
“THE FORCED WAR”, UNA RECENSIONE
Di Spencer J. Quinn, 29 giugno 2023
È ora disponibile una nuova edizione, rielaborata nel formato e ampliata, sia con copertina rigida che flessibile, a cura dell’Institute for Historical Review.
Il conflitto tra Varsavia e Berlino divenne, nel 1939, il pretesto per attuare l’arcaica politica inglese dell’equilibrio di potenza. Ciò portò a una folle guerra di distruzione contro la Germania. Come si vide poi, ogni soldato alleato dell’Occidente combatteva inconsapevolmente per l’espansione del bolscevismo, minando al contempo la sicurezza di ogni nazione occidentale. Mai furono compiuti tanti sacrifici per una causa così ignobile.
— David Hoggan, The Forced War
Introduzione
Le migliori cartine di tornasole per l’odierna Destra dissidente dovrebbero includere una sola domanda: la parte giusta ha vinto la Seconda Guerra Mondiale in Europa?
Se rispondi di sì, molto probabilmente non sei un dissidente. Se rispondi di no, molto probabilmente lo sei. In questo caso, le sfumature non contano, e nemmeno le intenzioni. Si può sostenere l’innocenza quasi angelica dei nazisti di fronte ai loro nemici genocidari, oppure si può ammettere ogni atrocità attribuita ai nazisti e sostenerli comunque: in entrambi i casi, sei un dissidente. D’altro canto, si possono valutare con attenzione le azioni di entrambe le parti e concludere che i nazisti avessero leggermente più ragione degli Alleati: non importa. Sei un dissidente.
Certo, interrogativi analoghi su conflitti simili possono trasformarsi in altrettanti banchi di prova. Un esempio è costituito dai cittadini sovietici convinti che, durante la guerra civile russa, i Bianchi avrebbero dovuto sconfiggere i Rossi; un altro è rappresentato dagli odierni nazionalisti del Sud convinti che, nella guerra civile americana, a vincere sia stata la parte sbagliata. Tuttavia, la questione più significativa riguarda la Seconda Guerra Mondiale, poiché tale conflitto è stato il più distruttivo, ha coinvolto il maggior numero di persone e ha esercitato l’impatto più profondo sulla civiltà occidentale.
Pertanto, per essere un dissidente è assai probabile che occorra un livello di comprensione storica ben più profondo (sebbene non necessariamente più vasto) di quello della persona mediamente istruita. L’opera di David Hoggan del 1961, “The Forced War: When Peaceful Revision Failed” [La guerra imposta: quando il revisionismo pacifico fallì], offre tale comprensione storica in modo così esauriente che dovrebbe risultare quasi impossibile aderire alla sua tesi senza finire per diventare un dissidente.
“The Forced War” offre, di fatto, il punto di vista tedesco sul periodo che precedette la Seconda Guerra Mondiale. Più nello specifico, l’opera evidenzia la scarsità di ragioni valide (e, al contrario, la pletora di motivazioni infondate) alla base della resistenza opposta – in particolare da Inghilterra e Polonia – ai tenaci tentativi di Adolf Hitler di ridisegnare pacificamente la mappa dell’Europa centrale. L’obiettivo di Hitler era porre rimedio alle ingiustizie del Trattato di Versailles e, così facendo, tutelare i legittimi interessi del popolo tedesco. “The Forced War” si concentra esclusivamente sugli eventi culminati nell’invasione tedesca della Polonia, un conflitto che può essere considerato distinto dal successivo incendio bellico su scala mondiale.
La vicenda si riduce a una serie di decisioni e azioni intraprese da uomini a Berlino, Londra e Varsavia, mentre Roma, Washington, Mosca, Praga e Parigi agivano più o meno sullo sfondo. Un’azione ne innesca un’altra, e così via. In un certo senso, “The Forced War” è una versione più ampia e approfondita del fondamentale saggio di A.J.P. Taylor del 1961, “Le origini della seconda guerra mondiale”, opera spesso citata da Hoggan. Entrambi i testi rifiutano di demonizzare Adolf Hitler e i nazisti (o di attribuire la loro condotta alla follia); li ritraggono invece come fascisti razionali ed etno-nazionalisti i quali, pur avendo certamente commesso degli errori, il più delle volte agirono correttamente e avevano la giustizia dalla propria parte. Entrambe le opere pongono grande enfasi sulla revisione pacifica dell’assetto dell’Europa centrale attuata da Hitler nel corso degli anni Trenta.
Mentre Taylor riserva un certo spazio alle critiche di natura morale nei confronti di Hitler, Hoggan non ne offre quasi per nulla. Si concentra invece sull’unica persona che, a suo avviso, ebbe la maggior responsabilità nel provocare inutilmente la guerra più distruttiva della storia: il Ministro degli Esteri britannico Lord Halifax. Descritto da Hoggan come “uno dei diplomatici più sicuri di sé, spietati, scaltri e moralisticamente convinti della propria rettitudine che il mondo abbia mai visto”, Halifax emerge dalle pagine di “The Forced War” come il cattivo per eccellenza del Novecento e oltre. Figura dominante nel governo del Primo Ministro Neville Chamberlain, egli sembrava nutrire un odio viscerale per i tedeschi e per la Germania. Inoltre, era fermamente intenzionato a scatenare la guerra non appena Hitler iniziò ad ampliare i confini e l’influenza della propria nazione nel continente, a partire dall’Anschluss dell’Austria nel marzo 1938. Halifax riteneva che il conflitto fosse inevitabile; tale convinzione giustificava, ai suoi occhi, ogni tattica subdola impiegata per spingere Germania e Polonia verso lo scontro. In effetti, se l’analisi di Hoggan fosse anche solo in parte corretta, sarebbe davvero scandaloso che Halifax non venga demonizzato allo stesso modo in cui Hitler continua a esserlo a ottant’anni dalla fine della guerra.
Naturalmente, l’odio di un singolo uomo non avrebbe avuto grande peso se la carta geografica dell’Europa non fosse stata stravolta dal Trattato di Versailles del 1919. Il trattato violava ogni principio noto in materia di nazionalismo e ridisegnava i confini rendendoli, al contempo, etnicamente innaturali e, in ultima analisi, insostenibili. La questione più spinosa si rivelò essere, com’era prevedibile, la Città Libera di Danzica – a maggioranza tedesca –, che si ritrovò circondata da territorio polacco e sotto il controllo precario della Società delle Nazioni. Hitler desiderava ardentemente riannetterla al Reich:
«Le condizioni definitive del trattato concessero alla Polonia molto più di quanto essa meritasse e molto più di quanto avrebbe dovuto richiedere. La maggior parte della Prussia occidentale, che all’ultimo censimento presentava una maggioranza tedesca, fu ceduta alla Polonia senza plebiscito; successivamente, la zona industriale più ricca dell’Alta Slesia fu assegnata alla Polonia, nonostante i polacchi avessero perso la consultazione popolare in quell’area. L’istituzione di un protettorato della Società delle Nazioni per la comunità tedesca di Danzica si rivelò una mossa disastrosa; sarebbe stato ben più equo prevedere un porto franco per la Polonia all’interno di una Danzica sotto amministrazione tedesca. Tra i principali errori del trattato figuravano la creazione del Corridoio, l’istituzione della cosiddetta Città Libera di Danzica e la cessione alla Polonia di una parte dell’Alta Slesia. Tali decisioni furono prese a vantaggio della Polonia e a scapito della Germania, ma finirono per nuocere a entrambi i Paesi. Nel quadro di queste condizioni, era impossibile garantire una pace duratura nelle regioni di confine tra Germania e Polonia».
