
Qualche anno fa, acquistai il volume “Apocalisse ieri oggi e domani – Atti della giornata di studio in memoria di Eugenio Corsini (Torino, 2 ottobre 2018).
Si tratta di un volume di 172 pagine che raccoglie vari contributi in memoria dell’illustre studioso (che era morto nel marzo di quello stesso anno), contributi tra i quali spicca quello del professor Edmondo Lupieri:
L’Apocalisse dopo Corsini: un’eredità in evoluzione (pp. 19-28).
Lupieri ricorda di aver conosciuto Corsini da giovane, dopo aver ultimato gli studi, e di essersi subito convinto che, riguardo all’Apocalisse, “Corsini aveva ragione” (p. 20). Nel corso del suo contributo, Lupieri disquisisce a lungo sulla novità più rilevante della lettura corsiniana: quella di aver identificato la prostituta Babilonia con la Gerusalemme del I secolo.
Scrive Lupieri (p. 21):
“L’intuizione particolare, pilastro centrale nell’esegesi corsiniana del testo dell’Apocalisse, è che la figura della “donna” nel libro indichi sempre una realtà storica legata al giudaismo e, in particolare, che “la prostituta, quella grande”, che è anche una città, chiamata spiritualmente Babilonia, ed Egitto, non sia Roma, bensì Gerusalemme. Di questa intuizione vorrei parlarvi, perché su essa ci siamo arrampicati, come i nani proverbiali sulle spalle del gigante, alcuni di noi, della mia generazione, e su essa ancora si stanno arrampicando ora studiosi più giovani, sempre su posizioni di minoranza nel mondo degli studi accademici dell’Apocalisse”.
Sostiene Lupieri (p. 21) che questa intuizione di Corsini non solo rimane minoritaria ma che procurò al suo autore, in ambito accademico, persino il sospetto di antisemitismo!
Prosegue Lupieri (pp. 23-24):
“La ‘prostituta’ è una realtà giudaica con attributi sacerdotali e, in quanto città, ha precisamente quegli attributi che la tradizione profetica e apocalittica giudaica, da Ezechiele a Qumran, in massima parte attribuisce a Gerusalemme. Una tale lettura storicizza fortemente il testo, lo lega alla tragedia spaventosa del 70 d.C., ai massacri del genocidio perpetrato dai Romani, spiegato agli antichi fedeli come la punizione di una leadership indegna, di un sacerdozio corrotto, di un giudaismo incapace di conversione e quindi di salvezza. La frustrazione dei seguaci di Gesù, che dovevano constatare la non-conversione degli altri Giudei, si esprimerebbe prima con l’accusa tradizionalmente profetica di ‘prostituzione’ e quindi con l’amara consapevolezza che l’intervento militare romano altro non rappresentava se non la mano punitrice di Dio”.

Il prof. Eugenio Corsini
Da parte mia, osservo che non mi meraviglia il fatto che Corsini sia stato sospettato di antisemitismo: non è un caso infatti che oggi, proprio la lettura che più lega l’Apocalisse agli eventi del 70 d.C. (e quindi alla Guerra Giudaica tramandataci da Flavio Giuseppe), quella degli esegeti detti “preteristi”, venga spesso etichettata negli Stati Uniti come antisemita.
In ogni caso, almeno in questo, sono d’accordo con Lupieri: Corsini aveva ragione nell’identificare la Babilonia apocalittica con Gerusalemme.
Corsini aveva ragione anche nel rifiutare la tesi di uno stretto rapporto tra l’Apocalisse e gli scritti apocalittici giudaici: come ricorda Wikipedia, “il punto di riferimento fisso è per Giovanni l’Antico Testamento, soprattutto Genesi, Esodo, Daniele, Ezechiele e Zaccaria”.
