Gian Pio Mattogno: Profilo storico dell'”accumulazione originaria” del capitale ebraico in uno scritto di Johann von Leers

Gian Pio Mattogno

 

PROFILO STORICO DELL’ “ACCUMULAZIONE ORIGINARIA” DEL CAPITALE EBRAICO

 IN UNO SCRITTO DI JOHANN VON LEERS

 

Scrive a ragione Kleo Pleyer che è un errore vedere nella cosiddetta “emancipazione ebraica” una mera espressione di sentimenti politici ed ideologici.

L’emancipazione fu la conseguenza naturale del consolidamento della potenza economica degli ebrei avvenuto nel corso dei secoli precedenti, quando essi crearono le premesse materiali della loro emancipazione ‒ in realtà l’emancipazione del capitale ebraico dai vincoli restrittivi che sino ad allora ne avevano ostacolato la piena espansione e il pieno dominio.

(K. Pleyer, Das Judentum in der kapitalistische Wirtschaft, «Forschungen zur Judenfrage», Bd. II, 1937).

Il capitale ebraico si è formato lungo i secoli soprattutto attraverso il commercio, l’usura, l’attività di fornitori e finanziatori di principi, e non da ultimo tramite pratiche fraudolente e attraverso il commercio degli schiavi nel Medioevo prima e degli schiavi africani poi.

Il capitale ebraico, la ricchezza, è stato storicamente (ed è tuttora) – con il corollario di sotterfugi, frodi e furti legalizzati dalla normativa rabbinica ‒ il più importante strumento materiale giudaico per perseguire i sogni messianici di dominio mondiale di Israele secondo i dettami del Talmud e della tradizione rabbinica.

(Cfr. L’imperialismo ebraico nelle fonti della tradizione rabbinica, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma, 2009).

Per una introduzione generale alla questione sono sempre utili (e di facile consultazione), soprattutto per i dati storici e i riferimenti bibliografici, i volumi di W. Sombart, Gli ebrei e la vita economica, Padova, 1980, 1987, 1989, e Il capitalismo moderno, Torino, 1967 (XVIII. Gli ebrei, pp. 286-305). Cfr. Henry Sée: Werner Sombart, gli ebrei e il capitalismo, andreacarancini.it.

Un ampio quadro d’insieme è fornito più recentemente da J. Attali, Gli ebrei, il mondo, il denaro. Storia economica del popolo ebraico, Ed. Argo, 2002. Per la documentazione storico-bibliografica: A. Léon, Il marxismo e la questione ebraica, Roma, 1968. Si veda anche: Profilo storico della plutocrazia ebraica, andreacarancini.it.

Su ebrei ed usura: Gli usurai ebrei nell’Italia medievale e rinascimentale, Edizioni della Lanterna, 2013. Su ebrei e commercio degli schiavi, tra gli altri: Gli ebrei e il commercio degli schiavi nell’Alto Medioevo, andreacarancini.it; Alle origini dell’“accumulazione originaria” del capitale ebraico: Gli ebrei e la tratta degli schiavi africani, andreacarancini.it.

All’argomento in questione ha dedicato uno scritto specifico Johann von Leers, Wie kam der Jude zum Geld?, apparso nel 1939 per i tipi della Theodor Fritsch Verlag di Berlino, nel quale, come indica il titolo, l’autore traccia un profilo storico dei tempi e dei modi in cui si è formato lungo i secoli il capitale ebraico, a partire dall’antichità biblica.

Quella che segue ‒ qui riproposta come contributo critico allo studio della questione ebraica ‒ è una sintesi della ricostruzione storica di von Leers, limitatamente per lo più ai territori tedeschi, in generale apprezzabile, anche se non tutti i giudizi storici possono essere condivisi. Riguardo poi ai riferimenti biblici riportati dall’autore, occorre sempre distinguere tra l’interpretazione cattolica e l’esegesi rabbinica delle Scritture.

(Riguardo alla formazione del capitale ebraico fuori della Germania, ad es. in quella sorta di terra promessa che fu dapprima l’Inghilterra, cfr. gli scritti su ANGLIA JUDAICA in: andreacarancini.it).

Uno studio della formazione storica delle ricchezze degli ebrei – scrive von Leers – è importante perché al giorno d’oggi queste consentono agli ebrei di dominare la vita politica ed economica degli stati, comprando gli uomini politici ed influenzando l’opinione pubblica. È attraverso la ricchezza che l’ebreo ha conquistato l’uguaglianza dei diritti.

