Gerhard Kittel: Il giudaismo mondiale nell’antichità classica

GERHARD KITTEL: IL GIUDAISMO MONDIALE NELL’ANTICHITÀ CLASSICA

(Das antike Weltjudentum, «Wille und Macht», Jahrgang 9. Berlin 1, Juli 1941, Heft 13, pp. 8-12).

Premessa di Gian Pio Mattogno

Gerhard Kittel (1888-1948), assieme a Karl Georg Kuhn e Johannes Pohl, è stato fra i maggiori studiosi tedeschi della questione ebraica in una prospettiva critica durante gli anni del regime nazional-socialista.

Figlio del noto biblista Rudolf Kittel, Gerhard Kittel fu professore ordinario di Teologia Evangelica e Nuovo Testamento in varie Università.

A lui si deve il grande Theologisches Wörterbuch zum Neuen Testament, oggi disponibile anche in italiano (Grande Lessico del Nuovo Testamento), di cui scrisse alcune voci, accusate di sottendere un antisemitismo più o meno velato.

Tra l’altro ha curato un’edizione critica del midrash tannaitico Sifre Deut. e di Tannaitische Midraschim, nella serie Rabbinische Texte, Reihe 2.

Fra gli scritti più propriamente inerenti alla questione ebraica, oltre a quello menzionato nell’articolo (Eugen Fischer-Gerhard Kittel, Das antike Weltjudentum. Tatsachen, Texte, Bilder, «Forschungen zur Judenfrage», Bd. 7, 1943 [monografia]) vanno almeno ricordati: Die Entstehung des Judentums und die Entstehung des Judenfrage (La genesi del giudaismo e la genesi della questione ebraica), «Forschungen zur Judenfrage», Bd. 1, 1937, pp. 43-63) e Die Behandlung des Nichtjuden nach dem Talmud (L’atteggiamento del Talmud verso il non-ebreo), «Archiv für Judenfrage», Bd. 1, Gruppe A1, Berlin, 1943, pp. 7-17).

Cfr. La polemica contro il Talmud nella Germania nazional-socialista. Rassegna storico-bibliografica, Effepi, Genova, 2023.

Sulle tematiche affrontate da Gerhard Kittel nel presente articolo cfr. L’antigiudaismo nell’Antichità classica, Edizioni di Ar, Padova, 2002.

 

——————————

 

Ebraismo mondiale e antichità classica? Il lettore moderno si sofferma inevitabilmente sull’accostamento fra questi due termini. Che il giudaismo sia qualcosa di antico è certamente un dato di fatto. Ma il giudaismo mondiale sembra essere una questione del XIX e del XX secolo, l’ultima fase della storia multiforme di questo popolo.

La ricerca storica dimostra che non fu solo la comunità ebraica emersa dal ghetto intorno al 1800 a confluire in un giudaismo mondiale, ma piuttosto che lo stesso ghetto costituiva l’incapsulamento di un giudaismo che si era diffuso in tutto il mondo a partire dalla tarda antichità, e dimostra inoltre che non si trattava semplicemente di un giudaismo mondiale geograficamente diffuso, ma che esso presentava esattamente le stesse caratteristiche tipiche del giudaismo mondiale che, un millennio e mezzo dopo, continuava ad essere parte dell’entità moderna dello stesso nome. Ma anche in questo caso la storia è la maestra dalla quale i popoli moderni hanno tutto da imparare[1].

La storia della diffusione del giudaismo nel mondo antico ha inizio nei secoli immediatamente successivi all’esilio babilonese. Prima di allora non esisteva qualcosa di simile ad un giudaismo mondiale. Le porzioni della comunità ebraica rimaste in Babilonia alla fine dell’esilio (538 a.C.) segnano l’inizio della diaspora babilonese (ovverosia dispersione, in ebraico: Galuth).

