Gian Pio Mattogno: Aspetti dell’odio giudaico anticristiano: l'”abominio” della croce nel Medio Evo

Gian Pio Mattogno 

ASPETTI DELL’ODIO GIUDAICO ANTICRISTIANO:

L’ “ABOMINIO” DELLA CROCE NEL MEDIO EVO 

 

Una delle forme più ripugnanti nelle quali si manifesta l’odio rabbinico-talmudico contro il cristianesimo è l’orrore della croce in quanto simbolo “idolatrico”, un simbolo che nel corso dei secoli il pio giudeo non s’è fatto alcuno scrupolo di definire toheva, cioè “abominio”.

Il termine toheva ricorre nella Bibbia 116 volte come sostantivo e 23 volte come verbo, e costituisce la forma più alta di abominio, qualcosa di disgustoso e ripugnante.

Nella legge mosaica ha una vasta gamma di applicazioni, che va dalle forme meno gravi a quelle più gravi: dai divieti alimentari (Deut. 14,3) alle violazioni etiche (Deut. 25,14-16), ai reati sessuali (Lev. 18,22 sgg.), alla magia (Deut. 18,12), fino alle pratiche idolatriche (Deut. 12,31; 13,15).

(Si veda la voce Abomination nella «Jewish Encyclopedia» e nella «Encyclopaedia Judaica»).

Il giudaismo rabbinico-talmudico ha applicato sprezzantemente alla croce, il simbolo più sacro del cristianesimo, il grado più elevato di toheva, qualificandola anche con termini come “idolo” (aboda zarah)  “deformazione”, “latrato”.

Una poesia aramaica con protagonista Haman, composta nella Palestina bizantina della fine del V secolo, descrive una singolare controstoria dei Vangeli che non compare nel Talmud babilonese, ma che nondimeno riflette pienamente la visione ebraica della croce come abominio.

(Cfr. Barry Dov Walfish, Rabbi Zev Farber, Behind the Mockery: Jewish Responses to Jesus’s Crucifixion and Resurrection, thetorah.com).

Nella poesia Haman si lamenta amaramente del suo destino di appeso, e Gesù gli risponde che la sua esperienza non è stata l’unica, in quanto anche lui ha subìto il medesimo trattamento: la crocifissione.

Gesù si autoaccusa di essere un idolo:

«Inchiodato al legno (cioè alla croce), io sono (un idolo) come Mercurio, raffigurato su un pezzo di legno/ Inchiodato al legno, con la carne lacerata per tutta la lunghezza della mano, sono il figlio di uno che trasporta legna (un carpentiere) (…) /Trafitto dai chiodi, con gli arti immobilizzati, un mangiatore d’orzo è meglio di me/ Questa la fine del trafitto, disonorato in ogni (luogo) e città – disse quel tale (Gesù)».

Anche il Targum Sheni, una traduzione midrashica aramaica del libro di Ester (circa VIII secolo), paragona la crocifissione di Gesù all’impalamento di Haman:

«Ascoltatemi, voi tutti alberi e piante che ho piantato fin dai giorni della creazione: il figlio di Hamdatha vuole salire sull’albero maestro (= croce, patibolo) di Bar-Pandera (= Gesù)».

Nell’infame libello Toledoth Yeshu la croce è sostituita da uno stelo di cavolo, poiché tutti gli alberi si rifiutano di farsi usare per appendere Gesù.

Un saggio di Irven Resnick, titolare della cattedra di Studi giudaici presso il Dipartimento di Filosofia e Religione della University of Tenneesse di Chattanooga, apparso su una rivista ebraica, fornisce un prezioso materiale per lo studio dell’odio anticristiano rabbinico-talmudico nel Medio Evo.

(I. Resnick, Jews and Abuse of the Cross in the Middle Ages: A Cross as Desecration Libel?, «The Jewish Quarterly Review», Vol. 111, No. 4 (Fall 2021), pp. 582-604).

Come appare anche dall’interrogativo nel titolo, l’autore si chiede se i numerosi resoconti cristiani degli attacchi ebraici alla croce siano veramente attendibili, o non costituiscano piuttosto una “calunnia della profanazione della croce”, che farebbe il paio con la “calunnia del sangue”, fabbricata all’incirca nello stesso periodo nell’Europa medievale.

Sulla base di un’analisi accurata delle fonti ebraiche, Resnick conclude che le profanazioni della croce da parte degli ebrei, incoraggiate dopo la prima crociata, non erano semplici invenzioni degli autori cristiani, «ma probabilmente (?) indicavano comportamenti reali».

