
Materiali storico-bibliografici per lo studio della questione ebraica
UNO SCRITTO DI GILBERT DAHAN SULLA BIRKAT HA-MINIM
E LA LITURGIA EBRAICA ANTICRISTIANA NEL MEDIO EVO
(G. Dahan, La prière juive au regard des chrétiens au Moyen Âge, «Revue des études juives», 154 (1995), pp. 445-448. Cfr. L’odio rabbinico-talmudico contro i cristiani nella liturgia: la Birkat ha-minim, andreacarancini.it; Ancora sull’odio rabbinico-talmudico contro i cristiani: due recensioni, andreacarancini.it).
La conoscenza del giudaismo da parte dei cristiani è considerevolmente progredita grazie alla polemica. In particolare va ricordato che la crescita degli studi dell’ebraico, con la creazione di cattedre negli studia prima e nelle università poi, era stata suscitata da intenti apologetici e missionari[1].
Alcuni degli esempi prima citati erano tratti da opere di polemica antigiudaica. Ma è soprattutto a partire dal XIII secolo, e più precisamente a partire dalla controversia del 1240 sulla letteratura rabbinica, che l’interesse circa le questioni ebraiche si fa più concreto e scientifico.
L’affaire del 1240 sarà l’occasione di riprendere un motivo della polemica antigiudaica più antica, e cioè l’accusa di blasfemie contro il Cristo o i cristiani nella liturgia.
Più precisamente, la preghiera in questione, sin dagli inizi della letteratura polemica, è quella chiamata la «benedizione degli eretici», birkat ha-minim.
Si tratta di una delle diciotto (in realtà diciannove) benedizioni che compongono la preghiera ‘amidah, punto culminante degli uffici quotidiani[2].
Non è forse inutile darne una traduzione, secondo la liturgia sefardita attuale, che è vicina alla liturgia medievale occidentale:
«Per i calunniatori e gli eretici (minim) non vi sia speranza, che tutti gli arroganti siano annientati, che i tuoi nemici e quelli che ti odiano siano distrutti al più presto, che il regno della malvagità sia rapidamente infranto, schiacciato, umiliato, presto, ai nostri giorni. Benedetto tu Dio, che spezzi i nemici e distruggi gli eretici (minim)».
I primi apologisti cristiani hanno visto in questa benedizione un attacco contro il cristianesimo[3], senza dubbio a ragione, poiché il cristianesimo era ancora una setta ebraica e, da un punto di vista ebraico, era assimilato ad una eresia.
Ma nel medio evo le cose stanno diversamente, in quanto ormai da molto tempo il cristianesimo ha tagliato ogni legame con la religione madre. Ad ogni modo, durante l’alto medio evo la vecchia accusa è formulata a più riprese, sembra dimenticata nel XII secolo, ma sorge a nuova vita nel XIII secolo.
La letteratura rabbinica viene scoperta in occasione della controversia di Parigi del 1240.
In pratica il mondo cristiano scopre con stupore che il giudaismo contemporaneo non è più quello che descrivono gli scritti del Nuovo Testamento. Ora siamo in presenza di un attacco in piena regola, che prende di mira il Talmud, i commentari rabbinici (in particolare quelli di Rashi), e non vi sfugge nemmeno la liturgia ebraica.
Si ricercano nei testi ebraici le blasfemie, le assurdità – in una parola tutto ciò che costituisce una deviazione rispetto allo stretto monoteismo che sino ad allora si pensava essere la caratteristica principale del giudaismo – ma anche ciò che può essere riguardato come offensivo per la religione cristiana[4].
Il manoscritto latino 16558 della Biblioteca nazionale di Francia conserva un importante dossier composto a quel tempo[5].
Qui ci interessa la parte intitolata De krubot (fol. 206va-211rb).
Essa viene così presentata dall’autore del dossier (verosimilmente Thibaud de Sézanne):
«Inoltre, in un libro de kruboz, una raccolta che utilizzano nelle loro sinagoghe, percorrendolo rapidamente ho rilevato diverse blasfemie funeste contro il Cristo e sua madre, numerose imprecazioni e accuse orribili e oscene che dicono ogni giorno nelle loro sinagoghe e ovunque»[6].
