Cattolici di Francia: San Luigi e l’oblio di un re

CATTOLICI DI FRANCIA: SAN LUIGI E L’OBLIO DI UN RE

(Saint-Louis et nous: ce que l’oubli d’un roi dit de la France, CATHOLIQUES DE FRANCE, 18 juin 2026, catholiquedefrance.fr).

C’è qualcosa di rivelatore nel silenzio.

La Francia celebra quest’anno l’ottocentesimo anniversario dell’incoronazione di Luigi IX, e lo fa con una discrezione che, di per sé, merita attenzione.

Nessuna grande commemorazione nazionale, nessun programma scolastico potenziato, nessun solenne discorso presidenziale.

A mala pena qualche conferenza privata e qualche iniziativa locale promosse da associazioni che il potere mediatico dominante passa accuratamente sotto silenzio.

Per un monarca che ha regnato per trentaquattro anni, che ha lasciato un’impronta indelebile nelle istituzioni francesi e che è l’unico monarca della nostra storia ad essere stato canonizzato, questa deliberata amnesia è eloquente.

Dice qualcosa che i nostri governanti non vogliono dire ad alta voce.

Perché la figura di S. Luigi IX è inquietante.

Non per le ragioni che la scuola repubblicana adduce volentieri: quella di un austero bigotto, di un crociato fanatico, di un persecutore delle minoranze.

Queste sono comode caricature che permettono di liquidare un’eredità senza doverla affrontare direttamente.

La verità è più complessa e più inquietante per chi governa oggi.

Luigi IX è stato un riformatore d’una modernità sorprendente.

Fu lui ad istituire il diritto di appello, consentendo ad ogni persona chiamata in giudizio di impugnare una decisione dinanzi ad un tribunale superiore.

Fu lui ad imporre l’onere della prova, rompendo con la giustizia arbitraria e i processi per ordalia.

Si tratta dei pilastri fondamentali di quello che ancora oggi chiamiamo Stato di diritto.

Prima di sbandierare ai quattro venti i diritti umani, dovremmo avere l’onestà di riconoscere che alcune delle loro radici affondano nel terreno cristiano del XIII secolo.

Ma in fondo la cosa più inquietante non è tanto l’opera giuridica di S. Luigi, quanto piuttosto il principio che la ispirava.

Questo re non governava per compiacere lobby, creditori o apparati di partito. Governava per il bene comune, un concetto oramai svuotato di significato a forza d’essere abusato, e lo faceva sotto lo sguardo dell’eternità.

In altre parole, egli si sentiva responsabile di fronte a qualcosa che era più in alto di lui.

Al di sopra di lui esisteva un’autorità alla quale egli rispondeva, non alle prossime elezioni, ma in modo permanente, persino nelle sue azioni più intime.

Questa verticalità, questa trascendenza assunta a principio di governo è esattamente ciò che il mondo contemporaneo ha deciso di sradicare.

Il contrasto coi nostri attuali governanti è di una brutalità che dovrebbe farci riflettere tutti. Costoro a chi rispondono? Certamente non a Dio. E nemmeno al popolo, la cui voce viene filtrata, orientata, talvolta semplicemente ignorata quando è contraria ai disegni stabiliti.

Essi rendono conto ai mercati finanziari, alle agenzie di rating e alle strutture sovranazionali, i cui membri non sono stati eletti da nessuno.

Si piegano ai dettami di Bruxelles o di Davos con una docilità che mai avrebbero coi propri elettori.

Il sacro è scomparso dall’equazione del potere, e con esso è scomparsa qualsiasi nozione di responsabilità che trascenda l’interesse personale immediato.

Tutto ciò non è frutto del caso. È il risultato di uno sforzo metodico, condotto per diversi decenni, volto a distruggere le figure di autorità che erano a fondamento della civiltà europea.

In primo luogo il re – non la figura del monarca, ma il principio dell’autorità legittima radicato in una tradizione e in una missione.

In secondo luogo il sacerdote ‒ non necessariamente il religioso in tonaca, ma la figura di colui che parla del sacro, che si richiama a ciò che oltrepassa l’uomo e gli impone degli obblighi.

Infine il padre ‒ e su questo punto il lavorìo è stato particolarmente accanito, tanto nelle leggi quanto nelle rappresentazioni culturali.

Queste tre figure formavano un sistema coerente. Ciascuna, al proprio livello, incarnava un’autorità non riducibile alla forza e al denaro, ma che rimandava ad un ordine superiore.

La loro scomparsa lascia un vuoto considerevole.

Un’intera generazione si ritrova priva di vocabolario per dare un nome a ciò che confusamente percepisce ‒ una mancanza, un’assenza, qualcosa di simile a ciò che un tempo i teologi chiamavano il desiderio di Dio, e che i nostri psicologi contemporanei hanno ribattezzato disturbi d’ansia o crisi d’identità.

Senza punti di riferimento storici, senza figure guida, senza una narrazione condivisa che dia significato all’appartenenza nazionale, questa generazione è lasciata alla sola offerta che il sistema le propone: il consumo.

Comprare, divertirsi, identificarsi con marchi e influencer. Il vuoto spirituale ha il suo mercato, e questo mercato è estremamente redditizio.

Sorge dunque spontanea una domanda: abbiamo raggiunto lo stadio finale di quella che alcuni chiamano l’apostasia nazionale?

I segnali si accumulano. La ristrutturazione di Notre-Dame de Paris, che avrebbe potuto rappresentare un’occasione di riconciliazione con il nostro patrimonio ereditario, ha dato luogo a polemiche surreali sulla modernizzazione dei reliquari e sulla bruttezza deliberata di certi allestimenti liturgici, come se la stessa bellezza fosse divenuta sospetta.

L’oblio di S. Luigi rientra in questo contesto: non sempre l’opera di distruzione avviene con un martello. La cancellazione avviene anche col silenzio, la derisione e l’omissione dai programmi scolastici.

La Francia si trova a un bivio.

Essa può rinnegare tutto ciò che l’ha plasmata – le sue radici cristiane, la sua eredità monarchica, il suo senso del sacro – e diventare ciò che alcuni sembrano desiderare: un territorio amministrato, un mercato come tanti altri, popolato da consumatori senza memoria né un vero senso d’appartenenza.

Oppure può scegliere di riconnettersi con questo filo conduttore, di imparare nuovamente a dare un nome alla sua vera identità, di restaurare una sovranità che non sia meramente tecnica e amministrativa, ma spirituale e di civiltà.

Perché la vera sovranità non può essere stabilita da un trattato. Essa è una realtà vivente, che presuppone un popolo che sappia chi sia, da dove viene e in nome di chi è disposto a combattere.

S. Luigi lo sapeva.

La domanda è se noi siamo ancora in grado di comprenderlo.

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