J. Nicks: La polemica contro gli ebrei e il Pugio Fidei di Raimondo Martini

Materiali storico-bibliografici per lo studio della questione ebraica

 

J. NICKS: LA POLEMICA CONTRO GLI EBREI E IL PUGIO FIDEI DI RAIMONDO MARTINI

 

(J. Nicks, La polémique contre les Juifs et le Pugio fidei de Raymond Martin, «Mélanges d’histoire offerts à Charles Moeller à l’occasion de son jubilé de 50 années de professorat à l’Université de Louvain 1863-1913 (…) I. Antiquité et Moyen Âge», Louvain-Paris, 1914, pp. 519-526. Su Raimondo Martini (Ramòn Martì) e il Pugio fidei  nel contesto della polemica antitalmudica della Chiesa cfr. Impia Judaeorum Perfidia. La Chiesa e la polemica contro il Talmud dalle origini al XV secolo, Effepi, Genova, 2121, pp. 41 sgg. Per un quadro generale della polemica della Chiesa contro gli ebrei cfr. Félix Vernet, La Chiesa e la polemica antigiudaica. Storia, storiografia e bibliografia dalle origini agli inizi del sec. XX, andreacarancini.it).

 

La molteplicità e l’uniformità sono sicuramente ciò che caratterizza al meglio le opere sorte dalla polemica contro gli ebrei a partire dal II fino al XIII secolo.

Gran parte dei Padri e degli scrittori ecclesiastici si sono cimentati in questa polemica. Da un lato lo studio della Bibbia doveva portarli a rigettare le interpretazioni e di conseguenza gli errori giudaici; dall’altro lo spettacolo di questo popolo disperso in tutti i paesi, in generale ribelle ad ogni concessione e sempre abile ad impadronirsi della ricchezza e delle influenze, doveva eccitare i cristiani, se non a convertire gli ebrei, almeno ad impedire la loro azione nefasta su coloro la cui fede non era ancora abbastanza radicata. Di qui quegli Adversus Judaeos che pullulano durante l’epoca patristica e il primo periodo del medio evo.

La medesima uniformità si comprende facilmente se si considera che, malgrado il vasto campo di controversie fornito dalla Bibbia, erano sempre le principali profezie messianiche che si presentavano all’investigazione degli scrittori.

Gli argomenti di S. Giustino nel suo dialogo con Trifone costituiscono la base che sarà sfruttata da tutti gli scrittori successivi. Più tardi, all’interpretazione dell’Antico Testamento verrà ad aggiungersi un argomento nuovo, che andrà anch’esso a perpetuarsi. Questo sarà, in contrapposizione al trionfo della Chiesa, lo stato sventurato degli ebrei dispersi, considerato come il castigo per i loro crimini.

La stessa forma dialogica si perpetuerà a partire da S. Giustino sino ad Abelardo. Ma la ragione principale di tale uniformità è l’ignoranza della letteratura rabbinica.

Il Talmud, i Targum e i Midrashim interpretavano la Bibbia nel senso giudaico e, se nei primi tempi della loro redazione essi ignoravano completamente la persona di Gesù [fra gli studiosi sono controversi i tempi e i modi in cui la figura di Gesù è stata introdotta nella tradizione talmudica (n.d.c.)], più tardi vi si introducono certe favole che fanno allusione al Vangelo e che, a modo loro, ci danno la storia di Gesù Cristo.

Ma gli scrittori cristiani, ignorando l’ebraico, non potevano replicare con precisione a questo insegnamento giudaico. Tuttavia vi furono alcune eccezioni a questa regola generale.

Così nel IX secolo Agobardo di Lione, in uno dei suoi cinque opuscoli contro i giudei, nel “De superstitionibus judaïcis”[1], riporta, secondo il Talmud, una parte di quei testi che formano le Toldot Yeshu (Vite di Gesù). Si tratta delle favole e blasfemie contro la persona di Gesù.

Anche il suo successore sulla sede di Lione, Amolo, ci fa conoscere, secondo gli scritti rabbinici, certe parti della liturgia ebraica[2].

Infine Pietro il Venerabile[3], con la traduzione di un lungo passo del Talmud e dei Midrashim, ci parla de ridiculis atque stultissimis fabulis Judaeorum.