Purtroppo, il ministro degli Esteri polacco Józef Beck sembrò prendere questi doni fin troppo a cuore. Secondo Hoggan, Beck si lasciò influenzare dall’errata convinzione che le regioni assegnate alla Polonia dal Trattato di Versailles le fossero sempre appartenute, nonostante la maggioranza di popolazione tedesca e la presenza germanica secolare in quei territori. Ciò lo spinse a difendere tali acquisizioni a ogni costo, ignorando le generose offerte di Hitler e i suoi tentativi di una revisione pacifica. Naturalmente, per Beck sarebbe stato un suicidio agire da solo: quando la Germania si riarmò nel 1935, la Polonia contava circa la metà della popolazione tedesca, era meno industrializzata e non avrebbe avuto alcuna possibilità di vittoria in un eventuale conflitto. Fu soltanto grazie alle promesse di sostegno militare avanzate da Halifax, in caso di invasione tedesca, che Beck ebbe l’audacia di sfidare Hitler.
«La sfida polacca a Hitler sulla questione di Danzica non ebbe luogo finché i dirigenti britannici non ebbero avviato una vigorosa politica di accerchiamento, volta a soffocare il Reich tedesco. È assai improbabile che i leader polacchi avrebbero sfidato Hitler se non avessero contato sul sostegno britannico. Fin dal settembre 1938, infatti, avevano ricevuto assicurazioni che i dirigenti britannici li avrebbero sostenuti contro Hitler nella questione di Danzica».
Un altro elemento della vicenda, seppur secondario, è il ruolo defilato ma costante del presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt e del suo ambasciatore William Bullitt — di origini ebraiche per parte di madre e fautore dell’intervento bellico — nel creare un clima politico favorevole alla guerra contro la Germania; il tutto avveniva con la massima discrezione, dato che l’opinione pubblica americana non mostrava alcun interesse per un secondo intervento di forza in Europa. Già il 7 novembre 1937, FDR aveva dichiarato all’incaricato d’affari francese Jules Henry di essere interessato a rovesciare Hitler.
Un anno dopo, il diplomatico polacco a Washington Jerzy Potocki riferì che Bullitt lo aveva informato che
«. . . Il presidente Roosevelt era deciso a coinvolgere l’America nel prossimo conflitto europeo. Bullitt spiegò a Potocki, con dovizia di particolari, di godere della particolare fiducia del presidente Roosevelt. Previde che in Europa sarebbe presto scoppiata una lunga guerra e parlò “della Germania e del suo Cancelliere, Adolf Hitler, con estrema veemenza e con aspro odio”. Ipotizzò che il conflitto potesse durare sei anni e sostenne la necessità di combatterlo fino a ridurre la Germania nell’impossibilità di riprendersi mai più. Potocki non condivideva l’entusiasmo di Bullitt e Roosevelt per la guerra e la distruzione. Chiese come potesse scatenare un simile conflitto, dato che appariva estremamente improbabile che la Germania attaccasse la Gran Bretagna o la Francia. Bullitt suggerì che la guerra potesse scoppiare tra la Germania e un’altra potenza e che le potenze occidentali vi sarebbero intervenute. Considerava inevitabile un eventuale conflitto tra Unione Sovietica e Germania e predisse che quest’ultima, dopo una logorante campagna in Russia, avrebbe capitolato di fronte alle potenze occidentali. Assicurò inoltre a Potocki che gli Stati Uniti avrebbero partecipato al conflitto qualora la Gran Bretagna e la Francia avessero compiuto la prima mossa».
Come prevedibile, “The Forced War” approfondisce una vasta gamma di dettagli diplomatici e politici della fine degli anni Trenta. Non ogni singola mossa ne provoca una di risposta, ma nella maggior parte dei casi è così, a dimostrazione di quel complesso meccanismo di reazioni a catena – simile a un gigantesco gioco di domino – che caratterizzava la diplomazia dell’epoca. Fortunatamente, Hoggan espone incontri e scambi epistolari in modo conciso, incisivo e diretto, concedendosi ben poche digressioni. Ciò gli consente di arricchire l’opera con una tale dovizia di particolari – cronaca alla mano, fin nei minimi dettagli temporali – da rendere il libro estremamente avvincente. Giunto ai due terzi di questa monumentale opera storica di 320.000 parole (una lunghezza paragonabile a quella del Don Chisciotte), Hoggan sta ancora trattando gli eventi della metà di agosto del 1939; ciò significa che ha dedicato circa un terzo del suo opus magnum alle sole due settimane precedenti l’invasione tedesca della Polonia.
È un libro ricco di eventi, a dir poco. E di ottima fattura: intrighi, tradimenti, atti eroici, ripensamenti e atteggiamenti istrionici, tutto è presente; così come non mancano menzogne ed errori grossolani. Se da un lato si tratta in parte di esseri umani fallibili che fanno politica secondo le consuetudini (come l’atteggiamento tentennante dell’Italia nel sostenere la Germania nell’agosto del 1939), gran parte degli eventi è invece attribuita da Hoggan a manovre losche. E il principale artefice fu il triumvirato Halifax-Beck-Roosevelt, che impose la guerra a una Germania nazista tutto sommato innocente.
Quanto segue nelle parti 2 e 3 di questa recensione non è tanto una valutazione dell’opera “The Forced War” nel suo complesso, quanto piuttosto una presentazione delle prove a sostegno della tesi di Hoggan: prove che si riveleranno di inestimabile valore per la posizione dei dissidenti odierni. Tali prove si suddividono in tre categorie:
- Lord Halifax manipolò in modo subdolo sia la Polonia che la Germania, spingendole verso la guerra.
- La Polonia meritava di essere invasa, avendo rifiutato di negoziare su Danzica e avendo maltrattato la propria minoranza tedesca.
- Hitler voleva la pace e aveva sinceramente a cuore il popolo tedesco.
Già nelle prime fasi di “The Forced War”, Hoggan sostiene che Lord Halifax, pur ricoprendo formalmente la carica di Ministro degli Esteri britannico, controllasse di fatto la politica estera del Regno Unito nel continente europeo, e non il Primo Ministro Neville Chamberlain. Inoltre, Halifax nutriva fin dall’inizio disprezzo per le aspirazioni revisioniste di Hitler a favore del popolo tedesco, palesemente penalizzato dal Trattato di Versailles del 1919. In un incontro del marzo 1938 con l’ambasciatore tedesco Joachim von Ribbentrop, Halifax paragonò in modo inappropriato l’Anschluss — la pacifica reintegrazione nel Reich delle popolazioni austriache di etnia tedesca — a un’ipotetica dichiarazione di guerra britannica contro il Belgio.
