Gian Pio Mattogno: Cronache truffaldine dell’apologetica talmudista: un rabbino rinnegato e il “Corriere della Sera”

Gian Pio Mattogno 

CRONACHE TRUFFALDINE DELL’APOLOGETICA TALMUDISTA:

UN RABBINO RINNEGATO E IL “CORRIERE DELLA SERA”

 

Nel numero del 14 gennaio 1903 il “Corriere della Sera” pubblica un’intervista, avvenuta a Genova, con Antonio Giuseppe Lepz, un giovane rabbino convertitosi da poco al cattolicesimo.

Il Lepz rivela quando nacque in lui il desiderio di farsi cristiano, quando gli vennero i primi dubbi.

«Fui spinto alla mia risoluzione, dalla lettura attenta del Talmud. Mi convinsi che questo codice tiene per lecita ogni persecuzione contro i cristiani, e provai un senso di sdegno e di orrore. Il problema si imponeva: come può essere vera una religione basata sopra una morale simile?».

Uno studio complesso, costante e accurato – dice ‒ lo condusse a ritenere che la religione cattolica è la sola che appaghi completamente la ragione e dissipi ogni dubbio. Fu nella scienza sola del Crocifisso che trovò quella pace e quelle consolazioni cercate invano per trent’anni. Giunto in Italia per ricevere il battesimo, si sentì poi più fortificato, più libero, più spiritualizzato.

Ed ora non ha che un’aspirazione: combattere per la sua nuova fede, diventare missionario cattolico, senza esitazioni, sino alla fine.

Come c’era da aspettarsi, l’intervista scatena immediatamente la virtuosa indignazione della comunità ebraica italiana.

Ora, se c’è una categoria di persone che gli ebrei odiano, se possibile, più degli stessi goyim e degli stessi cristiani, queste persone sono gli “apostati”, cioè coloro che abbandonano la fede giudaica e si convertono ad altre religioni.

E questo non solo per via di quello che considerano a tutti gli effetti un tradimento, ma perché sono letteralmente terrorizzati all’idea che ebrei convertiti, magari versati negli studi talmudici, possano spifferare verità sgradite alla Sinagoga.

Ed ecco che, «per difendere il Talmùd e l’Ebraismo nostro dalle calunnie del Lepz e perché l’Italia non rimanesse sotto la triste impressione provocata da quelle parole nemiche e poco lusinghiere per il pensiero ebraico», Dante Lattes, allora redattore del “Corriere Israelitico”, invia il 16 gennaio una lettera al direttore del “Corriere della Sera”, nella quale scrive che «le dichiarazioni d’un ignoto giovane rinnegato contro la fede e la civiltà dei suoi fratelli, non m’han fatto nessuna meraviglia: è vecchio sistema che gli apostati si rivoltino contro la loro antica religione, da Girolamo di Santa Fé al Direttore della “Patria” di Ancona».

Lattes sospetta addirittura che quello che definisce “uno pseudo-rabbino” in realtà non esista affatto.

(Un rabbino rinnegato e il “Corriere della Sera”, «Il Corriere Israelitico», Anno XLI, N. 9, pp. 199-204).

Ciò che più indigna, prosegue, è di trovare questo genere di calunnie in un giornale reputatissimo come il “Corriere della Sera”.

E giù contro i soliti «pregiudizi di razza e gli odî di religione», e contro le immancabili «crociate antisemitiche».

Il cristianesimo, scrive Dante Lattes con tutta serietà, non dovrebbe accarezzare gli odî impotenti né raccogliere gli sfoghi di questi nuovi adepti, «per gelosia di quella dottrina d’amore che il suo fondatore, nostro fratello e Rabbino dell’Ebraismo [sic!!], diffuse nel mondo».

Le accuse contro il Talmud sono «un prodotto d’ignoranza e d’odio. E di quest’odio i rinnegati si son sempre serviti come potentissimo passaporto».

E questa è la difesa d’ufficio del Talmud contro le “calunnie” del Lepz:

«Per convincersi della mala fede del sig. Lepz e dei suoi predecessori, pensi, illustriss. sig. Direttore, che il Talmud non parla mai di Cristiani [enfasi dell’autore]; che per il Talmud “chi rinnega l’idolatria si chiama ebreo” (Meghillà 13a); che per il Talmud “gli uomini giusti di tutte le nazioni han parte nel mondo futuro”; che Illèl nel Talmud stesso dichiarò ad un pagano che “tutta la legge ebraica si compendia nel principio: ama il tuo prossimo come te stesso” (Shabbàth 31)».

Questa difesa d’ufficio del Talmud riassume in poche battute tutta una tradizione apologetica truffaldina, a partire da rabbi Yehiel di Parigi all’inizio del XIII secolo.

Nella sua grossolana falsità, l’affermazione che il Talmud non parlerebbe mai dei cristiani (e che fa il paio col Gesù “Rabbino dell’Ebraismo”) è semplicemente incommentabile, e non ha bisogno di repliche.

Riguardo all’idolatria, è cosa oramai largamente acclarata che la tradizione rabbinico-talmudica considera il cristianesimo alla stregua di una fede idolatrica da combattere ed estirpare.

Riguardo ai “giusti delle nazioni”, solo il buon Dante Lattes fingeva di non sapere che costoro non sono i goyim che agiscono rettamente, ma tutti i non-ebrei giudaizzanti e giudaizzati, equiparati ai noachidi, che riconoscono la sovranità del Dio giudaico e di Israele.

Riguardo all’ “amore del prossimo”, anche l’ultimo studentello ebreo delle Yeshivoth sa benissimo che nella tradizione rabbinica il “prossimo” è unicamente l’ebreo.

Siano le apologie contemporanee talmudiste alla Joseph Samuel Bloch e alla Hermann Cohen (Cfr. Una “maligna furfanteria” del rabbino Joseph Samuel Bloch contro August Rohling, andreacarancini.it; Il filosofo talmudista. Note critiche sulla perizia di Hermann Cohen nel processo di Marpurgo del 1888, Effepi, Genova, 2020), o alla Adolf Jellinek (L’apologia del giudaismo, Trieste, 1893), tanto per fare solo qualche nome, o anche i manifesti propagandistici dei rabbini tedeschi (Un manifesto truffaldino dei rabbini tedeschi della fine del XIX secolo, andreacarancini.it), oppure più semplicemente le mediocri esternazioni apologetiche giornalistiche alla Dante Lattes, il risultato non cambia granché.

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