Il termine qerova si applica precisamente ad una forma liturgica particolare dei piyutim (poemi addizionali) sulla preghiera ‘amidah; ma qui geruvot sembra piuttosto designare una raccolta di preghiere, sidur o mahzor.
Gli estratti scelti da Thibaud de Sézanne sono principalmente degli estratti dei piyutim delle feste e dei loro commentari. Vi compare anche un testo che più tardi avrebbe alimentato la polemica: la preghiera Kol nidrey di Yom Kippur.
I piyutim si devono principalmente ad un autore francese dell’XI secolo, Benjamin ben Samuel de Coutances[7] (si tratta di poemi addizionali peculiari a precisi momenti liturgici[8] ‒ ciò che denota una conoscenza molto tecnica della liturgia ebraica).
Infine, notiamo che la scelta dei commentari è guidata dai medesimi principi che presiedono alla scelta dei testi talmudici e rabbinici nello stesso dossier: rimarcare le blasfemie, le sciocchezze e le ingiurie contenute in questi passi.
Evidentemente non sono stati scelti i passi della liturgia impregnati d’una alta spiritualità, in quanto l’intento è apertamente polemico.
Se certi polemisti conoscono così bene le cose ebraiche, un’altra categoria sarà condotta professionalmente, potremmo dire, ad approfondire il suo approccio del giudaismo: gli inquisitori.
L’Inquisizione non prende di mira gli ebrei nel proprio principio, ma solo in quanto «malvagità eretica». Tuttavia essa si occupa degli ebrei recidivi o di quelli che aiutano alle conversioni (o riconversioni) al giudaismo.
Inoltre, si adopera a ricercare le blasfemie nella letteratura rabbinica[9].
In tal modo, i «manuali degli inquisitori» includono passi sugli ebrei e il giudaismo.
Ai fini del nostro discorso, prenderemo in considerazione uno dei più conosciuti, il Manuale di Bernard Gui (inizio del XIV secolo), personaggio che fu all’origine della distruzione di esemplari del Talmud, specialmente a Tolosa[10].
La quinta parte di questo Manuale riguarda gli ebrei e il cap. quattro si intitola: “Blasfemie intollerabili degli ebrei contro il Cristo, la sua religione e il popolo cristiano”.
Questo è l’inizio:
«Fra le preghiere degli ebrei, fra quelle che insegnano e quelle che possiedono per iscritto, bisogna rimarcare questa che segue, tradotta dall’ebraico: “Sii tu benedetto, o Dio, nostro Signore, re eterno, che non hai fatto di me né un cristiano né un gentile”. Item: “Che non vi sia alcuna speranza per gli smarriti, cioè i convertiti alla fede del Cristo, e che lo stesso sia per tutti gli eretici o miscredenti, per i calunniatori o gli ingannatori. Che arrivi il momento, cioè che la loro rovina sopravvenga inopinatamente! Che tutti i nemici del tuo popolo Israele siano al più presto sterminati! Che il regno d’iniquità vada in perdizione, che sia fatto a pezzi e ridotto in polvere, di modo che in questi stessi nostri giorni possa venir meno rovinosamente, prontamente e rapidamente! Sii tu benedetto, o Signore, che schiacci i tuoi nemici e abbatti i malvagi!”. Tutto questo è recitato in ebraico e queste perifrasi essi le intendono riferite al popolo e al regno dei cristiani: sono loro che trattano da eretici, miscredenti, nemici e che chiamano loro persecutori»[11].
La prima preghiera tradotta fa parte dell’inizio dell’ufficio del mattino: nella seconda si sarà riconosciuta la «benedizione degli eretici».
Il testo continua con la preghiera ’alenu, della quale abbiamo parlato, e di cui vengono sottolineati gli aspetti particolaristici, come il commento seguente:
«Da notare che nello spirito degli ebrei queste sono imprecazioni contro i cristiani. È vero che non li nominano, e impiegano termini formali; ma le perifrasi che usano le intendono e le riferiscono essi stessi al popolo cristiano»[12].
