e politica?

Fu proprio Roberto Cavallaro a parlare di un incontro avvenuto in una villa del vicentino tra Sindona ed alcuni ufficiali americani, in vista della preparazione di un progetto golpistico: “Durante l’incontro, scrisse Cavallaro – si parla delle modalità di attuazione del piano. Il gen. Johnson, presente non a titolo personale, ma per incarico degli organismi di sicurezza americani allo scopo di constatare le reali possibilità di realizzazione del progetto, afferma la disponibilità delle nazioni dell’Alleanza atlantica, in particolare degli Stati Uniti e, a quanto si riferisce, della Francia, ad intervenire con truppe già dislocate ancorché mascherate in caso di sollevazione delle sinistre…” (L. Grimaldi, Da Gladio a cosa nostra, Kappa Vu, Udine 1993, p.32).

È stata dimenticata l’opera di schedatura del personale operata dalla Fiat negli anni Cinquanta e Sessanta, con la collaborazione “del Sid, della polizia e di altri corpi militari dello Stato” (Storia ecc. cit., p.149). Così come non si vuole ricordare il rapporto organico che è esistito tra la famiglia Agnelli e personaggi come Edgardo Sogno, Luigi Cavallo e Renzo Rocca, il ‘suicidato’ ufficiale del Sifar che diresse l’ufficio Rei del servizio.

E che dire di Eugenio Cefis che iniziò la sua sfolgorante carriera nei servizi informativi della Resistenza, poi assorbiti dal Sim? E di Enrico Cuccia, che già nel 1942 era in contatto per conto della Banca commerciale con gli Alleati?

D’altronde, l’‘organizzazione’, non esistendo ufficialmente, non può avere nei bilanci militari nazionali ed in quelli Nato una ‘voce’ che chiarisca come venga finanziata, ma non è fuor di luogo ipotizzare che essa non possa prescindere dall’utilizzo di risorse clandestine ed illegali, oltre a quelle elargite occultamente dagli Stati membri dell’Alleanza atlantica. Certo, non è un caso che Licio Gelli sia diventato miliardario combattendo contro il comunismo, a riprova che nell’alta finanza gli uomini dell’‘organizzazione’ si trovano come pesci nell’acqua. E denaro ed informazioni si trovano anche nel campo dell’alta delinquenza organizzata dove, in più, si trovano anche uomini disposti a compiere azioni sporche ed è possibile, per suo tramite, controllare il territorio sia militarmente (in certe regioni, almeno) che politicamente. Cos’è stata la mafia lo ha ufficialmente descritto, nel 1955, Giuseppe Guido Lo Schiavo, alto magistrato della Corte di cassazione: “Si è detto – scriveva costui – che la mafia disprezza polizia e magistratura: è un’inesattezza. La mafia ha sempre rispettato la magistratura, alla giustizia si è inchinata e non ha ostacolato l’opera del giudice, nella persecuzione ai banditi e ai fuorilegge ha addirittura affiancato le forze dell’ordine“ (S. Turone, Partiti e mafia dalla P2 alla droga, Laterza, Bari 1985, p.22). Un riconoscimento autorevole per l’attività di pubblica sicurezza svolta alla luce del sole dal potere criminale per eccellenza.

“In quel tempo combattemmo i fascisti, eravamo partigiani. Organizzammo così bene la resistenza che quando sbarcarono gli alleati non c’erano più né fascisti né tedeschi in tutta la Sicilia occidentale” (È ripreso a Palermo il maxiprocesso alle cosche. Di scena ieri la ‘verità’ di don Tano Badalamenti, Corriere della sera 6 gennaio 1987). Tacciono, però, i Badalamenti e compari sui rapporti organici che hanno avuto coi servizi segreti italiani.

Se il povero di spirito Paolo Guzzanti annuncia trionfante, nell’anno 1992, sulla Stampa, che la mafia collaborò con i servizi segreti della Marina degli Stati Uniti fin dalla loro entrata nel conflitto mondiale, provvedendo a liquidare la “rete degli informatori tedeschi (per lo più italiani di opinione fascista) …” (Le donne che hanno beffato gli intoccabili, La Stampa, 2 settembre 1992) che agivano nei porti americani, le confidenze fatte da Frank Coppola ai suoi ‘camerati’ di Avanguardia nazionale lo lascerebbero sbalordito. Difatti, il vecchio boss mafioso si vantava di aver diretto, negli anni Trenta, per ordine personale di Franklin Delano Roosevelt, un nucleo di uomini addetti alla sicurezza del Presidente del Messico, con due semplici direttive, una ufficiale l’altra riservata: proteggere la sua incolumità, la prima, sopprimerlo, se non avesse seguito le direttive della Casa bianca, la seconda.

Non c’è ragione di dubitare della veridicità del racconto, perché l’utilizzazione di mafiosi per incarichi, diciamo così, di natura ‘politico-diplomatica’ da parte dei governi degli Stati Uniti è stata prassi seguita da tutti gli inquilini della Casa Bianca, compreso il mitico John Kennedy.

Se questo è accaduto negli Stati Uniti, è altrettanto vero che un’azione di recupero della mafia fu effettuata dai servizi segreti italiani, come documenta Sandro Attanasio, nei primi anni Quaranta. Accadde, difatti, che “con i decreti legge del 1941 e 1942 furono sospese le disposizioni di P. S. del 1925 (le famose ordinanze Mori) la prima delle quali porta la data del 5 gennaio 1925 (le ordinanze furono poi inserite nel decreto legge del 1926, legge 2 giugno 1927). Fu così che venne permesso il rientro in Sicilia dei mafiosi che si trovavano nei luoghi di confino di polizia. Ufficialmente l’operazione venne giustificata con ‘motivi umanitari’, strani motivi se si pensa che i mafiosi erano stati allontanati dall’isola in tempo di pace. Farveli ritornare in tempo di guerra, quando l’isola era già zona di operazioni, poteva servire a migliorare le cose? La verità – scrive Sandro Attanasio – è che l’iniziativa partì dal superSim che fece pressioni sul ministero degli Interni per poter utilizzare questi uomini. Sull’argomento – afferma lo storico siciliano – molte cose potrebbero dire l’ex capo della polizia, Angelo Vicari, che è stato uno dei protagonisti dei servizi di sicurezza italiani per 35 anni” (S. Attanasio, Gli anni della rabbia, Mursia, Milano 1984, p.23).

Torna, quindi, l’ombra della superstruttura del Sim e, con essa, appaiono i nomi di Angelo Vicari (che fu capo della polizia dal 1960 al 1973) e lo spettro del patto stretto dai mafiosi e dai servizi segreti italiani nel corso della guerra con l’intento di favorire la vittoria delle potenze anglosassoni. Ritorna alla memoria anche il famigerato art.16 del Trattato di pace, non ancora abrogato che conteneva, scrive Attanasio, “fra le tante clausole destinate a rimanere segrete… un preciso elenco di persone definite ‘in tutti i casi intoccabili’. Si tratta di 9600 nomi di ‘intoccabili’, forse anche con licenza di uccidere, fra questi più di mille nomi erano di mafiosi” (ivi, p.24).

Ad una superstruttura nazionale che, concluso il suo compito, viene esautorata ne subentra un’altra, sovranazionale stavolta, che si assume precisi compiti politici potendo contare su una massa già collaudata e provata in Italia di uomini che per patria hanno il loro personale tornaconto. A chi poteva essere affidato il compito di arruolare in forma permanente, sotto i propri simboli, nella battaglia contro il comunismo, un’organizzazione che criminale era e restava nonostante il mantenimento, in concorso con polizia e carabinieri, dell’ordine pubblico e la gratitudine della magistratura? Chi poteva, al riparo di un segreto impenetrabile, utilizzare l’organizzazione mafiosa in difesa della ‘civiltà cristiana’, dei buoni costumi, dell’integrità della famiglia contro il sovversivismo ateo e dissacratore, privo di ogni principio morale, se non il governo di Stay-behind?

È noto come la Sicilia abbia rappresentato, nei piani militari elaborati fin dal primo dopoguerra, il territorio sul quale, in caso di invasione militare sovietica e concomitante insurrezione comunista, doveva rifugiarsi il governo italiano legittimo e dal quale doveva partire la controffensiva destinata a liberare il Paese. Con i suoi precedenti storici che garantivano la sua totale ed incondizionata affidabilità, la mafia non poteva che essere inglobata nei piani di difesa dalla ‘sovversione rossa’ elaborati dalla Nato, ed il suo arruolamento nelle Stay-behind o, per meglio dire, nell’ ‘organizzazione’ fu automatico.

La conferma che, nell’ambito delle cosche, l’esistenza di strutture segretissime dell’Alleanza atlantica era nota viene (solo per citare un esempio fra gli ultimi) dal fatto che è proprio un mafioso a rivelare che a Trapani opera una cellula di Gladio. “Il sostituto procuratore Franco Messina – si legge in un articolo del Corriere della sera – ha deciso di interrogare l’ammiraglio Fulvio Martini, capo del Sismi all’epoca in cui a Trapani avrebbe operato una cellula di Gladio. Il magistrato cercherà la conferma di quanto sostenne all’Fbi il boss italo-americano John Cuffaro, secondo il quale lungo la costa operava l’organizzazione Scorpione coordinata da Vincenzo Li Causi” (Trapani, inchiesta su Gladio, Corriere della sera 6 luglio 1992). Informazione rivelatasi esatta. Un mafioso, quindi, sapeva. E quanti altri dello stesso ambiente sanno per avervi fatto parte o per avervi collaborato, anche se ancora non lo rivelano?

Uno di coloro che sanno molto più di quel che dicono è, senza dubbio Tommaso Buscetta. “Totò Greco, ‘Ciaschiteddu’, viaggiava con quattro passaporti intestati a nomi diversi, rilasciati dalla Questura di Palermo a suo nome, un secondo intestato a nome di Aldo Calini, un terzo a Salvatore Guggianti, un quarto a Giovanni Gallucci. Di analoghi vantaggi godevano Calogero di Pisa, Cesare Manzella, Vincenzo Accardi, Salvatore Greco (il lungo), Tommaso Buscetta, Gioacchino Pennino, Gaspare Potente, Gaspare Maggadino e numerosi altri. Rosario Mancino – ricorda Michele Pantaleone – era stato condannato a tre anni e dieci mesi di reclusione per falso, furto, ricettazione e di nuovo furto. Tuttavia risultava incensurato e munito di passaporto per gli Stati Uniti, per il Canada e per il Messico. La polizia americana e il Narcotic bureau presso l’ambasciata Usa di Roma lo segnalò alla polizia italiana perché sorpreso a New York con un notevole quantitativo di droga. Rimpatriato, consegnato alla polizia di Roma, riottenne il passaporto e il porto d’armi ‘per ragioni di lavoro’ dato che sovente viaggia con forti somme di denaro. Margaret Capizzi, cugina di Angelo Bruno, capo della ‘famiglia’ della mafia di Philadelphia, una delle persone più attive nel traffico degli stupefacenti per conto del Bruno, nei suoi frequenti viaggi alloggiava a Palermo, nella casa di un colonnello della Finanza” (M. Pantaleone, Mafia e antimafia, Pironti, Napoli 1992, p.126).

Nessuna sottovalutazione del fenomeno mafioso, come si vede, ma un rapporto che rivela un legame istituzionale con gli apparati dello Stato di mafiosi che non erano solo tali, non badavano solo ai loro affari criminali ma si occupavano d’altro come, ad esempio, di salvare ‘l’Italia degli onesti dal comunismo’.

Racconta il mafioso catanese Antonio Calderone, oggi ‘pentito’, che “mentre Liggio si nascondeva a Catania ricevette la visita di due capi di Cosa nostra di Palermo, Salvatore Greco ‘Cichitedduì’ e Tommaso Buscetta che dovevano discutere con lui di una questione di notevole importanza: la partecipazione della mafia ad un colpo di Stato, al cosiddetto ‘golpe Borghese’ del 1970” (P. Arlacchi, Gli uomini del disonore, Mondadori, Milano 1992, p.95).

‘Don Masino’ (come lo chiama certa stampa) si rivela persona non informata su questo avvenimento da sempre sottovalutato e, non a caso, cancellato dalla magistratura romana, prima, e definitivamente sepolto dalla Corte di cassazione, dopo. “Buscetta – scrive Bruno Ruggero sul Giorno – ha ricostruito il suo viaggio, dagli Stati Uniti all’Italia, con tappa in Svizzera, per sentire in cosa consisteva l’offerta fatta a Cosa nostra dal principe Junio Valerio Borghese, perché la mafia partecipasse al tentativo golpista previsto per la fine del 1970. ‘Chi sapeva tutto dei miei movimenti era il col. Russo, perché era parte del colpo’, ha detto don Masino ai parlamentari. Russo, secondo i piani territoriali predisposti per la fatidica ora X, ‘era incaricato di arrestare il prefetto di Palermo” (B. Ruggero, Un intreccio golpe-massoneria, Il Giorno, 18 novembre 1992).

Parla, oggi, sia pure con circospezione Tommaso Buscetta raccontando che, ad esempio, Cosa nostra nel 1970 fece esplodere molte bombe a Palermo per preparare un clima idoneo a quel tentativo eversivo. ‘Dovevamo scassare la credibilità del governo italiano’ dirà Buscetta (Mafia e politica. Relazione Commissione antimafia, Repubblica s.d.). Ma non fu, quella, un’azione contingente, circoscritta nel tempo e nello spazio alla sola Palermo e al solo golpe Borghese, bensì un’attività di sabotaggio protrattasi per anni sull’intero territorio nazionale per provare che esisteva un regime debole dinanzi al comunismo ed alla violenza eversiva: unico modo per giustificare l’avvento di uno Stato autoritario. A Palermo le bombe le metteva la mafia in ossequio al principio della competenza territoriale, sul resto della penisola provvedevano gruppi di destra e gli uomini degli apparati di sicurezza dello Stato in ossequio ad un unico disegno strategico diretto da un’unica organizzazione.

Tommaso Buscetta non è stato uno dei tanti picciotti usati una sola volta e poi abbandonati dallo Stato al loro destino criminale. No, Tommaso Buscetta è stato un mafioso eternamente mobilitato per ‘salvare l’Italia dai comunisti’. Nel 1974 doveva esserci un altro golpe ma lui, don Masino, si trovava in galera, sia pure confortato dalla deferenza dei secondini, da dove sarebbe stato fatto scappare in concomitanza con l’evento, come egli stesso racconta: “Ho ricevuto dal mio direttore di carcere, dott. De Cesare, la notizia che dopo pochi giorni sarebbe successo un colpo di Stato, e che io sarei passato, attraverso un brigadiere della matricola, per un cunicolo, sarei entrato in casa sua e sarei stato liberato”. Quattro anni più tardi, il 16 marzo del 1978, sequestrarono Aldo Moro e Tommaso Buscetta che, essendo fallito il golpe del 1974 invece che al ministero degli Interni dell’Italia ‘risanata’ si trovava ancora in galera, viene subito contattato da un uomo legato a Frank Coppola e, a quanto pare, ai servizi segreti italiani (D. Mastrogiacomo, Buscetta parla con i giudici.Così intervenni per Moro’, Repubblica, 7 dicembre 1993).

Un mafioso, Buscetta, a cui la Questura fornisce una gran quantità di passaporti, che concorre a ‘destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare quello politico, che partecipa ai golpe degli anni Settanta, che viene attivato per far liberare Aldo Moro, che ha tutte le caratteristiche del ‘picciotto di Stato’, sia ufficiale che parallelo. E, infatti, di quest’ultimo conosce l’esistenza. Per definirlo, Buscetta userà per primo un termine nuovo, di pregnante significato, per riferirsi a qualcosa di indefinibile se non di indefinito. Parlerà, difatti, di un’entità che avrebbe chiesto nel 1979 a Cosa nostra di uccidere il gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa (Mafia e politica cit.).

