«REVUE CATHOLIQUE»: La storia degli ebrei come castigo ed espiazione

«REVUE CATHOLIQUE»: LA STORIA DEGLI EBREI COME CASTIGO ED ESPIAZIONE

 

Nel 1881 la «Revue Catholique», redatta da professori dell’Università cattolica di Lovanio, sotto la direzione di Mons. Namèche, pubblicò un lungo scritto, a firma E. Van der Laat, dal titolo: La question des Juifs en Allemagne (Nouvelle Série, Tome vingt-cinquième [LI dell’intera collezione], Louvain, 1881: I. (pp. 154-182); II. (pp. 247-284)).

Si tratta di un documento altamente significativo dell’atteggiamento verso gli ebrei e la questione ebraica da parte di una delle più prestigiose università cattoliche alla fine del XIX secolo, il tutto in stridente contrasto con l’andazzo di certa cultura cattolica oggi predominante.

L’autore vi delinea un ampio quadro dell’influenza degli ebrei in ogni ambito della società tedesca dell’epoca ed esorta i cristiani di Germania, ove, scrive, qualunque cosa è impregnata di cristianesimo e che è e deve rimanere prima di tutto cristiana, a rigettare «l’incredulità e il materialismo, restaurando in ogni sfera sociale lo spirito conservatore cristiano» e «a proteggersi a loro volta, combattendo lo spirito giudaico, spirito di cupidigia e d’egoismo che si infiltra in ogni strato della società cristiana» (p. 284).

Riportiamo qui di seguito il breve excursus di storia ebraica all’interno dello scritto (pp. 161-165), che riflette lo spirito della tradizionale teologia cattolica dell’ebraismo, al termine del quale tuttavia l’autore ha cura di sottolineare come, in ogni caso, mai e poi mai, anche nei confronti degli ebrei, debbano venir meno i doveri cristiani di giustizia e carità.

 

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In effetti gli ebrei, in quanto corpo nazionale, non hanno mai saputo meritare la stima dei popoli in mezzo ai quali vivevano.

Nella loro storia lunga e dolorosa non hanno raccolto che disprezzo e odio; disprezzo, nelle epoche di declino e di miseria; odio, al tempo della loro potenza e delle loro ricchezze.

E tuttavia questa razza straniera e veramente unica ha saputo sempre rendersi necessaria. Ha saputo catturare abilmente il favore dei principi, imporsi in qualche modo alle nazionalità straniere e sovente farsi temere da esse.

Il popolo cristiano aveva costantemente l’occasione di applicarle il verso di Ovidio: “… Nec sine te, nec tecum vivere possum”.

Il celebre egittologo Reinisch riferisce, secondo le iscrizioni geroglifiche da lui decifrate, che verso il XIX secolo a.C., al tempo del re Ramsete, il regno dei Faraoni era entrato in un periodo di profonda decadenza.

A quell’epoca la corruzione dei costumi aveva per causa principale il gran numero di mercanti arabi, fenici ed ebrei che distruggevano il senso morale delle popolazioni comunicando loro la sete di guadagno e la passione dei godimenti.

Le relazioni sociali erano stravolte; l’aristocrazia del denaro invadeva le sfere del potere e rovinava l’influenza delle vecchie famiglie.

Tutti gli impieghi pubblici erano finiti nelle mani degli affaristi e la corte li temeva.

Più tardi, gli ebrei d’Egitto avevano saputo farsi apprezzare dai Tolomei ed erano i più sicuri guardiani delle loro roccaforti.

A Roma, prima del regno di Nerone, la loro influenza era grande. Gli ebrei, che allora ammontavano da 9 a 10 milioni, sapevano benissimo come trarre profitto dalla libertà di cui godevano.