Cosa pensano dunque i cristiani del medio evo della preghiera ebraica?
Il piccolo periplo che abbiamo intrapreso attraverso questi testi mi sembra istruttivo. Proprio l’esempio della preghiera conferma ciò che sapevano più in generale sull’approccio del giudaismo da parte dei teologi del medio evo.
Dapprima è qualcosa di molto prossimo, di integrato alla vita di tutti i giorni, che non merita se ne rimarchi la singolarità; nella città cristiana gli ebrei pregano; questo può disturbare, è una cosa banale e non ce se ne preoccupa più di tanto[13].
Tuttavia, nella seconda parte del medio evo l’ebreo è divenuto un altro, uno straniero, e persino un nemico: è allora che si vanno a scrutare i suoi testi, i suoi riti, per ricercarvi ciò che si era convinti di trovare: un pericolo per la fede cristiana[14].
[1] Cfr. G. Dahan, Les intellectuels chétiens et les juifs au moyen âge, Paris, 1990, pp. 258-263.
[2] Sugli inizi della polemica cfr. lo studio di W. Horbury, The Benediction of the Minim and Early Jewish-Christian Controversy, «Journal of Theological Studies», n.s. 33 (1982), pp. 19-61. Gérard Nahon ha avuto l’amabilità di segnalarci su questa «benedizione» lo studio di M.H. Gevariahu, Birkat ha-minim, «Sinai» 44 (1959), pp. 357 sgg. (ebr.), come pure il libro di S.C. Reif, Judaism and Hebrew Prayer. New Perspectives on Jewish Liturgical History, Cambridge, 1993, pp. 166-168.
[3] Cfr. M. Simon, Verus Israel. Etude sur les relations entre chrétiens et juifs dans l’Empire romain (135-425), Paris, 1964, pp. 235-238.
[4] Cfr. la nostra presentazione d’insieme Il y a sept cent cinquante ans. La disputation de Paris 1240, «Communauté nouvelle», n. 49 (mai-juillet 1990), pp. 98-120.
[5] Analizzato nel notevole studio di I. Loeb, La controverse de 1240 sur le Talmud, REJ 1 (1880), pp. 247-261; 2 (1881), pp. 248-270; 3 (1881), pp. 39-57.
[6] Op. cit., p. 255 del secondo articolo.
[7] Come lo ha stabilito H. Merchavia, Sui poemi liturgici di Benjamin bar Samuel in traduzione latina (ebr.), in «Sefer Hayim Schirmann», Gerusalemme, 1970, pp. 195-212.
[8] Es. piyutim per lo Shabat Zakhor, per lo Shabat ha-Hodesh, per lo Shabat Parah etc.
[9] Cfr. Les intellectuels chrétiens, pp. 186-197.
[10] Bernard Gui, Practica inquisitionis heretice pravitatis, ed. C. Douais, Paris, 1886; ed. e trad. parz. (quinta parte) G. Mollat, Paris, 1926-1927. Su questo personaggio cfr. Bernard Gui et son monde = Cahiers de Fanjeaux 16, Toulouse, 1981; B. Guenée, Entre l’Eglise et l’Etat. Quatre vies de prélats français à la fin du moyen âge, Paris, 1987, pp. 49-85.
[11] Trad. G. Mollat, t. 2, pp. 13-15.
[12] Ibid., p. 17.
[13] L’iconografia è rivelatrice: gli ebrei in preghiera adottano la stessa posizione, in ginocchio, dei cristiani; cfr. la tavola X alla fine del volume Prier au moyen âge, Turnhout, 1991, ed. N. Bériou, J. Berlioz e J. Longere (miniatura in un ms. della trad. francese del Rationae di Guillaume Durand, XIVe-XVe s.). Ringraziamo Nicole Bériou per avercelo segnalato.
[14] Queste note fanno parte di una comunicazione al colloquio del Centre d’études juives de Paris-Sorbonne, «Aspectes de la vie religieuse: l’étude et la prière dans le judaïsme», Paris, 13-15 mai 1991. Ringrazio Gérard Nahon della sua rilettura e dei suoi suggerimenti.
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