Non possiamo, a questo punto, non affrontare uno dei nodi cruciali della questione riguardante le strutture parallele o le Stay-behind o l’‘organizzazione’ o come ancora meglio si voglia definire lo strumento operativo dello Stato parallelo: la sua identificazione con la loggia Propaganda 2, diretta da Licio Gelli. Non è nostra intenzione confutare la tesi che la loggia P2 abbia svolto un ruolo fondamentale nell’ ‘organizzazione’, fosse solo perché siamo stati i primi e i soli ad affermarlo, ma non possiamo che respingere, come strumentale e fuorviante, quella della sua identificazione, sic et simpliciter, con il centro di comando delle strutture parallele. Pretendere di poter datare la nascita e il tramonto dell’‘organizzazione’ con l’ascesa e la caduta di Licio Gelli è voler negare quella verità che, a parole, si dice di voler trovare ad ogni costo.

Abbiamo indicato in un precedente documento nell’ ‘Armata italiana della libertà’ e nei suoi quadri dirigenti una sorta di gerarchie parallele che ritroviamo poi, pari pari, per caratteristiche e qualità, nella loggia P2 di Licio Gelli. Il fatto che siano esistite due organizzazioni, ormai storicamente definite, di carattere militar-massonico, collegate fra loro dalla medesima esigenza di dare una risposta extra-istituzionale al pericolo rappresentato dall’avanzata del Pci in due momenti cruciali della nostra storia contemporanea, non deve far pensare che entrambe siano state in realtà avulse da quel contesto nazionale e sovranazionale all’interno del quale troviamo gli strateghi della guerra politica anticomunista. Nessuno, cioè, deve indursi a confonderle con il vertice nazionale, il centro propulsore unico di tutta la battaglia ideologica in tutti i suoi risvolti concreti in campo politico, economico, criminale e militare, condotta nel nostro Paese dal 1945 in avanti.

Molto più semplicemente, nella storia dell’Armata italiana della libertà, prima, e in quella della loggia P2, dopo, è ravvisabile quella copertura che la massoneria ha offerto agli organismi creati dallo ‘Stato parallelo’ per il raggiungimento dei fini che, evidentemente, si riteneva più agevole conseguire sotto le insegne dell’ordine massonico che non in altro modo. Non può stupire la disponibilità della massoneria italiana verso un potere americano che rivendica, fin dalle sue origini, l’adesione ai principi universali della fratellanza massonica. E per quanto riguarda l’impegno anticomunista, è sufficiente ricordare quanto venne proclamato a conclusione della conferenza dei grandi maestri americani: “La massoneria aborre il comunismo come ripugnante della sua concezione della personalità individuale. Distruttivo nei diritti fondamentali che sono la Divina Eredità di tutti gli uomini e nemico della dottrina massonica fondamentale nella fede in Dio” (Rossi – Lombrassa, In nome della loggia cit., p.21).

È la prova dell’adesione incondizionata della massoneria alla lotta contro l’Unione sovietica. Ma da questa constatazione non si può certo passare all’invenzione di un complotto esclusivamente massonico, che porta i suoi sostenitori a concludere che la massoneria deve essere assimilata all’ ‘organizzazione’ di cui si parla, invece che considerarla come strumento, potente e spregiudicato, di quello Stato parallelo sovranazionale che tutto controlla ma da nessuno è controllato.

Come può essere considerata, dunque, quella che è stata la loggia P2 di Licio Gelli? Una loggia regolare, come sostiene con qualche forzatura il prof. Alessandro Mola, direttore del Centro studi per la storia della massoneria presso il Grande oriente d’Italia (La P2 era regolare e non segreta, La Stampa, 23 settembre 1992). Una loggia riservata, che annovera fra i suoi iscritti persone perfettamente consapevoli di far parte di un potente centro politico ed economico, ma non tutte in grado di comprendere, e tantomeno di sapere chi fosse Licio Gelli e quali fossero i reali intendimenti che stavano alla base delle sue attività e dei suoi collegamenti. Non tutti, a nostro avviso, gli iscritti alla loggia P2 erano integrati in quel ‘raggruppamento Gelli-P2’ come nel 1971, secondo Massimo Teodori, Licio Gelli ribattezzò la sua loggia (M. Teodori, P2: la controstoria, Sugarco, Milano 1986, p.19), e che doveva sottolineare un dualismo che rifletteva la realtà di una strumentalizzazione dell’organizzazione massonica da parte di una forza ad essa estranea.

E che, all’interno del Grande oriente d’Italia, in molti si accorsero, o vennero a conoscenza, dell’uso che lo Stato parallelo stava facendo della loggia P2 lo dimostra il fatto che tutto il periodo in cui Gelli ricoprì l’incarico di Grande maestro è stato punteggiato da scontri e contestazioni durissimi e vivacissimi, nei suoi confronti ed in quelli del Grande oriente d’Italia che lo sosteneva.

Spazzando via il ciarpame giudiziario profuso a piene mani da Casson e dai suoi colleghi sulla natura ‘eversiva’ della loggia P2, il suo ruolo è stato definito con inequivocabile chiarezza da parte di personaggi che oggi sanno di poter parlare senza che nessuno – specie se magistrato – si permetta di pretendere da loro maggiori ragguagli, se non proprio tutta la verità che conoscono. Armando Corona, ex Gran maestro della massoneria ad esempio, ha dichiarato che “gli Usa hanno patrocinato la nascita di Gladio, e qualcosa di simile è avvenuto per la P2” (P2, Cia, Gelli e i finanziamenti americani, La Stampa, 14 luglio 1992), volendo così stabilire un parallelo che non può essere considerato casuale o semplicemente malizioso. “Solo così – ha difatti proseguito Corona – mi spiego come Licio Gelli, che fino al giorno prima era stato un rappresentante di commercio della Permaflex, improvvisamente incominciò a ricevere i capi di Stato maggiore dell’Esercito, il segretario della camera dei deputati, giornalisti e direttori di grandi testate, presidenti di banche, finanzieri, insomma tutto il mondo che allora contava. Penso – ha aggiunto l’esponente massonico – che gli Stati Uniti abbiano favorito l’ingresso di questi personaggi influenti in una struttura che potesse garantire con più sicurezza gli interessi occidentali ed americani…” (P2 voluta dagli americani, Corriere della sera, 14 luglio 1992).

Tina Anselmi, che presiedette la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività della loggia P2, riuscendo nell’intento di demonizzare Licio Gelli senza intaccare alcun segreto dell’apparato nel quale costui è inserito, si è sentita autorizzata, dopo le dichiarazioni di Corona, ad affermare a sua volta: “Tutti i fatti giunti a conoscenza della Commissione d’inchiesta ci hanno portato alla convinzione che la P2 è stata creata con precise finalità politiche, ed ora, per la prima volta in undici anni, la conferma viene dalla stessa massoneria che riconosce il rapporto fra P2 ed ambienti americani e che indica con chiarezza come la loggia sia stata scelta come organizzazione di copertura per un’azione di controllo della politica… L’onorevole Anselmi – scrive il giornalista che ha raccolto le dichiarazioni – ha affermato che solo la presenza di una strategia politica, di cui Gelli era solo un direttore esecutivo, ma non certo l’ideatore, può spiegare il coinvolgimento di alti vertici dello Stato nella loggia massonica” (S. Andrini, Tina Anselmi appoggia Corona: è vero che gli Usa si servirono della P2, L’Avvenire, 18 luglio 1992).

E lo stesso concetto lo ribadisce un mese più tardi, nell’agosto del 1992, il settimanale Il sabato, che scrive che la P2 “altro non era che una loggia di garanzia degli interessi americani in Italia, che ha operato anche dopo l’89, data del suo scioglimento…” (A.M. Caprettini, Il sabato denuncia. ‘Tendenze piduiste nella Chiesa’, Il Giorno, 19 agosto 1992). Insomma, a undici anni dalla scoperta delle liste degli appartenenti alla loggia P2, massoni e politici cominciano ad ammettere quello che avevano sempre negato: che la loggia di Licio Gelli era espressione diretta del potere e non ad esso estranea o, addirittura, ostile.

Ed una conferma, ulteriore e significativa, della considerazione che Licio Gelli gode da parte del ministero degli Interni, viene data, sempre in quell’estate del 1992, dal fatto che costui, ufficialmente definito e sospettato come delinquente, mafioso, terrorista nero, eversore, riciclatore di denaro sporco etc. etc., cammini protetto da una scorta degna di un’altissima personalità dello Stato. Un segno di potenza, come ebbe modo di rilevare Repubblica che, il 5 agosto, sottolineò il permanere di “un potere nel quale Licio Gelli, l’ex Gran maestro della loggia massonica P2, sembra oggi crogiolarsi, circondato da carabinieri in borghese della sua scorta personale che non lo perdono di vista un istante”; chi ha autorizzato – chiedeva giustamente il corrispondente del quotidiano milanese – il servizio di controllo della sua persona che prevede l’impiego in una giornata di dodici militari?…(A. Custodero, Gelli in vacanza con superscorta, Repubblica, 5 agosto 1992).

Naturalmente, ci fu chi fece il finto tonto. Uno di questi dichiarò che gli ha “fatto effetto apprendere dalla stampa italiana che lo Stato abbia disposto una scorta di dodici agenti per il capo della P2, anche perché – non avendo parlato e non avendo rivelato nulla di quanto sapeva – non capisco bene da chi o da che cosa bisogna proteggerlo…” (A.M. Caprettini, Il piano di Gelli si sta attuando, Il Giorno, 11 agosto 1992). Un altro (dei finti tonti) è il responsabile principale di questo trattamento di favore, il ministro degli Interni Nicola Mancino che, quando ormai il fatto è divenuto di dominio pubblico, si affretta a dichiararsi ignaro ed estraneo: “Mancino – scrive La Stampa – parla anche della scorta che custodisce Gelli (‘rimango convinto che a Gelli non spetti tutta quella scorta’), mi è stato fatto notare –  dice – invece che la scorta è necessaria perché qualcuno poteva avere interesse a far scomparire Gelli o addirittura ad eliminarlo…”(Mancino: ‘Non ho violato nessun segreto’, La Stampa, 22 agosto 1992).

Qualche giorno dopo, Licio Gelli conferma le giustificazioni ufficiali dei suoi colleghi del ministero degli Interni, facendo sapere alla stampa che teme di essere ‘rapito o ucciso’, visto che è ritenuto il depositario di tanti segreti d’Italia (Mi vogliono rapire o uccidere, giura Gelli, Il Giorno, 22 agosto 1992). Ma, giusto qualche giorno prima di questa farsesca dichiarazione, si era preso il gusto di fare rivelazioni eclatanti: “…Dopo aver dichiarato di essere stato un banchiere senza licenza che ha fatto fruttare per sé e per terzi (anche governi esteri) circa diciassettemila miliardi di lire, Gelli racconta che la Finanza il 19 marzo dell’81, a Castiglion Fibocchi, “non si era accorta che al piano di sotto c’era tutta la documentazione della P2, cioè l’elenco completo di tutti gli aderenti e corrispondenza, domande, giuramenti…58 pacchi di documenti che poi avrebbero portato all’estero e distrutto” (L. Liv., ‘Indaghi presto e bene’, L’Avvenire, 18 agosto 1992). Ed aveva concluso dicendo che “le copie dovevano trovarsi presso il Grande oriente e, visto che sono scomparse da lì, bisognerebbe chiedere cosa ne è stato fatto” (M.T.M., ‘Rapporti con Cosa nostra? Non ne avevo bisogno’, Il Giorno, 17 agosto 1992).

Un suggerimento malizioso che nessuno ha raccolto. Dinanzi a notizie così clamorose, suscettibili di provocare un terremoto politico e giudiziario, difatti, l’unico commento venne dal democristiano Nicola Mancino che si affrettò a rendere partecipe la stampa delle sue presunte preoccupazioni: “Quando Gelli rivela che intere casse di documenti che facevano riferimento a personaggi della P2 non sono state sequestrate, penso alle solidarietà mai espresse e che prendono corpo oggi…” (M. A., Mancino insiste: ‘Scopriamo tutte le carte di Gelli’, Il Giorno, 17 agosto 1992).

Francamente troppo poco appare un commento verbale da parte di chi ricopriva l’incarico di ministro degli Interni. Tanto più che la perquisizione nella residenza di Licio Gelli, a villa Wanda, il 17 marzo 1981, ordinata dai magistrati milanesi è sempre stata descritta con toni da epopea, di cui diamo di seguito un breve ma significativo saggio: “La perquisizione del 17 marzo 1981 era stata affidata – scriveva, ad esempio, il radicale Massimo Teodori – ad uomini integerrimi della Guardia di finanza al comando del col. Vincenzo Bianchi senza darne preventiva notizia né al comando generale del corpo né alle autorità locali di Arezzo e degli altri luoghi. Era noto che gli uomini di Gelli e la sua rete d’informazione – scriveva Teodori – si estendevano ovunque e c’era da aspettarsi manovre, tentativi di ostruzionismo e minacce. E così avvenne. Mentre il comando della Finanza del col. Bianchi e del tenente col. Lombardo si accingeva a mettere le mani sui segreti gelliani nascosti presso gli uffici della Giole a Castiglion Fibocchi, giunse loro una telefonata del comandante generale della Finanza, gen. Orazio Giannini, che metteva in guardia da un sequestro che avrebbe rivelato i nomi di un’organizzazione – la P2 – comprendente tutti i massimi vertici sia della Guardia di finanza che di altri corpi armati dello Stato. Nonostante l’autorevole avvertimento, gli uomini del col. Bianchi – racconta Teodori – non si fecero intimorire. Si seppe poi che l’avvertimento del gen. Giannini era fondato e che lo stesso capo dei finanzieri figurava nella lista” (M. Teodori, P2 ecc. cit., p.11-12).

Chiacchiere, quelle di Teodori, se diamo credito a Licio Gelli che nessuno ha smentito.

Eppure, 58 pacchi di documenti non sono una piccola busta che avrebbe potuto sfuggire – per improbabile distrazione – ad una perquisizione per quanto attenta ed accurata. Sono, viceversa, una montagna di carte che sono state lasciate di proposito nell’abitazione di Licio Gelli e, successivamente, trasferite in luoghi più sicuri con l’inevitabile complicità di coloro che avrebbero dovuto avere il dovere di sequestrarle, e non l’hanno fatto.

Quali conseguenze hanno avuto le rivelazioni di Licio Gelli? Nessuna. Tacciono i vertici della Guardia di finanza, i responsabili diretti della perquisizione, i magistrati che al tempo l’ordinarono, i componenti della Commissione parlamentare d’inchiesta. Un silenzio che equivale ad un’ammissione di colpa.

Lascia, quindi, il tempo che trova il solito stridulo gracchiare dell’inutile cornacchia politica, che informa la stampa della sua certezza che “la P2 non è morta, gli iscritti – racconta – erano oltre duemila e noi ne abbiamo conosciuti soltanto 992. Chi sono gli altri e che attività – chiede con finta angoscia – svolgono?” (Controlli rafforzati per il Gran maestro: la P2 non è morta, L’Arena di Verona, 25 agosto 1992). “Le carriere, intanto, sono andate avanti, a volte con qualche pausa e a volte senza intralci – scriveva un giornalista del Corriere della sera – Nessuno dei militari trovati iscritti alla loggia P2 è stato espulso dall’esercito, dichiarò in Parlamento il sottosegretario Pavan. Aveva ragione, anzi, alcuni accelerarono la loro scalata ad incarichi più elevati, come il gen. Giuseppe Siracusano, per esempio: fu assolto dalla commissione della Difesa e poi insediato al comando della divisione Ogaden a Napoli. Il col. Antonio Calabrese sostenne di essere affiliato alla massoneria ma non alla P2. Fu creduto sulla parola, perché a suo carico non fu trovato niente all’infuori – ironizza il giornalista – dell’indicazione della lista di Villa Wanda: tessera 1062, codice E 1877, data 01.01.1977” (F. Felicetti, Generali, grand commis dello Stato, politici. Così cominciò e finì la ‘caccia al piduista’, Corriere della sera, 21 maggio 1991).

