Gian Pio Mattogno: Due vecchie recensioni dissimulatrici del trattato talmudico “Berakhot”

Gian Pio Mattogno 

DUE VECCHIE RECENSIONI DISSIMULATRICI DEL TRATTATO TALMUDICO “BERAKHOT”

Ho già avuto modo di sottolineare le ben studiate strategie truffaldine che sottendono all’operazione “Talmud in italiano” ad opera del MIUR e della Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

(Il Talmud in italiano. Genesi di un’operazione culturale truffaldina al servizio della Sinagoga, andreacarancini.it).

Fra i trattati talmudici sino ad oggi pubblicati dalla Casa Editrice Giuntina figura Berakhot (Benedizioni), primo trattato del Seder Zeraim (Ordine delle sementi).

In realtà non si tratta della prima traduzione italiana in senso assoluto del trattato.

Già alla fine degli anni ’50 del secolo scorso era apparsa un’edizione, peraltro incompleta, a cura di Eugenio Maria Zolli, già rabbino Israel Anton Zoller convertitosi al cattolicesimo, col titolo Il Talmud babilonese (Bari, 1958), preceduto da un’ampia introduzione alla letteratura talmudica a cura di Sofia Cavalletti.

Una decina d’anni dopo la UTET ha riproposto il lavoro dello Zolli col titolo Il trattato delle Benedizioni (Berakhot) del Talmùd babilonese (Torino, 1968).

Una breve recensione sostanzialmente positiva della prima edizione del volume, a cura di Augusto Segre, apparve sulla autorevole rivista ebraica «La Rassegna Mensile di Israel» (Vol. 24, N. 10, Ottobre 1958, pp. 432-433).

Secondo l’autore, nonostante una certa freddezza della traduzione, per quanto esatta, e la mancanza di un certo senso di interpretazione più vivo e più aderente allo spirito del testo (sia nella prefazione che nella introduzione e nelle note stesse), e nonostante la carenza di più abbondanti note esplicative al fine di riuscire a comprendere «che cosa sia il Talmud, per capirne il valore e l’importanza nonché l’influenza grandissima che esso ha avuto durante tanti secoli sulla formazione dello spirito e sulla tradizione del popolo ebraico», l’opera rimane tuttavia d’una certa utilità per chi voglia cimentarsi nella interpretazione diretta del testo originale.

Questa pubblicazione, continua l’autore, può offrire una buona occasione «di avere in parte un’idea, anche se molto vaga e necessariamente limitata, del grande mare che è questo antico monumento della cultura ebraica».

Più articolata, e più critica, è la recensione della seconda edizione, apparsa una decina d’anni dopo sulla stessa rivista, a firma di Ariel Toaff (L’edizione italiana Zolli-Cavalletti del trattato talmudico “Berakhot”, R.M.I., Vol. 34, N. 11, Novembre 1968, pp. 642-647).

Toaff aveva già espresso serie riserve a proposito della traduzione di Zolli in alcune pagine apparse sulla stessa rivista (Note sul triclinio presso gli ebrei, R.M.I., Vol. 28, N. 11, Novembre 1962, pp. 511-514), dove aveva definito questa traduzione «ardita ma spesso poco felice volgarizzazione in italiano del Trattato delle benedizioni».

Intorno all’ex rabbino Israel Zolli e alla sua figura di scienziato, scrive Toaff, i pareri sono molto discordanti, ma su un punto tutti gli studiosi sembrano concordare: che la sua traduzione del trattato talmudico Berakhot non sia fra le sue cose migliori.

A suo avviso la versione di Zolli contiene frequenti errori di interpretazione ed omette completamente i passi più controversi e di più difficile intendimento.

Ma, ciò che è più grave, la traduzione di lunghi passi della Mishnah appare pressoché identica a quella eseguita tempo addietro da Vittorio Castiglioni (cfr. Mishnaioth, 3 vol., Roma, 1962-65).

L’introduzione alla letteratura rabbinica della Cavalletti non solo non apporta alcun nuovo contributo storiografico, ma talune sue interpretazioni, a partire dalla distinzione piuttosto schematica tra halakha e haggada, sono assai discutibili.