Bisogna evidentemente aggiungere gli ebrei che, come Samuel Maroc e Pietro Alfonso, si sono convertiti al cristianesimo e che, dopo la loro conversione, hanno esposto, in forma dialogica, le ragioni che li hanno portati al cristianesimo.

Ma in tutti questi scritti non troviamo che deboli tentativi nell’uso della letteratura rabbinica contro gli ebrei. Bisogna giungere fino a Raimondo Martini per trovare questo uso, se non perfetto, almeno sotto tutte le sue forme e per così dire fino ad esaurimento. Il suo Pugio fidei sarà quindi anche l’opera più considerevole che sia stata scritta contro gli ebrei[4].

Due fatti principali portarono a questo cambiamento nella letteratura cristiana contro gli ebrei.

In primo luogo la creazione da parte del generale dei domenicani Raimondo de Peñafort di cattedre cristiane per l’insegnamento delle lingue orientali. Lo studio dell’ebraico e dell’arabo doveva rendere i cristiani in grado di comprendere tutte le produzioni ebraiche. Furono soprattutto i frati predicatori e i frati minori che si dedicarono a questo studio. Li vediamo così più tardi impegnati nelle controversie con gli ebrei.

Un altro fatto ch’ebbe anch’esso una grande importanza e influì molto sulle relazioni e le controversie tra cristiani ed ebrei fu la denuncia fatta a papa Gregorio IX nel 1238 da Nicolas Donin, ebreo convertito di la Rochelle. Questi ragguagliò il papa sulle blasfemie e le ingiurie contro i cristiani contenute nel Talmud. Fu in seguito a questa denuncia che il papa chiese ai principali sovrani cristiani di confiscare i libri degli ebrei. San Luigi si conformò a questo desiderio, ed è da qui che ebbe luogo la controversia del 1240 fra Nicolas Donin e Yehiel di Parigi, assistito da altri tre rabbini[5].

Dopo questa controversia, fu istituito un tribunale e il Talmud venne condannato. La condanna venne eseguita nel 1245; un’altra ebbe luogo dopo nuove perquisizioni nel 1246.

Allo scopo di giustificare tale condanna e per far conoscere ai cristiani i veri sentimenti degli ebrei nei loro confronti, venne fatto un compendio delle principali dottrine condannabili del Talmud. Si tratta delle “extractiones de Talmud”, in 25 articoli. Quattro sono le parti principali: 1. Una introduzione sul valore dell’autorità del Talmud e sull’importanza esagerata che gode presso gli ebrei; 2. Le blasfemie contro la persona di Gesù Cristo; 3. Le blasfemie contro Dio e i principi contrari alla morale, 4. Le ingiurie contro i cristiani sotto il nome di goim.

Nel 1263 ebbe luogo un’altra controversia a Barcellona fra il cristiano Pablo Christiani e l’ebreo Nahmani [Nachmanide]. Questo Pablo Christiani era un ebreo convertito che era entrato nell’ordine dei frati predicatori. E in tal senso ha potuto preparare la via a Raimondo Martini.

È in seguito a questa controversia che i frati predicatori furono inviati per predicare agli ebrei. Abbiamo un decreto di Jaime 1°, datato 26 agosto 1263, col quale egli ordina ai funzionari di dare il benvenuto ai frati predicatori che verranno per convertire gli ebrei e i saraceni.

Ciò che risulta altresì da queste controversie è che là dove i libri ebraici non vennero bruciati, come si fece in Francia, si fecero sparire i passi che erano ingiuriosi per i cristiani. Si stabilirono perciò dei censori ed anche un tribunale per giudicare i contenziosi che sopravvenivano fra gli ebrei e questi censori.

Si comprende pertanto quanti servigi pratici poteva rendere un’opera che facesse conoscere e traducesse in latino i passi dei libri rabbinici che potevano interessare in qualche modo la controversia dei cristiani con gli ebrei. Cosa che non sfuggì ai superiori di Raimondo Martini; ed ecco perché, come ci dice lui stesso, è su loro ordine che compose il Pugio fidei.