Un anno più tardi, nel luglio del 1993, Marina Garbesi riferisce su Repubblica che “la P2, questa centrale di potere occulto, abolita per legge ma mai disciolta, conterebbe, infatti, almeno diciannove deputati in carica. Almeno uno dei quali con un ruolo di rilievo, nomi che figuravano nell’elenco sequestrato a Castiglion Fibocchi…” (M. Garbesi, La P2 siede ancora in Parlamento, Repubblica, 11-12 luglio 1993). Ma anche di questo, come di tutto il resto, nessuno ha osato chiedere conto, esigendo dallo Stato palese quelle risposte che, ovviamente, non vorrà mai dare lo Stato ‘parallelo’ ed occulto.

Ed è da ritenere un’operazione diversiva quella attuata dall’ex Presidente della repubblica Francesco Cossiga che, da un lato, rivela le reali finalità dell’organizzazione e, dall’altro, le circoscrive alla loggia P2 con l’evidente intento di far apparire per passato quello che, viceversa, è ancora vivo ed attuale sulla scena politica italiana. Così, il 9 ottobre del 1993, spiega alla stampa “l’idea che lui – Cossiga – si è fatto della P2 attraverso una lettura politica fatta a posteriori. A suo avviso si trattava di un’organizzazione nata con scopi filo-atlantici tra le gerarchie militari, intorno a figure di generali come Geraci, Mino, Dalla Chiesa e Siracusano. Erano tutti ufficiali che, secondo Cossiga, avevano il compito di vigilare e di fornire una garanzia di fedeltà atlantica” (Cossiga su Gelli: fui io a cercarlo, Corriere della sera, 9 ottobre 1993).

E qualche mese prima, era intervenuto ancora sull’argomento asserendo, questa volta in modo perentorio, che “la P2 era stata la risposta in termini sbagliati ed occulti ai timori dei circoli atlantici che l’alleanza Dc-Pci allontanasse l’Italia dalla Nato. La P2 – conferma Cossiga – è dunque di importazione americana. Non c’è dubbio che Gelli non fosse il vero capo della loggia. Vi pare – chiede – che generali arrivati ai massimi livelli potessero rispondere a uno come Gelli? Il capo era un referente che metteva nei posti chiave i generali filo-americani” (G. Riva, Cossiga: La P2 viene dagli Usa e Gelli non ne era il capo, Il Giorno, 25 agosto 1993).

Nel silenzio tombale degli ambienti giudiziari interessati si leva, ad avallare le tesi espresse da Francesco Cossiga, la voce del deputato missino Ambrogio Viviani, già responsabile della sezione controspionaggio del Sismi, ovviamente anche lui iscritto alla loggia P2. Costui informa trionfalmente l’opinione pubblica che “le dichiarazioni del Presidente della repubblica Cossiga corrispondono certamente alla realtà dei fatti, incaricati di condurre l’operazione nel 1970 erano verosimilmente il col. James Clavio della ambasciata americana per quanto riguarda gli alti ufficiali delle Forze armate, e Mike Sedrawi per i dirigenti dei servizi d’informazione” (Su Gelli e P2 Viviani dà ragione a Cossiga, Il Giorno 25 agosto 1993).

Trova così conferma la testimonianza resa a suo tempo da Matteo Lex, secondo cui una persona vicina a Gelli “ci assicurò sulla nostra copertura in quanto vi erano personaggi della loggia il cui nome non sarebbe mai emerso, e ci rivelò che tutti i nomi degli aderenti alla P2 erano depositati in codice al Pentagono (P. Willan, I burattinai cit., p.80).

E così il cerchio si chiude. I tasselli inseriti dall’ex Presidente della repubblica, dallo stesso Gelli, dall’ex generale Viviani si inseriscono nel mosaico che in questi anni abbiamo ricostruito e, nel confermarne l’esattezza, permettono di definire ufficialmente il ruolo di copertura svolto dalla massoneria italiana nei confronti dell’‘organizzazione’. La loggia P2, chiacchierata, contestata, attaccata perfino sulla stampa dalla metà degli anni Settanta, dotata di un potere sconosciuto ai cittadini, non certo agli addetti ai lavori, in campo politico, economico, finanziario, militare e giudiziario annoverò nel suo ambito uomini dell’‘organizzazione’ come Licio Gelli, perfettamente informati della realtà nella quale si muovevano, degli interessi che rappresentavano e dei mezzi che utilizzavano. Ed altri, di converso, che non andavano al di là dell’adesione ad una potente loggia massonica nella quale predominava, fra gli iscritti, l’elemento militare e, sul piano politico, il più fervido anticomunismo.

La loggia P2 può, quindi, essere considerata un’agenzia dell’‘organizzazione’, uno strumento creato ad hoc per operare in un certo mondo, capace di coagulare attorno a sé centinaia di personaggi potenti, in Italia e all’estero, utili per interventi di carattere politico e finanziario senza, in caso di ‘incidenti’, compromettere la struttura nella quale Licio Gelli è stato sempre inserito, e grazie alla quale ha fatto la sua fortuna.

E di quale struttura si tratti, lo rivela implicitamente lo stesso Gran maestro quando dichiara: “Non sono mai stato fra gli organizzatori di Gladio, anche se la conoscevo: una legione invisibile di persone oneste che ha salvato l’Italia” (La vera mafia sono i politici, La Stampa, 13 agosto 1992). E, difatti, nessuno ha mai collocato l’ex materassaio di Arezzo fra i ‘capi’ di Gladio, bensì fra i soldati dell’‘organizzazione’ di cui la prima era espressione. Fra coloro che per convinzione, per interesse o per copertura hanno aderito alla massoneria, Licio Gelli non è stato certamente l’unico. Altri massoni hanno fatto parte di Gladio: il friulano Giorgio Brusin, membro della giunta del Grande oriente d’Italia, Antonio Melis detto ‘Salvatore’, responsabile della struttura clandestina in Sardegna, Francesco Dentice di Accadia ed altri appartenenti al rito scozzese.

Massoni-gladiatori, dunque, ma anche massoni-mafiosi e massoni-fascisti. Massoni ovunque e in ogni dove che, con il procedere delle inchieste giudiziarie, si sentono stretti sempre di più nella morsa di un potere che ne sta facendo il temporaneo capro espiatorio distogliendo l’attenzione da sé stesso.

La massoneria come cupola promotrice di strategie politiche, di manovre finanziarie a respiro intercontinentale, di lotte armate variamente definite sul piano ideologico, di azioni di tipo destabilizzante sul piano mafioso-eversivo: questa la nuova immagine del pericolo che sta disegnando l’ineffabile magistratura italiana. Qualcuno, non certamente annoverabile fra gli ultimi e più sprovveduti all’interno della massoneria, intuisce il pericolo e avverte che c’è altro potere, oltre a quello massonico, sul quale indirizzare le indagini. Giulio Di Bernardo, difatti, questo altro potere sceglie di definirlo, non a caso, con lo stesso identico termine utilizzato da Tommaso Buscetta: “…In Italia non c’è più la massoneria, ma un’altra entità più pericolosa. E – dice – è compito dei magistrati scoprire che cosa sia…” (M.G., Politici in cerca di loggia, Repubblica, 28 gennaio 1994).

Un rappresentante di quello che, per antonomasia, viene considerato un potere forte confessa come, in realtà, un altro potere molto più forte, un’altra ‘entità’ più potente della massoneria italiana ha agito ed agisce ancora impunita, anzi addirittura da scoprire.

Si sta facendo strada, in questi ultimi tempi, la convinzione che il potere atlantico abbia creato, nel corso degli anni, un dispositivo che ha utilizzato in funzione anticomunista e che, dopo il 1969, ha progressivamente smantellato perché ormai inutile e ingombrante. È la tesi, ad esempio, che porta avanti Gianni Cipriani: “Mafia, massoneria, destra eversiva, servizi segreti hanno rappresentato il dispositivo – scrive – attraverso il quale sono state tradotte in atti concreti le disposizioni dei poteri forti. Una realtà politica e giudiziaria che ha tardato molto ad affermarsi, soprattutto, fino a quando il dispositivo come si è storicamente determinato, non ha cominciato ad entrare in crisi” (I mandanti cit., p.9-10).

Noi affermiamo invece e denunciamo con forza che esisteva – e continua ad esistere – una sola organizzazione che si prefigge un unico scopo, che ha una sola strategia ed usa mille tattiche, che al pari di un camaleonte assume il colore dell’ambiente nel quale i suoi uomini si trovano ad operare, che non ha un volto né un nome ma diecimila come le sigle, i gruppi, le organizzazioni con i quali si confonde e, di volta in volta, viene confusa. Non mafia, dunque, né massoneria, né servizi segreti, né alta finanza, né destra eversiva, né partiti politici, ma forza autonoma, presente in ciascuno di questi ambienti come in ogni altro, dalle Forze armate a quelle di polizia, dalle gerarchie vaticane a quelle economico-finanziarie, dalle forze politiche di governo a quelle di opposizione, dalla stampa ‘indipendente’ a quella ‘alternativa’: questa l’‘organizzazione’.

Ed una conferma ulteriore a questa realtà la troviamo analizzando, in rapida sintesi, i punti di contatto fra le strutture parallele e la destra che ci si ostina a voler definire ‘eversiva’, nonostante che il suo ruolo sia oggi ben definito, sul piano storico e politico, come quello di supporto al disegno ‘stabilizzante’ che ha informato di sé cinquant’anni di storia.

Il mafioso Tommaso Buscetta ha conosciuto l’esistenza dell’‘entità’, non facendo estorsioni per le strade di Palermo, ma svolgendo compiti di natura politica. Lo spione Licio Gelli perché vi è stato stabilmente inserito, il massone De Bernardo perché la sua obbedienza è stata utilizzata prima per coprire le attività dell’‘entità’, oggi per coprirne l’esistenza. La destra neofascista, nelle persone dei suoi dirigenti di primo piano e di centinaia di quadri intermedi e di militanti, può essere considerata alla stregua di una mera appendice dell’‘organizzazione’, nei cui ranghi tanti sono stati – e continuano ad essere – stabilmente inseriti.

Perché meravigliarsi se, dagli archivi del Sismi, emerge che sono stati ‘gladiatori’ “Filippo De Marsanich, fratello del senatore, e Armando Degni, inquisito per il golpe fallito di Junio Valerio Borghese”? (Un Grillo nel giallo Mattei, Panorama, 20 giugno 1993). Che il presidente del Msi, Augusto De Marsanich, che del partito è stato anche segretario nazionale durante gli anni cruciali del suo consolidamento, avesse addirittura il fratello inserito nella struttura clandestina Nato, deve essere considerato un fatto di ordinaria amministrazione. E come tale deve essere valutato anche il fatto che “Armando Degni…nel 1967 firma su un documento classificato segretissimo una dichiarazione d’impegno, ricevendo il mandato di assolvere compiti militari speciali nell’ambito dell’‘organizzazione’ militare speciale dipendente dallo Stato maggiore della difesa collegata alla Nato…ed è…- scrivono i giudici di Bologna – un neofascista militante contemporaneamente nel Msi di Giorgio Almirante e nella formazione eversiva e terroristica di Ordine nuovo” (G. Barbacetto, C’è la mano dello Stato nelle stragi, L’Europeo, 20 luglio 1994).

Per un ‘golpista’ che compare nelle liste di Gladio, ce n’è un altro che, rompendo il muro della viltà e dell’omertà, ha scritto un libro a proposito dell’‘organizzazione’ e della sentenza che ha cancellato, come non avvenuti, gli avvenimenti della notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970. “È indubbio che a giustificazione di una sentenza recentissima, emessa dalla Cassazione dopo tredici anni, deve aver contribuito qualche articolo del famoso diktat, che ha legato le mani alla magistratura, se è vero che l’on. Moro poté uscirsene con il suddetto ‘segreto di Stato’. Indubbiamente – scrive ironicamente Gaetano Lunetta – gli Usa, nel regalarci la libertà si sono riservati di determinare il corso politico-economico della nazione italiana. Ed ecco nascere i cosiddetti ‘segreti di Stato! Uno dovrebbe suonare così: ‘È consentito agli Usa mantenere in Italia un corpo formato da ufficiali in s.p.e. e da civili che il governo americano può mobilitare qualora gli indirizzi politici del governo italiano dovessero deviare dalle direttive impartite dal governo americano’“ (G. Lunetta, L’ultimo mio comizio, T.e.a., Palermo 1988, p.53).

Poche parole, ma sufficienti a definire l’‘organizzazione’ ed il suo compito.

Il Msi nasce come forza politica dalla quale reclutare, all’occorrenza, decine di migliaia di giovani provenienti dall’esperienza militare della Rsi, in grado di impugnare le armi in difesa, stavolta, dell’impero americano. Il suo inserimento organico, come partito che conta migliaia di aderenti, nei piani segreti degli Stati maggiori alleati, approntati in funzione anticomunista, può farsi risalire al 1947 ed il ‘battesimo di fuoco’ all’aprile del 1948, quando la lealtà neofascista al nuovo regime ed al nuovo Stato superò brillantemente la prova con la ordinata restituzione delle armi avute in prestito, alla pari di altre formazioni politiche anticomuniste, dall’Esercito italiano.

La nascita dell’Alleanza atlantica, il varo del piano ‘Demagnetize’, l’inserimento di questo Paese nella struttura ‘Stay-behind’ con tutto quello che ne consegue, trasformano il Msi, unico autentico rappresentante del neofascismo, nello strumento più docile dell’‘organizzazione’ e in un serbatoio illimitato dal quale quest’ultima può arruolare elementi fidati e fedeli.

“Tra apparati dello Stato e gruppi neofascisti esistevano rapporti stretti ed organici – scrive Gianni Barbacetto -. “Sotto la facciata di Ordine nuovo si nascondeva una struttura occulta all’interno della quale operavano personaggi come Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Paolo Signorelli” – scrivono a loro volta i giudici di Bologna – “e, in posizione verticale, lo stesso Pino Rauti” (C‘è la mano dello Stato nelle stragi, cit.). Sul conto di quest’ultimo, è giusto ricordare come sia assurto al vertice del Movimento sociale italiano ricoprendo il ruolo di segretario nazionale, carica raggiunta per le ‘omissioni’ complici di magistrati che ‘scoprono’ oggi ciò che hanno ritenuto di dover ignorare per anni.

Abbiamo dedicato, comunque, al neofascismo pagine specifiche, e qui ci interessa solo riaffermare il legame che lo ha collegato al potere atlantico mentre, viceversa, non verticale ma di natura orizzontale sono stati i suoi rapporti con organizzazioni massoniche e criminali, con le quali non ha stretto alcun ‘patto’ avendo, al pari loro, come stella polare lo stesso vertice che dei suoi uomini si è servito abbandonando poi al loro destino quelli che non potevano essere ‘riciclati’ perché non sufficientemente rispettabili per essere inseriti in quello che viene spacciato per il ‘nuovo’ che avanza.

È, quindi, l’‘organizzazione’, quella che si colloca al centro e che, sapientemente mimetizzata, dirige il ‘suo’ dispositivo multiforme ed eterogeneo eppur disciplinato. Un’ ‘organizzazione’ politico-militare che annovera massoni ma non è massoneria, che utilizza mafiosi ma non è mafia, che si serve dei neofascisti ma non è neofascismo, che può contare sul supporto dei servizi segreti militari e civili ma da essi non dipende, che non è nazionale ma sovranazionale, che obbedisce, infine, ad un vertice che si trova a Washington, non a Roma.

Gianni Cipriani scrive che “i servizi segreti, per esempio, dovevano rispondere del loro operato anzitutto in sede atlantica. I generali dipendevano dai comandi Nato prima ancora che dal governo nazionale. Catene anomale di comando che si sono dimostrate funzionali a partire dalla fine degli anni Sessanta per gestire la strategia della tensione” (I mandanti cit., p.7). A questo quadro vanno aggiunti, però, due elementi sostanziali e fondamentali: che sono stati i ‘governi nazionali’ ad abdicare al diritto-dovere di esercitare la loro autorità sulle Forze armate; che non esistono ‘catene anomale’ di comando ma solo ‘catene occulte’ che corrono parallele a quelle palesi, come si conviene alla doppia struttura, segreta e clandestina da un lato, ufficiale dall’altro, in cui si articola l’Alleanza atlantica.