Per gli ebrei le ricchezze sono lo strumento principale attraverso il quale essi si adoperano per conquistare il mondo, un dominio mondiale promesso loro da Jahvè.

In principio, la ricchezza ebraica derivava soprattutto dal commercio. Dalle fonti bibliche (in particolare Isaia e Amos) apprendiamo che in Palestina doveva esistere anche una classe di sfruttatori che depredava i contadini e i poveri. Come sottolinea Sombart, fra la popolazione deportata da Nabucodonosor spiccava la classe mercantile accanto a quella dei grandi proprietari terrieri ebrei. A Babilonia, come testimoniano i documenti cuneiformi di Nippur, nonché le tavolette d’argilla della banca babilonese di Murrashu e figli, gli ebrei appaiono impegnati nel commercio e nell’attività creditizia, e lo stesso Antico Testamento fa riferimento alle ricchezze di questi ebrei babilonesi (Esra 1,4; Zaccaria 6, 10-11). Sembra addirittura che all’interno di questo gruppo dirigente si fosse verificata la transizione dal tipo del mercante ancora su piccola scala a quello all’ingrosso, e all’usuraio.

Quando, cinquant’anni dopo la deportazione da parte di Ciro (VI sec. a. C.), agli ebrei fu concesso di tornare a Gerusalemme, secondo la testimonianza di Esra (1, 6-11) essi portarono con sé grandi ricchezze, frutto anche, come leggiamo in Neemia ed Amos, di oppressioni e di usura ai danni del popolo.

È in questo periodo che, al riparo della legislazione razziale di Ezra e Neemia, ha inizio la formazione di quel giudaismo destinato a dominare la finanza mondiale, secondo la promessa di Jahvè: “Tu dominerai su molte nazioni ed esse non domineranno su di te” (Deut. 15,6); “Chiederai interesse allo straniero, ma non al tuo popolo” (23,21).

Così all’ebreo fu mostrata l’usura come arma per sottomettere le nazioni.

(Erroneamente von Leers aggiunge che gli ebrei raccomandavano il commercio fraudolento della carne d’animale avariata da vendere allo straniero. In realtà Deut. 14,21 tratta una questione di natura puramente rituale, all’ebreo essendo proibito di mangiare alcuna bestia che sia morta di morte naturale).

Già a quel tempo gli inganni di Giacobbe ai danni di Esaù, assieme ad altri sotterfugi, apparivano un modello per gli ebrei. Lo stesso Jahvè aiuta i truffatori, quando ordina agli Israeliti in fuga dall’Egitto di impadronirsi delle ricchezze degli Egiziani (Es. 3, 21-22).

Forti del proprio esclusivismo etnico, gli ebrei sopravvissero all’Impero persiano, e sopravvissero anche al tentativo del re Antioco di imporre loro la cultura greca durante la Guerra dei Maccabei.

Gli ebrei erano fatti segno dell’odio di tutti i popoli (logica conseguenza dell’odio giudaico contro tutti i popoli del mondo). I greci alessandrini Lisimaco e Cheremone, e l’egiziano Manetone, concordano tutti sul fatto che il popolo ebraico discendesse da lebbrosi e criminali espulsi dall’Egitto. Nel libro VIII delle “Storie”, Tacito era della stessa opinione.

Paolo li definì nemici di tutti i popoli (Tess. 2,15). Von Leers aggiunge che Paolo era egli stesso rabbino (selber ein Rabbiner). Una precisazione falsa, oltre che infelice, giacché anche i muri sanno che Paolo si è convertito al cristianesimo e, ancorché si definisca “fariseo e figlio di farisei” (Atti 23,6), dopo la conversione è diventato un uomo totalmente nuovo e il più fiero avversario dei farisei.

Il loro odio verso tutta l’umanità è menzionato da Tacito e da Ecateo di Abdera.

Diversi passi biblici confermano questo odio, nonché la volontà di dominio degli ebrei, eletti di Jahvé, sulle nazioni empie e idolatriche.

Il Talmud e la letteratura rabbinica sviluppano l’idea che solo l’ebreo, la cui anima proviene da Dio, debba essere considerato uomo in senso vero e proprio, mentre il non-ebreo (goy) è assimilato ad un animale. Al non-ebreo è stata conferita una forma esteriormente umana solo perché l’ebreo sia servito da animali in forma di uomo e non da animali in forma di animali. Il matrimonio di un non-ebreo non è un vero matrimonio. L’ebreo può appropriarsi dei beni del non-ebreo. Il non-ebreo può essere frodato.