Essa rivela immediatamente la caratteristica essenziale di ogni diaspora ebraica fino ai giorni nostri: pur avendo giuocato un ruolo significativo nella vita del paese, ha conservato la propria peculiarità per molti secoli, rimanendo comunità ebraica persino all’epoca dei Parti e agli albori dell’Islam. Gli ebrei di Babilonia avevano avuto una parte così rilevante nella genesi del Talmud, un millennio dopo l’esilio, che la parte più importante di questo Talmud è nota come “Talmud babilonese”.

La seconda grande diaspora ebraica nel mondo antico è l’Egitto. Nell’estremo sud, vicino ad Assuan, già sotto Psammetico I esisteva una piccola guarnigione di mercenari ebrei (apparentemente reclutata dagli Egizi per proteggere il confine con l’Etiopia): ne abbiamo notizia grazie ai papiri di Elefantina. Tuttavia gli ebrei arrivarono su grande scala in Egitto solo successivamente, nell’età ellenistica. Durante l’impero romano contavano circa un milione di persone su una popolazione di circa 8 milioni: dal 12% al 13%.

In un papiro del II secolo a.C. lo scriba di un villaggio egizio elenca le pecore del villaggio in base ai proprietari; poiché tutti i proprietari, come mostrano i nomi, erano ebrei, il villaggio deve essere stato un insediamento interamente ebraico. La città di Alessandria, il più grande porto e centro commerciale del Mediterraneo orientale, nel I secolo a.C. era abitata da ebrei in una percentuale pari o superiore al 40%. Essa era suddivisa in cinque distretti: “Due di essi sono chiamati quartieri ebraici poiché vi risiede la maggior parte degli ebrei, ma non pochi vivono anche negli altri tre” (Filone).

La terza grande area della diaspora fu l’Asia Minore e la Siria. Non esiste quasi nessun singolo luogo o sito dove non siano state trovate tracce di ebrei fra i documenti e le scoperte degli ultimi secoli prima di Cristo e dei primi secoli d.C. Non è un’esagerazione stimare che all’epoca di Augusto gli ebrei costituissero circa il 15% della popolazione.

La diffusione continuò a partire da questi tre grossi centri. Da Babilonia verso oriente: è accertato che nei primi secoli esistevano insediamenti ebraici fino all’India e alla Cina. Dall’Egitto verso sud, fino all’Arabia e all’Abissinia, e verso occidente nel bacino del Mediterraneo. Dall’Asia Minore attraverso il Mar Nero fino alla Crimea e al Mar Caspio, nella regione del Danubio e di nuovo nel bacino del Mediterraneo: fino alla Grecia, all’Italia, al Nord Africa, alla Gallia, alla Spagna. Da Kertsch sul Mar d’Azov abbiamo iscrizioni risalenti all’anno 80 d.C., nelle quali una padrona libera il suo schiavo a condizione che si unisca alla comunità ebraica locale.

A Roma sono state rinvenute non meno di 529 iscrizioni ebraiche dell’epoca imperiale romana; conosciamo i nomi di almeno 13 diverse comunità sinagogali della città. Il poeta romano Giovenale ironizza: il bosco sacro di Egeria è così pieno di ebrei che si potrebbe pensare che sia stato dato loro in affitto.

Riguardo alla Spagna, vi sono nel Talmud disposizioni esplicite risalenti al I e al II secolo. Ad esempio, ad un ebreo ivi residente fu concesso un periodo eccezionalmente lungo di tre anni per insediarsi nella sua proprietà in Palestina, poiché aveva dovuto intraprendere un lungo viaggio.

Intorno al 300 d.C. ebbe luogo un antico sinodo ecclesiastico ad Elvira, in Spagna: i suoi duri decreti antiebraici  presupponevano già l’esistenza di una comunità ebraica diffusa in tutta la Spagna meridionale. Importanti reperti ebraici risalenti a prima del 275 sono stati trovati a Treviri. A Colonia, sul Reno, già da tempo esisteva una comunità ebraica, presente fin dal 321, con le cariche dei capi delle sinagoghe e degli Anziani. Intorno al 400 Girolamo era a conoscenza della presenza di ebrei in Britannia e in Belgio, e “dove il Reno si divide in due rami”.