Resnick ricorda come nell’Europa medievale la croce non era soltanto un simbolo religioso, ma anche un simbolo del potere cristiano: essa veniva esposta nelle chiese, utilizzata e venerata nelle processioni, raffigurata sugli abiti dei crociati e dei funzionari religiosi.

Dalla fine del XIII secolo in poi, le croci lungo le strade costituirono la più grande rete di immagini e monumenti pubblici del mondo tardo-medievale, e talvolta furono persino utilizzate per delimitare i confini dei quartieri ebraici.

Gli ebrei «reagivano spesso violentemente alla croce e al crocifisso, considerandoli un oggetto idolatrico ed un abominio».

Dal che si comprende come, a dispetto di certa apologetica, le persecuzioni possano aver esacerbato, ma non generato un odio anticristiano radicato nell’essenza stessa del giudaismo rabbinico-talmudico.

Le accuse giudaiche contro la croce erano a conoscenza degli autori cristiani medievali.

Alla fine dell’XI secolo, Gilberto Crispino (Disputatio Iudaei et Christiani, 153) mostra il suo interlocutore ebreo che condanna il culto cristiano per via dell’adorazione delle immagini di Cristo in croce.

Intorno al 1109 l’ebreo convertito Pietro Alfonsi (Dialogus contra Iudaeos, 12) fa dire al suo interlocutore ebreo che i cristiani prendono un pezzo di legno e lo scolpiscono a forma di croce, in violazione dei precetti biblici contro le immagini scolpite. Collocando la croce nelle chiese, e venerandola e adorandola, i cristiani commettono idolatria.

Pietro il Venerabile (morto nel 1156) scrive nella sua opera Adversus Iudaeorum inveteratam duritiem (4) che gli ebrei detestavano in modo particolare la croce di Cristo. In una lettera al re Luigi VII (1146) Pietro si lamenta degli ebrei che si procurano illecitamente candelabri, brocche, croci sacre e calici consacrati per i loro scopi talmente malvagi che sono troppo orribili e detestabili da menzionare.

Dopo la prima crociata gli ebrei sempre più frequentemente vengono rappresentati nelle cronache come individui che disprezzavano la croce.

Ernaldo, abate di Bonnevalle, ci informa nella sua Vita di S. Bernardo di Clairvaux che i sostenitori dell’antipapa Anacleto II (morto nel 1138), attaccato dagli oppositori come un “papa ebreo”, rimossero dalle chiese romane preziosi ornamenti ecclesiastici, tra cui calici e crocifissi d’oro, per fonderli e ricavarne un profitto, ma poiché si vergognavano di farlo direttamente, si rivolsero agli ebrei, i quali audacemente erano soliti fare a pezzi i vasi sacri e le immagini dedicate a Dio.

In occasione del processo di Parigi del 1240 contro il Talmud, l’accusatore Nicholas Donin sostiene che gli ebrei chiamano la croce e la Chiesa toheva, che significa abominio.

Diverse narrazioni cristiane del XIII secolo accusano gli ebrei di profanare la croce anche con l’urina.

I Books of the Chancellor and Proctors dell’Università di Oxford, risalenti al XIV secolo, ricordano che il 17 maggio 1268, durante una processione che attraversò il quartiere ebraico per raggiungere la chiesa di S. Frideswide, alcuni ebrei molto malvagi, presi da uno spirito demoniaco, strapparono una croce dalle mani del portatore, la ruppero oltraggiosamente e la buttarono per terra in segno di disprezzo.

Alla fine del 1320 l’inquisitore domenicano Andreas Doto indagò sull’accusa secondo cui il Venerdì Santo alcuni ebrei erano soliti crocifiggere un agnello o una pecora, sputavano sulla croce e la calpestavano in segno di disprezzo per Gesù Cristo.

Nell’anonima Passione di Adamo di Bristol (fine XIII-inizio XIV secolo) ‒ ma questa prassi viene denunciata anche in altri resoconti ‒ l’ebreo Samuele appende il giovano Adamo ad una croce e gli sputa ripetutamente in faccia urlando che questo è l’onore dovuto al Cristo e a sua madre. E quando un sacerdote fa il segno della croce in sua presenza, Samuele sputa sprezzantemente a terra per ben tre volte.

Il canonista italiano Pietro d’Ancarano (1330-1416) parla di un tale ebreo il quale, durante le processioni e litanie celebrate dal clero della città di Cesena, gettò letame e immondizia sull’immagine della croce.

