Carlo Barduzzi: Cinque espulsioni di giudei dalla Francia

Materiali storico-bibliografici per lo studio della questione ebraica

 

CARLO BARDUZZI: CINQUE ESPULSIONI DI GIUDEI DALLA FRANCIA

 

(«La Vita Italiana», giugno 1939, pp. 727-733)

 

Prima espulsione (1182)

 

Il primo provvedimento di espulsione di giudei da territori francesi viene decretato da re Filippo II Augusto nell’aprile del 1182.

Il decreto reale è la risultante del malumore diffuso nel clero, nella nobiltà, nel popolo, per le consuete tre manifestazioni perturbatrici del giudaismo: l’ostinato proselitismo religioso in mezzo ai cristiani mediante il tentativo di dimostrare la superiorità della credenza religiosa ebraica, l’usura e il mal costume.

Nel clero e nella nobiltà vi è chi, avendo intessuto affari con giudei è propenso a difenderli, ma la grande maggioranza è loro ostile ed esterna la necessità di frenare l’accaparramento dei beni fondiari da parte dei giudei. Il re quindi stabilisce che i proscritti possano portare con sé i loro beni mobili, ma debbano lasciare gli immobili che vengono confiscati a favore dello Stato. Le sinagoghe sono donate al clero cattolico che le deve trasformare in chiese.

Il dominio reale era allora poco esteso; cacciati quindi da Parigi, Orleans e Bourges i giudei trovano residenza nelle provincie vicine e soprattutto nella Sciampagna. Il re non se ne dimostra soddisfatto e attende il momento opportuno per far sentire, anche in quelle contrade, il suo potere. A Bray-sur-Seine nella Sciampagna, nel 1191, un cristiano uccise un giudeo; i parenti di questo ottengono che l’uccisore sia condannato ad essere impiccato e la esecuzione deve avere luogo il giorno di Purim, come è noto, giorno di esultanza per i giudei poiché rammenta loro la vittoria della regina Ester e di Mardocheo, nonché l’impiccagione del persiano Aman.

I giudei non si accontentano dell’accordata punizione, ma legate le mani al condannato e messogli in capo una corona di spine, prima di condurlo al patibolo, gli fanno attraversare le strade della città. Il popolo si sente offeso nella sua credenza cattolica, il re informatone monta in collera, per cui parte all’istante per Bray-sur-Seine e fatte arrestare le famiglie più ricche della comunità, ordina loro di lasciare il paese; buon numero di esse si trasferisce al di là della Manica.

Trascorso qualche anno, alcuni nobili fanno presente al re che la presenza dei giudei sarebbe utile per cavarne denaro: essi li considerano come delle spugne da spremere, quando si sono imbevute; il re finisce col cedere ed accorda il ritorno dei giudei nei suoi dominii, ma poco dopo si è di nuovo da capo con le lagnanze del popolo, pel rifiorire dell’usura, ed interviene anche la Chiesa.

Papa Innocenzo III, che al principio del suo pontificato si era mostrato benevolo, mosso da una generosità naturale e nella speranza di addurli alla conversione, quando più tardi constata la vanità dei suoi sforzi, cambia decisamente d’attitudine. Rimprovera a Filippo II Augusto di non aver tenuto conto delle leggi canoniche che regolano i rapporti tra cristiani e giudei, essendo stato permesso ai giudei di conservare nutrici e domestici cristiani; di avere lasciato che a Sens sia costruita una sinagoga che passa in altezza la chiesa vicina, e nella quale si prega a voce tanto alta che gli uffici cristiani ne vengono disturbati; infine che ai prestatori giudei siano accordate facilitazioni veramente eccessive, il che ritiene indegno di un re cristiano.

Più di un nobile protesta contro l’intervento dell’autorità della Chiesa a favore del popolo; Ottone II di Borgogna nel 1205, scrive al Papa perché sia tolta la bolla che libera i crociati dai loro debiti verso i giudei essendoché questi affermano che privati di tal cespite non possono pagare al Duca quanto egli chiede.