Queste migrazioni sono ben diverse dalle grandi migrazioni di popoli che noi vediamo tra i popoli germanici all’incirca negli stessi secoli. Non sono interi popoli a migrare, ma singoli individui – prigionieri di guerra, schiavi, mercanti – spesso numerosi singoli individui che poi si associano per formare comunità locali. Esse si distinguono anche dal colonialismo imperialistico di un potente impero nazionale, come accadde fra i Romani. Un regno “ebraico” con colonie o province e insediamenti stranieri non esisteva più da lungo tempo, di sicuro dopo la distruzione di Gerusalemme del 70 d.C.

Ma questi numerosi singoli ebrei non si sono integrati coi popoli ospitanti, e ovunque si trovassero sono rimasti un popolo distinto, e non solo come comunità religiosa. Il loro numero aumentò enormemente grazie ai proseliti che si convertirono al giudaismo e che divennero non solo membri della comunità religiosa, ma anche membri di una comunità nazionale ebraica che viveva in mezzo alle altre nazioni.

Complessivamente il numero di ebrei all’interno dell’impero romano, con una popolazione totale di circa 60 milioni di abitanti, era di poco inferiore ai 4,5 – 5 milioni, ovverosia circa il 7,5 – 8%. Un singolo esempio conferma questa stima. Nel 418 d. C. ci fu una persecuzione degli ebrei nell’isola di Minorca. Noi possediamo ancora il resoconto del vescovo antiebreo dell’isola che contiene cifre piuttosto precise, dalle quali si deduce che il numero totale di ebrei coinvolti era di almeno 800-1000. Non sappiamo quanti abitanti avesse Minorca durante il periodo imperiale; per la Spagna è stata calcolata una densità di popolazione di 8-20 persone per chilometro quadrato. Minorca ha una superficie di 713 chilometri quadrati: possiamo quindi stimare una popolazione di circa 10.000 abitanti. Gli ebrei, che ammontavano a 800-1000, nel 418 d.C. rappresentavano dunque l’8-10% della popolazione. Ribadiamolo: l’8-10% in questa piccola isola del Mediterraneo occidentale! Per fare un paragone, ricordo che nel 1925 la popolazione della comunità ebraica nel Reich tedesco era l’1%, il 4,3% a Berlino, il 5% a Francoforte, il 9,4% a Vienna nel 1934: all’incirca la stessa percentuale di Minorca nel 418!

Alla luce di questo quadro generale, non possiamo fare a meno di parlare di un antico “giudaismo mondiale” nel vero senso della parola. Ma il nostro interesse risiede nel modo in cui questo giudaismo mondiale si è integrato o meno col resto degli altri popoli, con la loro vita comunitaria e la loro cultura, e nel modo in cui già allora all’interno di questo giudaismo mondiale sorse una questione ebraica che in larga misura corrispondeva alla moderna questione ebraica.

Questo giudaismo mondiale era reclutato soprattutto da due classi sociali. O erano prigionieri di guerra e schiavi venduti in Asia Minore, Grecia e Roma. Ma già come schiavi spesso esercitavano una notevole influenza; ad esempio, la schiava ebrea Akme, tramite lettere segrete, a volte anche falsificate, intrecciò amicizie ebraiche con la sua padrona, l’imperatrice Livia, moglie di Augusto, al punto che l’imperatrice arrivò persino a inviare doni votivi a Gerusalemme, per esprimere la sua simpatia.

Da liberti gli ebrei spesso raggiunsero posizioni di rilievo. Marziale una volta espresse molta amarezza per come il poeta proveniente dal popolo di Remo e Numa vivesse di stenti, mentre i “cittadini” delle province orientali si pavoneggiavano, e tra loro in particolare il “cavaliere” arricchitosi di recente, il parvenu, che solo poco prima era stato messo in vendita al mercato degli schiavi.