Dove personalmente non sono d’accordo con Corsini è nel pervicace rifiuto dello studioso torinese di attribuire all’Apocalisse il suo carattere di profezia, intesa quale predizione di un evento futuro. E l’evento in questione è costituito proprio dalla Guerra Giudaica degli anni 66-70 d.C., come hanno bene evidenziato i preteristi, ed in particolare uno studioso come Kenneth Gentry. Quella di Giovanni è stata una profezia a breve scadenza: una profezia messa per iscritto probabilmente negli anni Sessanta del primo secolo, poco prima della persecuzione neroniana scatenatasi contro i cristiani, e della ribellione della nazione ebraica contro i Romani. Da questo punto di vista Giovanni è l’Ezechiele del Nuovo Testamento. Anche Ezechiele, infatti, aveva profetizzato, e profetizzato a breve scadenza, nel sesto secolo avanti Cristo, l’assedio e la distruzione di Gerusalemme come conseguenza di una punizione divina[1]. E, come Ezechiele, Giovanni descrive la sopravvivenza di un piccolo “resto” di israeliti fedeli a Dio, che scampano alla catastrofe. Vediamo i rispettivi passi. Ecco la punizione di Gerusalemme descritta da Ezechiele:
“Quindi, mentre ascoltavo, chiamò a gran voce: «Avvicinatevi voi che dovete punire la città, ciascuno con l’arma della distruzione in mano». Ed ecco, sei uomini venivano dalla direzione della porta superiore che è rivolta verso settentrione, ciascuno con in mano l’arma di morte; con essi, c’era un uomo vestito di lino, con un astuccio da scriba ai lombi. Come furono arrivati si fermarono all’altare di bronzo. La gloria del Dio di Israele si era, intanto alzata dai Cherubini sui quali stava, per portarsi sulla soglia del Santo. Quindi, chiamò l’uomo vestito di lino con l’astuccio da scriba ai lombi; Jahve disse a lui: «Passa attraverso la città, attraverso Gerusalemme, e fa’ un thau sulla fronte degli uomini che sospirano e gemono per tutti gli abomini che si commettono in essa». Agli altri, poi, ingiunse, mentre io ascoltavo: «Attraversate la città dietro di lui e colpite: il vostro occhio non abbia compassione e siate senza pietà. Uccidete fino allo sterminio vecchi, giovani, vergini, bambini e donne; non vi avvicinerete però ad alcuno che abbia su di sé il thau; cominciate dal mio santuario»” (Ezechiele 9, 1-6).
Ed ecco invece come Giovanni descrive il nuovo “resto” di Israele:
“Dopo ciò vidi quattro angeli ritti ai quattro angoli della terra, che trattenevano i quattro venti della terra affinché vento non soffiasse sulla terra né sul mare né su alcun albero. E vidi un altro angelo che saliva dall’Oriente, che aveva un sigillo del Dio vivente, e gridò a gran voce ai quattro angeli ai quali fu dato il compito di danneggiare la terra e il mare, dicendo: «Non danneggiate la terra né il mare né gli alberi, finché non abbia segnato col sigillo i servi di Dio nostro sulle loro fronti». E udii il numero dei segnati col sigillo: 144.000 segnati col sigillo da ogni tribù dei figli d’Israele” (Apocalisse 7, 1-4).
L’affinità di questi due brani mi sembra innegabile e tuttavia sull’interpretazione del brano di Giovanni i giudizi di Corsini e di Lupieri divergono. Secondo Corsini, i 144.000 segnati col sigillo sono gli ebrei veterotestamentari che hanno ottenuto la vita eterna, mentre per Lupieri sono “i salvati dall’Israele storico, come un elemento (le «tribù») insieme con il resto del mondo («gente…e popoli e lingue»)[2].

Il prof. Edmondo Lupieri
Quindi, per Corsini gli ebrei segnati col sigillo NON sono cristiani mentre per Lupieri lo sono e, come tali, fanno parte della totalità della Chiesa. Su questo punto, mi trovo d’accordo con Lupieri e in disaccordo con Corsini. I venti, la terra, il mare, gli alberi, sono tutti elementi che ci inducono a pensare che la visione di Giovanni si riferisca al mondo terreno, e quindi a esseri umani viventi: a quelli che stanno per essere danneggiati dai castighi angelici e a quelli che, in virtù del sigillo, scamperanno ai predetti castighi. Gli ebrei veterotestamentari, nell’epoca in cui Giovanni ebbe la visione, erano ormai defunti, e quindi appartenevano all’ordine ultraterreno: non avevano più bisogno di essere protetti da eventi terrestri.
Quindi, riassumendo, il sigillo sulla fronte menzionato in Apocalisse 7 ha la stessa valenza protettiva del thau di Ezechiele 9, come pure del sangue sopra le case del capitolo 12 del libro dell’Esodo, e in effetti l’Apocalisse può essere considerata un nuovo Esodo, in quanto prescrive la fuga, da parte dei seguaci del Messia Gesù, dalla mortifera Gerusalemme, diventata ormai irrimediabilmente “Sodoma ed Egitto” (Apocalisse 11, 8).
In ultima analisi, Corsini non ha voluto capire che l’Apocalisse non costituisce solo una meditazione sul significato della morte e resurrezione di Gesù ma predice e profetizza eventi destinati ad accadere a breve scadenza rispetto alle visioni descritte dal veggente di Patmos: “Rivelazione di Gesù Cristo, che Dio gli diede per mostrare ai suoi servi ciò che deve avvenire presto…” (Apocalisse 1, 1).
Adesso domandiamoci: quale è stato il destino dei membri delle dodici tribù di Israele, quelle elencate da Giovanni nel predetto brano dell’Apocalisse, che non sono stati protetti dal sigillo angelico? Personalmente, e non da oggi, seguo a tal proposito l’esegesi preterista, che vede adombrato nei castighi descritti dall’Apocalisse il destino della nazione giudaica che ha fatto mettere a morte il Messia e che trova la propria nemesi ribellandosi ai Romani.