Nel 1209, nel concilio di Avignone viene deciso di allontanare ogni giudeo da funzioni pubbliche; ma l’azione più decisiva condotta da papa Innocenzo III – che ebbe geniale intuito dei gravi rischi cui si esponeva la Chiesa lasciando che il male si espandesse – si manifesta nel decimo concilio del Laterano nel 1215, che stabilisce, tra l’altro, che ogni giudeo debba portare un segno distintivo e ciò per l’imperiosa necessità di evitare le unioni miste; occorre ricordare che il segno distintivo era stato applicato un secolo prima da sovrani musulmani. In Italia, in Francia, in Spagna, come segno si adotta una ruota che i giudei devono portare sul petto ed è di colore giallo zafferano; per le donne esso è sostituito da un velo denominato «oralia» o anche «cornalia».

I successivi concili di Narbona (1227), di Arles (1240), di Beziers (1246), di Albi (1254), di Arles (1260), di Nimes (1284), di Avignone (1326 e 1327), di Vabres (1368) rinnovano la prescrizione che, è confermata dai re di Francia Luigi il Santo (1269), Filippo II il Coraggioso (1271), Filippo IV il Bello (1288), Luigi X il Testardo (1315), Filippo V (1317), Giovani il Buono (1363), Carlo V (1373).

Chi non avesse portato il segno distintivo era passibile di ammenda o di punizione corporale, ma quest’ultima è raramente applicata.

Il successore di Filippo II Augusto, ascoltando la voce del popolo deve limitare l’usura giudaica e l’8 novembre 1223, con l’assenso della nobiltà e del clero, decreta che gli interessi delle somme dovute ai giudei cessino di decorrere a partire dalla data dell’ordinanza e che i capitali dovuti ai giudei debbano essere rimborsati nel tempo di tre anni; i giudei dovranno far registrare i loro crediti prima del 2 febbraio 1224, sotto il controllo dei loro signori. Del pari vien fatta proibizione ai giudei di servirsi di un sigillo particolare per autenticare le loro lettere di credito, al posto del quale vale solo il sigillo signorile; infine né il re né i baroni hanno diritto di accogliere nuovi giudei nei loro dominii.

Bianca di Castiglia, reggente dopo la morte di Luigi VIII rinnova le misure già prese con un editto del 24 giugno 1227. Luigi IX, il Santo, nel dicembre 1230 a Melun pubblica un editto, contrassegnato da alcuni suoi baroni e consacrato alla questione della usura. Il giovane re dà prova di umanità nella speranza di arrivare ad impedire che i giudei si dedichino al commercio del denaro.

Il re ha messo nel bilancio delle spese un capitolo per l’«opera pia della conversione»; non solo il risultato è nullo, ma la contro propaganda dei missionari giudei inquieta la Chiesa che ragionevolmente non ammette le dispute tra clero e giudei ed il re stabilisce «che nessun buon sacerdote, deve discutere con quella gente là».

Per confondere per sempre questi che egli chiama i nemici di Dio, Luigi IX nel 1240 ordina una solenne e pubblica discussione sul Talmud; è stato un giudeo convertito, a nome Nicola Donin, a dare l’idea; egli si è fatto domenicano a seguito di una controversia con il gran rabbino di Parigi, Ye’hiel, e denunzia il Talmud come un’opera piena di bestemmie e d’immoralità. In conseguenza il papa ordina ai re di Francia, d’Inghilterra, d’Aragona e di Castiglia e a tutti i vescovi di questi paesi, di prendere possesso di tutti gli esemplari di detta opera; essi vengono raccolti a Parigi ed è condotta una indagine al fine di verificare la consistenza delle accuse del giudeo convertito Donin.

La tesi cristiana è difesa da Eudes de Châteauroux, cancelliere dell’Università di Parigi; da Guglielmo d’Auvergne arcivescovo della capitale, e da Nicola Donin; il giudaismo è rappresentato da quattro rabbini, Ye’hiel di Parigi, Moise di Coucy, Juda di Melun e Samuele ben Salomon.

Esistono i resoconti di tali dispute, sia in latino che in ebraico; da una parte e dall’altra gli avversari si sono minuziosamente preparati. La disputa non è del resto che il seguito, di quella già aperta dai vescovi Agobardo ed Amolon in tempi precedenti con scritti divenuti famosi. Nell’ XI secolo era già apparso in Inghilterra uno scritto in latino di Gilbert Crepin «Disputa di un giudeo con un cristiano» ed in Francia c’era stata una fioritura di opere di questo genere come la «Disputa tra la Sinagoga e la Santa Chiesa». Certo Nathan l’Officiale, vale a dire delegato giudiziario, aveva replicato con lo scritto «Joseph Hamequané» che significa Giuseppe il zelatore.