«Il fatto che l’Austria avesse fatto parte della Germania per oltre mille anni, e che i legislatori austriaci avessero votato a favore dell’unione con la Germania dopo la Prima Guerra Mondiale, non ebbe alcun peso per lui. Di conseguenza, non riconobbe l’Anschluss come un atto di liberazione del popolo austriaco da un odiato regime fantoccio».
Nel periodo che precedette l’annessione tedesca dei Sudeti, in Cecoslovacchia, nell’autunno del 1938, l’atteggiamento ufficiale britannico iniziò a mutare, orientandosi contro la Germania e a favore del regime sovietico, ben più oppressivo e sanguinario. William Strang, del Foreign Office britannico, giustificò tale posizione affermando che, a differenza del nazismo, il comunismo «nasce, per quanto alla lontana, da un’idea morale: l’idea, cioè, che l’uomo non debba essere sfruttato dall’uomo per il proprio profitto personale». Questo errore — quello di prendere i comunisti in parola anziché giudicarli in base alle loro azioni — sarebbe stato spesso ripetuto da Halifax, il quale ravvisava un pericolo maggiore in una Germania in ascesa — che non aveva causato milioni di morti in tempo di pace — piuttosto che in un’Unione Sovietica in ascesa, che invece lo aveva fatto. Nell’agosto del 1938, Halifax…
«.. . assicurò i polacchi che la Gran Bretagna era interessata a sostenerli per impedire cambiamenti a Danzica. Per i polacchi era evidente che tale inversione di rotta indicava la determinazione britannica a organizzare una coalizione contro la Germania in un momento successivo alla crisi ceca e che, nell’ottica britannica, la Polonia sarebbe stata molto utile alla formazione di un simile fronte».
Nell’autunno del 1938, Strang aveva anche messo in circolazione una falsa voce riguardo ai bellicosi piani di Hitler nei confronti della Polonia, allo scopo di minare qualsiasi intesa che si stesse delineando tra le due nazioni. Ma non si trattava solo della Polonia. Hoggan racconta come Halifax cercasse di impedire relazioni pacifiche tra la Germania e la Francia, l’Italia e la Cecoslovacchia. E ciò avveniva nella piena consapevolezza — come emerge dal colloquio avuto nell’ottobre 1938 con l’ambasciatore americano Joseph Kennedy — che Hitler non desiderasse la guerra contro l’Inghilterra. Eppure, per tutto il 1938, Halifax e Chamberlain promossero la produzione di migliaia di bombardieri pesanti a lungo raggio, con l’unico intento di colpire obiettivi civili tedeschi.
Inoltre, non era solo Strang a diffondere false voci. In una seconda conversazione con Kennedy, Halifax
«. . . dipinse un quadro cupo dell’atteggiamento di Hitler verso la Gran Bretagna . . . e fornì inoltre a Kennedy una gran quantità di informazioni inattendibili sui presunti atteggiamenti di Hitler riguardo a diverse questioni continentali del momento. Qualche settimana più tardi sostenne, parlando con Kennedy, che Hitler fosse animato da un odio viscerale per l’Inghilterra e che avesse in programma di smembrare l’Unione Sovietica nella primavera del 1939. Lo scopo di tali tattiche ingannevoli era evidente. Halifax stava mettendo a frutto le proprie doti diplomatiche in vista di un attacco britannico alla Germania; al contempo, si dedicava al compito agevole di alimentare l’avversione dei leader americani nei confronti della Germania».
La singolare preoccupazione di Halifax per le sorti dell’Unione Sovietica lasciò talmente perplesso il capo del governo italiano Benito Mussolini da indurlo a metterne in dubbio la saggezza, nel corso di un colloquio diretto con Chamberlain durante la visita del Primo Ministro britannico a Roma nel gennaio 1939. Il Duce riteneva, a ragione, che la caduta del comunismo avrebbe rappresentato un bene per il popolo russo. Chamberlain, a quanto pare, la pensava diversamente e impiegò gran parte del tempo trascorso in Italia nel tentativo di intimidire gli italiani affinché non si schierassero con Hitler in caso di guerra.
Dopo il continuo diffondersi di voci sulle ambizioni bellicose di Hitler durante la crisi cecoslovacca (e trascurando il fatto che anche la Polonia aveva invaso la Cecoslovacchia, acquisendo il distretto di Teschen in quel periodo), all’inizio del 1939 Halifax ammise in privato con l’ambasciatore britannico Neville Henderson che “… le voci e gli allarmi si sono placati, e non appare evidente che il governo tedesco stia tramando qualcosa di losco in qualche settore particolare”. Ciò, osservò Halifax, equivaleva a “un miglioramento negativo della situazione”. Commentando la delusione di Halifax per la capacità di Hitler di acquisire territori per via pacifica, Hoggan osserva con ironia che:
«I britannici governavano milioni di popoli stranieri in tutto il mondo in virtù di una conquista ottenuta con la forza bruta. Era evidente che i leader britannici non avevano colto la capacità di Hitler di risolvere problemi complessi senza spargimento di sangue; a quanto pare, preferivano i propri metodi. Il 15 marzo 1939, Halifax disse all’ambasciatore tedesco Dirksen di comprendere la predilezione di Hitler per le vittorie incruente, ma assicurò al diplomatico tedesco che, la volta successiva, Hitler sarebbe stato costretto a spargere sangue».
Fu più o meno in quel periodo che Halifax preparò un discorso per Chamberlain, nel quale il Primo Ministro affermava erroneamente che Hitler avesse intenzione di conquistare il mondo. Sempre in quel frangente, Halifax orchestrò quella che divenne nota come la “beffa di Tilea”: Virgil Tilea, un ministro rumeno senza scrupoli di stanza a Londra, fu di fatto corrotto affinché diffondesse la falsa notizia secondo cui Hitler intendeva “assumere il controllo dell’intera economia rumena”. Poco dopo, Halifax sfruttò spudoratamente tale stratagemma come pretesto per cercare di coinvolgere i sovietici in un’alleanza antitedesca.
Fortunatamente, l’isteria suscitata dalla questione di Tilea si placò piuttosto in fretta, ma le tensioni riguardanti Danzica persistettero. Dopo la guerra, Sir Samuel Hoare, consigliere di Halifax, ammise che quest’ultimo aveva bisogno di un pretesto per opporsi alla Germania diverso dalla necessità — inesistente — di un fronte difensivo, e che la Polonia, con le sue rivendicazioni su Danzica, offriva proprio tale pretesto. Lo stesso Strang riconobbe che qualsiasi valida argomentazione contro il coinvolgimento dell’Europa in una guerra per la Polonia sarebbe rimasta inascoltata nell’entourage di Halifax, dato che “avevamo già preso la nostra decisione”.
Se questa non è la prova del desiderio di Halifax di una guerra contro la Germania, non so proprio cosa lo sia.