Inoltre, secondo la Cavalletti in seno al popolo ebraico sarebbe sempre esistita una forte corrente di opposizione al Talmud, con alla testa i Caraiti e lo stesso Maimonide.

Ma, obietta Toaff, tutti gli studiosi moderni concordano nel ritenere che, al contrario, col suo Mishneh Torah Maimonide ha voluto dare al Talmud «una forma sistematica e abbordabile dal grosso pubblico e non intese affatto sostituirlo o proporne l’abrogazione».

Non meno erronea è l’affermazione secondo cui la Qabbalah sarebbe da ritenersi una corrente antitalmudica, perché tenderebbe fondamentalmente ad una svalutazione del Talmud, come pure il sabbatianesimo, il Chassidismo, l’illuminismo ebraico e lo stesso sionismo, tesi che Toaff definisce manifestamente assurde.

Ma la critica più grave che Toaff muove alla Cavalletti è di avere esaminato il Talmud dal di fuori, senza comprenderne la meccanica interna, di non aver compreso che lo studio del Talmud implica l’abbandono delle categorie logiche occidentali, cioè greco-romane, a beneficio di categorie logiche proprie dei meccanismi e della struttura del pensiero ebraico.

Donde, conclude Toaff, i luoghi comuni sull’oscurità, sull’eccessiva fantasia, sulle argomentazioni eccessivamente sottili, sui giochi accademici e le discussioni di scuola, pienamente comprensibili invece alla luce delle categorie del pensiero ebraico.

Queste sono dunque, in sintesi, le due vecchie recensioni del lavoro di Zolli-Cavalletti.

Ma perché le ho definite “dissimulatrici”?

Appunto perché dissimulano, cioè nascondono, mascherano, eludono, stavo per scrivere silenziano, la vera essenza del talmudismo: l’odio radicale giudaico contro il non-ebreo, idolatra, empio e perverso.

Di tutto parlano gli Augusto Segre e gli Ariel Toaff, ma anche le Sofia Cavalletti, tranne del fatto che il trattato Berakhot, al pari di tutti gli altri trattati talmudici, contiene dei passaggi estremamente ostili agli “idolatri”, cioè a tutti i non-ebrei.

E qui le categorie e i meccanismi del pensiero ebraico non c’entrano un bel nulla.

Qui entra in giuoco l’odio rabbinico-talmudico contro il non-ebreo allo stato puro, l’odio giudaico intensissimo e pio di cui parla Baruch Spinoza nel “Trattato teologico-politico”.

Un passaggio (25b), che non compare nella versione di Zolli, concerne la proibizione di recitare la preghiera Shema dinanzi ad un non-ebreo nudo, assimilato ad un animale.

(Perle talmudiche: Non si recita lo Shema in presenza di un non-ebreo nudo (la cui carne è come carne di asini), andreacarancini.it).

Un altro (58a) riporta l’episodio di R. Shila che ebbe una relazione con una donna non ebrea, la cui carne, in quanto idolatra, viene equiparata alla carne d’asino.

Altri ancora (57b, 58a) insegnano le “benedizioni” (in realtà maledizioni) da recitare alla vista di luoghi “idolatrici” estirpati dalla Terra d’Israele (mentre fuori dalla Terra d’Israele tutti gli idolatri sono destinati a convertirsi all’ebraismo) e alla vista delle schiere degli idolatri, al grido di: “Svergognata è vostra madre”.

E meno che mai si fa allusione alla circostanza che in Berakhot 28b-29a compare una delle fonti relative alla genesi della Birkat ha-minim, la “benedizione” (anch’essa in realtà una maledizione) contro i minim, gli eretici, tra i quali i cristiani.

(L’odio rabbinico-talmudico contro i cristiani nella liturgia: La Birkat ha-minim, andreacarancini.it).

È proprio vero che a volte le vie truffaldine dell’apologetica giudaica passano anche attraverso delle semplici recensioni.

(A. Toaff, L’edizione italiana Zolli-Cavalletti del trattato talmudico “Berakhot”, «La Rassegna Mensile di Israel», 34 (1968), pp. 642-647).

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