Questi precetti sono stati ripresi e codificati nello Shulhan Aruch.

Il Talmud disprezza l’agricoltura ed esalta il commercio. E proprio il commercio è la prima fonte della formazione della ricchezza ebraica.

Già all’epoca dell’impero romano gli ebrei dovevano aver acquisito enormi ricchezze. Il pretore Lucio Flacco, che fu difeso da Cicerone nella causa intentatagli dagli ebrei, emanò un decreto contro l’esportazione dell’oro ebraico dall’Italia e dalle province dell’impero a Gerusalemme.

Quando le legioni romane invasero la Grecia, furono confiscati 800 talenti di tasse ebraiche per il tempio. Ciò lascia supporre che, ancor prima che la Giudea fosse annessa all’impero, gli ebrei di Grecia erano in possesso di straordinarie ricchezze. In effetti, numerosi rabbini riferiscono che le comunità ebraiche erano molto prospere. Le due città più ricche dell’antichità, Alessandria d’Egitto e Antiochia di Siria, erano anche le grandi città con maggiore presenza di ebrei.

Anche a Roma era presente una numerosa comunità ebraica. L’imperatore Claudio (41-54 d.C.) scrisse agli ebrei di Alessandria esortandoli a non aspirare più a nulla e di accontentarsi del molto che già avevano, altrimenti avrebbe agito contro di loro come contro persone che causano una piaga generale in tutto il mondo. L’attività principale degli ebrei di Alessandria era la tratta degli schiavi, che li portava in profondità sia nell’Arabia meridionale che nell’Africa, fino all’Abissinia.

Nell’impero romano il commercio dell’ambra, della seta e dei beni di lusso orientali era monopolizzato dagli ebrei. Secondo Georg Rosen (Juden und Phönizier, Tübingen, 1929), un gran numero di schiavi di origine fenicia e cartaginese, e di gruppi affini, furono assorbiti nella comunità ebraica.

Nonostante le grandi rivolte ebraiche contro l’impero romano (44, 69-70, 116 e 132 d.C.), in cui l’ebraismo tentò senza successo di rovesciare il dominio romano con la forza delle armi, e nonostante la dura repressione, gli ebrei si moltiplicarono, accrebbero le loro fortune e dominarono la vita economica della stessa capitale imperiale, Roma.

Avevano iniziato come mercanti di schiavi stranieri e piccoli intermediari, poi si erano dedicati al commercio delle merci rare e preziose provenienti dall’Oriente. Dagli umili inizi divennero grandi commercianti e banchieri. Al tempo di Tiberio la comunità ebraica di Alessandria gestiva gli affari finanziari della famiglia imperiale (Cfr. B. Bauer, Christus und die Cäsaren, Berlin, 1877).

Così come sopravvissero alla caduta dell’impero persiano e di quello di Alessandro, allo stesso modo gli ebrei sopravvissero al crollo dell’impero romano, al cui interno erano piuttosto numerosi, ed anche potenti, se è vero che il poeta romano Rutilio Namaziano ebbe a scrivere che la Giudea sconfitta stava distruggendo i suoi conquistatori. Nel 212 l’infelice editto di Caracalla concesse agli ebrei la cittadinanza. Fu la prima “emancipazione” ebraica. Nell’impero romano d’Oriente, tuttavia, Giustiniano emanò duri editti contro gli ebrei, anche per ragioni più ecclesiastiche che nazionali.

Nel frattempo gli ebrei s’erano diffusi dalle rive del Mediterraneo verso l’Europa del Nord. In genere i re germanici del periodo delle migrazioni furono molto tolleranti nei confronti degli ebrei. Alcune comunità ebraiche dovevano essere molto ricche, se è vero quelle spagnole offrirono al re goto Reccesvindo una somma considerevole per abrogare alcune leggi sconvenienti per gli ebrei.

Erano certamente numerosi nella Gallia meridionale e nella Spagna. Dopo la conversione al cristianesimo del re franco Clodoveo (496), una serie di decreti ecclesiastici descrivono gli ebrei principalmente come mercanti di schiavi. Da vari sinodi apprendiamo che gli ebrei possedevano anche schiavi cristiani.

