Armagedon, Megiddo, Gerusalemme

Nell’Apocalisse di Giovanni c’è una parola per la quale sono stati versati fiumi di inchiostro. La parola in questione è: “Armagedon”. L’Armagedon è legato, nel capitolo 16 dell’Apocalisse, al versamento della sesta coppa. Rileggiamo il testo di Giovanni (nella traduzione di Edmondo Lupieri[1]):

Apocalisse 16, 12-16: “E il sesto versò la sua coppa sul fiume grande, l’Eufrate, e si seccò la sua acqua, affinchè fosse preparata la via dei re, quelli che vengono da dove sorge il sole. E vidi dalla bocca del drago e dalla bocca della bestia e dalla bocca dello pseudoprofeta uscire tre spiriti impuri, come rane; sono infatti spiriti di demoni, che fanno segni, che fuoriescono sui re del mondo intero, a radunarli per la guerra del giorno grande di Dio onnipotente. Ecco, vengo come un ladro. Beato chi veglia e conserva le sue vesti, perché non cammini nudo e vedano la sua sconcezza. E li radunò nel luogo detto in ebraico Harmaghedon”.   

Sul significato della parola “Armagedon” ha espresso delle interessanti considerazioni lo studioso australiano Alan J. Beagley nel suo volume The “Sitz im Leben” of the Apocalypse, pubblicato nel 1987[2].

Beagley inizia la sua trattazione[3] osservando come su tale significato le opinioni sono nettamente divise. Si è ritenuto spesso che “Armagedon” significhi “Monte di Megiddo”, ma il problema di questa identificazione è che non esiste una montagna con questo nome: la città di Megiddo era situata su una collinetta alta non più di 20 metri all’epoca di Giovanni e perciò non poteva essere definita come un “monte”. Aggiunge Beagley:

“Altri hanno suggerito che il nome dovrebbe essere piuttosto “la città di Megiddo”, cioè “il suo monte fecondo” (legato quindi a Gerusalemme), oppure “la città desiderabile”, che ancora, per analogia con “la terra desiderabile”, cioè la “terra desiderabile”, la Palestina, suggerisce la città di Gerusalemme”[4].

Beagley, da parte sua, arriva a concludere che il nome Megiddo indica proprio Gerusalemme:

“Inoltre, l’uso del nome “Megiddo” per Gerusalemme è del tutto appropriato, considerando l’uso da parte del Veggente dell’esodo e degli eventi ad esso associati come una cornice in cui presentare il suo messaggio: Megiddo fu teatro non solo di una vittoria significativa per Israele nella conquista della terra di Canaan (Giudici 5,19), ma anche, più tardi, di una grave sconfitta per Giuda, quando il re Giosia subì un colpo fatale per mano dell’esercito del faraone Necao d’Egitto (2 Re 23, 29-30; 2 Cronache 35, 20-24). “Megiddo” evoca così l’idea sia dell’esodo dall’Egitto sia di un “inversione dell’esodo”, e quest’ultimo aspetto costituisce quindi un parallelo con la presentazione di Gerusalemme da parte di Giovanni come l'”Egitto” su cui ora cadono le piaghe (cfr. 11, 8)”[5].

Secondo Beagley, quindi, Giovanni indica Gerusalemme come il nuovo “Egitto” bersagliato dall’ira divina. Giovanni, nei settenari dei sigilli, delle trombe e delle coppe, descrive in termini simbolici e profetici l’invio di tali piaghe. Ma che cosa significava per la Gerusalemme del primo secolo, in termini concreti, essere il nuovo Egitto? Significava trovarsi di fronte alla prospettiva di un nuovo assedio, devastante e definitivo. Quello attuato dai Romani.

Da questo punto di vista sono oltremodo significativi quei passaggi dell’Apocalisse in cui Giovanni menziona il fiume Eufrate. Rileggiamoli:

Apocalisse 9, 13-15: “E il sesto angelo suonò: e udii una voce dai [quattro] angoli dell’altare dei sacrifici, quello d’oro, quello di fronte a Dio, e l’altare diceva al sesto angelo, quello con la tromba: Sciogli i quattro angeli, quelli legati sul gran fiume, l’Eufrate”.

Apocalisse 16, 12: “E il sesto versò la sua coppa sul fiume grande, l’Eufrate, e si seccò la sua acqua, affinchè fosse preparata la via dei re, quelli che vengono da dove sorge il sole

Secondo Beagley, e secondo alcuni studiosi citati dall’esegeta australiano, troviamo nei predetti passi allusioni non solo all’assedio dei Romani contro Gerusalemme ma anche ai precedenti storici di tale assedio. I precedenti in questione sono quello del re assiro Sennacherib (assedio del 701 a. C.) e quello del re babilonese Nabucodonosor (assedio del 587 a.C.). L’assedio di Nabucodonosor era stato profetizzato da Ezechiele, ed era stato annunciato come una punizione inviata da Dio a causa delle colpe di Gerusalemme. Secondo lo studioso Philip Carrington, citato da Beagley, i re “che vengono da dove sorge il sole” menzionati dall’Apocalisse sono i nuovi Sennacherib e Nabucodonosor: sono i Romani. Parliamo di Vespasiano e di suo figlio Tito. Secondo Carrington, l’Eufrate è un “mero simbolo” del giudizio di Dio contro Gerusalemme.