Mentre, lo sappiamo da Eusebio di Cesarea, i cristiani di Gerusalemme riuscirono a scampare alla catastrofe della guerra rifugiandosi a Pella poco prima dell’inizio delle ostilità. E quindi, da questo punto di vista, il castigo di Gerusalemme-Babilonia, descritto nei capitoli 17 e 18 dell’Apocalisse, costituisce una ricapitolazione dei castighi descritti nei settenari dei sigilli, delle trombe e delle coppe.
A questo punto, vorrei riferire ai miei lettori il fatto che nei giorni scorsi, su questo, come su altri argomenti, ho deciso di consultare, su Google, l’Intelligenza Artificiale (IA). Ho quindi posto alla IA la seguente domanda:
È possibile che la Babilonia dell’Apocalisse sia Gerusalemme e non Roma?
La risposta dell’Intelligenza Artificiale è stata:
«Sì, è un’ipotesi esegetica molto discussa e sostenuta da diversi studiosi. L’identificazione della “Babilonia” dell’Apocalisse con Gerusalemme (chiamata anche prospettiva preterista) si scontra però con la tesi più tradizionale che vede in Babilonia la città di Roma».
L’IA ha quindi proseguito elencando sia gli argomenti a favore di Gerusalemme che gli argomenti a favore di Roma.
Argomenti a favore di Gerusalemme
- Il sangue dei profeti: In Apocalisse 18:24 viene detto che in Babilonia si trova il “sangue dei profeti e dei santi”. Molti commentatori sottolineano che, nei Vangeli, Gerusalemme è accusata di uccidere e lapidare i profeti (es. Luca 13:34).
- La distruzione del Tempio: La visione apocalittica descrive un giudizio imminente che molti studiosi collegano storicamente alla distruzione del Tempio di Gerusalemme e della città stessa da parte dei Romani nell’anno 70 d.C.
- Le analogie nei testi: In Apocalisse 11:8, la città dove il Signore fu crocifisso viene paragonata allegoricamente a “Sodoma ed Egitto”.
Argomenti a favore di Roma
- La città sui sette colli: Apocalisse 17:9 afferma che la donna siede su “sette monti” o “sette colli”, un’immagine che nell’antichità classica era tradizionalmente associata alla topografia della città di Roma.
- Il potere imperiale: Roma era la capitale dell’impero che dominava “i re della terra” e imponeva il suo sistema economico e religioso, caratteristiche che combaciano con la descrizione di Babilonia nei capitoli 17 e 18 del testo.
Sin qui, le risposte dell’Intelligenza Artificiale. Per quanto riguarda gli argomenti a favore di Roma, almeno uno (il primo) mi sembra decisamente errato. Apocalisse 17, 9 infatti non afferma che la donna (la prostituta) siede su “sette monti”, bensì che è seduta sulla “fiera”: le sette teste che “sono sette monti” sono quelle della fiera (su cui la donna è seduta). È la fiera ad essere identificabile con Roma (come ha giustamente sostenuto Corsini).
Ho fatto poi un’altra domanda all’Intelligenza Artificiale. La domanda è la seguente:
Che possibilità ci sono che l’Apocalisse sia stata scritta all’epoca di Nerone Imperatore?
La risposta della IA è stata:
«Le possibilità che l’Apocalisse sia stata scritta all’epoca di Nerone (o subito dopo la sua morte, attorno al 68-69 d.C.) sono molto alte e costituiscono una delle principali tesi sostenute dagli studiosi moderni. Questa teoria, detta “preterista”, si basa su prove testuali e storiche estremamente solide.
«I principali elementi a supporto di questa datazione includono: Il Numero della Bestia (666 o 616): Nell’antichità, lettere e numeri condividevano lo stesso sistema (la gematria). Sommando il valore numerico in ebraico delle consonanti del titolo di Nerone Cesare (Neron Kaisar), si ottiene esattamente 666. In molti manoscritti antichi il numero è 616, che corrisponde alla variante del nome senza la “n” finale (Nero Kaisar), dimostrando che i primi cristiani stavano proprio calcolando il nome dell’imperatore.
«L’Operatività del Tempio di Gerusalemme: Al capitolo 11 (Ap 11,1), l’autore descrive il Tempio di Gerusalemme come ancora in piedi e funzionante. Poiché il Tempio fu distrutto dai Romani nel 70 d.C., molti studiosi ritengono che il testo debba essere stato redatto prima di quella data».
Personalmente, non può che farmi piacere il fatto che anche la IA sostenga che la tesi preterista si basa su prove testuali e storiche “estremamente solide”. Per accertarsene, basta leggere il grande commento in due volumi di Kenneth Gentry, intitolato “The Divorce of Israel”.