Fino all’VIII secolo, sotto il dominio dei Merovingi, fino a che Clodoveo governò in territorio franco, la condizione degli ebrei non doveva essere piacevole. Questa mutò sotto la dinastia carolingia, decisamente filo-ebraica. Come scrive lo storico ebreo Braunschweiger, il prestigio e le ricchezze degli ebrei crebbero di giorno in giorno con lo sviluppo del commercio, e molti di essi ebbero addirittura accesso a corte.

I mercanti di schiavi ebrei facevano lucrosi affari beneficiando di una delle catastrofi sociali del popolo tedesco: il crollo dell’antica libertà contadina germanica, determinata, secondo von Leers, dalle prevaricazioni della Chiesa e dello Stato. Da uomo libero il contadino si trasformò in povero bracciante alla mercé di potenti signori.

Quelli che si opponevano a questo stato di cose venivano venduti come schiavi. Ed è qui che entra i giuoco l’ebreo, il quale si offre come mercante di schiavi. Ludovico il Pio (814-840) fu un grande protettore dell’ebraismo e della tratta degli schiavi. La sua seconda moglie, Giuditta, faceva pregare per lei dai rabbini e frequentava la sinagoga. Il cappellano del re, Botho, si convertì così profondamente all’ebraismo che si recò in sinagoga, si fece circoncidere e prese il nome di Eleazar. L’imperatore concesse loro una totale libertà economica, a tal punto che i mercati settimanali furono spostati dal sabato alla domenica per venire incontro alle loro esigenze.

Una lettera di Ludovico il Pio decreta che essi non debbano essere né disturbati, né calunniati. Erano esentati dai dazi doganali, ed era loro permesso vendere ed acquistare schiavi. È singolare che fra i quaranta vescovi dell’impero franco, alla fine solo tre si opposero a questo trattamento preferenziale nei confronti degli ebrei. Tra di essi figura Agobardo di Lione, morto nell’ 840, il quale, tra immense difficoltà, isolato all’interno della Chiesa e osteggiato dalla corte carolingia, denunciò la potenza commerciale, il traffico degli schiavi, la crescente preponderanza ebraica nel regno ed accolse i poveri schiavi commerciati dagli ebrei.

Per lunghi anni si è saputo poco di Agobardo. Solo di recente due opere hanno riportato in primo piano la sua figura: Gustav Strobl, Kann ein Christ Antisemit sein – Die Briefe des Erzbischoff Agobard in Lyon über die Juden (Erfurt) e Helmut Schramm, Erzbischoff Agobard von Lyon, der erster Streiter gegen das Judentum auf deutschen Boden, nella rivista «Die höhrere Schule».

[Cfr. Mons. Adrien Bressolle: La questione ebraica al tempo di Ludovico il Pio, andreacarancini.it].

Fu proprio in questo periodo che vennero gettate le basi economiche che permisero agli ebrei di sfruttare i popoli del Medioevo: in piccola parte il commercio all’ingrosso e principalmente la tratta degli schiavi, l’affitto abusivo delle terre, la prostituzione e l’usura.

I resoconti contemporanei riferiscono della prosperità materiale degli ebrei. A Colonia, durante il periodo carolingio, erano cambiavalute e prestatori di denaro. Nonostante le guerre coi Normanni e gli Ungheresi, che causarono lutti e distruzioni in tutto il paese, in Germania gli ebrei non se la passavano male. Avevano il permesso di costruire nuove sinagoghe, esisteva un catasto speciale per le loro proprietà, e sotto Enrico III (1039-1056) l’ebreo Egebreth divenne addirittura sindaco del distretto di San Lorenzo a Colonia. La locale comunità aveva un proprio ospedale, una propria sala da ballo, un bagno pubblico e, a quanto pare, una propria giurisdizione sotto l’autorità di un rabbino.

Poiché sul suolo tedesco la tratta degli schiavi stava estinguendosi (s’era spostata verso est, nei paesi slavi, dove essi continuavano a praticarla), gli ebrei si diedero ad espandere il commercio all’ingrosso e l’attività di prestito, che nell’età carolingia avevano gestito come un’attività parallela al commercio degli schiavi.