Nella disputa di Parigi emerge che il Talmud non si può considerare come vogliono i giudei la continuazione naturale della Torà, cioè della Legge, e si deve ritenere un ammasso d’immoralità e di venefici attacchi al Cristianesimo; è dunque condannato ad essere bruciato nonostante l’intervento in favore dei giudei dell’arcivescovo di Sens accusato poi per tal fatto dal clero di essere corrotto dall’oro giudaico, anche per la sua morte, avvenuta in circostanze drammatiche poiché cade colpito da apoplessia nel 1241 mentre si presenta a San Luigi, per perorare la causa del Talmud. Il re vede nella sua morte un segno divino; ci vuole tuttavia ancora qualche tempo per raccogliere tutti gli esemplari e nel giugno del 1242 ventiquattro carri di libri condannati, vengono bruciati sulla piazza di Grève.

L’avvenimento ispira al giudeo Meier di Rothenburg un’elegia; i giudei di Roma osservano un giorno di digiuno: molte copie però sono state occultate per cui il 15 maggio 1248 viene rinnovata, in termini più categorici la condanna del Talmud ed altre copie vengono bruciate. Ciò non pertanto negli anni seguenti la caccia ai libri esecrandi è sempre fruttifera (…)

Sotto il regno di Filippo III, successo a Luigi IX, nel concilio di Bourges viene interdetto ai giudei di abitare la campagna allo scopo di impedire che essi non falsino le idee religiose dei contadini; il re proibisce la costruzione di nuove sinagoghe ed il possesso di copie del Talmud e di altri scritti condannati. Gli succede nel 1285 Filippo IV il Bello.

 

Seconda espulsione (1306)

 

Durante il regno di tale re avviene la seconda espulsione, motivata dalle stesse ragioni della prima; il 22 luglio 1306 il re ordina la confisca dei beni immobili dei giudei e li espelle dal territorio del regno; essi si difendono alla maniera consueta cercando cioè di avere dalla propria qualche potente signore che ha bisogno del loro oro e che fa presente al re che non si possono liquidare le proprietà dei giudei senza la loro presenza, cosicché il re l’11 gennaio 1310 pubblica un’ordinanza con la quale i debiti verso i giudei rimontanti a più di venti anni debbono essere pagati e per permettere di fornire indicazioni su questi crediti, poi riconosciuti fantastici, autorizza alcuni giudei a fare ritorno in Francia; ma poiché il loro soggiorno si prolunga senza vantaggi pel tesoro, anzi con danno essendoché se qualche caso è reale, viene regolato per transazione, il re il 22 agosto 1311 promulga il terzo decreto di espulsione.

 

Terza espulsione (1311)

 

Esiliati dai dominii della corona, i proscritti si portano nelle provincie limitrofe; quelli del mezzogiorno in Provenza; quelli del Nord-Est nella Francia Contea, in Lorena, in Alsazia. Marsiglia ne accoglie un buon numero mentre i fuggitivi della Linguadoca si raccolgono a Tarascona.

Ma il 29 luglio 1312 Filippo III autorizza di bel nuovo alcuni di essi a rientrare nei suoi dominii sotto scorta però, e guardati a vista da un funzionario a ciò adibito. Essi debbono utilizzare il breve lasso di tempo loro concesso per il recupero dei loro crediti, finito il quale, è inteso, devono lasciare il territorio. Il re si attende da questo ricupero di somme che lo Stato ne tragga vantaggio; invece i risultati sono meschini. I giudei accusano i funzionari di prevaricazione, nascono dei torbidi e nel 1314 poco prima della morte del re, nobili, clero e popolo chiedono di partecipare al potere.

Gli succede il figlio, Luigi X, detto il Testardo; questi inopinatamente con una ordinanza del 28 luglio 1315 richiama nei suoi territori tutti i giudei, che suo padre aveva cacciato, pur limitando il loro soggiorno a dodici anni che possono anche essere ridotti. I giudei si impegnano a pagare 225.000 lire per poter entrare e a una contribuzione annuale di 10.000. Il re li prende sotto la sua protezione, ciò che nessun capetingio aveva fatto sino allora, e per realizzare le sue promesse nomina una commissione incaricata di occuparsi degli affari giudaici; concede che siano loro restituite le sinagoghe, che possano rientrare in possesso dei loro immobili allo stesso prezzo al quale erano stati venduti dopo il 1306. Ingenuamente poi, rinnova le raccomandazioni di San Luigi, cioè che essi si dedichino a professioni manuali o a commerci leciti; nel caso che le circostanze li conducano a prestare del denaro non devono percepire più del 43 1/3 per cento d’interesse, e non hanno diritto di capitalizzare gli interessi; d’altra parte è confermato l’obbligo del segno distintivo della cosiddetta «rouelle» o rotella e la proibizione di discutere di questioni religiose.