Egli aveva già segnalato la sua competenza in materia poiché aveva fatto parte, assieme a Raimondo de Peñafort e ad altri due frati predicatori, del tribunale istituito da Jaime 1° il 24 marzo 1264 per giudicare fra gli ebrei e i censori incaricati di ricercare i passi del Talmud da cancellare.

Egli compose la sua opera nel 1274. Ma già prima aveva scritto un libro, andato perduto, intitolato Capistrum Judaeorum. Ad esso fa riferimento lui stesso nel Pugio fidei. Secondo Echard (II 818b) un manoscritto dovrebbe ancora trovarsi a Bologna.

[Un’edizione critica del testo è stata pubblicata da Adolfo Robles Sierra, Raimundo Marti Capistrum Iudaeorum. Texto crìtico y traducciòn (vol. I-II), Würzburg-Altenberge, 1990-1993 (n.d.c.)].

Lui stesso ha avuto cura di indicarci in un proemium lo scopo che s’è proposto. Innanzitutto uno scopo pratico: fornire ai predicatori che dovevano predicare agli ebrei una conoscenza dei libri rabbinici abbastanza ampia da rendersi conto del punto di vista dell’avversario e trovarvi anche argomenti contro di lui.

Raggiunge questo scopo traducendo in latino una parte considerevole del Talmud e dei Midrashim, anche se a piccoli frammenti. Gli si può rimproverare di non rendere il pensiero dei rabbini, poiché traduce letteralmente, sacrificando effettivamente la forma e la chiarezza alla fedeltà del pensiero.

Questo era d’una qualche utilità per gli scrittori e i predicatori cristiani, poiché, a parte gli ebraisti che fino a Raimondo de Peñafort non dovevano essere che una rarissima eccezione, i cristiani avevano una conoscenza molto scarsa delle cose della letteratura rabbinica. Le opere di alcuni scrittori ebrei come Avicebron, Rabbi Isaac e Maimonide erano state tradotte in latino, ma si trattava di opere che si ponevano piuttosto su di un punto di vista filosofico. Maimonide aveva certamente interpretato le Sacre Scritture, ma più come razionalista che non come rappresentante del pensiero ebraico.

Oltre questi scritti, erano ancora esposte in lingua latina le idee rabbiniche che comparivano in certi passi di Agobardo di Lione e di Pietro il Venerabile, e soprattutto nei trentacinque articoli di Nicolas Donin. Ce n’era abbastanza perché i cristiani sapessero che nel Talmud si trovano, come dice Tommaso di Cantimbré, inauditae haereses et blasphemiae contra Christum et Matrem ejus pluribus in locis, ma ce n’era abbastanza per conoscere il Talmud e i Midrashim così come si presentavano, vale a dire come un miscuglio di certe favole ridicole e di molte interpretazioni serie dell’Antico Testamento.

Così il Pugio fidei andrà a fornire nuove armi agli antisemiti, ma darà anche un’idea più giusta del popolo ebraico.

Un altro scopo pratico cui tende Raimondo Martini è, pur facendo conoscere gli ebrei, quello di mettere in guardia i cristiani contro i pericoli che corrono nelle loro relazioni quotidiane con gli ebrei stessi, cum nullus, dice, inimicus christianae fidei magis sit familiaris, magisque nobis inevitabilis quam Judaeus.

Cristiani ed ebrei nelle loro relazioni si lasciavano andare sovente a discussioni sulla religione. Talvolta queste discussioni furono messe per iscritto e formano alcuni di quei dialoghi così numerosi fra un cristiano ed un ebreo.

È per fornire argomenti ai cristiani in queste discussioni quotidiane che fra gli altri Rupert de Deutz[6] e Pier Damiani[7] scrivono i loro adversus Judaeos.

Già San Giovanni Crisostomo aveva predicato contro quei cristiani che frequentavano gli ebrei e assistevano alle loro cerimonie, e Agobardo di Lione aveva scritto una epistola exhortatoria de cavendo convictu et societate judaica. Raimondo Martini non faceva dunque che continuare la tradizione cristiana sforzandosi di allontanare i cristiani da relazioni troppo intime cogli ebrei.

Siccome esiste una certa rassomiglianza fra il giudaismo e il cristianesimo, c’era da temere per quei cristiani che non avevano ancora una fede ben radicata che gli ebrei ingenerassero in loro deprecabili confusioni, e la Chiesa doveva difendere i propri fedeli.