Devo dire che, quando ho letto nel libro di Beagley l’associazione tra i Romani e i re “che vengono da dove sorge il sole” sono rimasto perplesso. Tito infatti, raggiunse Gerusalemme non partendo dal fiume Eufrate (da oriente), bensì da Alessandria d’Egitto (da occidente): risalì poi la costa della Palestina, da Gaza a Cesarea Marittima, dove installò il suo quartier generale. D’altra parte, però, non può essere escluso che Giovanni, nominando i predetti re, abbia voluto alludere ad antiche calamità dolorosamente sperimentate da Israele e da Gerusalemme, ed è comprensibile quindi che, da un punto di vista simbolico, Vespasiano e Tito possano essere considerati i nuovi Sennacherib e Nabucodonosor. Inoltre, c’è da dire che, storicamente parlando, l’Eufrate nell’Apocalisse è una realtà simbolica ma non del tutto: nelle truppe guidate da Tito contro Gerusalemme c’erano anche tremila soldati provenienti proprio dall’Eufrate, come testimoniato da Flavio Giuseppe.

Ecco cosa scrive Giuseppe:

“I vuoti lasciati nelle quattro legioni dai reparti che Vespasiano aveva scelti perché accompagnassero Muciano in Italia vennero colmati con le truppe condotte da Tito, che era arrivato con duemila soldati scelti delle legioni di Alessandria e tremila tolti dalle guarnigioni sull’Eufrate”[6].

Dunque, riassumendo, secondo Beagley, l’Armagedon (Megiddo) indica la Palestina e la città di Gerusalemme. Un’interpretazione che, nell’epoca in cui fu scritta (il 1987) era indubbiamente nuova, ma non del tutto nuova. Anticamente, infatti – era il sesto secolo dopo Cristo – il vescovo Cesario di Arles era giunto ad una conclusione analoga. Il merito di questa riscoperta è del preterista americano Francis Gumerlock[7]. Cesario, in un’omelia sull’Apocalisse scritta tra gli anni 510 e 537, interpretò il “gran giorno” di Dio (l’Armagedon) come la desolazione di Gerusalemme nell’Anno Domini 70. Egli scrisse:

“In questo passaggio il “grande giorno” può essere inteso come quella desolazione in cui Gerusalemme fu assediata da Tito e Vespasiano, quando, ad eccezione di coloro che furono condotti in cattività, si registrarono un milione e centomila morti”.

Aggiunge Gumerlock: “Rimarchevolmente, l’interpretazione di Cesario qui non corrisponde al concetto di una futura Battaglia di Armagedon. Piuttosto, ‘la guerra del gran giorno’ profetizzata in questo passaggio [dell’Apocalisse], può essere compresa come già adempiuta nella guerra romano-giudaica del primo secolo”[8]. Ricordiamo che Cesario di Arles è stato canonizzato dalla Chiesa cattolica[9].

Quindi, secondo Cesario, l’Armagedon non riguarda un evento che dovrà accadere alla fine dei tempi, alla fine del mondo, ma un evento che si è concluso nell’Anno Domini 70. Un’interpretazione che a mio giudizio è corroborata da un’attenta, e non preconcetta lettura dei testi sacri. Intendo riferirmi all’espressione riportata dall’Apocalisse nel versetto 16, 15: “Ecco, vengo come un ladro”. Che il giorno del Signore venga “come un ladro” è un’informazione ricorrente nel Nuovo Testamento. Innanzitutto, ricorre nei Vangeli sinottici e in un contesto ben preciso: quello del cosiddetto discorso escatologico. Rileggiamo dunque i relativi passi di Matteo, Marco e Luca.

Matteo 24, 42-44: “Vegliate, dunque, perché non sapete in qual momento il vostro Signore verrà. Ma considerate questo che se il padre di famiglia sapesse in quale ora il ladro ha da venire, veglierebbe. Per questo anche voi state all’erta, perché il Figliuol dell’uomo verrà nell’ora che men ve l’aspettate”.

Marco 13, 32-37: “Quanto poi al giorno e all’ora nessuno li sa, né gli angeli del cielo né il Figliuolo, ma il Padre soltanto. State in guardia, vigilate e pregate perché non sapete quando sarà il tempo. Fate come quell’uomo, che avendo lasciato la casa per mettersi in viaggio ne ha affidato la direzione ai servi, assegnando a ciascuno il proprio compito e raccomandando al portinaio di vegliare. Vigilate dunque, perché non sapete quando il padron di casa verrà; se a sera, se a mezzanotte, se al canto del gallo, o al mattino; affinché non succeda che, arrivando egli all’improvviso, non vi trovi addormentati! Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vigilate“.