Lo sciovinismo di Józef Beck
Per quanto possa sembrare incredibile, la vasta rete di inganni tessuta da una figura potente come Lord Halifax non avrebbe trascinato l’Europa in una guerra autodistruttiva se non fosse stato per l’ostinazione e l’ego del Ministro degli Esteri polacco Józef Beck.
Hoggan apre “The Forced War” esaminando le diverse correnti del nazionalismo polacco nel periodo tra le due guerre. Ciò che distingueva Józef Piłsudski – il predecessore di Beck – dalle altre figure di spicco dell’epoca era la sua convinzione che la Polonia fosse una grande potenza in potenza, ma che dovesse ancora evolversi per diventarlo effettivamente; tale visione cercava un equilibrio tra orgoglio nazionale e realismo. Dopo la Prima Guerra Mondiale, infatti, la Polonia non era una grande potenza, bensì una potenza di secondo piano, alla quale il Trattato di Versailles aveva imposto le sembianze della grandezza, quantomeno sotto il profilo geografico. Piłsudski ne era consapevole e, durante il suo mandato come capo di Stato “de facto”, perseguì una politica estera relativamente prudente nei confronti della Germania. Tra il 1933 e il 1935, egli pianificò una guerra preventiva contro una Germania ancora priva di armamenti adeguati, arrivando persino a inviare una nave da guerra per far sbarcare truppe polacche a Danzica nel marzo del 1933 (poco più di un mese dopo l’ascesa al potere di Hitler) e a concentrare contingenti militari nel cosiddetto “Corridoio polacco”, la striscia di territorio che separava la Germania settentrionale dalla Prussia orientale. Tuttavia, percependo il crescente rafforzamento della Germania e la dubbia affidabilità del sostegno delle altre potenze continentali, la sua ultima decisione politica prima di morire fu quella di non opporsi alla violazione del Trattato da parte di Hitler nel marzo del 1935.
Józef Beck, protetto di Piłsudski, era tuttavia privo di tale buon senso e oppose resistenza a tutti i tentativi di riavvicinamento di Hitler riguardo a Danzica, una volta convinto di avere in tasca una “carta bianca” da parte dei britannici. A suo avviso, la Polonia era già una grande potenza che non doveva lasciarsi sopraffare dalla Germania, come era accaduto all’Austria e alla Cecoslovacchia. Beck, inoltre, non intervenne mentre i suoi connazionali – dai vertici del governo fino alla gente comune – opprimevano, intimidivano e talvolta brutalizzavano la minoranza tedesca. In “The Forced War”, Hoggan descrive i numerosi insulti e le angherie subiti dalla Germania e dai tedeschi per mano dei polacchi tra il 1933 e il 1939 – per non parlare del palese tradimento diplomatico di Beck nei confronti della Germania – arrivando a giustificare la successiva invasione da parte di Hitler.
Quando Hitler annunciò la rimilitarizzazione della Renania nel marzo del 1936, la prima mossa di Beck fu quella di promettere ai francesi che avrebbe invaso la Germania qualora essi avessero dichiarato guerra. Sebbene all’epoca Danzica fosse sotto la precaria autorità della Società delle Nazioni – il che significava che, legalmente, la Polonia vantava sulla città diritti pari a quelli della Germania – Beck aveva inviato a Danzica il colonnello Marjan Chodacki affinché annunciasse pubblicamente le intenzioni polacche di annettere la città. Nel frattempo, la Polonia adottava misure economiche punitive (come imposte eccessive) nei confronti degli abitanti tedeschi di Danzica, alimentando ulteriormente in loro il desiderio di riunirsi alla Germania.
«Nel 1938, la tensione era giunta a un punto tale che gli episodi di violenza assunsero un ruolo sempre più rilevante. Gruppi di pressione organizzavano, nelle cittadine polacche limitrofe, manifestazioni di protesta — spesso incentrate su torti immaginari — che si concludevano immancabilmente al grido di “Vogliamo marciare su Danzica!” e con lo slogan omicida: “Uccidete gli hitleriani!”».
E la questione non si limitò a Danzica. Oltre un milione di tedeschi residenti in Polonia dovettero subire varie forme di discriminazione pregiudiziale, tra cui una stampa ostile, arresti di massa, boicottaggi, espropriazioni di terre e le “misure di de-germanizzazione previste dalle ordinanze polacche sulle zone di confine”. Beck si rifiutò di muovere un dito per porre fine a tutto ciò.
Un’altra spina nel fianco della Polonia fu l’esclusione dalla Conferenza di Monaco del settembre 1938. Beck percepì tale esclusione come un affronto e ne serbò a lungo rancore. Ciononostante, poco dopo aver discusso le condizioni alle quali la Polonia avrebbe attaccato la Germania, ebbe l’incredibile sfacciataggine di chiedere all’ambasciatore tedesco Hans Moltke il sostegno della Germania nell’eventualità di un’invasione sovietica da est. Hitler, ancora fiducioso nella pace, acconsentì.
I paragrafi seguenti illustrano la valutazione di Hoggan in merito alle complicazioni che affliggevano le relazioni tedesco-polacche nel 1938:
«In quel periodo, Hitler ebbe difficoltà a scongiurare una grave crisi tedesco-polacca, causata dal trattamento brutale riservato ai tedeschi dalle autorità di occupazione polacche nel distretto di Teschen. La maggior parte dei dirigenti tedeschi riteneva che i polacchi avessero avanzato pretese su una porzione eccessiva di territorio a prevalenza etnica tedesca nei pressi di Teschen. Il maresciallo Göring aveva fatto presente al sottosegretario di Stato Weizsäcker che il territorio oltre Teschen, lungo il confine sud-orientale tra la Slesia tedesca e la Polonia, non avrebbe dovuto essere ceduto a quest’ultima, a meno che essa non avesse accettato di sostenere la restituzione di Danzica alla Germania; in caso di rifiuto polacco, egli propendeva per l’annessione del territorio alla Germania o per il suo mantenimento sotto la sovranità cecoslovacca. Gli esperti del Ministero degli Esteri tedesco concordavano sostanzialmente con Göring; si decise quindi di tentare di escludere i polacchi dal centro industriale di Witkowitz e dalla piccola e povera località di Oderberg, situata vicino alle sorgenti del fiume Oder. Weizsäcker interrogò a fondo Göring in merito a tutti i recenti colloqui avuti con i rappresentanti polacchi.
«L’ambasciatore polacco Lipski reagì con rabbia quando venne a conoscenza dell’atteggiamento del Ministero degli Esteri tedesco riguardo alla questione di Oderberg. Egli insistette presso Ernst Wörmann, capo della Divisione politica del Ministero, sostenendo che sia Hitler che Göring avevano promesso quella città strategica alla Polonia. Wörmann, ben consapevole dell’atteggiamento di Göring, si rifiutò di crederci e ricordò a Lipski che la popolazione di Oderberg era in prevalenza tedesca. Lipski non si lasciò smuovere; avvertì Wörmann che un rapporto ufficiale su tale conversazione avrebbe complicato le relazioni tedesco-polacche e aggiunse che avrebbe scritto una lettera privata in merito a Beck. Le copie dei rapporti ufficiali venivano trasmesse al presidente Mościcki e, tramite lui, agli altri leader polacchi. Il messaggio implicito era chiaro: la Polonia era decisa a tenere duro sulla questione di Oderberg».