Infine, riguardo al più generale carattere enigmatico dell’Apocalisse ho posto alla IA la seguente domanda:
Perché Giovanni ha scritto l’Apocalisse in forma di enigma?
E queste sono state le risposte:
«Giovanni ha scritto l’Apocalisse in forma di enigma per motivi di sicurezza politica e per fedeltà alle regole del genere letterario apocalittico dell’epoca.
«Giovanni (l’autore dell’Apocalisse di Giovanni) ha utilizzato il linguaggio enigmatico e simbolico dell’apocalittica per eludere la censura dell’Impero Romano, offrire speranza ai cristiani perseguitati e spiegare il senso della storia alla luce della fede. Il ricorso a questo stile (simile a quello del Libro di Daniele nell’Antico Testamento) rispondeva a tre scopi precisi: Protezione dai Romani: Le visioni funeste (i celebri quattro cavalieri dell’Apocalisse, il numero 666) erano messaggi in codice. Nomi di imperatori e minacce contro Roma (spesso identificata allegoricamente come Babilonia) potevano essere compresi solo dagli iniziati, proteggendo le comunità cristiane dalla repressione imperiale. Consolazione e Resilienza: Lo stile “enigmatico” in realtà usava un codice culturale condiviso per rinforzare la speranza dei fedeli. Annunciava simbolicamente che il male e i tiranni (come le “Bestie”) sarebbero stati sconfitti, incoraggiando i credenti a resistere. Rivelazione Divina: Il mistero e il simbolismo (ad esempio l’uso dei numeri come il (7), che indica totalità e perfezione) volevano comunicare che il destino del mondo è guidato da Dio, un disegno che va oltre la comprensione umana e si svela solo attraverso la fede.
«Messaggio in codice: Se Giovanni avesse criticato apertamente l’Impero Romano o predetto la caduta dell’imperatore, il testo sarebbe stato considerato un atto di alto tradimento. Le autorità romane avrebbero immediatamente distrutto lo scritto e giustiziato l’autore e i possessori del testo.
«Il libro è stato composto alla fine del I secolo d.C. (probabilmente sotto l’imperatore Domiziano), un periodo di durissime persecuzioni contro i cristiani.
«L’enigma del 666: Il celebre numero della Bestia (666 o 616) è un tipico esempio di ghematria (un sistema in cui le lettere hanno un valore numerico). Per i cristiani dell’epoca, il numero svelava il nome di Nerone Cesare (scritto in ebraico), ma per un soldato romano era solo un numero privo di significato politico pericoloso.
«Funzione pedagogica e liturgica:
«L’enigma costringeva le comunità cristiane a una lettura comunitaria e approfondita.
«Incoraggiamento spirituale: Piuttosto che una cronaca storica, lo stile enigmatico serviva a risvegliare l’immaginazione e a offrire consolazione. Mostrava che, dietro le apparenti e drammatiche vittorie dei persecutori terreni, il controllo della storia restava saldamente nelle mani di Dio.
«Uso liturgico: Il testo era pensato per essere letto ad alta voce durante le assemblee domenicali, dove i pastori potevano spiegarne i simboli direttamente ai fedeli a viva voce, evitando di lasciare tracce scritte esplicite».
Fin qui, le risposte dell’Intelligenza Artificiale. Rispetto a tali risposte, divergo su due punti: sull’identificazione della prostituta-Babilonia con Roma, e sulla datazione dell’Apocalisse (che secondo l’IA sarebbe stata scritta “alla fine del primo secolo, probabilmente sotto Domiziano”).
Sulla datazione sono perfettamente d’accordo, invece, non solo con i preteristi, ma anche con quanto a suo tempo aveva scritto uno studioso come John Arthur Thomas Robinson, secondo il quale non solo l’Apocalisse, ma tutti i libri del Nuovo Testamento sono stati scritti prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme.
Per quanto riguarda invece la necessità dei messaggi in codice, concordo. Il fatto che Giovanni sentisse la necessità di velare certe sue predizioni sotto forma di enigmi conferma la mia convinzione secondo cui i flagelli descritti nei settenari, le Bestie, i re, e la “donna-prostituta” sono tutte realtà riconducibili al primo secolo dopo Cristo.
A mio parere, l’unico brano innegabilmente escatologico del libro di Giovanni è quello che costituisce la seconda parte del capitolo 20: quello che descrive la venuta di Gog e Magog dopo il regno dei mille anni, con il conseguente Giudizio finale. E non è un caso che neanche lì l’Anticristo escatologico venga nominato.

[1] Vedi Francesco Spadafora, Dizionario biblico, Roma 1963, voce “Ezechiele”.
[2] L’Apocalisse di Giovanni a cura di Edmondo Lupieri, Fondazione Lorenzo Valla 1999, p. 155.
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