
Gian Pio Mattogno
Borghesia rivoluzionaria, ebraismo, massoneria e “Risorgimento”.
Uno dei miti più diffusi è quello del cosiddetto “Risorgimento” e della “Storia patria”.
Secondo questo mito, a partire dalla fine del 1700, il popolo italiano sarebbe insorto contro gli antichi regimi, tirannici ed antipopolari, e ‒ guidato dai suoi figli migliori (i vari Mazzini, Garibaldi, Cavour etc.) ‒ nel 1861 avrebbe finalmente raggiunto la tanto agognata libertà e indipendenza.
Questo mito, confezionato dagli stessi vincitori all’indomani dell’unità, è stato ripreso dal Fascismo (anche se forzato in chiave antiliberale) ed ha poi conferito una dignità politica alla repubblica antifascista nata dalla “resistenza” (il secondo Risorgimento).
Fu tuttavia un giovane intellettuale liberale, Piero Gobetti, che nel suo volume postumo Risorgimento senza eroi (1926) gettò un sasso nelle acque stagnanti della retorica patriottarda.
Riflettendo sul crollo dello Stato liberale e sull’avvento del Fascismo, Gobetti ne dedusse che la libertà in Italia non aveva basi solide e che questa debolezza andava rintracciata in certe presunte carenze del Risorgimento.
Egli perciò respingeva il mito del Risorgimento e sosteneva che questo era stato una rivoluzione fallita ‒ fallita perché opera di una minoranza, fallita perché il popolo vi era rimasto estraneo e non era stato educato alla libertà.
Contro Gobetti insorse Adolfo Omodeo, il quale replicò che il Risorgimento fu sì opera di una minoranza, ma quella minoranza si adattò ad essere nazione, operò per il popolo e dell’educazione del popolo ebbe l’ossessione e il senso di responsabilità.
Per Antonio Gramsci, invece, il Risorgimento fu una rivoluzione agraria mancata, perché i democratici del partito d’azione non seppero mobilitare le masse delle campagne e non risolsero la questione agraria distribuendo le terre ai contadini.
Infine, Gaetano Salvemini ammetteva che il Risorgimento fu una rivoluzione del ricco, guidata da una oligarchia di notabili estranea al popolo, ma aggiungeva che fu anche un “rinnovamento”, l’unico possibile per l’Italia di allora.
Che cosa fu dunque questo “Risorgimento”?
In realtà esso non fu una rivoluzione popolare, come pretende la vecchia agiografia risorgimentale.
Ma non fu nemmeno la rivoluzione di una minoranza filo-popolare, come afferma Omodeo.
Né una rivoluzione del ricco, una rivoluzione “progressista”, come vuole Salvemini, o una rivoluzione agraria mancata, come sostiene Gramsci.
Meno che mai il Risorgimento fu una rivoluzione fallita, come pretende Gobetti.
Al contrario, essa fu una rivoluzione borghese compiuta, una rivoluzione borghese perfettamente riuscita.
Una rivoluzione borghese perché fu fatta dalla borghesia, per gli interessi della borghesia; compiuta perché la borghesia conseguì tutti i suoi obiettivi egemonici politici ed economici, soppiantando le vecchie classi dirigenti.
Ma bisogna aggiungere che essa fu anche una rivoluzione antipopolare, compiuta cioè non solo senza il popolo, ma anche contro il popolo.
Accanto alla borghesia hanno operato altre due forze sovversive: la massoneria ed il giudaismo.
Le logge massoniche e le sette contigue, come ad esempio la carboneria, furono importanti veicoli di diffusione delle idee riformistiche e rivoluzionarie, e spesso formarono i quadri delle cospirazioni.
Da parte loro, gli stessi ebrei seppero innestarsi nei processi rivoluzionari ‒ ora alla testa, ora al rimorchio della borghesia ‒ partecipando attivamente alle cospirazioni, appoggiando anche finanziariamente le trame settarie e i moti rivoluzionari, e ricavandone vistosi benefici materiali, sia politici che economici. L’emancipazione del giudaismo non fu che l’emancipazione del capitale giudaico dai vincoli in cui lo aveva tenuto sino ad allora la legislazione tradizionale.
Tutti i moti e le cospirazioni risorgimentali furono altrettante tappe dell’assalto giudaico-massonico e borghese contro la società tradizionale italiana.
Uno spaccato significativo è costituito dall’impresa dei mille.
Se ne indaghiamo i retroscena, scopriamo dei particolari interessanti, per lo più taciuti alla storiografia patriottarda.
Dai carteggi cavouriani risulta chiaramente che l’aggressione piratesca al Regno delle Due Sicilie fu organizzata dalla borghesia rivoluzionaria e dalla nobiltà imborghesita del Piemonte in combutta con l’Inghilterra.
L’agente di fiducia fu Garibaldi, al quale vennero dati supporti logistici, armi e coperture internazionali.
Garibaldi era un massone, iniziato nella loggia “Gli Amici della Patria” di Montevideo e successivamente nominato Gran Maestro Onorario del Gran Oriente d’Italia.
Massone era Stefano Turr, primo aiutante del Generale; massone G.B. Fauché, procuratore della compagnia Ribattino, che consegnò i vapori per la spedizione.
Sostegni a Garibaldi vennero dalla loggia “Ausonia” di Torino. Anche la massoneria internazionale si mobilitò per aiutare l’impresa. Il col. Colt, affiliato alla loggia “St. John’s” nel Connecticut, inviò cento fucili di ottima fattura. La massoneria inglese, tramite i rappresentanti del Governo, fornì grosse somme di denaro.
Un sostegno all’impresa venne anche dagli ebrei.
Esso fu il coronamento di tutta una serie di aiuti, in uomini e denaro, dati dall’ebraismo alla causa rivoluzionaria lungo l’intero arco delle lotte risorgimentali.
Ricordiamo tra gli altri Giuseppe Levi, impegnato nella raccolta per il “Fondo per il milione di fucili” e presidente dell'”Associazione Unitaria Italia”, ed Enrico Guastalla, segretario del “Fondo”.
Otto ebrei parteciparono alla spedizione.
Se è vero che l’Italia di oggi è figlia dell’Italia di ieri, la riconquista della nostra vera identità deve passare anche attraverso una revisione critica radicale della “storia patria”, ed in particolare del cosiddetto “Risorgimento”.
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