«Ovunque erano cittadini – scrive il conte di Champagny[1] ‒ quasi ovunque isonomi, con gli stessi diritti degli indigeni; votavano come questi e partecipavano alle loro assemblee. Quando avevano luogo delle diatribe in seguito all’insolenza dei pagani o all’irascibilità dei giudei, e il popolo negava loro il diritto di cittadinanza, Roma interveniva per amore della pace pubblica e li proteggeva».

Già a quel tempo i pregiudizi popolari erano molto vivi e la razza israelitica era detestata. Essa conservava tutta la sua influenza e la sua insolenza era temuta.

I membri della municipalità di Roma, riferisce il prof. Mommsen[2], evitavano di passare troppo vicino ai quartieri ebraici, per paura di essere fischiati dal popolo.

In una delle sue arringhe[3] Cicerone fa allusione a questa arroganza degli israeliti: «Voi conoscete gli ebrei, sapete il tumulto che fanno nelle assemblee delle città, sapete quanto grande persino a Roma è il loro numero, la loro intesa, la loro influenza nelle assemblee».

Per tutto il medio evo si ebbero in orrore gli ebrei.

Se talvolta l’esaltazione dei sentimenti religiosi delle popolazioni cristiane si manifestava con proteste e insurrezioni, se il fanatismo da un lato e l’odiosa condotta degli ebrei dall’altro provocavano scene di violenza, che periodicamente sfociavano in massacri, in generale tuttavia li si tollerava in ragione dei loro servigi.

Uno storico molto popolare in Germania, e molto ostile al cattolicesimo, Joh. Scherr[4], deve riconoscere che non sempre i torti più grandi erano dalla parte dei cristiani:

«Gli stessi ebrei contribuirono con la loro condotta a rendersi odiosi. Vivevano da stranieri senza mescolarsi al resto della popolazione, conservavano con un’ostinazione fanatica le barriere che li separavano dalla società e non nascondevano tutto il loro disprezzo per il cristianesimo … In generale si dedicavano al commercio e agli affari di banca; era un mezzo per soddisfare i loro rancori contro i cristiani spogliandoli. Se ne fecero persino un dovere religioso[5]. I borghesi tedeschi, i cavalieri, i principi avevano bisogno di denaro, e l’ebreo, che ne aveva le mani piene, lo prestava al tasso usurario del 25 o addirittura dell’80 p.c. Così attirava su di sé le pubbliche ricchezze, fino a quando una persecuzione lo obbligava a restituire il malloppo».

In Spagna, nel XV secolo, erano i finanzieri della corte, della nobiltà, i creditori dei grandi proprietari fondiari. Gli ebrei più o meno convertiti invadevano tutto, anche la Chiesa.

Già nel 1367 i borghesi di Burgos lanciavano un grido d’allarme[6]. Ovunque sfruttavano il popolo, e per via del loro numero, della loro coesione, delle loro ricchezze e delle loro alleanze con le famiglie più influenti, e soprattutto per via della loro segreta simpatia per i Mori, costituivano un pericolo vero e proprio per la monarchia spagnola, a quel tempo ancora scarsamente consolidata.

Senza dubbio i rigori esercitati allora contro gli ebrei furono eccessivi e persino odiosi, ma, come dice molto bene Balmès[7], «il sistema repressivo è stato in parte ispirato dall’istinto di conservazione, e Ferdinando ed Isabella seguirono l’impulso della nazione che aveva in orrore gli ebrei e sospettava gli ebrei convertiti».

Gli ebrei e i Mori erano fatti segno di un medesimo odio da parte del popolo spagnolo. Per lui erano alleati naturali, e difatti fra di essi esistevano numerose analogie.

Come gli ebrei, i Mori erano totalmente distinti dagli spagnoli per religione, idee e costumi. Come loro, si moltiplicavano rapidamente, ed avevano accumulato immense ricchezze.

«Erano divenuti una nazione nella nazione, un pericolo pubblico e sempre imminente, tanto più che avevano alle loro spalle i Mori d’Africa coi quali cospiravano continuamente la distruzione dei loro vincitori»[8].