Hoggan chiarisce inoltre che, per tutto il 1938 e fino al marzo 1939 (quando era certo del sostegno britannico), Beck aveva dato istruzioni a Lipski di dissimulare di fronte ai tedeschi riguardo alla questione di Danzica; non ebbe mai, neppure per un istante, l’intenzione di negoziare seriamente al riguardo. Poi, il 20 marzo, Beck mobilitò parzialmente l’esercito polacco e minacciò la Germania di guerra per impedire che Danzica cadesse in mani tedesche. Piani per un’invasione della Germania vennero distribuiti alle forze armate. Nel frattempo, Hitler non oppose alcuna risposta militare.
Hoggan osserva come l’ego e l’insicurezza di Beck abbiano influito su questa decisione. Egli aveva agito prima ancora di firmare l’accordo anglo-polacco, poiché non voleva apparire come una pedina dei britannici. Tutt’altro: il ministro, vittima di illusioni, coltivava sogni di conquista, avendo persino ammesso con Ribbentrop di sperare, un giorno, di riconquistare Kiev e raggiungere il Mar Nero. Già nel mese di maggio, dichiarava che la Germania era il nemico mortale della Polonia. Il 4 agosto, il suo governo lanciò un ultimatum minacciando di affamare Danzica e di sottrarla al controllo della Società delle Nazioni. Sempre in agosto, la stampa polacca rivelò che “unità polacche attraversavano costantemente il confine tedesco per distruggere installazioni militari germaniche e trasportare in Polonia materiale bellico tedesco confiscato”. Le forze polacche occuparono illegalmente diverse installazioni a Danzica, si scontrarono direttamente con gli abitanti della città e aprirono il fuoco anche contro tre aerei passeggeri tedeschi.
La goccia che fece traboccare il vaso fu l’interruzione, da parte di Beck, di ogni trattativa su Danzica e la mobilitazione generale delle forze armate polacche entro la fine di agosto.
Se c’è una lacuna in “The Forced War”, è la trattazione – non del tutto conclusiva – che Hoggan dedica al “trattamento brutale dei tedeschi” da parte dei polacchi. Egli vi fa spesso riferimento, ma troppo spesso ne parla senza fornire dati concreti, che oggi potrebbero tornare utili ai dissidenti. Forse quei dati non erano a sua disposizione?
Ecco alcuni degli esempi che Hoggan offre:
- Un’ondata di persecuzioni contro i tedeschi residenti in Polonia culminò nella “Domenica delle Palme nera” a Łódź, il 9 aprile 1933. Le proprietà dei tedeschi subirono danni, mentre i membri della comunità tedesca locale furono vittime di percosse e umiliazioni.
- In un rapporto del settembre 1938 sull’impatto dell’Anschluss in Polonia, l’ambasciatore Moltke osservava che «un numero crescente di tedeschi veniva condannato al carcere dai tribunali polacchi per affermazioni quali “il Führer dovrebbe mettere le cose a posto qui” oppure “presto toccherà alla Polonia”».
- All’inizio di ottobre del 1938, «… i polacchi iniziarono a condurre una sorta di guerra non dichiarata contro gli abitanti tedeschi della regione di Teschen». Ciò comportò, tra l’altro, l’obbligo per i genitori tedeschi di mandare i figli a scuole polacche, la minaccia di licenziamento per i professionisti tedesco-polacchi che non svolgessero la propria attività in lingua polacca, il blocco dei conti bancari tedeschi, il licenziamento arbitrario di lavoratori tedeschi e la riduzione delle pensioni e degli stipendi statali dei cittadini polacchi di origine tedesca.
- Nel febbraio 1939, il governo polacco confiscò circa 32.000 ettari di terreno ai propri cittadini tedeschi in virtù di una nuova legge che non penalizzava affatto nella stessa misura i proprietari terrieri polacchi. Hoggan ritiene che tale legge fosse «uno strumento opportuno per impoverire i tedeschi».
- Secondo quanto afferma Hoggan, all’epoca dell’invasione tedesca della Polonia, avvenuta a settembre, “molte migliaia” di polacchi di etnia tedesca (da lui definiti “ostaggi inermi”) furono uccisi nel Paese a causa dell’isteria antitedesca che lo stava travolgendo. Si registrarono numerosi casi di mutilazioni, torture e arresti di massa. I tedeschi venivano deportati con la forza dalle zone di confine e costretti a marciare verso l’interno della Polonia. Anche dopo l’invasione ebbero luogo massacri ai danni della popolazione tedesca.
Col senno di poi, si può forse affermare che la decisione di Adolf Hitler di ordinare l’invasione della Polonia sia stata un errore madornale. Tuttavia, alla luce dell’enorme mole di prove disponibili, non si può dire che si trattasse di una mossa irragionevole. Semmai, “The Forced War” ci spinge a chiederci perché Hitler abbia impiegato così tanto tempo a compiere quel passo.
L’ottimismo di Adolf Hitler
Il filo conduttore che accomuna la maggior parte, se non tutte, le azioni e le dichiarazioni di Adolf Hitler nel corso degli eventi descritti in “The Forced War” è l’etnocentrismo. Egli nutriva un profondo senso di identificazione con il popolo tedesco e, in misura minore, apprezzava le distinte popolazioni europee non tedesche (o non ariane). Fin dall’inizio, Hitler cercò di porre rimedio alle ingiustizie subite dal popolo tedesco per mano degli estensori del Trattato di Versailles. Ciò significava che, nel 1933, oltre dieci milioni di tedeschi etnici residenti negli Stati nazionali di Cecoslovacchia, Austria, Polonia e Lituania erano stati privati del diritto all’autodeterminazione ed erano costretti a subire un dominio straniero. Oltre a guidare la ripresa economica della Germania durante la Grande Depressione e a ripristinarne lo status di grande potenza, per Hitler era di fondamentale importanza riportare queste popolazioni all’interno del Reich, a cui esse appartenevano (e dove, nella maggior parte dei casi, desideravano trovarsi).
Tuttavia, Hitler cercò di raggiungere questo obiettivo per via pacifica e cercando di urtare il meno possibile le altrui suscettibilità. In “The Forced War”, Hoggan lascia che siano i fatti storici a parlare, al fine di scagionare Hitler dall’accusa di voler conquistare il mondo. I tedeschi dei Sudeti, quelli in Austria, in Polonia e a Memel — territorio sottratto dalla Lituania nel 1920 in violazione delle disposizioni della Società delle Nazioni — subirono effettivamente oppressioni e umiliazioni in quanto cittadini di serie B sotto un dominio ostile. Hitler stava affrontando un problema urgente per il suo popolo e non aveva alcun interesse a sottoporre al proprio dominio popolazioni appartenenti ad altri gruppi, come polacchi, cechi e slovacchi. Lo dichiarò in numerose occasioni. È questo il modo in cui parlerebbe un conquistatore assetato di potere?