Il numero dei liberti ebrei era così elevato che esistevano distinte comunità di liberti all’interno della comunità ebraica, i quali in alcuni luoghi, tra cui Roma, costruirono le loro sinagoghe. Tuttavia il contesto del problema dei liberti ebrei si può comprendere dal fatto che una di queste sinagoghe romane di liberti veniva indicata come “sinagoga augustea” e l’altra “sinagoga agrippea”, vale a dire la sinagoga di coloro che appartenevano rispettivamente alla casa di Augusto oppure a quella di Agrippa. Tra questi liberti della casa imperiale potrebbe esserci stato anche quell’attore ebreo Alityros che aprì le porte dell’imperatrice Poppea, ella stessa incline al giudaismo, al suo connazionale palestinese Giuseppe Flavio, e attraverso di essa, come scrive compiaciuto Giuseppe, passava la strada che conduceva all’imperatore.

L’altro gruppo numeroso era costituito dalla classe mercantile in tutte le sue varianti. Conosciamo le iscrizioni del venditore ambulante e del rigattiere ebreo, del mercante di salsicce, unguenti, pane e capelli dall’Eufrate fino a Roma, nonché del produttore ebreo di Ierapoli in Asia Minore. Essi hanno dominato in larga misura il sistema doganale, come possiamo osservare in dettaglio soprattutto in Egitto; così come in seguito fecero con la monetazione all’inizio dell’impero franco. A Siene, nel Delta del Nilo, uno di essi è “Sovrintendente della Guardia Portuale”, espressione che designa principalmente la carica di supervisore dei pedaggi portuali. Un altro, di nome Alessandro, un grande banchiere di Alessandria, “il più ricco di tutti gli abitanti di Alessandria a quel tempo”, come riferisce Giuseppe, era consigliere finanziario della famiglia imperiale e amico dell’imperatore Claudio.

È interessante notare da alcuni papiri come l’ebreo prestasse denaro al non-ebreo a tassi d’interesse elevati, ma senza interessi all’ebreo. Un documento particolarmente degno di nota è il papiro di Berlino 10527, una lettera datata 4 agosto 41 d.C., nella quale il non ebreo Serapione scrive al suo amico Eraclide, il quale si trova in difficoltà finanziarie, che deve risolvere ad ogni costo la questione col suo creditore (non ebreo), “altrimenti guardati anche tu, come tutti, dagli ebrei!”.

Anche allora, accanto ai grossi furfanti c’erano quelli piccoli. In un’altra lettera su papiro l’egiziano Menone si lamenta con suo fratello Ermocrate di un ebreo (“di cui purtroppo non conosco il nome”) che lo aveva truffato in una compravendita di cavalli. E in un altro papiro ancora, risalente al 217 a.C., viene riportata la commovente lamentela di una donna del villaggio egizio di Alexandronesos riguardo ad un ebreo (il cui nome originale era Gionata, ma che lo aveva cambiato nella forma greca di Doroteos), il quale le aveva rubato il mantello: “Ma quando me ne accorsi, Doroteos fuggì e lasciò il mantello nella sinagoga ebraica, e portò con sé come testimoni parecchi ebrei che si trovavano lì, per dimostrare che il mantello era suo. Ma quando arrivò Lezelmis (un non-ebreo), e lo accusò senza mezzi termini di aver rubato il mantello, Doroteos lo consegnò al custode della sinagoga Nikomachos, fino a che la cosa non fosse stata risolta in tribunale”.

Già allora l’intero Israele si faceva garante l’uno dell’altro! Essi sapevano come esercitare in modo appropriato la propria influenza in tribunale e altrove, sia in maniera rozza, sia in modo più subdolo. Quando nell’anno 59 a.C. il governatore L. Flacco proibì agli ebrei dell’Asia Minore di esportare oro, essi lo sottoposero ad un processo di stato che si tenne pubblicamente a Roma. A difendere l’accusato fu chiamato nientemeno che Cicerone. Ci è pervenuta la sua orazione “Pro Flacco”, compreso quel celebre passaggio in cui abbassa la voce “così che solo i giudici possano sentirmi”, poiché la folla presente ostile agli ebrei, ora che il discorso si sposta sulla questione ebraica, è pronta in qualsiasi momento a sobillare il popolo e ad interrompere il processo.