E un’autorevole testimonianza in questo senso viene fornita dal presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro, ucciso il 9 maggio del 1978 dalle Brigate rosse. “Certo è un intrigo difficile da districare – aveva scritto nel suo memoriale – e le cui chiavi si trovano presumibilmente in possesso di qualche organizzazione specializzata probabilmente al di là del confine. Si tratta di vedere in quale misura i nostri uomini politici possono aver avuto parte e con quale tipo di conoscenza e di iniziativa…Per quanto riguarda la strategia della tensione, che per anni ha insanguinato l’Italia pur senza conseguire i suoi obiettivi politici, non possono non rilevarsi, accanto a responsabilità che si collocano fuori dall’Italia, indulgenze e connivenze di settori dello Stato e della Democrazia cristiana in alcuni suoi settori”.

Aldo Moro, quindi, non ha dubbi: non è all’interno dello Stato nazionale che bisogna cercare i registi di piani che sono stati studiati all’estero e che, qui, sono applicati da complici ed esecutori. Se il silenzio dei Moretti e dei Curcio non lo impedisse, molto più si saprebbe di quello che ha rivelato Aldo Moro. Ma anche le frammentarie notizie che i ‘combattenti per il comunismo’ non sono riusciti ad eliminare e che, solo per questa ragione, sono trapelate consentono di confermare l’esistenza di un’‘organizzazione’ che è inserita negli apparati politici e di difesa della Nato.

E riepilogando queste che, ormai, sono verità acquisite sia sul piano storico che giudiziario, tornano i quesiti più volte posti sull’identificazione dell’organizzazione; può essa coincidere con Gladio e con la struttura europea delle Stay-behind? Può, questa struttura la cui esistenza è stata ufficialmente riconosciuta solo quattro anni fa, essere considerata l’‘organizzazione’ nel suo complesso o, almeno, una parte di essa o, ancora, come pretende la magistratura italiana essere ad essa totalmente estranea?

A dare ascolto al gen. Gerardo Serravalle, che della struttura è stato per alcuni anni il comandante, dovrebbe essere valida la seconda ipotesi, quella cioè che vede Gladio come parte sacrificata per coprire il ‘tutto’, inteso quest’ultimo come quell’organizzazione segretissima, la cui esistenza non potrà mai essere ammessa perché strumento portante del dominio americano in Europa. “…Da una parte – scrive, difatti, Serravalle – c’è una struttura segreta denominata Stay-behind, a tenuta ermetica, che dispone di armi ed esplosivi mantenuti occultati in vari punti del territorio nazionale… dall’altra sembra di intravedere in filigrana una specie di magma delle varie denominazioni, di natura eversivo-terroristica. È il magma dei ‘salvatori della patria’ che hanno fruito del segreto politico-militare dello Stato” (G. Serravalle, Gladio, Ed. associate, Roma 1991, p.46-47). E, in maniera più esplicita, subito dopo: “La struttura era dunque tale – si chiede – da poter essere utilizzata come schermo per il magma dei ‘patrioti-professionisti’ al riparo delle coperture istituzionali per dare uno scossone al Paese? Il sospetto è legittimo e fondato…” (ivi, p.49).

Dà, Gerardo Serravalle, corpo ai suoi sospetti sottolineando la presenza nelle liste di Gladio di alcuni individui che non dovevano essere arruolati a causa delle loro manifeste militanze e simpatie per l’estrema destra tipo Ordine nuovo ed altro (ivi, p.51-52). E va oltre, perché egli stesso ammette che alcuni dei gladiatori hanno preso parte attiva alla lotta politica, nei suoi aspetti terroristici, della ‘destra eversiva’ scrivendo a chiare lettere che “è legittimo sospettare che questi costituissero la sutura con il magma dei terroristi e degli eversori” (ibidem). La conclusione riflette amarezza e, ad un tempo, sicurezza: la prima per essere stato utilizzato come capro espiatorio, la seconda per utilizzare la inanità degli sforzi di quanti hanno creduto che le rivelazioni di Giulio Andreotti sulle Stay-behind potessero realmente contribuire a far luce sulla guerra politica.

“Riflettori su Gladio, dunque – osserva Serravalle – ma tentare di scoprire la strategia della tensione attraverso Gladio è come cercare un ago nel pagliaio, è come tentare di scoprire cosa bolle nella pentola attraverso l’esame del coperchio…Luce su Gladio, dunque, affinché rimangano in ombra le suture? Gli autori delle stragi, nostrani o venuti dal freddo, di colore rosso o nero, i mandanti affiliati o no ad obbedienze eversive potranno continuare a vivere tranquilli. La Stay-behind li copre ancora una volta, persino quando viene eliminata. Prodigi di ingegneria del potere” (ivi, p.53).

Ma dopo questa melodrammatica conclusione che avvalora l’ipotesi di una Gladio parte di un ‘tutto’, lo stesso Serravalle si premura di disseminare il suo scritto di affermazioni che corroborano la tesi di quanti non vedono differenze fra le Stay-behind e l’“organizzazione”. Scrive, difatti, che “Gladio non era operativamente affidabile né efficiente (ivi, p.70). Rincara la dose asserendo che “o gli inventori di Gladio erano degli incoscienti, oppure per primi avevano escluso che Gladio potesse operare secondo gli scopi per cui era stata concepita” (ibidem). E, infine, assesta il colpo decisivo all’ipotesi da lui stesso prospettata di una Stay-behind italiana sacrificata sugli altari degli interessi del potere proprio perché struttura non compromessa nella strategia della tensione. “Viene inevitabile supporre – scrive – almeno in linea ipotetica che chi predispone una struttura segreta tipo Gladio e la pone al comando di un militare professionale, intenda che la struttura stessa debba essere impiegata eventualmente con assoluta sicurezza secondo i compiti istituzionali (resistenza all’invasore e ai collaborazionisti), secondo i criteri propri della dottrina militare sulla ‘guerra non ortodossa’, oppure – e qui non si può non rendere omaggio alla genialità dell’idea – si è voluto costruire un paravento, una facciata rispettabile con tutti i requisiti dell’ufficialità, i benefici del segreto di Stato ed il manto protettivo dell’Alleanza atlantica a vantaggio, diciamo così, del potere. Questo – conclude maliziosamente Serravalle – il nodo della vicenda Gladio. Nelle Stay-behind operano funzionari civili di carriera dei rispettivi servizi. Ho avuto modo di constatare in essi, con molto stupore, una pressoché assoluta carenza di preparazione tecnico-tattica, necessaria ad una corretta impostazione ed eventuale condotta di quella forma particolare di guerra” (ivi, p.36-37).

Il generale Gerardo Serravalle è ben lontano dall’essere quella vittima e, soprattutto, quell’ufficiale democratico che cerca di apparire oggi, tanto da essersi congedato dall’Esercito solo nel 1986, anno in cui partecipò, come ‘consulente civile di un gruppo di industrie italo-americane, agli studi per la realizzazione della ‘Strategic defense initiative’ europea (ivi, p.63). Colpevole alla pari dei suoi colleghi, arrogante nella presunzione di poter informare disinformando, certo che nessuno percepirà in modo corretto i suoi messaggi, Serravalle cancella le distinzioni fatte e propone Gladio, non come mera sezione operativa delle Forze armate, ma come l’‘organizzazione’ stessa: l’ipotesi più ragionevole, la più logica, la più veritiera.

La dove egli, difatti, parla dei compiti istituzionali di Gladio da utilizzare contro i ‘collaborazionisti’, secondo i criteri d’impiego della dottrina militare sulla guerra non ortodossa, finge di dimenticare due cose: che i primi vanno identificati nei quadri dirigenti e militanti dei partiti comunisti occidentali; e che la ‘guerra non ortodossa’ non può essere assimilata alla pura e semplice guerra di guerriglia alla quale era ufficialmente destinata la struttura Gladio. È necessario ricordare (non a Serravalle che lo sa bene) che la guerriglia contro un esercito invasore avrebbe avuto come fine la riconquista dello spazio geografico, mentre la guerra non ortodossa aveva come fine la difesa dello spazio politico, perso il quale anche lo spazio geografico sarebbe stato occupato dal nemico. Difatti, gli scenari bellici costruiti dagli Stati maggiori degli eserciti Nato prevedevano la conquista pacifica del potere, mediante le elezioni politiche, da parte dei partiti comunisti italiano e/o francese che, giunti al potere, avrebbero richiesto il ‘fraterno’ aiuto dei Paesi del Patto di Varsavia. Questo il pericolo da scongiurare, con ogni mezzo e ad ogni costo: la perdita dello ‘spazio politico’.

Lo ‘spazio geografico’ non è mai stato minacciato. A dirlo è lo stesso Gerardo Serravalle: “…Il vicepresidente del Senato, Paolo Emilio Taviani, pressappoco nella stessa epoca, aveva rivelato alla Commissione stragi che almeno in cinque occasioni l’Italia sarebbe stata minacciata; nel ’48, nel ’56, in concomitanza con la repressione ungherese, nel ’62 e nel ’68, dopo la normalizzazione della Cecoslovacchia. Personalmente – scrive Serravalle – per quanto riguarda le prime tre date non ho nulla da commentare e mi rimetto all’autorevolezza del senatore, uomo di governo in più di un gabinetto, nel ’62 ero già in servizio e non ricordo alcun stato di allarme, nel ’68 facevo parte dello Stato maggiore del V Corpo d’armata, quello schierato sul confine nordorientale e, nemmeno in questa occasione, per quanto rammento, furono adottate misure d’emergenza particolari, a parte un allarme di livello minimo, del tipo che viene ordinato in occasione di fatti di qualche rilievo politico strategico, tali però da non compromettere la sicurezza nazionale” (ivi, p.60-61).

Se Gerardo Serravalle può smentire platealmente Paolo Emilio Taviani sui presunti allarmi del 1962 e del 1968, la storia smentisce anche per gli altri fatti citati il bugiardo democristiano. Nel 1948, gli unici ad approntare piani d’attacco, per di più atomico, erano gli Stati Uniti contro la Russia che, da parte sua, era ben lontano dall’aver risanato le immense distruzioni provocate dalla seconda guerra mondiale. Nel 1950, il terrore che, con il pretesto della guerra di Corea, l’America attaccasse la Russia fu tale che Palmiro Togliatti, in obbedienza agli ordini di Stalin, offrì al governo italiano la virtuale cessazione di ogni opposizione da parte del Pci in cambio di una politica estera di pace. Nel 1956, l’ingresso dell’Armata rossa in Ungheria (4 novembre) fu contemporaneo all’azione diplomatica Usa-Urss che obbligò le truppe franco-britanniche a ritirarsi precipitosamente dal canale di Suez, che avevano occupato il 1 novembre.

In definitiva, lo ‘spazio geografico’ italiano non è mai stato minacciato, quello ‘politico’ sì. E a difendere quest’ultimo sono state le Stay-behind, strumento perfezionato e raffinato della guerra non ortodossa. E che così è stato, tra i mille e mille esempi che si potrebbero portare per dimostrarlo ne scegliamo uno, proveniente dall’ambiente militare che, da solo, prova quale fosse il pericolo e quali le contromisure da adottare per sventarlo, secondo il parere di un illustre collega di Serravalle.

Scriveva, nel febbraio del ’69, sulla Revue militaire générale, il gen. Ernesto Cellentani: “In seno alle forze politiche protagoniste dei disordini e delle sommosse si è andato rilevando specie negli ultimi tempi un processo crescente di osmosi, ideale e organizzativa, sul piano internazionale. Il problema potrebbe rappresentare, in un futuro prossimo, ulteriori complicazioni e difficoltà poste dall’intervento dell’assai importante componente giovanile studentesca. Sembra allora opportuno realizzare una stretta cooperazione civile e militare, sul piano europeo occidentale, tendente allo scopo di mettere a fattori comuni esperienze ed informazioni, potrebbe allo scopo essere concretata da una politica dell’ordine pubblico ed un’altrettanto comune politica di informazione ed azione psicologica, entrambe necessarie. La popolazione non interessata al disordine potrebbe – infine – essere chiamata in determinati casi limite a cooperare al ristabilimento dell’ordine. Oggi esiste, ormai, un fronte interno anche in tempo di pace” (G. Boatti, Piazza Fontana, Feltrinelli, Milano 1993, p.44-45).

Nulla di nuovo esprimeva l’alto ufficiale che si limitava a ribadire nel suo articolo il punto di vista delle Forze armate sulla ‘guerra’ in corso nel Paese, così com’era stata delineata nel corso del convegno organizzato dall’istituto A. Pollio, nel maggio 1965 a Roma, con i finanziamenti del Sifar e il patrocinio dello Stato maggiore difesa. E agli ignari ed agli immemori ricordiamo, in brevissima sintesi, cos’era quella che in termini politici veniva chiamata ‘guerra rivoluzionaria’ e, in termini tecnici, ‘guerra non ortodossa’.

Lo facciamo riportando, pari pari, quanto ha scritto sull’argomento un insospettabile osservatore esterno, Piero Ignazi: “I temi dell’infiltrazione e del mimetismo, nella guerra segreta e mascherata già lanciata dal comunismo internazionale, dell’indottrinamento e della propaganda costituiscono il leit motiv delle relazioni al convegno (dell’istituto Pollio nda). Per difendere i superiori valori morali dell’Occidente deve essere attuata una ‘contromobilitazione’ globale che faccia comprendere il pericolo incombente e che forgi il soldato controrivoluzionario, una figura di combattente ascetico e missionario che richiama – scrive Ignazi – il legionario evoliano. Ma il punto focale e innovativo delle varie relazioni è l’individuazione di un nuovo rapporto tra cittadini e Forze armate. Il compito della controffensiva non può essere lasciato al solo esercito, ma ad esso devono affiancarsi formazioni di volontari civili. Le energie controrivoluzionarie vanno divise in gruppi in base al ruolo nella società e al potenziale di mobilitazione: da un ampio settore di sostenitori passivi si passa ai membri delle associazioni combattentistiche pronte ad un impiego attivo di supporto fino al nucleo duro di elementi sceltissimi per le ‘azioni coperte’ “ (P. Ignazi, Il polo escluso, Il Mulino, Bologna 1989, p.112-113). Così, in modo semplice ed in estrema sintesi, vengono delineati da un inconsapevole docente universitario una strategia ed i suoi strumenti, fra i quali il più duttile, il più segreto, il più idoneo erano e restano le Stay-behind.

Ed anche se in maniera ancora approssimativa, qualche passo avanti in direzione della verità è stato fatto da magistrati che lavorano lontani dai riflettori della pubblicità. Secondo Repubblica, difatti, i giudici della Procura militare di Padova sarebbero giunti alla conclusione che “la struttura sciolta ufficialmente tre anni fa dal governo…altro non era che un’organizzazione di copertura”. La convinzione – sempre secondo il quotidiano milanese – sarebbe fondata sul contenuto di un documento classificato come riservatissimo, ora agli atti della Commissione stragi, che rivelerebbe l’esistenza di una struttura suddivisa in tre fasce: “Nel centro di questa piramide ci sarebbe la vecchia Stay-behind in funzione di copertura. La vecchia Gladio sarebbe ancora intatta ed operante. Dini e Roberti avrebbero anche scoperto che i 622 gladiatori compresi negli elenchi ufficiali non hanno affatto preso parte ad esercitazioni di guerra. Questo compito sembra sia stato assolto da reparti speciali che si sarebbero addestrati sotto la supervisione del Sismi” (Denuncia di due magistrati. ‘La vera Gladio vive ancora’, La Repubblica, 18 novembre 1993).

Un’ipotesi più che logica, quest’ultima, perché una guerra di guerriglia non poteva certo essere affidata ai pensionati e alle casalinghe che le autorità politiche hanno spacciato per gli unici gladiatori, bensì agli uomini ben addestrati e fisicamente allenati dei reparti d’élite dell’Esercito.