Inoltre, nel gennaio del 1937, Hitler aveva incaricato il maresciallo Hermann Göring di ribadire al ministro degli Esteri polacco Beck che la Germania non nutriva alcuna mira sul Corridoio polacco – né su qualsiasi altra parte della Polonia, del resto – e che non avrebbe stretto un’alleanza con l’Unione Sovietica, come aveva fatto nel 1922 a Rapallo. In cambio, sperava di ottenere concessioni analoghe da parte polacca (come Danzica, che non faceva nemmeno ufficialmente parte della Polonia). Si trattasse o meno di una mossa saggia – considerando che i polacchi non erano leali e vessavano la minoranza tedesca – resta il fatto che tale comportamento induce il lettore a chiedersi se l’atteggiamento di Hitler fosse paragonabile a quello di un Gengis Khan dei tempi moderni.
Quasi ogni volta che il nome di Hitler compare sulla pagina (e accade spesso), Hoggan ci costringe a porci tali domande. E ogni volta diventa sempre più difficile rispondere in modo coerente con la narrazione dominante, che dipinge Hitler come un individuo malvagio e folle.
Se in “The Forced War” si annidano critiche a Hitler, esse sono estremamente lievi: una sorta di condanna che suona quasi come un elogio. È vero, Hitler sottovalutò le capacità militari dell’Unione Sovietica; ma, d’altro canto, lo stesso fecero quasi tutti nell’Europa occidentale e centrale. Dopo le sanguinose purghe e le carestie indotte dal terrore negli anni Trenta, chi avrebbe mai potuto immaginare che l’Armata Rossa si sarebbe rivelata il colosso che poi effettivamente fu? Hoggan riserva inoltre giudizi piuttosto severi ad alcuni diplomatici di Hitler, in particolare a Hans Moltke, ambasciatore tedesco in Polonia.
La critica più costante di Hoggan, tuttavia, riguarda il carattere di Hitler. Il Führer era ottimista quasi fino all’ingenuità. Non si rese conto, se non quando ormai era troppo tardi, che Lord Halifax era un serpente in seno, intenzionato ad accerchiare la Germania. Non comprese nemmeno che Józef Beck era stato un nemico fin dall’inizio e non aveva mai negoziato in buona fede riguardo a Danzica. Secondo Hoggan, Hitler dava semplicemente per scontato che tutti desiderassero la pace tanto quanto lui. È per questo che ordinò a Göring di non mercanteggiare con i polacchi sulla questione di Teschen. È per questo che rinunciò alle rivendicazioni territoriali tedesche in Francia, Danimarca, Italia e Polonia. È per questo che impedì continuamente alla stampa tedesca di diffondere notizie sulle atrocità antitedesche commesse dai polacchi. È per questo che avanzò ai polacchi un’offerta molto generosa in cambio di Danzica. È per questo che ordinò al presidente del Senato di Danzica, Artur Greiser, di cedere all’ultimatum polacco del 4 agosto, che minacciava di ridurre la città alla fame. È per questo che, pochi giorni prima dell’invasione della Polonia, sospese tutte le operazioni militari non appena intravide un barlume di speranza che i polacchi potessero, dopotutto, negoziare. È per questo che non smise mai di tentare, fino al momento in cui la Polonia rese palesi le proprie intenzioni bellicose procedendo alla mobilitazione generale.
Queste sono le proposte che Hitler offrì ai polacchi:
«La Germania avrebbe chiesto alla Polonia di consentirle di annettere Danzica. Avrebbe richiesto il permesso di costruire un’autostrada e una ferrovia verso la Prussia orientale. A Lipski fu assicurato che tali proposte, attentamente circoscritte, rappresentavano l’insieme delle richieste tedesche alla Polonia.
«Era evidente che la negoziazione dovesse basarsi su un principio di reciprocità e la Germania era pronta a offrire numerose concessioni. Alla Polonia sarebbero stati accordati un porto franco permanente a Danzica e il diritto di costruire una propria autostrada e una linea ferroviaria per collegarsi a tale scalo. L’intera area di Danzica avrebbe costituito un mercato franco permanente per le merci polacche, esente da dazi doganali tedeschi. La Germania avrebbe inoltre compiuto il passo senza precedenti di riconoscere e garantire l’esistente confine tedesco-polacco, inclusa la linea di demarcazione del 1922 nell’Alta Slesia».
Purtroppo, Beck preferì ricorrere a sotterfugi, puntare su un prestigio nazionale gonfiato e imbarcarsi in una guerra disastrosa, anziché risolvere la crisi di Danzica e guadagnarsi un alleato saldo contro l’Unione Sovietica – potenza verso la quale i polacchi nutrivano, a ragione, diffidenza. Inconsapevolmente, scelse anche di farsi usare come pedina nel grande disegno di Lord Halifax volto a schiacciare la Germania, finendo per essere spietatamente sacrificato nel processo. Non essendosi resi conto di ciò, Hitler e il suo governo sprecarono tempo e risorse nel mostrarsi verso la Polonia più concilianti di quanto avrebbero dovuto. Col senno di poi, Hoggan sostiene che gli sforzi diplomatici di Hitler nei giorni precedenti l’invasione, per quanto sinceri, fossero impeccabili.
Hoggan valuta piuttosto bene questa situazione malinconica:
«Hitler aveva colto con infallibile intuito l’importanza dell’atteggiamento britannico nei confronti della Germania. Il suo ottimismo riguardo alla possibilità di evitare un conflitto anglo-tedesco sarebbe stato maggiormente giustificato se le relazioni tra Germania e Polonia fossero state solide e amichevoli come egli aveva ritenuto. Hitler non si rendeva conto fino a che punto la Gran Bretagna avesse incoraggiato una politica antitedesca in Polonia ed era stato tratto in inganno dall’atteggiamento amichevole mostrato da Beck a Berchtesgaden. Rimase deluso dal fallimento della missione di Ribbentrop a Varsavia, ma continuò a confidare nella possibilità di indurre i polacchi a collaborare, a patto di agire con tatto e pazienza. Aveva compiuto un notevole sforzo per convincere gli ambienti esteri ostili alla Germania che un’altra guerra mondiale avrebbe rappresentato un disastro. È sorprendente che, dopo l’esperienza della Prima guerra mondiale, fosse necessario profondere tanta eloquenza per sostenere una tesi così evidente, ed è sconfortante constatare come i sostenitori della guerra in Gran Bretagna fossero impermeabili a qualsiasi argomentazione, per quanto eloquente».
Eppure, Hitler non voleva la guerra e, in un discorso al Reichstag dell’aprile 1939, dichiarò che, nonostante la sua profonda ammirazione per la Gran Bretagna, “l’amore non può provenire da una sola parte se non è ricambiato dall’altra”. Alla vigilia dell’invasione, scrisse al Duca di Windsor – che all’epoca risiedeva in Francia –: “Può star certo che il mio atteggiamento nei confronti della Gran Bretagna e il mio desiderio di evitare un’altra guerra tra i nostri popoli rimangono immutati”.