Ma lo scopo speculativo, lo scopo principale, quello che quest’opera ha in comune con tutti gli altri adversus Judaeos è uno scopo apologetico. Si tratta in primo luogo di stabilire i dogmi cristiani che gli ebrei non vogliono ammettere, ed in seguito di distruggere le credenze giudaiche.

È proprio quest’ultimo punto che viene messo a fuoco col titolo di Pugio fidei.

Ciò che fa la forza di quest’opera apologetica, ciò che la rende superiore a quelle che l’hanno preceduta, è che il suo autore si pone risolutamente dal punto di vista dell’avversario. Innanzitutto, quando fa uso della Bibbia, impiega soltanto il testo ebraico. Gli dà sempre la preferenza quando questo testo appare in contraddizione con la traduzione dei settanta o con quella di S. Gerolamo.

Ma ciò che più colpisce è che si serve molto di più dei testi del Talmud e dei Midrashim che non della stessa Bibbia ebraica. Raimondo Martini ha compreso che in una controversia è una perdita di tempo non prendere come punto di partenza un dato condiviso dalle due parti.

Sebbene abbia impiegato questo metodo più di chiunque altro nella polemica contro gli ebrei, tuttavia non ne è il creatore. Qui i suoi maestri furono gli ebrei convertiti, dai quali tale metodo era impiegato naturalmente: Pietro Alfonso, che Raimondo chiama Magister, e soprattutto Pablo Christiani nella controversia del 1263 con l’ebreo Nahmani. Sappiamo dalle due relazioni di questa controversia che ci sono pervenute che Pablo Christiani s’è servito lui stesso del Talmud contro Nahmani. Raimondo era il confratello in religione di Pablo Christiani. È dunque molto verosimile che abbia assistito a questa controversia; forse vi è anche intervenuto, poiché l’anno seguente viene nominato giudice fra gli ebrei e i censori incaricati di indicare i passi talmudici da cancellare.

È ancora da questi ebrei convertiti che aveva appreso non solo a porsi dal punto di vista dell’avversario, ma anche a trarre dall’avversario stesso degli argomenti contro di lui. Per tale ragione doveva dare una certa autorità ai libri rabbinici.

Per gli ebrei il Talmud aveva se non maggiore, almeno altrettanta autorità della stessa Bibbia. Era la legge orale data da Mosè accanto alla legge scritta. Naturalmente Raimondo Martini non crede a questa trasmissione della legge orale. Inoltre, date le favole ridicole che si trovano nel Talmud, attribuire un valore a tutte le parti, dice, sarebbe proprio di uno spirito deviato.

Ma vi sono delle tradizioni giudaiche che possono servirci ad interpretare certi testi dell’Antico Testamento e a confermare con ciò stesso i dogmi cristiani.

Non v’è nulla in questa pretesa di Pablo Christiani e di Raimondo Martini che possa suscitare l’indignazione di Isidore Loeb[8]. Dal momento che tanto i cristiani quanto gli ebrei ammettono l’Antico Testamento, poiché trovano in esso una conferma dei principali dogmi, è del tutto naturale che possano trovarvi anche argomenti in quella che per secoli fu l’interpretazione ufficiale della Bibbia.

Quali che siano le corruzioni che abbiano potuto subire queste tradizioni ebraiche, è impossibile che non vi sia rimasto qualcosa che si avvicini all’interpretazione cristiana. Indubbiamente i dogmi cristiani non hanno bisogno di una tale conferma, ma cosa c’è di più piacevole per il cristiano, ci dice Raimondo Martini, di far proprie le autorità dell’avversario e ritorcerle contro di lui.

Quanto al modo in cui Raimondo Martini dispone i suoi argomenti, questo non è così complicato. Ce lo indica lui stesso nel cap. II della seconda parte, che è la prima contro i giudei: Hanc itaque controversiam quae non solum est inter nos et Judaeos in iis quae sunt Christi; sed etiam in omnibus fere quaecumque sunt fidei diligentius persequendo utriusque populi, christiani videlicet et judaei conferam altrinsecus dicta, seu credita, ut clarius inter contraria juxta se posita veritas elucescat.

