
Gian Pio Mattogno
IL NUOVO LIBRO DI ANDREA CARANCINI SU “APOCALISSE E DINTORNI”.
UN INVITO ALLA LETTURA
Confesso che quando mi è stato chiesto di scrivere una recensione dell’ultimo lavoro di Andrea Carancini, Apocalisse e dintorni. Scritti cattolici, 2004-2025, Effepi, Genova 2026, mi sono sentito un po’ a disagio.
In generale, è buona regola che, quando si recensisce un’opera, il recensore sappia dell’argomento recensito almeno quanto l’autore.
Il mio disagio nasce proprio dalla consapevolezza che praticamente su tutte le questioni affrontate, Andrea Carancini ne sa sicuramente molto più di me.
Una recensione “classica” perciò non avrebbe alcun senso.
Il mio sarà quindi piuttosto un invito alla lettura, magari soffermandomi un po’ di più su qualcuno dei “Dintorni”, nei quali mi trovo più a mio agio.
Come si desume dallo stesso titolo, Andrea Carancini conduce una battaglia culturale a difesa della tradizione cattolica e contro le forze della sovversione da oltre quattro lustri.
Le sue esegesi si fondano sull’autorità di studiosi del calibro di Lagrange, Carmignac, Tresmontant, Romeo, Spadafora etc., puntualmente menzionati nei suoi scritti, ma anche di antichiste come Ilaria Ramelli e Marta Sordi, ed altri, passando attraverso il Testimonium Flavianum, alla luce dell’opera di Flavio Giuseppe «testimone di Gesù».
Il suo sito andreacarancini.it è diventato negli anni un punto di riferimento importante per tutti coloro che non sono disposti ad accettare supinamente le narrazioni ufficiali sulla religione olocaustica, sulle aperture al mondo della nuova Chiesa conciliare, sulla annosa questione ebraica, sulle politiche atlantiste e filo-sioniste dei nostri governi nazionali e su molti altri temi politicamente corretti.
Una parte iniziale del suo percorso è stato parallelo al mio.
Anch’io in passato ho preso parte alle iniziative culturali cattolico-controrivoluzionarie promosse da Pucci Cipriani ed ho conosciuto alcune delle figure che a quel tempo si atteggiavano a baluardi puri e duri della tradizione cattolica, e che poi sono finite a legittimare la deriva conciliare della Chiesa e le politiche atlantiste e filo-sioniste dei nostri governi nazionali.
Oggi leggo che uno di questi (che in illo tempore non si peritava di scrivere pagine laudative in onore di Léon Degrelle su “Ordine Nuovo”) attacca Mons. Lefebvre e la Fraternità San Pio X.
Forse è stata una mia allucinazione quando oramai molto tempo fa assistetti personalmente ad una messa celebrata da Mons. Lefebvre alla presenza di militanti di Alleanza Cattolica.
La battaglia culturale a difesa della tradizione cattolica intrapresa da Andrea Carancini è ad ampio spettro. Essa va dai rilievi polemici sugli errori di un Vittorio Messori a proposito della resurrezione di Gesù e del fondamento razionale della fede, alle esternazioni di un Franco Cardini su Gesù non cristiano, ma ebreo, la cui autentica personalità storica non sarebbe comprovata da fonti sufficienti; da quelle che chiama “fake news” di un Corrado Augias sulla datazione e attendibilità dei Vangeli, nonché sugli elogi a Plinio il giovane per aver messo a morte i cristiani che non abiuravano, agli errori teologici di un Eugenio Corsini circa i martiri dell’Antico Testamento, cui, a suo avviso, Dio avrebbe concesso in via eccezionale (prima della venuta di Gesù) la vita eterna.
Ma non manca neppure di prendere le distanze dagli attacchi della rivista cattolico-tradizionalista “Sodalitium” all’ex rabbino Paul Louis Bernard Drach, convertitosi al cristianesimo, il quale distingueva una cabala autentica, risalente alla primitiva tradizione orale mosaica, che a suo avviso insegnava i principali dogmi della fede cristiana, da una cabala spuria inventata dai rabbini.
La questione non è di facile soluzione, anche se l’opera di Drach fu elogiata da Gregorio XVI e dalla curia romana dell’epoca, e il suo libro sulla cabala degli ebrei fu edito dalla stamperia della Propaganda Fide.
Più riconducibile a tematiche storiche, anche se non manca di risvolti teologici, è la polemica suscitata dagli attacchi denigratori di “Sodalitium” contro Donoso Cortés, il quale rientrerebbe, assieme ad altre figure del tradizionalismo cattolico ottocentesco come De Maistre e Bonald, nel filone eterodosso condannato dalla Chiesa – tesi fermamente respinta dall’autore sulla base di precisi riferimenti storico-bibliografici.
Riguardo al tema centrale del libro, Andrea Carancini propende per una interpretazione non escatologia dell’Apocalisse, tesi sostenuta anche dagli esegeti prima menzionati, e ricorda che già Mons. Spadafora nel suo “Dizionario Biblico” aveva ritenuto non fondato sui testi biblici il tema dell’anticristo escatologico, cioè di un individuo o di un insieme di persone che dovrebbe precedere immediatamente il ritorno fisico di Gesù alla fine del mondo.
In questo contesto il termine parusia (venuta) non va letto e interpretato unicamente in una prospettiva escatologica, in relazione alla fine dei tempi, ma, come dimostrano i testi evangelici, Cristo viene presso il suo popolo anche in altre modalità.