 

Quarta espulsione (1322)

 

Filippo V, detto il Lungo che succede a Luigi X, da principio segue le orme del predecessore; ma i giudei, ritornando nelle loro antiche residenze, non trovano l’atmosfera favorevole di un tempo. Il popolo inacidito da una lunga serie di disillusioni, manifesta diffidenza. A San Quintino un medico a nome David è accusato di avere fatto morire parecchi cristiani tra i quali un ecclesiastico al quale doveva del denaro. A Chinon, nel 1317, i giudei sono accusati di avere ucciso un fanciullo cristiano e due di essi vengono impiccati.

Col solito mezzo dell’usura tornano ad ammassare denaro; il Parlamento di Parigi condanna la comunità giudaica a pagare 150.000 lire d’ammenda; il versamento di questa somma dà luogo a trattative che continuano sotto il regno di Carlo IV, fratello e successore di Filippo V e che conducono ad un compromesso del 20 febbraio 1322. Ma il 24 giugno, dello stesso anno, essendo stata pagata solo la metà della somma, il re incollerito ordina che tutti i giudei debbano lasciare il territorio.

Sino al 1359 non vi è più una questione giudaica nel regno. Durante la cattività di re Giovanni il Buono in Inghilterra, suo figlio Carlo, autorizza i giudei a far ritorno in Francia. La sua ordinanza che data, dal gennaio del 1361 è confermata poi il 26 aprile 1361 da un’altra del re Giovanni che è piuttosto curiosa poiché essa divide i giudei in tre categorie: quelli che vogliono definitivamente fissarsi in Francia: quelli che vengono in Francia per affari e quelli che vi entrano come viaggiatori (…)

 

Quinta espulsione (1394)

 

Il successore di Carlo V, suo figlio Carlo VI, non ha che 12 anni quando monta sul trono. Il duca d’Anjou che tiene la reggenza, si limita ad accordare una dilazione di venti anni alla facoltà accordata da Giovanni il Buono per lo stabilimento in Francia. Ma il popolo di Parigi già scontento per i nuovi balzelli imposti dal reggente, invade il quartiere giudeo e lo mette a sacco. Carlo VI è da principio generoso verso di essi, cerca di riparare i danni che hanno subìto, procura di farli rientrare in possesso dei beni che possedevano prima dell’espulsione, dà loro consenso di agire contro i debitori.

Ma questa generosità, se da parte giudea non gli apporta alcun beneficio, da quella del suo popolo gli procura dell’odio. Un nuovo incidente lo decide a ritornare sui suoi passi. Un ricco mercante, Denys Machault, che si era convertito al cristianesimo scompare e si accusano i giudei di averlo attirato in un agguato. Sette dirigenti della comunità vengono arrestati e condannati a morte. Il Parlamento di Parigi stima la sentenza troppo rigorosa e condanna gli accusati a rimanere in prigione sino a tanto che il mercante sia stato ritrovato e nel contempo ad essere battuti tre volte la settimana, sulla pubblica piazza.

Il mercante non viene rintracciato e questo affare dà il colpo di grazia alla sorte della comunità. Il 15 luglio 1394 Carlo VI, firma un editto, col quale espelle tutti i giudei, dando loro un mese di tempo per preparare la partenza. Nel contempo ordina che non siano molestati; i giudei di Parigi vengono accompagnati fuori della città sotto scorta; tutto ciò che i proscritti non possono portare con sé, viene confiscato a favore dello Stato. Il 23 marzo 1395 lo stesso Carlo VI emana un’altra ordinanza con la quale annulla tutti i crediti dei giudei per modo che questi non hanno più ragione di far ritorno per l’esazione degli stessi.

Con questa data si chiude il primo periodo della storia del giudaismo in Francia. Dovranno passare più di quattro secoli prima che la questione ritorni ad affiorare e sono secoli in cui la Francia raggiunge la sua unità nazionale, i secoli d’oro della sua storia (…).

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