La Lettera agli Ebrei e la dottrina cattolica del Limbo

Negli scorsi decenni è apparso un commento all’Apocalisse di Giovanni che ha avuto un’importanza epocale per lo studio dell’ultimo libro del Nuovo Testamento. Intendo riferirmi a Apocalisse di Gesù Cristo secondo Giovanni, del prof. Eugenio Corsini, pubblicato nel 2002. Il commento in questione costituisce un aggiornamento di un precedente volume del prof. Corsini, Apocalisse prima e dopo, pubblicato nel 1980.

Mi sono occupato dei volumi di Corsini nel mio libro Apocalisse e dintorni – scritti cattolici 2004-2025, uscito lo scorso mese di giugno. Pur riconoscendo il valore dell’opera corsiniana (in particolare per quanto riguarda l’identificazione della Babilonia dell’Apocalisse con la Gerusalemme del primo secolo dell’era cristiana), ho criticato (nel capitolo 47 del mio libro: Eugenio Corsini e la negata esistenza del Limbo) la tesi dello studioso piemontese secondo cui ai martiri dell’Antico Testamento è stata concessa la vita eterna prima della venuta storica di Gesù Cristo.

In particolare, ecco come si era espresso Corsini nel suo libro del 2002 (pp. 221-222):
“Nel capitolo 14, riprendendo dal sesto sigillo la visione dei centoquarantaquattromila segnati sulla fronte con il sigillo del Dio vivente. Giovanni celebra il trionfo delle vittime dei due poteri satanici, cioè la concessione eccezionale della vita eterna dopo la morte violenta”.

Nel mio libro, commentando le predette parole, osservavo che tale concessione eccezionale risultava, dal punto di vista della teologia cattolica classica, infondata, e ricordavo come si era espresso al riguardo il Catechismo di San Pio X:

Perché le anime dei santi Padri non furono introdotte nel paradiso prima della morte di Gesù Cristo? Le anime dei santi Padri non furono introdotte nel paradiso prima della morte di Gesù Cristo, perché pel peccato di Adamo il paradiso era chiuso, e conveniva che Gesù Cristo, il quale con la sua morte lo riaprì, fosse il primo ad entrarvi”.

Quando ricordavo questo pronunciamento del Catechismo di San Pio X non mi ero accorto che anche la Lettera agli Ebrei si esprime da par suo sullo stesso argomento. Riporto a seguire i passi in questione nella traduzione del famoso esegeta Giuseppe Ricciotti (Le lettere di San Paolo tradotte e commentate, Roma 1949). Anche per l’autore della Lettera agli Ebrei, infatti, i martiri dell’Antico Testamento non entrarono in paradiso prima della morte di Cristo. Da questo punto di vista, tre sono i passaggi rilevanti della Lettera. Il primo:

Per fede, quando fu chiamato, Abramo obbedì di uscire verso un luogo ch’egli stava per ricevere in eredità, ed uscì non sapendo dove andava. Per fede dimorò nella terra della promessa come in terra altrui, abitando in tende, con Isacco e Giacobbe coeredi della stessa promessa: aspettava infatti la città che ha le fondamenta, di cui è architetto e artefice Iddio” (Ebrei 11, 8-10).

Commenta Ricciotti: “La città che ha le fondamenta, in contrapposto alle precedenti tende prive di fondamenta. Questa città, di cui è architetto e artefice Iddio, è la Gerusalemme celestiale”.  

Il secondo passo rilevante è il seguente:

Secondo fede morirono tutti costoro, non avendo conseguito le cose promesse, ma da lontano avendole viste e salutate, e avendo confessato ch’erano stranieri e pellegrini sulla terra” (Ebrei 11, 13).

Lo scrittore sacro ci dice quindi che i patriarchi dell’Antico Testamento morirono “non avendo conseguito le cose promesse”. Le cose promesse equivalgono alla “città, di cui è architetto e artefice Iddio”: è la Gerusalemme celeste.

Il terzo passo, cruciale – in quanto nomina espressamente i martiri dell’Antico Testamento morti di morte violenta – è il seguente:

Altri poi esperimentarono ludibri e flagelli, e inoltre vincoli e carcere: furono lapidati, furono segati, furono tentati, morirono per uccisione di spada, andarono intorno in tegumenti di pecora, in pelli di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati (dei quali non era degno il mondo) erranti per deserti e montagne e caverne e le grotte della terra. E tutti costoro, pur avendo ricevuto testimonianza mediante la fede, non conseguirono la cosa promessa, avendo Iddio previsto alcunché di meglio per noi, affinché non fossero resi perfetti senza di noi” (Ebrei 11, 36-40).

Commenta Ricciotti: “La (cosa) promessa, cioè la patria celestiale del vers. 16: poiché in quella patria il Cristo ancora non era entrato al tempo della loro morte, neppure essi potevano entrarvi, e dovettero attendere la redenzione operata dal Cristo. Ma, in confronto con essi, Iddio ha previsto alcunché di meglio per noi, perché mentre quelli hanno dovuto aspettare la redenzione, noi non dobbiamo aspettarla essendo già avvenuta: essi non furono resi perfetti senza di noi, mentre noi saremo resi tali alla nostra morte insieme con essi”.

Ricciotti non nomina espressamente il Limbo, ma da passi come i predetti la dottrina cattolica del Limbo risulta chiaramente delineata: direi che è teologicamente ineludibile. Nel mio libro ricordavo il fatto che Wikipedia, alla voce “limbo”, riporta l’opinione dell’allora cardinale Ratzinger (espressa nel 1984), secondo cui “il limbo non è mai stato una verità definita di fede. Personalmente lascerei cadere quella che è sempre stata soltanto un’ipotesi teologica”. Solo un’ipotesi teologica? In realtà, oltre ai pronunciamenti della teologia classica (S. Agostino e S. Tommaso) e del Magistero pontificio (San Pio X), ci sono, come abbiamo visto anche gli eloquenti passi della Lettera agli Ebrei, ma né Ratzinger né l’estensore di Wikipedia (e né il prof. Corsini) sembrano essersene accorti.

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