In un documento datato 11 maggio 1415 papa Benedetto XIII accusa gli ebrei di usare un linguaggio offensivo quando si riferiscono a Gesù e alla Vergine Maria, e di abusare spesso della croce, dei vasi sacri e dei libri sacri.

Papa Pio II (XV secolo) in una lettera condanna gli ebrei di Nizza che bestemmiano e sputano sull’Eucarestia quando viene portata dalla chiesa agli infermi in tutta la città.

Resnick sottolinea che la profanazione della croce da parte degli ebrei non compare solo nei resoconti cristiani dell’epoca, ma anche nelle stesse fonti ebraiche, «il che suggerisce che a quel tempo questo fosse diventato un motivo ricorrente».

Le fonti ebraiche confermano che «gli ebrei sputano sulla croce o la profanano in segno di sfida e di rifiuto dell’egemonia cristiana»

Come osserva Katrine Kogman-Appel, per gli ebrei medievali i cristiani erano gli idolatri per eccellenza, e l’idolo oggetto delle discussioni talmudiche tardo-antiche non era altro che la croce.

Nel Sefer ha-eshkol di Abraham b. Isaac di Narbonne (morto intorno al 1179), l’autore scrive perentoriamente che è assolutamente proibito all’ebreo di portare con sé oggetti di legno ed altre cose consimili (cioè crocifissi), poiché ciò è considerato equivalente all’apostasia.

Una cronaca ebraica delle crociate, attribuita a Solomon ben Simson (metà del XII secolo) racconta che alcuni martiri ebrei di Magonza, trascinati con la forza fino alla soglia della chiesa per ricevere il battesimo, si rifiutarono di entrare nel «santuario dell’idolatria». La stessa cronaca identifica la croce indossata dai crociati come un «segno idolatrico».

Un’altra cronaca ebraica della seconda crociata, il Sefer zekhirah (“Libro della rimembranza”) di R. Ephraim di Bonn, commemora l’azione di Kalonymos, figlio di Mordecai, il quale, allorché i crociati pretesero la sua conversione, sputò sull’immagine del crocifisso. La stessa cronaca riporta la vicenda della sorella di Simone, figlio di Isacco. Quando i crociati la condussero «nel loro luogo di idolatria [la chiesa]… ella santificò il Nome e sputò sull’abominio [la croce  e il crocifisso]».

In un exemplum nel Sefer Hasidim (“Libro dei pii”), attribuito a R. Judah il Pio di Regensburg (morto nel 1217), gli ebrei vengono raffigurati mentre sono impegnati in preghiera (tefilah), mentre il culto cristiano viene presentato come un rito idolatrico foneticamente simile, ma depravato (tiflah). La croce è sheti va-‘erev, simbolo d‘idolatria. Le finestre delle case ebraiche che si affacciano su di una chiesa debbono essere accostate o chiuse, in modo che non si possa vedere ogni giorno la croce o il crocifisso. Le monete su cui è impressa una croce debbono essere separate accuratamente dagli oggetti sacri ebraici. Lo stesso Libro condanna la debolezza di un rabbino, il quale, durante un periodo di persecuzione, aveva indossato una croce perché i cristiani non lo uccidessero ed aveva esortato la comunità ebraica a fare altrettanto.

Nel racconto della conversione di Herman-Judah (Opusculum de conversione sua, cap. 2), ambientato all’inizio del XII secolo, il presunto convertito dichiara che, in quanto ebreo, aveva sempre evitato di entrare in una chiesa per via delle loro sculture ed immagini, tra le quali un idolo particolarmente mostruoso che raffigurava un uomo appeso miseramente ad una croce.

Questa accusa di idolatria ritorna nelle “Aggiunte” al Sefer ha-berit (“Libro dell’Alleanza”) di David Kimhi, secondo cui adorando la croce e le altre immagini i cristiani violano uno dei sette comandamenti noachidi (il primo e più importante, quello appunto che vieta l’idolatria).

Nel Sefer Yosef ha-Mekaneh (“Libro di Giuseppe lo zelota”), composto intorno al 1260 da Joseph ben Nathan Official, l’autore racconta che suo padre, R. Nathan, e l’arcivescovo di Sens stavano viaggiando insieme. Durante il viaggio, l’arcivescovo smontò da cavallo e urinò su un cespuglio. Anche R. Nathan scese da cavallo «nelle vicinanze di un abominio [una croce] e vi urinò sopra». L’arcivescovo si infuriò e lo ammonì dicendo che è proibito profanare una croce, al che R. Nathan replicò che l’arcivescovo aveva fatto anche di peggio, poiché aveva urinato su un roveto nel quale Dio era apparso a Mosè.