La controparte è ancora un papiro del terzo secolo d.C. che descrive in modo drammatico come la questione ebraica ad Alessandria venga portata all’attenzione dell’imperatore da due delegazioni, una composta da ebrei e l’altra da antisemiti. L’imperatore, influenzato dalla moglie in senso ebraico, saluta gli ebrei nella maniera più cordiale, mentre non ricambia affatto i saluti degli altri. Il culmine tuttavia è un acceso scambio tra l’imperatore, che minaccia l’esecuzione, e il capo degli antisemiti, Hermaiskus:

Imperatore: “(l’inizio è strappato) … se tu disprezzi la morte, come puoi rispondermi in modo così insolente?”.

Hermaiskus: “Ci addolora che il tuo consiglio di stato sia pieno di ebrei”.

Imperatore: “Te lo ripeto, Hermaiskus; tu fai troppo affidamento alla tua nascita e mi rispondi in modo insolente”.

Hermaiskus: “In che modo, potente imperatore, ti avrei risposto insolentemente? Spiegamelo!”.

Imperatore: “Perché hai trasformato il mio consiglio di stato in un problema ebraico”.

Hermaiskus: “È questo che ti dispiace? E allora fai marcia indietro e aiuta il tuo popolo, e smettila di difendere gli empi ebrei …” (il resto è strappato).

Quando si arrivò al dunque, non si tirarono indietro di fronte a rivolte ed atti di violenza. Quando Traiano, tra il 115 e il 117 d.C., era in guerra contro i Parti, dovette rispedire indietro uno dei suoi generali perché gli ebrei della Mesopotamia alle sue spalle si stavano agitando e minacciavano di attaccare gli abitanti. Nello stesso periodo scoppiò una violenta insurrezione a Cipro, durante la quale massacrarono un quarto di milione di non-ebrei. La situazione in Cirenaica era orribile. Dione Cassio racconta come uccisero Romani e Greci, si cosparsero col loro sangue, mangiarono la loro carne, in una furia sanguinaria si adornarono con le viscere degli uccisi e si appesero addosso le loro pelli scuoiate. “Molti li tagliarono anche a metà dall’alto verso il basso”.

È ancora un foglio di papiro, oggi leggibile solo in poche frasi, che ci ha tramandato una vivida testimonianza diretta del bagno di sangue perpetrato dagli ebrei intorno al 115. È un grido angoscioso proveniente dalla lotta disperata di contadini egiziani: “L’unica speranza era l’unità degli abitanti dei villaggi della nostra regione contro gli empi ebrei … Ma ora è accaduto tutto il contrario; nello scontro i nostri sono stati sconfitti e molti sono stati trucidati dagli ebrei”.

Tra gli aspetti che appaiono sorprendentemente moderni c’è il modo in cui già allora si sovrappongono e si intrecciano le due tendenze apparentemente divergenti di un’assimilazione e di un adattamento ai popoli ospitanti e quella di un ininterrotto senso di esclusivismo. Già quelle professioni e attività alla corte imperiale presuppongono l’assimilazione. E questo vale anche per la scelta dei nomi: proprio come quel Doroteos, o altrove un Teodoro, ha cambiato il suo vecchio nome ebreo Gionata in quello greco, allo stesso modo la maggior parte dei nomi che si incontrano nelle iscrizioni ebraiche sono nomi greci e romani. Nathan si fa chiamare Donato, Salomè è Irene, Zadok diventa Justus, etc.

Filone alessandrino non padroneggiava più l’ebraico, ma si muoveva interamente all’interno delle forme linguistiche, concettuali e di pensiero greche. Tutta la sua filosofia è permeata, in lungo e in largo, dalle categorie e dalle parole chiave della filosofia greca (“logos”, “nous”, “agathos” e così via), sebbene in realtà non sia altro che una esegesi della Torah ebraica, anche se quest’ultima assume il nome greco di “nomos”. Il quadro si completa se si considera che il fratello di questo “filosofo” ebreo Filone era il grande banchiere Alessandro, conosciuto anche come “il Rothschild dell’antichità”. Suo figlio, Tiberius Julius, divenne un alto funzionario romano e per un certo periodo fu prefetto in Egitto. Di lui si dice che “fu infedele allo stile di vita del padre”. Una tipica famiglia assimilata!