Questo è tutto il suo programma. La questione del Messia è la questione principale. Egli comincia quindi con lo stabilire che il Messia è venuto a seguito della profezia delle settanta settimane di Daniele, della profezia di Giacobbe etc., sempre interpretate per mezzo dei libri giudaici.

A questa verità cristiana egli contrappone tutto l’errore giudaico con uno o più messia venuti o a venire, con le autorità sulle quali essa si appoggia, con ciò che essa pensa della persona di Gesù, e le obiezioni che mostrano che egli non è il Messia.

È in questa occasione che l’autore ci dà un lungo testo del Talmud che ci racconta favole estremamente volgari sulla persona di Gesù Cristo.

Agobardo di Lione e Pietro il Venerabile avevano già parlato di tali favole. Ma quelle di cui parla Raimondo non sono le medesime.

Dopo la soluzione che costituisce il fondo del dibattito tra gli ebrei e i cristiani, Raimondo affronta l’esame dei principali dogmi del cristianesimo, la Trinità, il peccato originale, la redenzione, la persona di Gesù, i sacramenti, la condanna dei giudei. In occasione di quest’ultimo punto, Raimondo Martini continua l’opera di Nicolas Donin e di Pietro il Venerabile, facendo conoscere le immoralità e le blasfemie che si incontrano nel Talmud.

Come si vede, non era questo il suo scopo principale. La sua opera comprende l’intera teologia cristiana esposta quasi tramite libri di cui gli ebrei riconoscono l’autorità. È una teologia tutta propria di Martini ed è proprio questo che costituirà sempre l’originalità della sua opera.

Evidentemente, ogni singolo testo non ingenera una precisa convinzione, ma l’insieme non ha mancato di impressionare gli stessi ebrei.

Essi hanno voluto innanzitutto contestare le sue fonti e la sua fedeltà, ma dopo gli studi di Neubauer[9] sono stati costretti a rendere omaggio al valore della sua scienza rabbinica.

Ma questa lunga serie di testi ebraici sconnessi, tradotti in un latino totalmente privo d’eleganza, non era di facile lettura. Così il Pugio fidei ebbe scarso successo presso i cristiani. Fu edito soltanto nel 1651 da Joseph Voisin. Ma prima era stato copiato da Pietro Galatino, il quale però non lo cita, nel suo libro De arcanis catholicae veritatis, che apparve per la prima volta nel 1518. Fu anche copiato, ma con maggiore fedeltà, da Porchetus de Salvaticis nel suo libro Victoriae adversus impios Ebreos (Paris, 1520).

Fu nuovamente edito da Carpzov, nel 1687, con una introduzione sulla teologia ebraica e le note di Joseph Voisin[10].

Più tardi ha sempre costituito l’arsenale dove attingono continuamente tutti gli antisemiti.

 

 

[1] Migne, PL, t. CIV, col. 86 e 87.

[2] Epistola seu liber contra judaeos, Migne, PL, t. CXVI, col. 141 passim.

[3] Tractatus contra judaeos, Migne, PL, t. CLXXXIX, col. 602-650.

[4] Pugio fidei adversus mauros et judaeos, ed. di Carpzov del 1687. Cfr. p. 526, n. 1.

[5] Isidore Loeb, La controverse de 1240 sur le Talmud, «Revue des études juives», Paris, 1881.

[6] Annulus seu dialogus inter christianum et judaeum, prologo, Migne, PL, t. CLXX, col. 52.

[7] Antilogus contra judaeos, Migne, PL, t. CXLV, col. 41.

[8] Isidore Loeb, La controverse religieuse entre les chrétiens et le juifs au moyen âge en France et en Espagne, «Revue de l’histoire des religions», t. XVIII e XIX, Paris, 1888.

[9] Neubauer, Jewish controversy and the Pugio fidei, «The Expositor», London, febbr.- marzo 1888.

[10] Raymundi Martini, O.P. Pugio fidei adversus mauros et judaeoscum observationibus Josephi De Voisin, et introductione Jo. Benedicti Carpzov, qui appendicis loco Hermanni Judaei, opusculum de sua conversione recensuit, Leipzig-Frankfurt, 1687.

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