Secondo questa interpretazione non escatologica, l’Apocalisse non ha come argomento principale la fine del mondo, ma la condanna inflitta da Dio alla Gerusalemme del primo secolo (cioè il giudaismo farisaico), punita per la sua impenitenza nel non voler riconoscere il Messia Gesù.
Ma i temi affrontati dall’autore sono talmente tanti, come appare da una semplice scorsa all’Indice, e tutti oltremodo stimolanti sia per gli studiosi che per i semplici lettori interessati a queste problematiche, che è estremamente difficile riassumerle in un rapido sguardo d’insieme.
Mi soffermo su qualche tema più vicino ai miei interessi culturali.
Poiché la difesa delle verità della tradizione cristiana dev’essere accompagnata dalla battaglia contro i nemici della tradizione cristiana, Andrea Carancini denuncia a ragione l’odio anticristiano e antigentile della potente setta ebraica Chabad Lubavitch, e ricorda opportunamente che anche l’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump, seguendo una tradizione di servilismo nei confronti della setta (e, più in generale, del giudaismo made yankee), ha proclamato il giorno 3 aprile 2020 quale “Educational & Sharing Day, U.S.A.”, in onore del rabbino Menachem Mendel Schneerson, il “rebbe”, ultimo capo di Chabad Lubavich.
Quello stesso movimento che sostiene che l’anima dell’ebreo proviene da Dio, mentre quella del non-ebreo proviene dalle forze impure, malvagie e sataniche, e che l’intera creazione esiste solo per il bene degli ebrei.
Degno di nota è il riferimento alla profezia di Daniele 2,44 (“E al tempo di questi re, il Dio del cielo farà sorgere un regno che non perirà mai, la cui sovranità non sarà trasmessa ad altro popolo e che stritolerà e distruggerà tutti quei regni e rimarrà per sempre”), che, assieme ai Profeti e ai Salmi, i giudei interpretavano in senso materiale e carnale, ponendo le basi dell’ideologia messianico-imperialistica di Israele elaborata dal giudaismo rabbinico-talmudico.
A tutto ciò l’autore contrappone la regalità di Gesù, “Figlio dell’uomo”, messia ma anche giudice escatologico in potere di giudicare gli uomini al termine della vita di ciascuno e alla fine dei tempi.
Nel contesto della polemica cristiana antigiudaica a partire dal I secolo, viene messo a fuoco uno dei personaggi-chiave dell’Apocalisse: la Bestia che sale dalla terra (13, 11-17).
La maggior parte dei commenti consultati concordano sostanzialmente sul fatto che la bestia in questione rappresenta le autorità giudaiche del I secolo dopo Cristo, quelle – scrive ‒ che pretesero da Pilato la crocifissione di Gesù e che perseguitarono aspramente i cristiani nei decenni successivi, come attestano le fonti (Cfr. Quando i perseguitati erano persecutori. Note storiche sul ruolo dei giudei nelle persecuzioni dei cristiani nei primi due secoli, andreacarancini.it).
Nello stesso contesto, l’autore fa sua l’interpretazione di Mons. Spadafora e di altri studiosi, secondo cui la “terra” castigata nel cap. 6 dell’Apocalisse è la terra per eccellenza, cioè Israele, e la “Babilonia” dei capitoli 16-18 si riferisce a quella medesima Gerusalemme che aveva fatto uccidere non solo Gesù, ma anche “i profeti” (Matteo 23, 32-38), mentre i cristiani rappresentano il nuovo Israele, la Gerusalemme celeste, che ha sostituito la Sinagoga nell’economia della salvezza.
Così come segue Kenneth Gentry nell’interpretare l’espressione “i re della terra”, nemici di Cristo e dell’Agnello, che compare a più riprese nell’Apocalisse, non genericamente riferita a tutti i governanti politici, ma più specificamente all’aristocrazia religiosa giudaica, i cui esponenti costituirono storicamente il nemico irriducibile tanto di Cristo quanto dei suoi discepoli.
L’autore dedica poi alcune pagine interessanti all’ “intuizione geniale” della prof.ssa Josephine Massyngbaerde Ford, docente di teologia all’Università cattolica di Notre Dame nell’Indiana, secondo la quale il libro dei sette sigilli menzionato nell’Apocalisse sarebbe un vero e proprio “certificato di divorzio” col quale Dio ripudia la Gerusalemme terrena (il giudaismo corrotto) per sposare la Gerusalemme celeste (il cristianesimo).
Secondo l’espressione di Kenneth Gentry, l’Apocalisse è un dramma forense che descrive il processo col quale Dio giudica e condanna l’antico Israele.
Parimenti interessante è il riferimento all’errore esegetico di S. Ireneo di Lione, il primo ad interpretare la “pericope dell’Anticristo” di S. Paolo e l’ “abominazione della desolazione” di Matteo 24 come riferite all’Anticristo escatologico e alla fine dei tempi, mentre per l’autore, che anche qui segue Mons. Spadafora, “l’iniquo, il dannato, l’avversario, colui che si esalta al di sopra di ciò che porta il nome di Dio o è oggetto di culto, fino a insediarsi nel Tempio di Dio e a proclamarsi Dio” di Tessalonicesi indica il giudaismo ostile a Cristo, che avrà la sua manifestazione più feroce con la presa del potere da parte degli Zeloti.
Ma, come detto, questi non sono che piccoli assaggi che dovrebbero invogliare il lettore a sedersi alla ricca tavola imbandita da Andrea Carancini.
Magari, se si vuole, con spirito critico, ma sempre nel rispetto di un lavoro fatto negli anni con competenza e onestà intellettuale.
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