Sin qui Resnick, che espone oggettivamente lo stato dell’arte.

Uno scritto di Harvey J. Hames (Urinating on the Cross. Christianity as seen in the Sefer ha-Mekaneh (ca. 1260) and in light of Paris 1240, in Ritus Infidelium. Miradas interconfesionales sobre las pràcticas religiosas en la Edad Media, Casa del Velàzquez, 2013, pp. 209-220) sul Sefer ha-Mekaneh ripropone il testo del racconto di R. Nathan che urina sul simbolo sacro cristiano e fornisce ulteriori preziosi ragguagli sull’abominio della croce.

Nell’introduzione Joseph ben Nathan Official afferma di aver dovuto scrivere quest’opera innanzitutto perché molti ebrei si sentivano attratti dall’ «idiozia» del cristianesimo e si convertivano.

Il suono delle campane cristiane è simile ai «cordoni della vanità». Facendo sua la terminologia rabbinica, Nathan Official riferisce il termine Edom al cristianesimo, considera una «follia» il rito cristiano della confessione e della assoluzione, e bolla il cristianesimo come una fede idolatrica e la croce come un simbolo idolatrico.

Anche Hames rimarca come nella letteratura ebraica dell’epoca la croce venga denigrata e definita un abominio, se non ancora peggio. Egli ricorda che gli ebrei usavano spesso anche parole in codice, come ad es. hatalui (l’”impiccato”) per designare Gesù e shti ve-erev (“ordito e trama”) per indicare la croce.

Invertendo il vero significato della croce per il cristiano, Nathan Official sostiene che «questo segno è solo per i demoni».

A proposito delle monete cristiane prima menzionate, possiamo aggiungere che durante il Medio Evo l’orrore e l’abominio della croce in quanto simbolo idolatrico era tale che gli ebrei evitavano scrupolosamente di menzionarle quando riportavano l’aborrito segno.

Così ad es. il Kreuzer ‒ una moneta diffusa a partire dal XIII secolo in Austria, Svizzera e Stati meridionali della Germania, così chiamata perché sul verso era rappresentata la croce (in tedesco Kreuz) di Sant’Andrea ‒ era chiamata semplicemente zelem (immagine) o, abbreviato, zal, e la città di Kreuznach, che contiene il termine croce, era chiamata ZelemMakom.

Nei libri di matematica e di algebra scritti da ebrei il segno “più”, che ha la forma di croce, veniva rappresentato con la vocale invertita kamez (┴) (Cfr. Cross, in J.E., Vol. 4,  pp.  368-369).

Ancora nel XVI secolo, il codice ritualistico e normativo Shulhan Aruch di R. Joseph Caro chiama la croce “ordito e trama”, ma anche più semplicemente “idolo”.

L’aggiunta (hagah) di R. Isserles (Yore Deah 141,1) stabilisce:

«La forma di un oggetto davanti al quale ci si inchina deve essere trattata come un idolo ed è proibita (…) Se invece viene indossata come ricordo, il suo uso è permesso».

R. Mordechai (su Aboda Zarah III), a nome di R. Eleazar b. Jacob di Worms, chiosa che, nella misura in cui la croce viene resa oggetto di culto da parte dei cristiani, dev’essere trattata come un idolo, e il suo uso è proibito; se però viene indossata come ornamento, senza alcuna valenza religiosa, allora il suo uso è permesso agli ebrei.

Questa normativa relativa all’ “abominio” della croce, assieme a tutte le altri riguardanti il culto cristiano, i paramenti, gli ornamenti, i simboli, i libri sacri etc., è stata ribadita nel Kitzur Shulhan Aruch (“Compendio dello Shulhan Aruch”) del rabbino Salomon Gantzfried (1804-1886), apparso nel 1864, e che dopo di allora ha conosciuto molte edizioni nelle principali lingue, compreso l’italiano:

«È proibito utilizzare una croce dinanzi alla quale la gente usa inchinarsi, a meno che non sia stata dichiarata nulla [cioè non ne sia stata neutralizzata la valenza negativa]; invece è permesso usare una croce che sia stata messa al collo come ricordo» (167, 5).

Gli editori italiani ebrei del codice di Gantzfried (Kitzùr Shulchàn Arùch. Testo ebraico con traduzione a fronte, Milano, 2001) ci assicurano che esso «allora come oggi è il manuale di riferimento di tutti gli ebrei osservanti della halachà» e che «è diventato il più popolare dei libri di halachà, servendo da guida per la popolazione ebraica a tutti i livelli» (pp. VIII, 27).

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