Le misure radicali prese nei loro riguardi, per quanto disastrose potessero essere per la prosperità materiale del paese, furono considerate una necessità politica dai contemporanei più eminenti e illuminati[9].

Di conseguenza la razza giudaica, dotata in modo così stupefacente, in nessun luogo ha saputo vivere in pace, né con le nazioni pagane, né in mezzo ai popoli cristiani.

Quando le virtù economiche le avevano fatto acquisire ricchezza e influenza, la sua arrogante protervia, la sua insolenza piena d’orgoglio suscitavano le rivalità e gli odi, e provocavano periodicamente violente reazioni.

Ma le sofferenze inaudite e il lungo martirio di questa nazione non si potrebbero spiegare completamente se si perde di vista il grande crimine del deicidio e le maledizioni che pesano su Israele da diciotto secoli.

I migliori spiriti del giudaismo lo hanno intuito.

Il celebre poeta H. Heine non ha mai potuto consolarsi per il fatto di appartenere a quella che lui stesso chiamava la razza maledetta.

«Egli è ossessionato da un’idea fissa – dice Caro in un pregevole studio sul poeta[10] ‒ e fa di tutto per sfuggirle; si decise a ricevere il battesimo per cancellare questo marchio, nella speranza che il cristiano indifferente o lo scettico facesse dimenticare in lui l’israelita. Speranza vana!».

Sono proprio di Heine queste parole così espressive: il giudaismo non è una religione, è una disgrazia.

E nella magnifica analisi del carattere di Shylock di Shakespeare, nel “Mercante di Venezia”, una delle pagine più belle della critica moderna, il poeta parla di quella «disgraziata setta che la Provvidenza, per ragioni misteriose, ha caricato degli odi delle classi alte e del popolo, e che non volle mai ripagare quest’odio col suo amore».

Sì, gli ebrei sanno bene che la loro storia non è che un lungo castigo. Essi non hanno dimenticato né il crimine, né lo spaventoso voto dei loro antenati!

La solidarietà nell’espiazione non è forse una delle grandi leggi che regolano le società umane?

Quanto alla durata di tale espiazione, del gran dolore ebraico di cui parla Börne, questo è un segreto di Dio!

Se ci è permesso di constatare il castigo e di ricordare agli ebrei le parole del poeta[11]: Delicta majorum immeritus lues, noi non abbiamo in alcun modo il diritto di farci esecutori delle vendette divine, ed oggi più che mai dobbiamo adempiere verso gli ebrei tutti i doveri cristiani di giustizia e carità.

 

[1] Rome et la Judée, T. 1, cap. IV.

[2] Römische Geschichte, T. III, p. 529.

[3] Pro Flacco, 28.

[4] Deutsche Kultur und Sittengeschichte.

[5] Vi è infatti un testo del Talmud che suona: “Voi potete ingannare un goi (cioè un non-ebreo) ed esigerne interessi usurari, ma quando avete a che fare col vostro prossimo, non potete ingannare il vostro fratello”, e altrove è scritto: “È proibito prestare a un goi senza usura, ma fra usurai è permesso”. Cfr. Der Talmudjude del prof. Aug. Rohling e Sinssprüche aus dem Talmud und der rabbinischen Literatur di F. Sailer, Berlin, 1879. Al giorno d’oggi il numero degli ebrei talmudisti è fortemente ridotto.

[6] Holberg, Jüdische Geschichte.

[7] Balmès, Le protestantisme comparé avec le catholicisme, T. I, pp. 283 sgg.

[8] Considérations sur l’Espagne, del prof. Pieraerts, Louvain, 1879.

[9] Cfr. Baumstark, Philippe II, trad. di M.G. Kurth.

[10] Nouvelles études morales sur le temps présent, Henri Heine, d’après sa correspondance.

[11] Orazio, L, III, ode VI.

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