Durante il regno di Ottone I fu combattuta aspramente la piaga dell’usura ebraica. Von Leers sottolinea a ragione che è semplicemente falsa la tesi largamente diffusa secondo la quale gli ebrei a malincuore avrebbero praticato il prestito a interesse, perché esclusi da ogni altra attività. Egli denuncia altresì le complicità di un certo clero ed un presunto doppio gioco della Chiesa, che da un lato condannava l’usura ebraica e dall’altro ne permetteva la pratica, nonché il diritto di ricettazione concesso agli ebrei, in ciò l’autorità paradossalmente assecondando la legge ebraica stabilita nel Talmud e nello Schulhan Aruch.

Così gli ebrei arrivavano a lucrare di più acquistando a basso prezzo gli oggetti rubati che non con l’usura! Intorno al 1145 il predicatore Pietro di Cluny condannò duramente la ricchezza frutto di questa pratica: ciò che possiedono, diceva, è stato rubato vergognosamente; non con l’onesta agricoltura, non con il legittimo servizio militare, non con il commercio utile riempiono i loro granai di grano, le loro cantine di vino, le loro borse di denaro e i loro forzieri d’oro e d’argento, ma piuttosto con ciò che rubano ingannando la gente, con ciò che comprano di nascosto dai ladri. Agli ebrei, ricettatori di beni rubati sotto la protezione di privilegi accordati loro dallo Stato, si aprì un’immensa fonte di arricchimento.

Gli ebrei crearono addirittura intere officine di scalpelli e arnesi da scasso. Da una cronaca dell’epoca apprendiamo che durante la festa di San Luca Evangelista venne fermato un ebreo in possesso di strumenti e attrezzature di sua proprietà con l’accusa che stava preparandosi a compiete un furto. Dai quartieri ebraici s’era diffusa una vera e propria piaga dei furti. Documenti di Ratisbona ci informano che gli ebrei istigavano i figli dei tessitori a compiere furti di lana, tessuti, filati e attrezzature e a portare la merce rubata nel quartiere ebraico. Ancora all’inizio nel XVII secolo le corporazioni germaniche denunciavano che gli ebrei istigavano i cristiani al furto.

L’attività finanziaria dei prestiti costituiva la base legale per il continuo commercio delle merci. Certe pratiche di sfruttamento esasperavano la povera gente. Nel 1487 una voce critica denunciava che gli ebrei si insediavano nei villaggi più piccoli e prendevano interessi esorbitanti, e poi interessi sugli interessi, riducendo la gente in povertà. Spesso i contadini perdevano le loro proprietà. Interi villaggi furono dati in pegno agli ebrei. I registri delle corporazioni medievali e i registri cittadini traboccano di lamentele contro gli ebrei che si erano arricchiti coi mezzi più disonesti, violando le norme legali imposte loro.

Per tutto il Medioevo vi era un consenso unanime sul fatto che la ricchezza ebraica fosse in gran parte basata sull’usura, sulla ricettazione, sullo sfruttamento e sulla frode. Tale ricchezza era ben rappresentata dalle residenze di alcuni ebrei, come ad es. quella lussuosa dell’“Hochmeister der Juden” di Ratisbona descritta nel XV secolo dal cronista Anselmo di Parengar.

Lo scrittore ebreo J. Münz (Jüdisches Leben im Mittelalter, Leipzig, 1930) descrive l’ebreo “Giuseppe al cigno d’oro” come forse il più grande finanziere del XVI secolo. Egli era al tempo stesso prestatore di denaro, artigiano, cavaliere e “uomo comune” sia in città che in campagna. Avendo accumulato rapidamente ricchezze col commercio di beni acquisiti in modo disonesto, riuscì ad ingraziarsi i principi e divenne un loro prestatore; in cambio gli ebrei si fecero assegnare dai principi la riscossione delle imposte.

Quando i costosi eserciti mercenari sostituirono l’esercito cavalleresco, e quando i principi dovettero mantenere funzionari stipendiati, il bisogno di denaro crebbe ovunque ed in prima fila si fecero avanti gli ebrei. È vero che dovettero pagare somme ingenti in cambio della tolleranza. La tassa imposta agli ebrei non era però molto elevata. Le cronache dell’epoca raccontano che la ricchezza degli ebrei non sembrava essersi esaurita, e che anzi le loro pratiche usurarie erano in ascesa per il fatto che soddisfacevano la necessità di un facile accesso al capitale. L’attività di ricettazione continuò senza subire alcun danno.

