L’estrema sinistra e l’estrema destra dell’America ne hanno abbastanza di Israele

 

L’ESTREMA SINISTRA E L’ESTREMA DESTRA DELL’AMERICA NE HANNO ABBASTANZA DI ISRAELE

I socialisti di New York ne hanno abbastanza di queste guerre. Così come i conservatori di America First.

Di Jack Hunter, 2 luglio 2026

La scorsa settimana, POLITICO ha pubblicato un articolo sulle recenti primarie per il Congresso a New York, sottolineando che “i democratici moderati temono di essere sul punto di perdere la guerra civile ideologica del partito contro i progressisti”.

Su X, Krystal Ball ha replicato: “L’hanno già persa”.

Il conduttore del podcast progressista Breaking Points ha partecipato all’esultanza della sinistra seguita alle vittorie di tre candidati ribelli nelle primarie di New York, seguite con grande attenzione.

Nel decimo distretto di New York, l’ex responsabile finanziario della città Brad Lander ha sconfitto il consigliere uscente Dan Goldman; nel tredicesimo, la studentessa e attivista Darializa Avila Chevalier ha vinto contro il consigliere uscente Adriano Espaillat; e nel settimo distretto, la deputata statale Claire Valdez ha battuto il presidente del distretto di Brooklyn Antonio Reynoso. Si prevede che tutti e tre vinceranno facilmente nei rispettivi distretti, tradizionalmente a maggioranza democratica, a novembre.

Ciascuno di questi candidati ha legami con l’ala più radicale dei Democratic Socialists of America: Valdez e Reynoso ne sono attualmente membri, mentre Lander lo è stato fino al 2023. Tutti e tre hanno goduto dell’appoggio del sindaco di New York Zohran Mamdani (i loro avversari, invece, erano sostenuti dal leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries).

Sebbene siano state addotte diverse ragioni per queste vittorie, un filo conduttore comune è che i candidati vincenti hanno fatto della critica intensa e veemente nei confronti di Israele un elemento centrale delle loro campagne. Coloro che hanno perso, al contrario, hanno perseguito una linea più morbida nei confronti di Israele, avvicinandosi maggiormente ai Democratici dell’establishment in politica estera, pur assumendo posizioni di sinistra su altre questioni.

Nella corsa per il decimo distretto di New York, ad esempio, il sondaggista democratico Adam Carlson ha dichiarato a Responsible Statecraft che c’era “pochissima differenza ideologica tra Brad Lander e Dan Goldman, tranne che sulla questione di Israele”. Eppure Lander ha battuto Goldman, che ha ricevuto finanziamenti significativamente maggiori, con un margine di ben 30 punti.

Il successo dei progressisti anti-israeliani non si è limitato a New York. All’inizio di quest’anno, candidati con posizioni simili hanno vinto le primarie democratiche nel Maine e in California. E i sondaggi suggeriscono che la questione risuona tra i democratici a livello nazionale. Un sondaggio, effettuato in giugno, di Quinnipiac ha mostrato che il 66% dei democratici riteneva che “gli Stati Uniti sostenessero troppo Israele”, mentre un sondaggio, effettuato in maggio, del New York Times/Siena ha rilevato che quasi tre quarti dei democratici si opponevano agli aiuti statunitensi a Israele e il 60% degli elettori democratici si dichiarava più solidale con i palestinesi che con Israele. (Al contrario, solo il 15% provava maggiore simpatia per Israele).

Una tendenza simile si può osservare anche a destra. Appena un mese dopo che il presidente Donald Trump ha lanciato la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran, poco più della metà degli elettori repubblicani ha risposto “sì” a un sondaggio sulla questione se Israele avesse troppa influenza sulla politica estera americana. E sebbene la maggioranza dei repubblicani sia ancora ampiamente favorevole a Israele, diversi sondaggi hanno mostrato un calo significativo del gradimento del Paese negli ultimi anni, in particolare tra i conservatori più giovani.

Si avvertono segnali di cambiamento persino a Capitol Hill. L’estate scorsa, l’allora deputata Marjorie Taylor Greene è diventata il primo membro del Partito Repubblicano al Congresso a definire la crisi di Gaza un “genocidio”. E il deputato Thomas Massie ha attirato l’attenzione nazionale, perdendo le primarie, in parte a causa della sua ferma opposizione agli aiuti statunitensi a Israele.