A volte possiamo osservare come l’ “ebreo orientale” sia a metà strada per diventare un “ebreo culturale”, come cioè il processo si assimilazione sia ancora in divenire. Così nell’Egitto di questo Filone ed Alessandro incontriamo in uno dei papiri provenienti da Tebe egizia l’ebreo Simone, immigrato dalla Palestina così di recente da dover farsi scrivere la ricevuta in greco di pagamento delle tasse “perché non sa ancora scrivere”, ciò che però non gli impedisce di essere già un pubblico esattore delle imposte; oppure Giuseppe, anch’egli ebreo palestinese, ma che vive a Roma da assimilato, favorito della famiglia imperiale, i cui scritti contenenti errori linguistici e stilistici vengono però corretti da un non-ebreo, in quanto lui stesso non è ancora in grado di scrivere in un greco impeccabile.

Da un lato c’è l’ebreo che sembra non avere altro ideale che quello, come viene detto, di diventare un Greco o un Romano non solo nella lingua, ma anche nella formazione spirituale; dall’altro c’è l’affermazione dello stesso Filone secondo cui gli ebrei nascono e vivono in certe città, essendo queste le loro città natali, ma “hanno una sola capitale, Gerusalemme”. Queste stesse persone, che si atteggiano a rappresentanti della civiltà greca, e sembrano non avere altra ambizione che essere “Greci” o “Romani”, si compiacciono nell’esaltare il loro ebraismo quale scaturigine di ogni autentica civiltà. Eraclito, Pitagora, Socrate, Platone sarebbero stati tutti allievi degli ebrei, imitatori della loro legislazione e del loro insegnamento, come possiamo leggere in Aristobulo e Filone.

Scrive Giuseppe: “Da noi le leggi sono state portate a tutti gli uomini e le si è prese sempre di più come modello, a cominciare dai filosofi greci … I veri filosofi greci concordavano con la nostra dottrina di Dio, dalla quale prese le mosse anche Platone”.

Qui risiede quella stessa pretesa che in ogni epoca ha permeato il giudaismo: la pretesa di essere il vero popolo, la vera civiltà, la vera umanità. È esattamente ciò che il Talmud afferma senza mezzi termini: “Gli ebrei sono chiamati uomini, i popoli del mondo non sono chiamati uomini, ma bestie”.

Non c’è da stupirsi allora se già nei primi secoli si sia sviluppato un antisemitismo così acceso.

Lo storico romano Tacito ha descritto in modo particolarmente acuto la natura distruttiva degli ebrei, che scaturiva dalla loro posizione di potere in un contesto internazionale. Egli descrive inoltre come nel proselitismo il singolo si sciolga dai suoi veri legami, per diventare strumento di quella pretesa di potere.

Sono di Seneca queste parole scioccanti: “Poiché nel frattempo i costumi di questo popolo criminale sono diventati così diffusi da essersi propagati in tutti i paesi, i vinti hanno così dato le leggi ai vincitori”.

E ad un altro Romano, Claudio Rutilio Namaziano, risalgono questi amari versi: “Questa infezione, sebbene sradicata, continua a diffondere il suo contagio, e la nazione sconfitta opprime i suoi vincitori”.

Nel Talmud si racconta di un imperatore “che aveva in odio gli ebrei”. “Egli disse ai maggiorenti del suo impero: Se a qualcuno spunta una pustola sul piede, dovrebbe tagliarsela per rimanere in vita, oppure si dovrebbe lasciarla lì e farlo soffrire? Essi risposero: La si tagli, così che possa continuare a vivere”.

 

[1] Cfr. il volume di prossima pubblicazione: Eugen Fischer – Gerhard Kittel, Das antike Weltjudentum und sein Gesicht. Tatsachen, Texte und Bilder.

One Comment

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Recent Posts
Sponsor