Proprio grazie alla ricettazione e all’usura, unitamente ad altre attività ad esse correlate, l’ebreo di corte dei secoli XVI, XVII e XVIII accumulò ingenti fortune, le quali gli offrirono nuove e più vantaggiose opportunità di guadagno.

Anche prima della Guerra dei Trent’anni singoli ebrei avevano raggiunto posizioni influenti presso le corti principesche. Alla fine del XV secolo l’ebreo Josel Rosheim, già cambiavalute, anche se non era un ebreo di corte in senso stretto acquisì notevole influenza presso l’imperatore Carlo V e suo fratello, il re Ferdinando.

Conosciamo i nomi di alcuni di questi ebrei di corte: Michel von Derenburg, menzionato da Lutero come “ricco ebreo”, divenuto consigliere privato d’alto rango, negoziava prestiti, commerciava in materiale bellico, reclutava personalmente truppe e possedeva numerose case in varie città tedesche; l’ebreo Lippold, probabilmente, dice von Leers, uno dei più terribili sfruttatori del popolo berlinese, tra l’altro prestatore su pegno, gestiva la zecca di Brandeburgo e divenne immensamente ricco; l’ebreo Gabriel di Salamanka era altrettanto odiato dal popolo. Nulla dimostra l’influenza degli ebrei e il loro potere finanziario meglio del fatto che nel 1599 l’arcivescovo Ernst di Colonia permise agli ebrei di applicare tassi d’interesse maggiori di quelli legali e che durante la Guerra dei Trent’anni l’imperatore Ferdinando II impedì ai suoi capi militari di attentare ai loro beni.

Dopo la Guerra dei Trent’anni gli ebrei di corte (tra i più noti Leiman Gompertz, Salomon Elias, Joseph Pinkerle, Mausche e Jacob Margburger, Jacob Bassewi Batscheba Schmieles) erano fornitori militari e gestori delle entrate fiscali. Sotto Leopoldo I l’ebreo Oppenheimer era il vero padrone della corte viennese. Il cancelliere di Stato Ludewig riferisce che nell’anno 1690 la famosa famiglia ebraica degli Oppenheimer prosperava tra i mercanti e i cambiavalute non solo d’Europa, ma di tutto il mondo colto, soprattutto a Vienna, e che le questioni più importanti dipendevano dal lavoro e dall’affidabilità degli ebrei. Quando venne arrestata una banda di ricettatori ebrei, Oppenheimer li difese vigorosamente. Presso la corte imperiale erano attivi e influenti anche gli ebrei Wolf Schlesinger e Level Sinzheim, che procuravano prestiti allo Stato.

Le corti minori dipendevano in parte dal favore finanziario degli ebrei come un impiccato al proprio cappio. Oltre all’ebreo di corte vero e proprio si impose anche la figura dell’agente ebreo che, oltre ad altre attività, procurava prestiti ai principi minori delle città. L’ebreo portoghese Daniel Abensur all’inizio del XVIII secolo era assai influente ad Amburgo presso la corte reale, così come l’ebreo Berend (Baruch) presso la corte di Hannover, e gli ebrei Michel May e Lemte Moses presso la corte del Palatinato. Ciò consentì agli ebrei di arricchirsi a dismisura, come è attestato fra l’altro dai registri degli ebrei di corte di Bayreuth stilati dal rabbino Eckstein.

Uno degli ebrei di corte più noti è il famigerato Süss Oppenheimer, che seppe guadagnarsi la fiducia del principe Carlo Alessandro del Württemberg, si arricchì tramite speculazioni e pratiche usurarie, diventando di fatto il sovrano del piccolo Stato, e che alla fine però fu giustiziato.

Von Leers osserva che sarebbe tuttavia un errore vedere la principale fonte della ricchezza ebraica nel XVIII secolo nelle attività economiche degli ebrei di corte. In un certo senso, questi non erano che dei precursori nei secoli XVII e XVIII dell’accumulazione del capitale ebraico. Altre ricchezze affluivano in Germania dagli ebrei spagnoli e portoghesi, impegnati nel grande commercio, nella tratta e nello sfruttamento degli schiavi neri. Dal 1612 fu permesso loro di risiedere ad Amburgo. Dodici finanzieri ebrei ebbero una parte nella fondazione della banca della città. Mezzo secolo dopo il predicatore protestante Schoppius lamenta che gli ebrei hanno accumulato così tanto denaro e sono diventati così potenti da mettere in ombra le vecchie corti imperiali tedesche.