Anziché confrontarsi con i critici nel merito, molti esponenti dell’establishment di entrambi i partiti hanno cercato di liquidare qualsiasi critica a Israele come puro e semplice antisemitismo. Come ha affermato il senatore Ted Cruz il mese scorso durante una diatriba contro il popolare commentatore (e noto scettico nei confronti di Israele) Tucker Carlson: “Stiamo assistendo alla comparsa di un cancro nella destra. È l’aumento dell’antisemitismo… Ecco la cosa spaventosa: negli ultimi 18 mesi ho visto più antisemitismo nella destra che in qualsiasi altro momento della mia vita”. Cruz ha poi cercato di dipingere l’opposizione a Israele come una posizione intrinsecamente di sinistra, sostenendo che fosse una “porta d’accesso all’anticapitalismo e all’antiamericanismo”.

Lasciando da parte le sceneggiate, il senatore del Texas ha ragione su una cosa: sia l’estrema destra che l’estrema sinistra sono giunte a una posizione simile riguardo a Israele. E per ragioni simili: opposizione al vassallaggio americano, disgusto per il trattamento riservato ai palestinesi, scetticismo nei confronti delle interminabili guerre regionali e la convinzione che le nostre risorse siano meglio impiegate in patria.

Come ha osservato giovedì il giornalista indipendente Glenn Greenwald a proposito della vincitrice del 7° distretto di New York: “Notate come Claire Valdez, quando le viene chiesto di Israele o di politica estera in generale, sottolinei la necessità di smettere di sprecare risorse americane in Israele e in guerre all’estero e di investirle invece nelle comunità americane a beneficio della classe lavoratrice americana: un potente messaggio politico MAGA non molto tempo fa”.

Esattamente.

Destra e sinistra saranno in profondo disaccordo su come utilizzare queste risorse (l’obiettivo dei progressisti di costruire il socialismo in questo paese, ad esempio, dovrebbe essere vigorosamente contrastato da chiunque si definisca conservatore). Ma su ciò che possiamo e dobbiamo essere d’accordo è la nozione che gli interessi americani debbano avere la priorità rispetto a quelli delle nazioni straniere. E sotto questo importante aspetto, si può naturalmente e si deve stringere un’alleanza.

I candidati di estrema sinistra alla Camera e al Senato di questo ciclo elettorale, gli attuali legislatori scettici nei confronti di Israele come il deputato Ro Khanna (Democratico-California) e giornalisti come Krystal Ball e Glenn Greenwald possono collaborare con i conservatori di “America First” al Congresso (il deputato uscente Thomas Massie e l’attuale senatore Rand Paul, ad esempio), nei media (Tucker Carlson, Megyn Kelly, Steve Bannon, ecc.) e altrove. Una simile partnership potrebbe rivolgersi alla maggioranza degli americani patriottici in modo molto più efficace e autentico rispetto all’establishment democratico o repubblicano.

Il fatto innegabile è che, per quanto riguarda le relazioni tra Stati Uniti e Israele, la maggior parte degli elettori è pronta per un nuovo capitolo. E l’energia è chiaramente dalla parte degli insorti. Ciò è particolarmente vero ora che l’amministrazione è impegnata in colloqui di pace con l’Iran. Sia Trump che Vance hanno espresso frustrazione nei confronti di Israele, con quest’ultimo che di recente ha espresso apertamente ciò che pochi politici americani hanno osato dire apertamente: i due Paesi hanno interessi diversi.

Allo stesso tempo, molti dei nostri esponenti dell’élite politica si affannano a salvare il consenso filo-israeliano. Il partito unico ama le guerre e non esiterà a scendere a qualsiasi livello infimo o a insultare i propri avversari politici pur di mantenerle in piedi. Chiedetelo a Vance.

Di qui, la necessità di un’alleanza destra-sinistra.

Comprendiamo le nostre differenze. I conservatori non cederanno mai alla confisca dei beni, all’aborto a richiesta, alla DEI (Diversità, Equità e Inclusione), ai codici di condotta in materia di libertà di parola, alle frontiere aperte o a qualsiasi altra priorità politica nociva cara alla sinistra. E di certo non ci aspettiamo che le nostre controparti progressiste rinneghino improvvisamente i loro principi più radicati (per quanto sbagliati o avventati).

Ma la destra di America First e la sinistra pacifista dovrebbero unirsi per ripristinare la nostra sovranità nazionale, arginare la macchina bellica, tirarci fuori da interminabili e lontane dispute e garantire che le energie e le risorse di questo paese siano impiegate per risolvere i suoi problemi?

Questa domanda ha già in sé la risposta.

https://www.theamericanconservative.com/americas-hard-left-and-right-have-had-it-with-israel/

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