Una conferma puntuale è venuta dal rifiuto opposto dal comandante del battaglione col. Moschin, della brigata paracadutisti ‘Folgore’, di consegnare a Carlo Mastelloni, in perenne ricerca di scoop, i piani operativi del reparto da adottare in caso di conflitto ‘non convenzionale’. L’ufficiale ha indicato nella Nato l’autorità preposta a decidere se consegnare al magistrato veneziano i documenti richiesti, o se coprirli col vincolo del segreto atlantico (Gladio, la Nato deciderà sugli atti, Repubblica 6 febbraio 1994).

Del resto, che l’Alleanza atlantica abbia predisposto, fin dal suo infausto insorgere, i piani più svariati per opporsi al nemico comunista, nei quali la presenza di civili e militari è costantemente affermata, perché basata sull’esperienza della guerra partigiana in Europa (si legga in proposito V. Hahlweg, Storia della guerriglia, Feltrinelli Milano 1993) è una realtà innegabile.

Altrettanto non confutabile né smentibile è che le Stay behind rappresentano la traduzione concreta, sul terreno, di quanto è stato elaborato nel corso degli anni da un mondo militare che riserva l’uso delle armi da fuoco ai Paesi del terzo mondo e l’azione psicologica a quelli evoluti, dove il controllo dei mezzi di comunicazione di massa è tale da garantire loro la vittoria senza necessità di intervenire nelle strade e nelle piazze con reggimenti e mezzi corazzati.

Il ruolo delle forze armate, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, è ancora oggi riconosciuto da pochi. Uno di questi è Virgilio Ilari che ebbe modo di rilevare in un suo libro “…il ruolo politico che la forza militare stava assumendo come garanzia del mantenimento del sistema di potere politico ed economico durante l’apertura a sinistra” (V. Ilari, Le Forze armate tra politica e potere, Vallecchi, Firenze 1979, p.69). Ed individuò nel gen. Giovanni De Lorenzo “il più lucido tra i militari degli anni Sessanta. Fu lui – scrisse – a elaborare la versione poliziesca della garanzia militare, che era imperniata più sull’ostentazione della forza, sul controllo capillare della vita politica ed economica nel Paese mediante la rete dei servizi segreti” (ivi, p.58).

Risale al 25 novembre 1983 la dichiarazione resa da Amos Spiazzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, che conferma i ruoli di ‘tutore’ e di ‘garante’ dell’ordine politico rivestiti dalle Forze armate ed esercitati da strumenti come le Stay-behind. Dichiarava il pluri-inquisito Spiazzi: “…nell’ambito delle Forze armate sono sempre esistiti due strumenti: un ‘piano di emergenza interna’ e un (segretissimo) ‘piano di sopravvivenza’. Il primo strumento prevede la selezione, nell’ambito dell’Esercito, di personale fedelissimo, disponibile a partecipare ad ‘operazioni delicate’; il secondo entra in funzione in caso di vacanza della Presidenza della repubblica, di conflitto elettorale con il diretto intervento dell’Esercito e in caso di invasione esterna. Il ‘piano di sopravvivenza prevede – secondo Spiazzi – anche l’intervento, accanto ai militari, di gruppi fidati, indicati in particolari schedature e agisce sostanzialmente come organismo potenzialmente partigiano” (M. Teodori, P2: la controstoria, cit.).

Anche in questo caso, come si vede, alle Stay-behind, perfettamente riconoscibili nel ‘piano di sopravvivenza’, sono assegnati in forma prioritaria compiti di vigilanza e di intervento all’interno del Paese, e per ultimo quello di attivarsi nel caso di una invasione militare, l’ipotesi, quest’ultima, più remota.

Ma l’avallo più autorevole, quello che integra e compone gli elementi fin qui esposti in un unico mosaico a sostegno della tesi che vuole identificare in Gladio l’‘organizzazione’ che riunisce nei suoi ranghi la guardia pretoriana degli Stati Uniti in Europa, viene dall’impunito Francesco Cossiga. Costui, difatti, nelle dichiarazioni rilasciate a ruota libera, non ha lesinato frammenti di verità sulle Stay-behind in Europa che contrastano, in modo plateale, con le conclusioni ufficiali, politiche e giudiziarie. Non si concilia, ad esempio, la definizione di ‘potente organizzazione interalleata’, riservata dall’ex Presidente della repubblica ad una struttura che, a sentire il suo amico Fulvio Martini, era invece povera cosa, composta da 622 personaggi senza arte né parte.

Ed ancora più interessante appare il riferimento, fatto da Cossiga, al governo di Stay-behind ristretto, a sentir lui, a ventidue uomini politici, gli unici che in Italia sapevano tutto perché, evidentemente, erano i soli a dare tutte quelle garanzie di fedeltà che gli Stati uniti e la Nato pretendevano. Francesco Cossiga non fa i nomi di tutti coloro che componevano il governo ‘occulto’, ma quelli che fa (Spadolini, Taviani, Rognoni, Andreotti, ai quali vanno aggiunti Restivo e Tanassi) sono sufficienti per delineare la mappa delle coperture politiche al cui riparo hanno agito gli uomini delle Stay-behind in Italia. Sono questi gli uomini politici che hanno rappresentato la cerniera fra lo Stato ‘parallelo’ e quello ‘ufficiale’, e che ormai sono stati sostituiti da altri che non hanno ancora un volto e un nome.

E se, sul piano politico, vi era una direzione unitaria che non teneva conto del partito di appartenenza (Dc-Pli-Psdi-Pri) ma solo dall’incondizionata dipendenza dai voleri del governo americano e della Nato, anche sul piano militare ed operativo l’“organizzazione” non poteva che avere un unico vertice, capace di coordinare le multiformi attività dei subalterni impegnati nelle più diverse realtà italiane ed europee. È credibile l’astuto Gerardo Serravalle quando parla di dispositivo che definisce come “un insieme di formazioni, composto da persone che avevano capacità operative peculiari. Con una caratteristica: era guidato da un comando unitario” (D. Mastrogiacomo – F. Scottoni, Ustica. Ancora Israele, stavolta lo dice Gladio, Repubblica, 14 febbraio 1994).

Si configura così un potere parallelo che agisce in piena sintonia con quello ufficiale ma da quest’ultimo, troppo impacciato nei suoi movimenti dal rispetto formale delle regole della democrazia, si differenzia per l’agibilità dei movimenti, la totale libertà di azione, la scelta di obiettivi, metodi, mezzi e uomini da impiegare con assoluta spregiudicatezza, con la certezza di poterli, qualora se ne presenti la necessità, sconfessare con l’ausilio dei poteri pubblici ed ufficiali. Non è una novità. Anzi, proprio nella nazione-guida del mondo cosiddetto ‘libero’, l’esistenza di un potere parallelo a quello ufficiale, all’interno del quale si prendono le decisioni cruciali per la politica estera americana, è stata più volte riconosciuta anche se, di volta in volta, presentata come una necessità contingente e, quindi, non istituzionalizzata.

“Adesso si scopre – scriveva Panorama nel novembre del 1986 – che all’interno della Casa bianca le più spericolate e clandestine operazioni sono affidate a un gruppo di personaggi-ombra, di cui nessuno fuori dall’ambiente aveva mai sentito parlare. È questo un governo clandestino che, all’insaputa di tutti, ha condotto l’operazione ostaggi, guidato la guerra segreta in Nicaragua, l’intervento Usa nel Mediterraneo ai tempi della crisi dell’Achille Lauro (il dirottamento dei terroristi su Sigonella) e, prima ancora, l’invasione di Grenada” (M. Conti, Quei clandestini di Reagan, Panorama, 23 novembre 1986).

Pochi giorni più tardi, su Repubblica appariva un articolo sullo stesso argomento che inquadrava e rappresentava una realtà che, mutatis mutandis, è perfettamente assimilabile a quella che, in queste pagine e da anni, anche se inutilmente, denunciamo: “…Tra le molte vicende che quest’ultima crisi (l’Irangate) ha rivelato, c’è anche questa: l’esistenza di un contrasto con l’apparato ufficiale, di una nuova razza di militari, di un piccolo gruppo formatosi nel Vietnam che, sulla base di un approccio teorico totalmente nuovo, ha tentato un rinnovamento nell’establishment…L’approccio elaborato da questa nuova razza di militari – scrive il giornalista – è un po’ l’uovo di Colombo, ma ha fatto molta strada ed ha testi di riferimento: le opere del generale a due stelle Lansdale, il quale dalla sua esperienza, nelle Filippine in particolare, ha ricavato alcune riflessioni. Per combattere il comunismo i militari hanno tradizionalmente contato su due fattori: l’uso di molti mezzi di guerra e molti soldi. Con questa strategia, tuttavia, si perse il Vietnam. Lansdale sostiene invece che questi due fattori funzionano solo se essi vengono integrati con misure sociali ed operazioni politiche. Che, insomma, non si può vincere una guerra e poi creare condizioni politiche favorevoli, ma si deve operare su entrambi i fronti contemporaneamente. Per esempio, l’amministrazione Reagan, all’inizio era tutta immersa dentro questa idea di un massiccio riarmo, e questa era l’altra faccia di un’amministrazione Carter che invece era immersa dentro stupide teorie sociali. La separazione fra le due cose ha sempre reso ineffettiva l’una e l’altra “ (L. Annunziata, Oliver North, il colonnello che voleva ispirare il potere, Repubblica, 4 dicembre 1986).

Anche se il giornalista di Repubblica dimostra di ignorarlo completamente, il fondamento delle teorie che espone, lungi dall’essere nuovo, sta alla base della dottrina della guerra non ortodossa, scaturita dalle osservazioni dei francesi in Indocina, degli inglesi in Malesia e dagli stessi americani nelle Filippine. Nella ‘quarta dimensione della guerra’, come abbiamo più volte ribadito, la separazione fra il civile ed il militare è stata abolita e a dirigerla sono stati chiamati gli ‘Stati maggiori allargati’, che comprendono uomini provenienti sia dagli ambienti politici, accademici, economici che da quelli militari. Perché è guerra che prevede solo come extrema ratio il ricorso alle armi da fuoco venendo, di preferenza, condotta con quelle della persuasione, del benessere economico e del miglioramento delle condizioni sociali. Ma sempre guerra è e, come tale, viene pianificata, diretta ed affrontata.

L’esempio ce lo fornisce l’inconsapevole giornalista di Repubblica che, nel prosieguo del suo articolo, scrive: “…Chi è stato l’architetto di Grenada è stato l’uomo chiave per distruggere gli squadroni della morte in Salvador, aprendo la strada a Duarte. È gran parte merito suo se Duvalier è partito senza maggiori traumi, ed è sicuramente stato North il grande artefice dell’operazione nel Mediterraneo dopo Klinghoffer. Sembrano operazioni molto differenti; in realtà poggiano su un’unica base: l’esistenza di un limitato ma altrettanto selezionato gruppo di uomini…” (ibidem).

A parte l’esaltazione strumentale (per potergli addossare ogni responsabilità) del colonnello Oliver North, l’immagine di come funzioni il potere parallelo è qui fotografata in maniera credibile. Accettare, senza nulla obiettare, che gli Stati Uniti affidino la politica estera non al Dipartimento di stato, che ne sarebbe l’unico titolare effettivo, ma ad un piccolo gruppo di uomini che nessuno conosce e, contemporaneamente, rifiutare l’ipotesi che questa prassi venga adottata anche in sede di Alleanza atlantica, è dare prova di malafede.

Siamo in un Paese a sovranità limitata. E a riconoscerlo, ultimo in ordine di tempo, è perfino Gerardo Serravalle che lo scrive a chiare lettere: “È tempo di riacquistare la nostra sovranità. I servitori dello Stato nei servizi non debbono più trovarsi nella condizione di giurare fedeltà ad una patria dimezzata, dove gli interessi dei servizi stranieri giocano un ruolo dai contorni poco nitidi e, nella migliore delle ipotesi, non sempre in armonia con i nostri” (G. Serravalle, Gladio cit., p.100-101). È tempo di prenderne atto, riscrivendo la storia e traendo le dovute conseguenze dalla sua verità.

È storicamente datato il periodo, se non proprio il giorno esatto, in cui la dinastia Savoia, per salvare il trono, decise che era giunto il momento di abbandonare la Germania e di passare dalla parte degli Alleati: unico modo per non perdere con onore la guerra, ma di ‘vincerla’ con ignominia. Se i calcoli dei Savoia si rivelarono errati, ed essi furono fortunatamente allontanati dalla guida del Paese, l’eredità di quanto avevano fatto sul piano del tradimento e del doppio gioco rimase alla casta militare che non ha subito né operazioni né processi. E che, pertanto, è rimasta impunita e convinta della possibilità e della convenienza che il tradimento paghi, purché sia perpetrato a favore del più forte.

Abbiamo descritto, in un libro rimasto ancora inedito (V. Vinciguerra, Storia segreta di un popolo tradito 1943-1945, inedito 1985), il gioco condotto dai servizi segreti militari e civili dall’estate del 1943 alla fine del conflitto quando riuscirono, con una spregiudicatezza ed un cinismo senza pari, a dividersi ufficialmente in due tronconi: uno con il Regno del sud, l’altro con la Repubblica del nord. Restando, in realtà, un organismo unico impegnato a difendere gli interessi della monarchia e a favorire la vittoria degli Alleati. Lo scopo venne raggiunto creando uno strumento ad hoc, quello che Sandro Attanasio definisce un “servizio segreto parallelo al Sim (Servizio informazioni militari) che operava con scopi totalmente differenti da quelli ufficiali” (S. Attanasio, Gli anni della rabbia cit., p. 21).

È evidente che gli stessi protagonisti di un simile inganno, una ‘diversione strategica’ che, per le sue dimensioni, ha pochi precedenti nella storia dei servizi segreti, non ebbero scrupoli a trasformarsi, nel dopoguerra, da difensori del Paese a suoi vigili e all’occorrenza spietati carcerieri, impegnati a mantenere al suo interno l’ordine imposto dagli Stati Uniti d’America e, per conto loro, dalla Nato. Un accordo sovranazionale che risale a qualche tempo dopo la costituzione dell’Alleanza atlantica, e che interessa in modo specifico l’Italia e la Francia, sarà lo strumento privilegiato che gli Stati Uniti e la Nato utilizzarono per provocare nel nostro Paese una tragedia che non ha ancora avuto fine.

Su questo specifico argomento, Giuseppe De Lutiis ha scritto – senza essere smentito – che “questi accordi hanno la loro origine in protocolli aggiuntivi segreti, stipulati nel 1949, contemporaneamente alla firma del Patto atlantico. Essi prevedono l’istituzione di un organismo non ufficiale, anzi giuridicamente inesistente, preposto a garantire con ogni mezzo la collocazione dell’Italia all’interno dello schieramento atlantico, anche nel caso che l’elettorato si mostri orientato in maniera difforme” (G. De Lutiis, Storia ecc. cit., p.126). Ma se questa fu la premessa che ci vincolò agli Stati Uniti, gli accordi con la Francia, stipulati in ambito Nato, ci misero in una condizione di sudditanza e trasformarono il nostro Paese in un laboratorio sperimentale per le alchimie politico-militari di coloro che avevano deciso di preservare dal contagio comunista l’Europa occidentale, cominciando a combattere il virus nei Paesi dove era più diffuso e, quindi, potenzialmente più aggressivo, l’Italia e la Francia.

Dopo incontri al vertice e consultazioni segrete, non limitate ai soli militari ma direttamente coinvolgenti, fra gli altri, anche i responsabili dei dicasteri degli Interni fra Italia e Francia (riscontri si possono trovare in R. Canosa, La polizia in Italia dal 1945 ad oggi, Il Mulino, Bologna 1976; G. Scarpari, La Democrazia cristiana e le leggi eccezionali 1950-1953, Feltrinelli, Milano 1977), viene varata un’operazione – scrive Philip Willan – denominata ‘Demagnetize’ (I burattinai cit., p.34), di cui si trova traccia in un memorandum top secret dello Stato maggiore americano, datato 24 maggio 1952 (ibidem), destinato a produrre quell’effetto di smagnetizzazione che avrebbe allontanato i due Paesi dal comunismo internazionale.