Affermazioni sorprendenti per un patriota tedesco come Hitler, a soli vent’anni da quando la Gran Bretagna aveva contribuito a far morire di fame 800.000 bambini e anziani tedeschi durante il blocco navale alleato della Prima Guerra Mondiale. Anche dopo l’invasione, Hitler dichiarò che avrebbe cessato ogni azione militare se solo i polacchi avessero finalmente accettato di negoziare.
Se solo.
L’assenza degli ebrei
Vi sono molti aspetti affascinanti di questa storia cruciale che non vengono approfonditi in questa recensione: in particolare, la valutazione di Hoggan del contesto storico e ideologico degli eventi della fine degli anni Trenta, la sua trattazione esauriente della crisi cecoslovacca, il suo giudizio sferzante sull’ignoranza e il cinismo di Franklin Delano Roosevelt, le sue liquidazioni sprezzanti di storici rivali della storiografia dominante – come Martin Gilbert, Richard Gott e William Shirer – e la sua toccante descrizione del ministro degli Esteri francese Bonnet e della lenta, tragica e del tutto inutile capitolazione del suo governo di fronte a Lord Halifax.
Tuttavia, per rendere questa recensione completa agli occhi dei dissidenti e dei revisionisti odierni, occorre soffermarsi su un aspetto curioso di “The Forced War”: Hoggan ha praticamente escluso la questione ebraica dalla trattazione. A conti fatti, nell’intero libro non si avverte quasi traccia di antisemitismo. È vero, egli dipinge William Bullitt come un fautore della guerra, ma ne ignora le origini ebraiche e, nella migliore delle ipotesi, lo considera un collaboratore subalterno di Lord Halifax. Non menziona nemmeno che Gilbert e Gott fossero ebrei, mentre cita le origini ebraiche degli storici Lewis B. Namier e T.L. Jarman, che giudica più competenti e onesti. Compaiono qua e là anche alcuni ebrei o individui di origine ebraica intenti ad alimentare l’isteria bellica in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, come il “conservatore guerrafondaio” Leopold Amery; tuttavia, per scoprirlo bisogna consultare Wikipedia, non l’opera di David Hoggan.
Il punto in cui Hoggan si avvicina maggiormente ad assumere una posizione riguardo agli ebrei è la sua valutazione imparziale (alcuni direbbero benevola) della politica di Hitler nei confronti degli ebrei, come illustrato dai due seguenti passi:
«Hitler riteneva che la politica di concessione della piena uguaglianza giuridica e politica agli ebrei, adottata in Germania e in Gran Bretagna nel corso del secolo precedente, avesse rappresentato un grave errore per la Germania. Egli sosteneva che i matrimoni misti tra tedeschi ed ebrei nuocessero al popolo tedesco e dovessero cessare. Condivideva la convinzione del polacco Roman Dmowski, secondo cui gli ebrei esercitavano un influsso dannoso in ambito economico e culturale. Riteneva inoltre che l’influenza ebraica sulla politica tedesca avesse indebolito la Germania. Hitler auspicava il giorno in cui in Germania non vi sarebbero più stati sudditi ebrei, proprio come Abraham Lincoln, negli ultimi anni della sua vita, aveva lavorato per favorire un esodo dei neri dall’America.
…e…
«Egli sosteneva che gli ebrei avessero monopolizzato le posizioni di rilievo nella vita tedesca, ma voleva che in tali ruoli vi fosse la sua gente. Desiderava che la civiltà tedesca rimanesse tedesca e non divenisse ebraica. Spesso gli osservatori stranieri affermavano che la Germania stesse disperdendo la sua risorsa culturale più preziosa; Hitler sperava che essi fossero sufficientemente grati alla Germania per il fatto di mettere tale risorsa a loro disposizione. Sapeva che nel mondo vi era ampio spazio per insediamenti ebraici, ma riteneva giunto il momento di abbandonare l’idea che gli ebrei avessero il diritto di sfruttare qualsiasi altra nazione del mondo. Esortò il popolo ebraico a costituire una propria comunità equilibrata, avvertendolo che, in caso contrario, avrebbe dovuto affrontare una crisi imprevedibile».
Naturalmente, non sono nella posizione di mettere in discussione la neutralità di Hoggan su questo punto. Secondo due fonti ebraiche che ho consultato — “How the Jews Defeated Hitler” di Benjamin Ginsburg e “The Transfer Agreement” di Edwin Black — influenti esponenti ebraici ostili alla Germania alimentarono effettivamente lo spirito bellico nel corso degli anni Trenta ed esercitarono un impatto enorme sugli eventi che portarono al conflitto. Eppure, questo aspetto è quasi del tutto assente in “The Forced War”. Va detto, innanzitutto, che Hoggan è uno storico di livello superiore rispetto sia a Ginsburg che a Black; per ampiezza e profondità delle informazioni, così come per obiettività accademica, non c’è davvero paragone. È un fattore, questo, di cui bisogna tenere conto.
In secondo luogo, ho riscontrato alcune palesi incongruenze tra “The Forced War” e queste altre due fonti. In “The Transfer Agreement”, Black lascia chiaramente intendere che l’indignazione degli ebrei polacchi per l’ascesa al potere di Hitler fu la causa dell’intransigenza polacca nei rapporti con la Germania. Hoggan, invece, sottolinea il “crudele e audace” antisemitismo polacco – più forte di quello di Hitler – e attribuisce la responsabilità di tale intransigenza direttamente a Beck e ai suoi collaboratori. Gli ebrei, secondo Hoggan, non vi ebbero alcun ruolo. Ginsburg, d’altro canto, dipinge Roosevelt come un grande alleato e benefattore degli ebrei, fortemente influenzato da esponenti ebraici della sua amministrazione quali Felix Frankfurter, Henry Morgenthau e Samuel Cohen. Eppure Hoggan insiste sul fatto che gli ebrei esercitarono un’influenza scarsa o nulla sull’atteggiamento bellicoso e antitedesco di Roosevelt, e che FDR non nutriva “particolari sentimenti filo-ebraici”. Per FDR, la politica tedesca nei confronti degli ebrei non fu altro che un pretesto; a riprova di ciò, Hoggan evidenzia come il trattamento riservato agli ebrei in Polonia fosse peggiore di quello in Germania.