Il furto organizzato fu un’altra importante fonte di guadagno per gli ebrei. La Germania fu invasa da bande di ebrei provenienti dalla Polonia che si dedicavano alla ricettazione e all’organizzazione vera e propria di furti. Fra il 1790 e il 1810 queste bande, spesso istigate dagli stessi ricettatori, depredarono su vasta scala la Renania, il Mecklenburgo e la Baviera. Per tutto il XVII e XVIII secolo abbondarono processi contro gli ebrei per furto e rapina di gruppo. Su una delle bande più pericolose, quella organizzata alla fine del XVIII secolo in Renania da Moses Abraham e figli, siamo informati dagli appunti sulle bande di ladri su entrambe le sponde del Reno del pubblico ministero Keil di Colonia (1804).

Altri documenti attestano le pratiche commerciali disoneste degli ebrei per accumulare ricchezze. Il XVIII secolo è pieno delle lamentele disperate da parte dei lavoratori sui metodi commerciali fraudolenti degli ebrei. Sombart ha stilato una lunga lista di ebrei che avevano accumulato grosse ricchezze.

Se nel periodo precedente all’interno delle comunità ebraiche esisteva un gruppo relativamente esiguo con fortune molto ingenti (ebrei di corte, agenti di corte, cambiavalute e grandi mercanti), mentre la maggior parte degli ebrei viveva nei quartieri ebraici e generalmente non era ricca, tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, e per tutto l’Ottocento, la storia dell’accumulazione del capitale ebraico subisce un’accelerazione.

All’inizio del secolo la criminalità ebraica dedita al furto e alla rapina conobbe un forte risveglio, ma furono soprattutto l’emancipazione e le leggi sulla libertà di commercio che portarono ad un arricchimento della popolazione ebraica, la quale seppe sfruttarle abilmente.

Nel 1842 un attento osservatore denunciava la libertà incondizionata di commercio come la causa principale dell’aumento degli usurai e degli speculatori ebrei e dell’impoverimento della classe artigiana. Queste lamentele continuarono per tutto il secolo. Improvvisamente anche il più piccolo ebreo si trovò nella posizione di guadagnare molto denaro cominciando col vendere cianfrusaglie e finendo col fondare grandi magazzini di lusso trafficando sulla compravendita delle merci.

I capitali maggiori provenivano tuttavia dalle attività finanziarie, dalle speculazioni e dalla creazione di società per azioni. Il loro più grande successo fu la fondazione della Deutsche Reich Bank, nel cui comitato interno figuravano tra gli altri i banchieri ebrei Rothschild, Bleichröder, Mayer.

Spesso il povero contadino tedesco cadeva nelle mani degli usurai ebrei, che controllavano completamente il mercato del bestiame. Essi riuscirono a monopolizzare su vasta scala anche il mercato dei cereali. Libertà di commercio nelle città; libertà di usura; libera divisione delle terre: tutto ciò offrì agli ebrei nuove opportunità di arricchimento, non di rado ricorrendo a frodi e truffe, come comprovano alcuni processi dell’epoca.

All’inizio del Novecento la ricchezza degli ebrei sul suolo tedesco era stimata in circa 10 miliardi di marchi. La loro influenza era dominante praticamente in tutti i settori chiave, come mostrano le statistiche demografiche. Von Leers scrive che l’ebraismo era diventato così ricco che stava sempre di più prendendo il controllo delle cariche più importanti dello Stato ed era sulla buona strada per diventare la nuova classe dirigente del paese.

In particolare, la storia delle famiglie Rothschild e Bleichröder, questi banchieri e speculatori, questi avvoltoi della finanza, che viene delineata succintamente, riassume perfettamente la storia dell’ascesa del capitale ebraico, in Germania come altrove, e la sua influenza nella politica governativa delle nazioni. Accanto a loro, una pletora di banchieri, uomini politici, capitalisti ebrei, tutti influenti, puntualmente citati, fino ai vari Albert Ballin, Rudolf Mosse, Leopold Ullstein, Felix Deutsche e la famiglia Rathenau.

L’ebraismo realizzò profitti particolarmente consistenti nel corso della prima guerra mondiale, ed anche negli anni del dopoguerra, grazie a complicità, corruzioni e attività criminali varie.

Von Leers conclude affermando che la maggior parte del capitale ebraico si è formato lungo i secoli in modo truffaldino e criminale, o quanto meno in un modo altamente discutibile.

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