Luca 21, 34-36: “Badate a voi stessi, perché i vostri cuori non si aggravino per crapula, o per ubriachezza, o per le preoccupazioni della vita, e perché quel giorno non vi colga all’improvviso come un laccio; perché appunto a questo modo sopraggiungerà su tutti gli abitanti della terra. Vegliate dunque e pregate sempre per poter schivare tutto quanto sta per accadere e comparire davanti al Figliuol dell’uomo”[10].

Personalmente, interpreto l’espressione “gli abitanti della terra” del predetto passo di Luca alla luce dell’esegesi di mons. Francesco Spadafora, secondo cui il discorso di Gesù detto “escatologico” si riferisce esclusivamente alla fine di Gerusalemme, e non alla fine del mondo. Quindi, la “terra” in questione dovrebbe corrispondere alla Palestina storica, e non al pianeta terra.

Anche San Paolo parla del “giorno del Signore”. A cominciare dal celeberrimo passo della 1° Lettera ai Tessalonicesi:

1 Tess 5, 1-5: “Quanto al tempo e al momento, o fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi sapete benissimo che il dì del Signore verrà come un ladro di notte. Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora improvvisa sopraggiungerà la rovina, come le doglie del parto a donna incinta, e non sfuggiranno. Ma voi, o fratelli, non siete nelle tenebre, sì che quel giorno vi abbia a sorprendere come un ladro; poiché siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre”.

Poi c’è il passo della 2° Lettera di San Pietro:

2 Pt 3, 10: “Ma il giorno del Signore verrà come un ladro”.

Infine, c’è l’ammonimento rivolto da Gesù, nell’Apocalisse alla chiesa di Sardi:

Apocalisse 3, 3: “Tieni a mente dunque come hai ricevuto e hai ascoltato, e conserva e pentiti. Se dunque non vegli, giungerò come un ladro, e non sai davvero in quale ora ti giungerò addosso”.

La mia impressione è che il versetto 16, 15 dell’Apocalisse – “Ecco, vengo come un ladro” – rappresenti il culmine e l’adempimento di tutte le precedenti menzioni del “giorno del Signore” che ricorrono nel Nuovo Testamento. Siamo stati abituati da secoli di esegesi a vedere nel “giorno del Signore” una pura esortazione morale rivolta alla nostra vita personale. E in effetti non si può certo negare che l’espressione in questione abbia anche un carattere parenetico, che riguarda la vita di ciascuno di noi. Ma io penso anche che la predetta espressione, nei sinottici, sia indissolubilmente legata ad un evento preciso: la fine di Gerusalemme, come risulta dal fatto che l’esortazione di Gesù è posta a conclusione e coronamento proprio del grande discorso del martedì santo in cui profetizza la distruzione del Tempio.

Nei sinottici, in San Paolo, in San Pietro e in Apocalisse 3, 3, il “giorno del Signore” è un evento ancora futuro. In Apocalisse 16, 15 è annunciato invece come prossimo: “Ecco, vengo come un ladro”. Gerusalemme sta per sperimentare il suo Armagedon, la giusta retribuzione dei suoi misfatti. Se le cose stanno così, mi sembra di poter dire che la parusia del Signore attesa dagli apostoli (e da tutti i cristiani del primo secolo) non è quella prevista per la fine del mondo, ma quella che si è verificata nell’Anno Domini 70, con la presa e la distruzione di Gerusalemme e del suo Tempio da parte delle truppe romane. È il regno di Dio “venuto con potenza” di cui parla Gesù nel Vangelo di Marco:

Marco 9, 1: “E diceva loro: «In verità vi dico: vi sono alcuni tra i qui presenti che non gusteranno la morte prima d’aver visto il regno di Dio venuto con potenza»”.

 

[1] L’Apocalisse di Giovanni, a cura di Edmondo Lupieri, Fondazione Lorenzo Valla/Arnoldo Mondadori editore, marzo 1999.

[2] Alan James Beagley, The “Sitz im Leben” of the Apocalypse with Particular Reference to the Role of the Church’s Enemies, Berlin 1987.  

[3] Ivi, pp. 87-89.

[4] Ivi, p. 88.

[5] Ivi, p. 89.

[6] Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, a cura di Giovanni Vitucci, Fondazione Lorenzo Valla 1974, I edizione Oscar storia gennaio 1991, V, 1, 6.

[7] Francis X. Gumerlock, Revelation and the First Century – Preterist Interpretations of the Apocalypse in Early Christianity, American Vision Press, November 2012, pp. 149-150.

[8] Il testo originale latino di Cesario recita: “Potest hoc loco dies magnus intellegi desolation, quando a Tito et Vespasiano obsessa est Hierusolima, ubi exceptis his qui in captivitatem ducti sunt, undecies centena milia mortua referuntur”.

[9] https://it.wikipedia.org/wiki/Cesario_d%27Arles

[10] Ho tratto la traduzione dei predetti passi evangelici da La Sacra Bibbia curata da Giuseppe Ricciotti, Salani editore, 1991.

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