«Grande attenzione fu dedicata al problema di incoraggiare l’emigrazione ebraica dalla Germania nel periodo compreso tra il 1933 e il 1938; tuttavia, in quegli anni, il numero di ebrei che lasciarono la Polonia fu nettamente superiore a quello di coloro che partirono dalla Germania. Dalla Polonia emigravano in media 100.000 ebrei all’anno, contro i 25.000-28.000 che lasciavano annualmente la Germania. Tra il settembre 1933 e il novembre 1938, un accordo economico speciale (l’accordo Haavara) consentì agli ebrei tedeschi di trasferire i propri beni in Palestina; sotto questo aspetto, le autorità tedesche si mostrarono molto più permissive di quelle polacche. Furono inoltre previste disposizioni particolari affinché gli ebrei tedeschi più abbienti potessero contribuire all’emigrazione di altri attraverso il trasferimento di capitali verso varie destinazioni. Entro il 9 novembre 1938, 170.000 ebrei avevano lasciato la Germania, a fronte dei circa 575.000 partiti dalla Polonia nello stesso arco di tempo. Si osservò inoltre che migliaia di ebrei emigrati dalla Germania nel 1933 vi fecero ritorno dopo il 1934, mentre quasi nessuno degli ebrei polacchi rientrò in patria durante lo stesso periodo».
Se per FDR la questione riguardava esclusivamente gli ebrei, allora perché non sostenere la guerra contro la Polonia o restare del tutto fuori dal conflitto?
Non so chi abbia ragione in merito, ma sospetto che vi siano elementi di verità da entrambe le parti. La storia, come tutti sappiamo, può essere piuttosto intricata, e non è raro che gli storici perseguano agende personali. Sebbene Ginsburg e Black possano essere criticati per i loro pregiudizi antitedeschi, lo stesso vale per l’evidente parzialità filo-tedesca di Hoggan. In ogni caso, l’opera di Hoggan è preziosa in quanto affronta i danni devastanti che i bianchi non ebrei possono indubbiamente arrecare a sé stessi; un’analisi di questo tipo può contribuire a prevenire o limitare futuri errori, proprio come può fare la comprensione della questione ebraica.
C’è, tuttavia, un personaggio in “The Forced War” che sfida Hoggan, e Hoggan, a suo merito, gli concede ampio spazio, anche se lo respinge senza mezzi termini. Sembra che quasi ogni volta che il nome dell’ambasciatore polacco Jerzy Potocki compare sulla pagina, stia incolpando gli ebrei per qualcosa:
«Potocki sopravvalutò la questione ebraica a causa dei suoi forti pregiudizi contro gli ebrei, condivisi dall’intera classe dirigente polacca. Nutriva un forte spirito critico nei confronti degli ebrei americani. Riteneva che l’influenza ebraica sulla cultura e sull’opinione pubblica americane – da lui considerata indiscutibilmente preponderante – stesse causando un rapido declino degli standard intellettuali negli Stati Uniti. Riferiva ripetutamente a Varsavia che l’opinione pubblica americana fosse nient’altro che il frutto di macchinazioni ebraiche».
Hoggan inoltre afferma che…
«Potocki continuò a esagerare l’importanza degli ebrei nella politica americana e derise gli esponenti ebrei di spicco i quali, pur dichiarandosi “desiderosi di rappresentare il ‘vero americanismo’”, erano “di fatto legati all’ebraismo internazionale da vincoli impossibili da spezzare”. Lamentò inoltre che gli ebrei celassero il proprio internazionalismo ebraico dietro un falso nazionalismo e fossero “riusciti a dividere il mondo in due schieramenti bellicosi”».
Lungi da chi scrive voler attribuire maggior peso alla posizione di Potocki sugli ebrei rispetto a quella di Hoggan. Tuttavia, alla luce dell’intera produzione di studi e delle rivelazioni del periodo post-sovietico – che includono le opere fondamentali di Aleksandr Solženicyn, Kevin MacDonald, Andrew Joyce, Ron Unz, Brenton Sanderson e Igor Šafarevič (tra gli altri) – e considerato che l’analisi di Potocki coincide in larga misura con quella di autori ebrei come Ginsburg e Black, è inevitabile sospettare che David Hoggan avesse una sorta di punto cieco riguardo alla questione ebraica.
Conclusione
“The Forced War” di David Hoggan è un’opera storica di inestimabile valore e un punto di riferimento fondamentale per i dissidenti moderni. Riconoscere la giustizia e la verità insite nella prospettiva tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale è il primo passo che tutti dobbiamo compiere per giungere a una comprensione equilibrata e accurata non solo della storia, ma anche del paralizzante conformismo ideologico dei nostri tempi, il quale trae origine direttamente dalle rovine fumanti della Berlino del 1945 e dai successivi processi di Norimberga.
Ma la stessa storia del libro è parimenti affascinante.
Pubblicato per la prima volta nella Germania Ovest nel 1961 con il titolo “Der erzwungene Krieg”, il libro suscitò forte ostilità nella stampa e tra gli studiosi dell’establishment, che lo etichettarono come un’opera di “estremismo di destra”. Secondo lo storico Kurt Glaser, ciò fu dovuto non tanto ai pochi errori commessi da Hoggan, quanto piuttosto alla sua “eresia contro il dogma dell’ortodossia storica”. Naturalmente, i cittadini tedeschi patrioti – in particolare coloro che avevano vissuto la guerra – lodarono Hoggan. La sua popolarità fu tale che l’edizione tedesca di “The Forced War” ebbe oltre una dozzina di ristampe, per un totale di più di 50.000 copie.
I tentativi di pubblicare un’edizione in lingua inglese si arenarono a causa di controversie tra Hoggan e l’editore Devin-Adair. Alla fine, l’Institute for Historical Review acquisì i diritti del libro. Tuttavia, nel 1984 si verificò un disastro. Come spiega il direttore dell’IHR, Mark Weber, nella prefazione all’edizione del 2023:
«Tuttavia, un devastante incendio doloso appiccato agli uffici dell’IHR nel luglio 1984 – che distrusse l’impaginazione e le bozze del libro, le illustrazioni e altri documenti fondamentali – ne ritardò ulteriormente la pubblicazione di diversi anni. (Nessuno fu mai arrestato per il crimine. Solo anni dopo le forze dell’ordine rivelarono che gli autori erano attivisti della “Jewish Defense League”, un’organizzazione identificata dall’FBI come un importante gruppo terroristico)».
Fortunatamente, l’IHR ha tenuto duro con “The Forced War”. Questo libro merita di essere letto con attenzione e urgenza dal pubblico più vasto possibile. Come opera di storia pura, è tanto avvincente quanto illuminante. La straordinaria ampiezza della ricerca di Hoggan sollecita interrogativi importanti e infonde grande fiducia nella sua tesi. Qualsiasi atrocità, reale o presunta, commessa dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale deve essere bilanciata dalla mole di prove a discolpa contenute in “The Forced War”. E nulla di tutto ciò sminuisce l’ironia del fatto che un’opera, la quale aveva scrupolosamente sottratto gli ebrei a ogni addebito di colpa, abbia rischiato di essere affossata proprio da loro quarant’anni più tardi.
https://www.theoccidentalobserver.net/2023/06/29/the-forced-war-a-review-part-1-of-3/
https://www.theoccidentalobserver.net/2023/06/30/the-forced-war-a-review-part-2-of-3/
https://www.theoccidentalobserver.net/2023/07/01/the-forced-war-a-review-part-3-of-3/
Leave a comment