Cosa prevedeva il piano ‘Demagnetize’ lo rivela, in parte, Giuseppe De Lutiis: “Questo – scrive lo storico comunista – è il passo centrale del documento: l’obiettivo ultimo del piano è quello di ridurre le forze dei partiti comunisti, le loro risorse materiali, la loro influenza nei governi italiano e francese e in particolare nei sindacati, in modo da ridurre al massimo il pericolo che il comunismo potesse trapiantarsi in Italia e in Francia, danneggiando gli interessi degli Stati Uniti nei due Paesi…La limitazione del potere dei comunisti in Italia è un obiettivo prioritario: esso deve essere raggiunto con qualsiasi mezzo…del piano ‘Demagnetize’ i governi italiano e francese non devono essere a conoscenza, essendo evidente che questo può interferire con la loro rispettiva sovranità nazionale” (Storia ecc. cit., p.62-63).

Evitare, dunque, che la calamita moscovita riuscisse nell’intento di attrarre a sé quelle due nazioni, con le catastrofiche conseguenze che ne sarebbero derivate per gli Stati Uniti, fu il compito assegnato agli specialisti di quella che, con l’affinamento della teoria e l’elaborazione della dottrina d’impiego, venne definita ‘guerra non ortodossa’.

L’occasione per verificare il meccanismo di difesa, approntato dagli Stati Uniti, non tardò a giungere. Il paventato pericolo di una falla nel dispositivo di difesa dell’Alleanza atlantica si materializzò, alla metà degli anni Cinquanta, quando i servizi di sicurezza francesi impegnati nell’opera di ‘intelligence’ a supporto delle forze militari impiegate nella repressione della guerriglia algerina, segnalarono che in seno al Fln esisteva una cellula comunista guidata da Boumedienne. L’Occidente poteva accettare un’Algeria indipendente, se avesse avuto la certezza che si sarebbe, comunque, mantenuta all’interno di quello schieramento terzomondista equidistante (ufficialmente) dai due blocchi, ma (riservatamente) vicino all’ex potenza coloniale per ottenere aiuti economici e sostegno politico e diplomatico, mai uno spostamento verso Est, verso l’impero sovietico. Con Boumedienne, addestrato a Mosca, comunista ortodosso, l’ipotesi di una sua conquista del potere all’interno del Fln che lo avrebbe reso automaticamente capo del nuovo Stato algerino, divenne concreta, tanto da destare il più vivo allarme tra i vertici politici e militari, statunitensi ed atlantici (notizie tratte da conversazioni avute dall’Autore con Yves Guerin Serac).

L’Algeria, però, rappresentava per costoro un problema non facilmente risolvibile. Il Paese era una colonia francese e, in quanto tale, rientrava a pieno titolo in quell’area Nato dove le forze armate dei Paesi aderenti all’Alleanza erano legittimate ad intervenire. E tanto pretendeva, infatti, la Francia. Ma gli Stati Uniti sostenevano, ufficialmente, il principio dell’autodeterminazione dei popoli e la fine del colonialismo e il Fln algerino non combatteva in nome di un’ideologia ma in quello della libertà e dell’indipendenza dalla Francia. Washington non poteva, quindi, smentire sé stessa autorizzando la Nato ad intervenire a fianco dell’esercito francese in Algeria, pena ripercussioni gravissime sulla politica estera e la totale perdita di credibilità in Asia e in Africa.

Così l’Alleanza atlantica si astenne, per l’opinione pubblica mondiale, da qualsiasi tipo di intervento: l’Algeria era e doveva restare, sempre ufficialmente, un problema esclusivamente francese. L’Algeria non era l’Indocina, dove i francesi erano stati abbandonati a sé stessi dagli americani. Era un Paese che la Nato non poteva permettersi di perdere a favore di Mosca. Le implicazioni politiche e militari di un suo passaggio al blocco orientale erano ritenute troppo gravi per assistere passivamente alla sua caduta. Algeri non era Hanoi, era molto di più. E, nella scacchiera della politica mondiale, la sua comunistizzazione sarebbe equivalsa ad uno scacco matto che né i vertici dell’Alleanza atlantica né Washington erano disposti a subire.

Come evitarlo? L’idea agli strateghi americani e atlantici dovette sembrare splendida: l’Algeria alla Francia, trasformata da colonia in territorio metropolitano e i suoi abitanti in cittadini francesi, con parità di diritti e di doveri. Non l’indipendenza ma l’integrazione era il mezzo per non perdere l’Algeria: gli algerini volevano una patria, e la Francia sarebbe divenuta la loro patria, Parigi, non Algeri, la loro capitale. Così, per non consegnare l’Algeria al comunismo, si sarebbe sacrificata la Francia, la sua storia, la sua cultura, la sua identità.

Per condurre in porto un’operazione che avrebbe incontrato fortissime resistenze nella popolazione francese, serviva un uomo che aveva un’indiscussa autorità morale, una figura carismatica in grado di imporre la sua volontà alla Francia intera perché egli stesso era la Francia: Charles De Gaulle. In nome della Francia e per la Francia, spiazzando partiti e forze politiche, Parlamento e governo, le Forze armate attraverso i loro più prestigiosi esponenti, il 13 maggio 1958, dinanzi ad una folla in delirio di algerini e pieds-noir, ad Algeri, lanciano la sfida dell’integrazione e chiamano De Gaulle al potere.

Washington aveva fatto la mossa vincente. Il 1 giugno 1958, il generale Charles De Gaulle assume le redini del governo. Quattro mesi più tardi un referendum popolare legittimerà la sua ascesa al potere e segnerà la nascita della Quinta repubblica, sotto il segno della croce di Lorena.

No, non era la mossa vincente. Sulle basi delle proiezioni demografiche, De Gaulle apprende che con l’integrazione dei due popoli, nell’arco di un trentennio, forse meno, la prolifica popolazione algerina avrebbe superato quella francese e, divenendo maggioranza, avrebbe assunto le redini del potere politico trasformando la Francia nella prima nazione araba dell’Europa. Non sarebbe stato De Gaulle, credente nella ‘grandeur’ della Francia, ad aprire al mondo arabo quelle porte che i paladini di Francia avevano sbarrato tanti secoli prima. Consapevole della gravità dell’ora, Charles De Gaulle decide di concedere all’Algeria l’indipendenza ponendo fine ad una guerra che, se militarmente non può essere persa, politicamente non si potrà mai vincere.

La reazione degli Stati uniti e dell’Alleanza atlantica si concretizza l’8 febbraio 1961. Quel giorno, difatti, viene ufficialmente fondata un’organizzazione terroristica composta da militari e da civili, che assume un nome singolare: Oas, Organization de l’armée secrete. L’Oas si propone di bloccare le trattative tra francesi ed algerini, instaurate per giungere ad una soluzione del conflitto, con l’adozione di metodi di terrorismo selettivo (anche se non mancano episodi di terrorismo indiscriminato) e, soprattutto, con l’eliminazione fisica di Charles De Gaulle.

Gli attentati contro il capo dello Stato francese continueranno anche dopo la firma della pace con il Fln ed il ritiro delle truppe francesi dall’Algeria, in una logica di vendetta ma anche di esempio e di monito per tutti coloro che avessero voluto, in futuro, agire in contrasto con gli interessi degli Stati Uniti e dell’Alleanza atlantica. Chissà se Aldo Moro pensò a Charles De Gaulle durante i giorni della sua prigionia? Noi pensiamo di sì, anche se il codardo silenzio dei suoi carcerieri ci impedisce di averne conferma.

Chi sono, in realtà, i civili e i militari che De Gaulle definirà con disprezzo ‘soldati perduti’ perché, come le donne di malaffare vendono il loro corpo, loro hanno venduto il loro onore? E cos’è l’‘organizzazione dell’esercito segreto’ che, in brevissimo tempo dalla sua apparizione ufficiale, irromperà anche nella storia d’Italia concorrendo a scriverne le pagine più insanguinate?

Non è un’armata ribelle. È, al contrario, la forza disciplinata, fedele, obbediente, che ha per patria l’Occidente, agli ordini dell’Alleanza atlantica e degli Stati Uniti. È la guardia pretoriana dell’impero che vigila sui governi e sui popoli perché nessuno pensi di sovvertire l’ordine imposto dalla ‘città sulla collina’ e di rallentarne la marcia lungo il cammino della storia. È l’‘organizzazione’ Nato, le Stay-behind che intendono fermare e punire il ‘traditore’ De Gaulle che, non a caso, una mirata campagna stampa cercherà di accreditare, negli anni successivi, come agente sovietico sin dai tempi della seconda guerra mondiale. Mentre, di converso, si scriveranno libri per riabilitare di fronte all’opinione pubblica i ‘soldati perduti’ dell’Oas, significativamente paragonati a centurioni romani che si ribellano all’abbandono e al tradimento dei Cesari, che lasciano inutilmente imputridire le loro ossa ‘lungo le piste del deserto’ fino a scatenare la collera delle legioni.

Affermare che l’Oas è stata espressione delle Stay-behind potrà sembrare agli scettici ad oltranza una tesi suggestiva, un’ipotesi di lavoro destinata a naufragare in un mare di ‘se’ e di ‘forse’, di supposizioni senza riscontri. E, invece, le prove esistono.

Gli organismi di sicurezza francesi fecero il meno possibile per neutralizzare gli uomini dell’Oas e paralizzare la loro azione. La evidente riluttanza dei servizi segreti e delle forze di polizia a perseguire i ‘terroristi’ dell’‘organizzazione dell’esercito segreto’, spinse De Gaulle a creare un corpo di polizia parallelo che potesse proteggerlo dagli attentati di cui era oggetto, e potesse in qualche modo contrastare gli impuniti ribelli.

La fuga di Marc Robin, una delle figure di maggior spicco dell’Oas, il 2 maggio 1964 dall’ospedale civile di La Rochelle, è uno degli episodi che meglio evidenziano gli appoggi ad altissimo livello di cui godevano gli uomini dell’Oas. Benché fosse condannato a vent’anni di reclusione dal Tribunale militare e all’ergastolo dalla Corte di sicurezza della repubblica, Marc Robin, detenuto dal marzo 1962, viene trasferito da un penitenziario di massima sicurezza ad un ospedale civile da dove evase tranquillamente, sottoposto com’era alla sorveglianza di un solo poliziotto. Lo scandalo che ne seguì indusse il governo a scaricare ogni responsabilità sul prefetto di La Rochelle, Claude Massol, sacrificato – scrive Giuseppe Bonazzi – per non ammettere mancanze ed errori fra i più stretti collaboratori di De Gaulle e soprattutto per non alimentare il sospetto di complicità con l’Oas in seno al personale ministeriale della V repubblica” (G. Bonazzi, Colpa e potere, Il Mulino, Bologna 1983, p.131).

Un sospetto più che legittimo perché altre figure di spicco dell’Oas, prima di Robin, si erano sottratte alla detenzione con fughe tanto tempestive, se non impossibili, se non fossero state favorite da uomini piazzati ai vertici dello Stato francese. Ma qualcosa di singolare si verificò anche al di fuori dello Stato francese, in quei Paesi europei che per opportunità, prassi consolidata, solidarietà con il governo francese, amico ed alleato, avrebbero dovuto collaborare senza riserve con le autorità francesi nella ricerca e nella cattura degli uomini dell’Oas, sparsi in mezza Europa, e non lo fecero.

George Watin, che aveva attentato nel 1962 alla vita di De Gaulle (la sua azione ispirò il romanzo ‘Lo sciacallo’), venne successivamente arrestato nella Repubblica elvetica, “ma le autorità svizzere rifiutarono l’estradizione e preferirono espellerlo. Watin si trasferì in Spagna, ed infine in Sudamerica, dove si stabilì in Paraguay nel 1965” (È morto Watin, lo ‘sciacallo’. Attentò alla vita di De Gaulle, Repubblica, 21 febbraio 1994).

Yves Guerin Serac, invece, a dispetto della condanna a morte riportata si stabilisce in Portogallo, dove continua a svolgere in maniera proficua la sua attività di ‘difensore della civiltà cristiana’ e degli interessi della Nato, praticamente alla luce del sole, intrattenendo rapporti con gli esponenti dei servizi segreti occidentali senza che le autorità francesi nulla possano o vogliano fare per perseguirlo.

Si dirà che la Svizzera neutrale e il Portogallo fascista poco o nulla contano per dimostrare gli appoggi e le coperture, garantiti sul piano internazionale, ai ‘terroristi’ dell’Oas. Vediamo, allora, cos’è accaduto in Italia, paese amico della Francia, partecipe all’Alleanza atlantica, vincolato da precisi accordi bilaterali con il governo francese in tema di lotta contro l’eversione.

Sul punto, lasciamo la parola a Giuseppe De Lutiis, storico ufficiale del Pci-Pds che scrive, testualmente: “Una pagina che invece fa onore all’Ufficio affari riservati di quegli anni è l’azione di contenimento che i suoi funzionari svolsero nei confronti dell’attività dell’Oas in Italia, che invece era favorita e protetta dal Sifar. Il Servizio informazioni delle Forze armate, infatti, dopo aver appoggiato, negli anni precedenti, il Fronte di liberazione nazionale algerino su ordine di Mattei, alla sua morte cambiò radicalmente politica, favorendo apertamente l’attività dell’organizzazione eversiva dei fascisti francesi. L’Ufficio affari riservati, che fino al 1962 si era collocato obiettivamente alla destra del Sifar con l’obiettivo di contrastare l’attività degli algerini, si trovò improvvisamente – e suo malgrado – a svolgere una politica antifascista. In realtà, sia prima che dopo, l’Ufficio affari riservati aveva tutelato gli interessi del governo francese, ma va obiettivamente riconosciuto che se l’Italia smise, in parte, di essere terreno di pascolo per i vari Soustelle, Susini, De Massey, Lacheroy si deve soprattutto all’azione dell’Ufficio affari riservati” (G. De Lutiis, Storia ecc. cit., p.90).

In questo cumulo di sciocchezze, c’è una sola verità riferita alla ufficiale inattività del Sifar nei confronti dell’Oas che nascondeva, come vedremo, una collaborazione con i suoi esponenti che il servizio militare italiano non poteva rifiutarsi di offrire e che riceverà la sua giusta ricompensa. In quanto alla meritoria (per De Lutiis) attività dell’Ufficio affari riservati contro l’Oas, essa si ridusse all’individuazione dei suoi esponenti in Italia e al loro successivo accompagnamento alla frontiera da loro prescelta (U. F. D’Amato, Menu e dossier, Rizzoli, Milano 1984).

In pratica, il governo italiano non perseguì mai gli uomini dell’Oas né per i reati da costoro commessi in territorio francese, né per quelli compiuti introducendosi con documenti falsi e, spesso, armati, nel nostro territorio. Se si rapporta il comportamento delle autorità politiche italiane – e degli altri Paesi europei – alla gravità dei fatti di cui si erano resi protagonisti gli uomini dell’Oas in Francia, con azioni che spaziavano dalla strage al tentato omicidio di un capo di Stato, ad omicidi plurimi, insurrezione armata etc. etc., si comprende l’autorità della forza sovranazionale che proteggeva questi ‘soldati’ senza più divisa, insorti contro il potere legittimo di un Paese che ospitava i comandi della Nato.

Non possiamo indicare con esattezza il giorno in cui De Gaulle venne a conoscenza della reale natura degli uomini dell’Oas e della loro dipendenza dalla Nato, del loro essere parte integrante della struttura Stay-behind. Forse, ma è solo un’ipotesi, fu Jacques Soustelle a rivelarglielo dopo il suo riavvicinamento al generale De Gaulle che per lui era sempre stato un mito. È certo che fu Soustelle a sventare un attentato contro il capo dello Stato francese, nel 1965, quando “in occasione di un viaggio in Vandea del generale, che comprendeva una sosta di raccoglimento sulla tomba di Clemenceau, una bomba telecomandata avrebbe dovuto ucciderlo” (C. Bosco, De Gaulle: l’attentato segreto, La Stampa, 12 dicembre 1992). Soustelle informò i servizi di sicurezza del Presidente e gli salvò la vita: dopo è presumibile che gli abbia rivelato pure il resto.

Quale che sia la verità su questo punto, è certo comunque che nel 1966 De Gaulle cacciò i comandi Nato dal territorio francese e ritirò la Francia dall’Alleanza atlantica. La motivazione è inequivocabile: “L’esistenza di protocolli segreti della Nato che affidavano ai servizi segreti dei Paesi firmatari la prevenzione dell’avanzata comunista – scrive Philip Willan – emerse fin dal 1966, quando il presidente De Gaulle decise di ritirare la Francia dal sistema militare integrato della Nato, denunciando quei protocolli come una palese violazione della sovranità nazionale” (P. Willan, I burattinai cit., p. 33-34).

Nessun dubbio, quindi: la scoperta che la struttura segreta della Nato, in ottemperanza alle direttive del piano ‘Demagnetize’ aveva agito contro la sua politica e la sua persona per impedire che concedesse l’indipendenza all’Algeria, indusse il generale De Gaulle ad espellere i comandi Nato dai territori di una nazione di cui avevano violato la sovranità, in cui avevano sparso il terrore e la morte, tentando anche di assassinarne il capo e il simbolo.

Ma la partita rimase aperta. Ancora due anni e l’‘esercito segreto’ avrebbe umiliato e sconfitto l’orgoglioso generale e, insieme a lui, la Francia abbandonati da un’Europa che da tempo aveva abdicato alla propria dignità e al proprio onore (…).

L’estate del ’68 vide sfilare per le strade francesi mezzi corazzati e soldati armati, nell’inutile ostentazione di una forza che il governo De Gaulle ostentava ma non aveva. E, infine, il crollo e la disfatta. Charles De Gaulle, capo dello Stato, comandante delle Forze armate francesi, si deve umiliare a chiedere il sostegno del suo esercito, recandosi in Germania dove c’è il generale dei paracadutisti, Massu, ufficiale d’Indocina e d’Algeria.

Il risultato non tardò. Nel settembre del 1968 un’amnistia cancellò i reati compiuti dagli uomini dell’Oas, in forma radicale, totale e definitiva. L’avventura sanguinosa dei ‘soldati perduti’ veniva cancellata dalla storia giudiziaria di Francia. De Gaulle, fatto oggetto di nove attentati, apponeva la firma ad un progetto che graziando i suoi mancati assassini, lasciando impunito il loro tradimento contro lo Stato, segnava la sua sconfitta. Le Stay-behind, l’‘organizzazione’ avevano vinto (…).

Affermare che l’Organization de l’armée secrete altro non fu che il braccio armato dell’‘organizzazione’ Nato non è una forzatura. Una prova indiscutibile ci viene dagli archivi degli Affari riservati del ministero degli Interni che abbiamo visto attivarsi solo nel 1962, con molto tatto ed assoluta discrezione, per invitare gli esponenti dell’Oas a lasciare l’Italia. Risulta che il servizio segreto civile “dal 1961 aveva deciso di sottoporre Giannettini a vigilanza speciale, perché risultava in contatto con elementi dell’Oas. Questa misura – scrive De Lutiis – fu revocata il 21 settembre del 1968, epoca in cui il fenomeno dell’Oas era esaurito…” (G. De Lutiis, Storia ecc. cit. p.163).

Continuare a credere, ancora oggi, che Guido Giannettini sia stato assunto dal Sid solo nel 1966, sarebbe negare l’evidenza dei fatti. Andando a ritroso nel tempo, vediamo infatti Giannettini impegnato nel convegno dell’istituto A. Pollio nel maggio del 1965, a Roma; lo troviamo nel 1964 intento a stendere un documento sulla ‘guerra non ortodossa’ per conto del reparto del Sifar ad essa preposto e, grazie all’attività di controllo reciproco fatta dai nostri servizi sul loro operato, sappiamo che collaborò con l’Oas – ufficialmente nata l’8 febbraio del 1961 – praticamente fin dal suo sorgere.

Di rilievo è il fatto che gli spioni dell’AA. RR. confermano come, benché l’attività dell’Oas si fosse ufficialmente esaurita da diversi anni, la sua esistenza viene considerata conclusa solo dopo che De Gaulle ha concesso l’amnistia ai suoi capi ed ai suoi militanti. Erano stati i servizi segreti francesi, nel 1959, “a convincere gli alleati del Cpc (Comitato di coordinamento e pianificazione) di estendere al Sifar l’accesso al comitato stesso” (G. Serravalle, Gladio cit., p.80) e nel 1964 il servizio segreto militare “entrò a far parte del Cca (Comitato clandestino alleato)” (sentenza Casson in Servizi segreti cit., p.71). Un coinvolgimento premiale in quelle che sono le attività segrete della Nato in un periodo cruciale per la storia europea, nella quale spicca l’attivismo e la spregiudicatezza degli uomini delle Stay-behind francesi e italiane.

Non deve stupire il ruolo ricoperto dalla Francia nella battaglia anticomunista e la sua influenza, non pubblica né ufficiale, sulle vicende segrete dell’Italia. È sufficiente ricordare qui come essa assunse funzioni di guida e di esempio per questo Paese sin dall’autunno del 1943, quando la nascita di Salò ripropose da noi le condizioni ed i problemi che la Francia aveva con Vichy. Decisiva fu, poi, la sua influenza nell’immediato dopoguerra quando entrambe le nazioni dovettero riassorbire, in modo il meno possibile traumatico, le conseguenze della spaccatura che gli eventi della seconda guerra mondiale avevano determinato al loro interno.

Presente nella nascita di una destra neofascista che ebbe la funzione di fare da cerniera tra la massa dei reduci repubblicani ed il nuovo regime politico, la Francia rimase legata indissolubilmente all’Italia dall’esigenza di far fronte al comune problema rappresentato dalla presenza dei più forti partiti comunisti sul territorio di entrambi i Paesi. È degno di approfondita riflessione – e di amara considerazione – che l’interdipendenza, colorata di sudditanza da parte nostra, tra Francia e Italia non sia emersa né sul piano storico né su quello giudiziario dove le inchieste sul terrorismo e sulla massoneria avrebbero dovuto farle rilevare da tempo.

Sul ruolo che la massoneria francese ha avuto sulle nostre vicende, è sufficiente richiamare qui quanto dichiarato dal Gran maestro Giuliano Di Bernardo: “A chi si rifanno – gli ha chiesto nel corso di un’intervista il giornalista – i suoi avversari del Grande oriente?”. “Sono collegati al Grande oriente di Francia, cioè ad una fratellanza che teorizza addirittura l’impegno politico ed il peso del potere – è la risposta – e degli affari”. “Ma secondo lei – insiste l’intervistatore – perché il Grande oriente di Francia è così nefasto?”. “Perché rappresenta – risponde Di Bernardo – una tradizione ispirata all’ateismo, perché come ho detto l’impegno politico non solo non è bandito ma è determinante, e perché contare sempre di più nella vita economica rappresenta una benemerenza” (A. Marcenaro, Io, Di Bernardo dico a Cordova di tirarsi avanti, Il Giorno, 11 luglio 1993). È il ritratto di un mondo massonico che è sempre riuscito a restare sommerso, ma che evoca scontri durissimi e trame poco pulite come le strategie di potere che queste forze hanno utilizzato per i loro fini.

Del resto, come abbiamo visto, l’‘organizzazione’ si è sempre mossa a suo perfetto agio in acque massoniche. Forse, appartenente a qualche ‘obbedienza’ d’oltralpe era anche Yves Guerin Serac, pseudonimo dell’ufficiale francese che tanta parte ha avuto nella storia più tragica del nostro Paese. Da ufficiale del controspionaggio francese a comandante di un reggimento di paracadutisti ad Orano, un passato militare di prim’ordine che lo ha visto uscire da saint Cyr per recarsi in Germania con le truppe di occupazione francesi, poi in Corea, quindi in Algeria, per approdare nell’ ‘organizzazione’, Guerin Serac ha modo di stabilire contatti con i collaboratori dei servizi segreti militari italiani e con i loro agenti. Quando ancora la contrapposizione tra l’Oas e De Gaulle è ancora viva, l’ex ufficiale dei ‘commandos’ apre in Portogallo un’agenzia di stampa che gli serve da copertura, noncurante della condanna a morte che gli pesa sul capo perché nessuno verrà mai ad infastidirlo. Anzi, la fama di ribelle rafforza la sua immagine ufficiale di anticomunista perseguitato dal regime francese, e facilita la sua opera di penetrazione nei vari ambienti nei quali si muove.

Coloro che stringono con lui accordi di cooperazione e da lui ricevono materiale per la preparazione dei militanti dei loro gruppi, come Rauti e Delle Chiaie, sanno bene chi è e dove si colloca, per chi lavora e in nome di quale ‘entità’ agisca: lui, Guerin Serac, come Guido Giannettini e tanti altri. Quando inizieranno le indagini sui fatti del 12 dicembre 1969, il silenzio dei neofascisti può essere equiparato a quello del Sid e dell’AA. RR. Proteggono sé stessi e, tutti insieme, l’‘organizzazione’ alla quale alcuni appartengono, per la quale altri hanno lavorato in modo cosciente e consapevole.

Dopo che il 25 aprile 1974, la ‘rivoluzione dei garofani’ pose fine all’attività di Serac in Portogallo e la storia dell’Aginter press finì su tutti i giornali, il Sid farà qualche timida ammissione sul conto dell’ufficiale francese. “…Nel 1976, l’ammiraglio Casardi consegnerà ai magistrati un documento interno dell’aprile del 1970 nel quale si spiega, con riferimento all’appunto del 1969, come sia Guerin Serac che Leroy non sono anarchici ma appartengono a un’organizzazione anticomunista. Si suggerisce di tacere questa notizia alla P.S. e ai carabinieri” (G. Boatti, Piazza Fontana cit., p.233).

E quale organizzazione era così potente da indurre gli apparati di sicurezza italiani a proteggerne due aderenti, mandando perfino sotto processo i propri ufficiali pur di difenderne identità e ruolo? Non certo un’organizzazione della ‘destra eversiva’ ma solo una, quella di sempre, l’unica che coloro che ne fanno parte chiamano semplicemente l’‘organizzazione’, senza altri aggettivi.

Esiste, in Francia, una rete estesa su tutto il territorio nazionale, composta da uomini di ogni ceto sociale e categoria professionale (poliziotti, medici, militari, albergatori, taxisti, insegnanti, giornalisti ecc. ecc.) che consentiva, ad esempio, a chi ne avesse avuto necessità, di soggiornare in terra di Francia senza documenti, senza soldi, senza niente, perché nessuno gli avrebbe mai chiesto alcunché in cambio dell’alloggio, del vitto, del taxi, dell’assistenza che gli avrebbe fornito. Una rete adeguata per quei compiti di ‘esfiltrazione’ che sono tipici delle Stay-behind, e che servono a far scomparire nel nulla persone che è meglio sottrarre all’attenzione di altri apparati dello Stato, come la magistratura. Ma, ovviamente, potevano servire per molte altre incombenze, sempre riservatamente svolte.

Me l’avevano descritta, inizialmente, come un’organizzazione di ex pieds-noir ed ex Oas, rimasti uniti, legati dal filo della nostalgia alla perduta terra d’Algeria, limitata al sud della Francia e diretta da un uomo che aveva ricoperto un ruolo di primo piano nella storia dell’Organization de l’armée secrete: Jacques Susini, avvocato a Parigi, perfettamente integrato nella Francia post-gaullista. Ma, poi, si verificò la comica disavventura di Sandro Saccucci, nell’estate del 1976, e la realtà sull’organizzazione del Susini si palesò per quella dell’’organizzazione’, così com’era definita, senza aggettivi, allo stesso modo che in Italia. Dopo i fatti di Sezze, località dove il deputato missino si era recato insieme al maresciallo Francesco Troccia, in forza all’ufficio ‘R’ del Sid (G. De Lutiis, Storia ecc. cit., p.208 in nota), Saccucci scappò dall’Italia con in tasca un biglietto dov’era annotato il numero riservato di Umberto Federico d’Amato, allora capo della polizia di frontiera, e un passaporto falso.

Non era un buon passaporto, quello che qualcuno aveva rifilato a Saccucci, forse per malizia, forse perché ignaro, dato che corrispondeva a quello di un pluripregiudicato ricercato per rapina ed altro in Francia. Così, quando Saccucci accompagnato da un ambiguo militante di Avanguardia nazionale, Mario Ricci, che era andato a prenderlo a Parigi, giunse alla frontiera nord dove i controlli di polizia, a causa del terrorismo basco, erano accurati, venne arrestato e portato, con l’ausilio di qualche calcione, al commissariato di Bayonne. Mario Ricci che, prudentissimo per natura, si era allontanato dal Saccucci al momento del controllo dei documenti, infilandosi in un diverso scompartimento, proseguì per Madrid e diede l’allarme.

Delle Chiaie si mosse in due direzioni: telefonò a Susini, da un lato, e a Sixto di Borbone Parma, dall’altro. Quest’ultimo telefonò al prefetto di Parigi richiedendo un colloquio urgente che gli venne subito concesso, disponendo il prefetto che una macchina si recasse a prelevare il principe al suo domicilio. L’altro, Susini, si mosse per suo conto, con più tempestività ed efficienza. Il risultato fu che Saccucci venne rilasciato su disposizioni di autorità superiori della polizia francese, sollecitate da Susini. Da Bayonne, il terrorizzato missino fu accompagnato alla frontiera spagnola dove venne prelevato dagli uomini dei servizi speciali spagnoli, sempre allertati da Delle Chiaie, e accompagnato a Madrid. Lo ‘Stato parallelo’ e quello ufficiale si erano mossi in sintonia, in soccorso di Sandro Saccucci.

Ancora l’‘organizzazione’, versione francese, provvide ad inviare alcune centinaia di uomini, a scaglioni di un centinaio ciascuno, nella Beirut del 1975, allo scoppio della guerra civile, in aiuto ai cristiani maroniti. Civili fisicamente allenati, ben addestrati all’uso delle armi, che rafforzarono con la loro presenza le inesperte milizie cristiane in via di formazione, partecipando ai combattimenti e insegnando loro la difficile arte del combattimento nelle aree urbane. Anni fecondi per le attività segrete ed inconfessabili dell’‘organizzazione’ che anche in Francia aveva sempre contato su referenti politici ad altissimo livello, come Giscard d’Estaing, indicato come molto vicino all’Oas, assurto alla carica di Presidente della repubblica francese.

L’ultima prova dell’appartenenza di Guerin Serac alle Stay-behind mi è giunta, inaspettata, un anno e mezzo fa. Parlando con Guido Salvini dell’operazione organizzata, alla metà degli anni Settanta, da Serac e dai suoi colleghi con la complicità di ex appartenenti al Fln contro il governo algerino, con l’attuazione di un piano destabilizzante che prevedeva attentati dinamitardi sia contro sedi diplomatiche algerine all’estero che all’interno del Paese, feci riferimento ad un’operazione da me organizzata, su richiesta di Ralph, nell’ambito di questa offensiva anti-algerina. Indicai negli attentati dimostrativi di Roma (una bomba carta) e di Francoforte in Germania, oltre ad uno a Parigi che poi non venne fatto dagli italiani, quelli da me organizzati.

Si diede il caso che a Francoforte si erano recati due avanguardisti, uno dei quali il timorosissimo (per la propria incolumità) Mario Ricci. Non abituato ad agire previa copertura degli organismi di sicurezza, il Ricci ed il suo degno compare si limitarono a deporre l’ordigno nei pressi dell’ambasciata algerina e fuggirono a gambe levate. Dura fu la reazione di Guerin Serac che giudicò un atto di vigliaccheria il comportamento dei due avanguardisti, ma a distanza di anni la mancata esplosione dell’ordigno si è rivelata una circostanza utile per chi cerca la verità.

La scrupolosa polizia tedesca, difatti, rinvenuta la bomba preparata a regola d’arte da professionisti, ha conservato tutto il necessario per poterne determinare il tipo di esplosivo con il quale era stata confezionata: C-4. Il famigerato C-4, l’esplosivo di Gladio che non era in circolazione in nessuna parte d’Europa e nemmeno in dotazione delle forze Nato e ai reparti militari nazionali, ma prerogativa assoluta, in Italia come in Francia, delle Stay-behind.

Una prova in più che ‘Ralph’, l’ufficiale ‘ribelle’ dell’Oas era un uomo dell’‘organizzazione’, come coloro che avevano confezionato l’ordigno, come Susini, come coloro che meritano fino in fondo quella qualifica, sprezzante, di ‘soldati perduti’ che deve essere riattualizzata oggi per essere estesa a quanti hanno prostituito, in terra d’Europa, la loro divisa e il loro onore al nemico più temibile e spietato che mai, nella nostra storia millenaria, ci ha combattuti.

Gladio come l’‘organizzazione’, quindi. Una conferma ulteriore ci viene da Gerardo Serravalle che cita i servizi segreti francesi, evidentemente rientrati o mai usciti (più verosimilmente) dalle strutture clandestine della Nato, nonostante la volontà di De Gaulle. Che racconta, stavolta, l’ex capo di Gladio? Che i francesi avevano informato gli spagnoli dell’esistenza della rete clandestina “in violazione di tutte le norme di segretezza, giurate e sottoscritte” (G. Serravalle, Gladio cit., p. 81).

Al di là delle loro beghe interne, interessa qui rilevare come creare una struttura antinvasione (sovietica) in Spagna, nei primi anni Settanta, non avrebbe avuto logica, né politica né militare, non profilandosi alcun pericolo del genere neppure in via ipotetica. Concreto, viceversa, era il pericolo che alla morte del generale De Gaulle la sinistra comunista potesse riportare un successo tale da creare una situazione di instabilità interna ed internazionale. La fine del franchismo, con il ritorno alle competizioni elettorali, nelle quali era presente il Pce di Santiago Carrillo, determinava anche per la Spagna quello stato di allarme che esisteva in Italia e in Francia. Una Gladio spagnola sembrò, quindi, la contromisura più adeguata. E per chi non avesse compreso che in Spagna, come in Italia, Gladio dovesse sventare una minaccia interna della ‘quinta colonna’ comunista, Serravalle ammette che “la concezione spagnola delle Stay-behind degli anni ’70 ricorda quella dell’ammiraglio Henke” (ivi, p.83-84).

L’ ‘organizzazione’ come Nato, dunque. A dirlo sulla base di qualche documento che noi non abbiamo potuto leggere è Felice Casson. Mentre era impegnato a dimostrare che Gladio non dipendeva dalla Nato, che era solo un covo di eversori dipendenti dai servizi segreti ‘deviati’, il nostro astutissimo e blindatissimo (dal Sisde ma con i soldi nostri) Casson giungeva alla conclusione che: “…Andando a rileggere la convenzione di Ottawa del 20 novembre del 1959, all’art.1, quando si vuol definire l’ ‘organizzazione’ in questione, si parla di North atlantic treaty organization, che altro non è che la Nato: quindi – conclude il blindato Casson – quando si parla di ‘organizzazione’ si intende far riferimento alla Nato, con tutto ciò che ne consegue” (sentenza Casson cit., p.75).

Esattamente ciò che diciamo noi; l’‘organizzazione’ di Susini, in Francia, quella che esprime ‘deferenza’ ad Andreotti, in Italia, quella camuffata da Aginter press, in Portogallo, e da Rosa dei venti, in Italia, quella che sparge terrore sotto la sigla Oas, in Francia, e che predica la ‘distruzione del sistema’ come Ordine nuovo, in Italia, quella di cui parlano Spiazzi, Cavallaro, Miceli, Rossetti, Lex, Lunetta, Bonasi etc. etc. in Italia, in Francia, in Europa è l’organizzazione Nato, l’unica, la sola che non necessita di aggettivi perché è l’‘Organizzazione’ per antonomasia.

Quante e quali considerazioni si dovrebbero fare per concludere questo breve documento su quanto abbiamo scritto, udito e vissuto. Ci limitiamo ad una, che riguarda coloro che a destra come a sinistra si sono illusi che servendo la politica degli Stati Uniti e collaborando con la sua organizzazione, ora per destabilizzare ora per depistare, sarebbero stati infine premiati con l’ascesa al governatorato della nazione umiliata. Si sono sbagliati. Gli ingannatori sono stati, a loro volta, ingannati. Lo specchio che rifletteva l’insidia della doppia realtà ne occultava una terza perché nessuno può e deve vincere, a destra come a sinistra o al centro, al di fuori dell’‘organizzazione’ e del potere atlantico.

Così è stato. E così continuerà ad essere, fino a quando non verrà smascherato quello Stato invisibile che si occulta dietro la linea che separa la realtà che appare da quella che non appare ma è.

LA CONCLUSIONE (2007)

Il documento che precede queste pagine è stato redatto nel carcere di Opera (Milano) nei primi mesi del 1994, a mano per il rifiuto dei carcerieri di consegnarmi la macchina da scrivere di mia proprietà in spregio al proprio regolamento interno.

Negli anni successivi è stato pubblicato sul sito della Fondazione “Luigi Cipriani”.

A distanza di quasi quattordici anni conserva intatta la sua attualità, anzi possiamo segnalare come quanto da noi scritto sul conto dell’OAS, come parte integrante dell’organizzazione atlantica ha trovato puntuale conferma nelle pagine del libro scritto da uno storico svizzero, pubblicato in Italia nel 2005, Gli eserciti segreti della Nato. Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, di Daniele Ganser.

A parte la citazione di chi scrive come “gladiatore”, opinione che Ganser si forma leggendo i resoconti giornalistici ed ascoltando le “voci” diffuse ad arte dallo sciacallo togato (oggi senatore) Felice Casson che mai, ovviamente, ha osato sottoscrivere questa accusa in un documento giudiziario per l’impossibilità di provarla per assoluta mancanza di indizi, logica e verità, rimane il fatto che si deve ad un ricercatore straniero la prima conferma a quanto da me asserito da oltre venti anni sul conto dei mercenari francesi al servizio della Nato.

Non ripeteremo quello che abbiamo scritto nelle pagine precedenti, ci limitiamo a far presente che la Nato, insieme ai servizi segreti americani ed israeliani, nella primavera del 1968 riuscì a compiere un colpo di Stato che comportò la fine della politica del generale Charles De Gaulle e, con essa, il ritorno della Francia nello schieramento difensivo atlantico e la cessazione dell’ostilità nei confronti di Israele.

Un “colpo di Stato” eseguito su due direttrici: esasperando la protesta studentesca trasformandola in una vera e propria insurrezione, da un lato, e negando al generale Charles De Gaulle il sostegno delle forze armate nel caso che si debba reprimerla, ovvero subordinandolo a precise condizioni, fra le quali l’amnistia agli uomini dell’OAS.

Non è difficile trasformare in rivolta una protesta giovanile. Basta inserire tra i dimostranti poche decine di persone capaci di agire sul terreno, in grado di provocare la reazione delle forze di polizia per scatenare la violenza giovanile.

Per coloro che conoscono la psicologia della folla, non è difficile eccitarne la latente violenza fino a farla esplodere. Non serve un particolare addestramento: alcuni iniziano a lanciare degli slogan e tutti gli altri li seguono; alcuni iniziano a lanciare pietre contro i cordoni della polizia e tutti li imitano. La reazione delle forze di polizia fa il resto.

La tecnica è semplice, come si vede. Servono, ovviamente, gli uomini, gli agitatori da piazzare in mezzo alla folla per eccitarne gli animi e fomentare la violenza fino a provocare la risposta delle forze di polizia.

La possibilità, nel 1968, di aizzare gli studenti nelle piazze non manca. Gli atenei in Europa sono in fermento da almeno un paio di anni, le manifestazioni si susseguono senza mai degenerare in vere e proprie battaglie contro la polizia.

Per i provocatori della Nato non è difficile inserirsi in qualche manifestazione e farla degenerare. Basta individuare il luogo più idoneo. In Francia l’università di Nanterre è nell’occhio del ciclone. Il 26 gennaio 1968, gli studenti hanno contestato il rettore dell’ateneo, Grappin, tacciandolo di “nazista”. Le manifestazioni contro la guerra nel Vietnam si ripetono anche a Parigi, con la partecipazione di migliaia di giovani, all’università di Nantes, il 15 febbraio 1968, si verificano violenti scontri tra studenti e polizia.

C’è solo l’imbarazzo della scelta.

Ma il ’68 e l’altrettanto mitico “maggio francese” non inizia in Francia, bensì in Italia.

Dal 30 gennaio al 1° febbraio 1968, Yves Guerin Serac è a Roma dove incontra Pino Rauti ed altri esponenti della destra cosiddetta “estrema” italiana.

Il 1° marzo 1968, a Roma, circa 4mila giovani cercano di rioccupare la facoltà di Architettura, a Valle Giulia. La polizia, presente in forze, carica gli studenti che reagiscono con una violenza ed una tecnica di guerriglia urbana mai sperimentate in precedenza.

La “battaglia di Valle Giulia” vedrà alla fine un bilancio di 148 agenti di polizia feriti, 47 dimostranti feriti, solo 4 arresti e 228 denunciati a piede libero fra gli studenti. La sinistra trasforma la “battaglia di Valle Giulia” in una leggenda. Il quotidiano comunista “Paese sera” intitola l’articolo sugli incidenti: “Disarmati hanno resistito ai manganelli… e alle armi. Il giovane coraggio degli studenti umilia la brutalità della polizia”.

Ma non è vero. Per la prima ed unica volta nella storia delle dimostrazioni di piazza la polizia è disarmata, a Valle Giulia. Gli agenti hanno le pistole nella fondina, priva di caricatori. Solo gli ufficiali ed i sottufficiali sono armati.

Nessuno rileva questa anomalia. Ma, quel che è peggio se non addirittura incredibile è che, a sinistra, nessuno nota che fra gli studenti ci sono gli uomini di “Avanguardia Nazionale”, “Ordine nuovo” e Movimento sociale, molti dei quali studenti non sono.

Sono loro a trasformare Valle Giulia, in una “battaglia” contro la polizia.

Gli agit-prop della destra estrema, che anelano a ristabilire l’ordine nel paese, che stanno a fianco delle forze di polizia e dei “corpi sani” dell’esercito (primo quello dei carabinieri, manco a dirlo), si espongono pubblicamente in violentissimi scontri con i loro “fratelli in divisa”?

Nessuno ci fa caso. Per Delle Chiaie ed i suoi uomini non ci saranno conseguenze di nessun genere, tantomeno penali. L’Ufficio politico di Roma che pure ha le loro foto in mezzo ai manifestanti, nulla ha da eccepire sulla loro presenza e sul loro ruolo di lanciatori di pietre e di molotov contro i colleghi della Pubblica sicurezza.

Sarebbe scandaloso, se non fosse che i vertici del ministero degli Interni sono perfettamente al corrente di quello che gli uomini di Junio Valerio Borghese, Pino Rauti e Giorgio Almirante stanno facendo. Tanto consapevoli da mandare i propri poliziotti allo sbaraglio disarmati, per la prima ed unica volta, per evitare che qualche poliziotto perda la testa e spari uccidendo qualche “collega” di Avanguardia nazionale o di Ordine nuovo.

L’ottusità della sinistra impegnata a cavalcare la protesta studentesca fa il resto.

Inebriati dalla felicità con la quale hanno trasformato un’azione di sovversione dello Stato in una rivolta studentesca contro lo Stato, i “persuasori occulti” dell’Alleanza atlantica possono ora dedicarsi alla Francia, a chiudere i conti con l’anti-israeliano ed anti-americano Charles De Gaulle.

Certi, ormai, della cecità della sinistra, in particolare di quella dei Partiti comunisti italiano e francese, l’”organizzazione” ripete l’operazione “Valle Giulia” in terra francese, a Nanterre.

Il 22 marzo 1968, l’Università di Nanterre è teatro di violentissimi scontri fra studenti e poliziotti. Sarà lo stesso Yves Guerin Serac a vantarsi con chi scrive, a Madrid, che a Nanterre agirono i suoi uomini.

E alla data del 22 marzo sarà intitolato il circolo “anarchico” composto da confidenti di questura e “sovversivi di Stato” costituito a Roma dagli uomini di Junio Valerio Borghese, Stefano Delle Chiaie, Mario Merlino, Pietro Valpreda ecc.

Ma questa è un’altra storia, o meglio il suo prosieguo fino al tragico epilogo di piazza Fontana, a Milano, il 12 dicembre 1969.

Tornando al “maggio francese”, rileviamo come l’unico risultato concreto e visibile (ma da tutti ad oggi ignorato) fu la grazia e la amnistia che il generale Charles De Gaulle concesse agli uomini dell’OAS, nel breve volgere di pochi giorni e di qualche mese, mentre i risultati politici si vedranno nell’arco di poco più di un anno.

Nel mese di settembre del 1968, in Francia, si conclude il capitolo sanguinoso dell’”organizzazione dell’esercito segreto”. Forse, non per una mera coincidenza, il 13 settembre dello stesso anno, a Roma, Junio Valerio Borghese fonda il “Fronte nazionale”, l’organizzazione che dovrà gestire il “colpo di Stato” in Italia, sul piano prettamente operativo.

La differenza è che, in Francia, gli uomini dell’”organizzazione” Nato dovevano abbattere Charles De Gaulle e riportare la Francia nell’ambito dell’alleanza atlantica, mentre in Italia l’obiettivo è mantenere il paese nel medesimo ambito e sbarazzarsi del Partito comunista italiano creando un esecutivo forte con a capo un De Gaulle italiano.

La via è spianata: disordine pubblico, manifestazioni violente, attentati ed infine, qualche strage a Milano e a Roma, in luoghi simbolo dell’odio “anarchico”: le banche e l’Altare della Patria.

Del “Fronte nazionale” e del suo capo, Junio Valerio Borghese, imputato fantasma, mai da nessuno evocato, nel processo per la strage di Piazza Fontana, torneremo a parlare.

Ora che sul “maggio” francese si comincia a convenire che fu il risultato di un’operazione politico-militare diretta dalla Nato per spodestare un governo non più allineato agli ordini degli Stati Uniti d’America, è il caso di rivedere la storia del ’68 italiano che, ancora oggi, è pascolo di sfruttatori e profittatori.

Sono passati quarant’anni da un anno che fu cruciale per la storia italiana ed europea, non perché i Capanna, gli Scalzone, i Sofri su questi eventi hanno creato le loro personali leggende, ma per tutto ciò che ne è seguito, in gran parte occultato sotto i polveroni mediatici e nascosto negli archivi inviolati delle forze di sicurezza italiane e atlantiche.

Il ’68 come principio di una tragedia che ancora si vuole negare sul piano delle responsabilità dello Stato e dei suoi uomini, per perpetuare verità che sono menzogne, costruite nel tempo da giornalisti, magistrati, politici, storici, protagonisti e comprimari.

Ci sono voluti tanti anni perché qualcuno iniziasse a convenire che la sovversiva OAS, la terroristica organizzazione dell’esercito segreto fosse, in realtà, un’organizzazione della Nato sostenuta dagli Stati Uniti e da Israele.

Ce ne vorranno magari un numero superiore per trovare qualcuno che abbia il coraggio di riscrivere ex novo la storia d’Italia e del ’68, senza attendere che questa classe dirigente venga spazzata via dal destino comune a tutti gli uomini di dover un giorno morire, perché, per fortuna dell’Italia, non è immortale anche se dannatamente longeva come i Napolitano, i Cossiga, gli Scalfaro e gli Andreotti dimostrano.

Ma non attenderemo passivamente che i “padri” ed i “figli” del ’68 scompaiano.

Continueremo in una battaglia che è ormai quasi trentennale per affermare verità troppo scomode per essere accettate, condivise e divulgate.

E altri continueranno dopo di noi, fino a quando in questo Paese sarà ristabilita la verità e con essa la giustizia che questo popolo invano attende e chiede senza ottenere risposta.

È una promessa antica ormai, che manteniamo da quasi un trentennio e che continueremo a mantenere, contro tutti e nonostante tutto.

Vincenzo Vinciguerra

 

 

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